TABLIGH EDDAWA: IL MOVIMENTO CONSIDERATO COME I "TESTIMONI DI GEOVA" DELL'ISLAMISMO

Di Giuseppe De Lorenzo
Gli studiosi li chiamano i “testimoni di Geova dell’islam”. E forse i Tabligh Eddawa lo sono. O se volete sono i “frati di Maometto” che islamizzano l’Italia.

I Tabligh Eddawa: significato e principi
Missionari. Itineranti. Radicali. Predicano il vero islam, vivono imitando lo stile di vita del Profeta e su questa strada cercano di riportare tutti i musulmani dalla fede affievolita.
Tabligh Eddawa sono un movimento di islamici “itineranti”. Nascono negli anni ’20 in Pakistan dall’idea di Muhammad Ilyas Kandhalawi. Da allora si sono diffusi in tutto il mondo, Italia compresa. Ogni membro deve seguire sei principi fondamentali: la preghiera, il ricordo continuo di Dio, lo studio, la generosità, la predicazione e la missione. Ognuno deve sforzarsi in un percorso di auto-riforma verso il "vero", unico islam. "Eddawa" significa "parlare di Dio", "Tabligh" invece "andare a portare il messaggio": per questo, il loro obiettivo ultimo è la predicazione.

Le missioni itineranti

A differenza di altri movimenti islamici, nei Tabligh non è necessario essere dei sapienti per poter avvicinare altri fedeli e invitarli alla preghiera. Ogni membro è chiamato a realizzare missioni itineranti di 3 giorni, 40 giorni o 4 mesi (in base alla distanza del luogo prescelto) per annunciare il messaggio di Allah. A completamento del percorso formativo vengono inviati nelle scuole Tabligh più antiche in India, Pakistan o Bangladesh. Nei loro viaggi vengono ospitati dalle comunità locali e passano la giornata a pregare. Nel pomeriggio, a gruppi di 10 persone e con l'aiuto di una guida del posto, fanno visita ai musulmani dei quartieri limitrofi e li invitano ad andare alla preghiera serale in moschea.

Affilizione, struttura e finanziamento

Nel mondo ci sono tra i 70 e i 80 milioni di musulmani itineranti. Ma di loro si sa poco. Non ci sono elenchi ufficiali dei membri e non esistono bilanci scritti. L’affiliazione non prevede né registrazione né riti specifici. Chi vuole può andarsene ed è permessa anche una partecipazione sporadica. Non esiste una sede centrale italiana e "la struttura è semplice: ogni moschea ha un consiglio (Machwara) guidato da un responsabile. Qui vengono prese tutte le decisioni". Nient’altro. Struttura che si ripete a livello cittadino, regionale, europeo e mondiale. I responsabili di ogni livello (e i membri dei consigli) vengono nominati in base alla saggezza e al percorso di crescita personale. Non ci sono elezioni, ma si è indicati dalla comunità stessa. Sulle modalità di finanziamento ci sono molte ombre e poche luci. Durante le missioni i partecipanti si auto-tassano per sostenere le attività e gli spostamenti.

Le regole di vita

Anche il vestiario segue delle regole ben precise, anche se non obbligatorie: abiti lunghi, copricapo e barba incolta per gli uomini; il velo per le donne. Il più delle volte dormono a terra, nelle moschee delle città dove si recano a predicare. Non fanno uso di spazzolino: “Preferiamo il siwac - dicono - un bastoncino ricavato dalla pianta di araak”. I Tabligh seguono alla lettera le regole di comportamento del buon musulmano contenute nel libro Riad Salehin, che contiene migliaia di versetti in cui è spiegata l'educazione per mangiare, per fare l'abluzione, per dormire e persino per andare in bagno. Su tutto vale da esempio la "vita dei compagni del Profeta", le cui storie sono raccolte nei tre tomi del Hayat Sahaba. Questi due, insieme al Corano, alla raccolta dei detti del profeta e alle (poche) pubblicazioni proprie sono gli unici testi usati dai Tabligh per la formazione religiosa personale.

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