IL PERICOLO JIHADISTA NEI BALCANI

Bandiera nera per foto.pct
Di Daniela Lombardi

La jihad che minaccia l’Europa passa, in maniera corposa e consistente, per il corridoio balcanico. Il sospetto, innescato già da qualche anno dalla provenienza territoriale di diversi arrestati, anche in Italia, nel corso di operazioni antiterroristiche, lascia ormai spazio all’evidenza.
Se, infatti, in Europa è facile supporre che esponenti dell’Isis siano da tempo penetrati, ma questi sono costretti ad agire sottotraccia, nei Paesi dell’ex Jugoslavia la loro presenza è aperta e sfacciata. In alcuni villaggi della Bosnia, come è stato rilevato da osservatori internazionali, le bandiere nere del Daesh sventolano senza che nessuno si preoccupi di un’eventuale reazione  da parte della comunità internazionale. È il caso di Gornja Maoca, dove la simpatia per lo Stato islamico viene sbandierata – mai come in questo caso il verbo appare appropriato – con un certo orgoglio in moltissime case e luoghi pubblici.
Ma non sono certo solo le bandiere e le scritte sui muri, che pure inneggiano al Daesh, a dover preoccupare in Bosnia. Al di là di un elemento che comunque – ben lungi dall’essere solo folkloristico come qualche analista ha tentato di dimostrare per negare il pericolo Bosnia – denota una sempre maggiore “audacia” degli estremisti che dicono “Noi ci siamo”, gli elementi per impensierirsi sono ovviamente ben più consistenti.
Il caso Velika Kladusa è uno dei più emblematici da questo punto di vista. Il villaggio, vicinissimo alla Croazia che ormai si sente pienamente parte dell’Europa e che dista dalle coste italiane ben poche centinaia di chilometri, soffre, ad oltre vent’anni dalla fine della guerra, di un complesso di inferiorità nei confronti delle nazioni che dopo il conflitto sono cresciute economicamente. Questa “invidia” per chi ce l’ha fatta, unita alla consapevolezza che il proprio Paese è ancora debole e forse non può fare altrettanto, a volte è una delle molle dell’estremismo. A Velika Kladusa la disoccupazione raggiunge il 60%. I giovani non hanno alcun futuro, se non quello di spostarsi in luoghi confinanti che comunque, a loro volta, non offrono grosse prospettive. In questo humus è facile che attecchisca il germe dell’odio, nonostante vi sia una parte molto sana della società che tenta di opporvisi. Questa parte sana a volte, però, finisce per soccombere. È il caso dell’Imam di Velica Kladusa, Selvedin Beganovic, che predicava un Islam moderato e quasi moderno, scagliandosi con veemenza contro gli estremismi. L’imam è stato ucciso e, secondo indagini dei servizi segreti, dai seguaci di Bilal Bosnic, nome che dimostra quanto forti siano i legami tra jihadismo in versione mediorientale, città europee minacciate dall’Isis ed ex mujaheddin che nella guerra degli anni ’90 e durante l’assedio di Sarajevo sono andati a dare aiuto ai loro fratelli islamici.
Membro della settima “Mujahedeen Brigade”, Bosnic dopo la fine delle sue imprese nelle sanguinose guerre del ’90 ha  predicato il suo estremismo in Germania, Italia e Svizzera. Noto il video in cui canta “With explosive on our chests we pave the way to paradise”. Il suo arresto dimostra, comunque, come le comunità islamiche locali e le autorità cerchino di impegnarsi a reprimere l’avanzata del jihadismo verso i confini europei. Anche il governo tenta di fare del proprio meglio, ad esempio sul fronte legislativo, dove la pena è stata aumentata a 10 anni di prigione per i foreign fighters, che tornano dopo aver combattuto in Medio Oriente. Anche da questo punto di vista, la Bosnia (seconda solo al Kosovo) fornisce centinaia di uomini al jihad e vanta il triste primato di aver fornito proprio i più pericolosi. Tra questi, Bajro Ikanovic, comandante di uno dei più grandi campi di addestramento dell’Isis in Siria e Nusret Imamovic, tra i leader di al- Nusra – gruppo affiliato ad Al Qaida – in Siria.
Qualora poi si voglia dubitare dei legami tra terrorismo balcanico ed attentati in Europa, esiste una dichiarazione del ministro della sicurezza bosniaco che ammette come alcune delle armi utilizzate negli attacchi di Parigi siano state prodotte nella ex Jugoslavia. Le prove, insomma, che i veterani delle guerre degli anni ’90 e i loro figli, insieme ai mujaheddin intervenuti in loro aiuto, coltivino forti interessi estremistici, appoggiati ancora dai legami con le scuole e le banche saudite che già nella guerra nell’ex Jugoslavia ebbero il loro ruolo, esistono e sono concrete.
Che in Bosnia, Kosovo, Albania e Sangiaccato serbo esistano villaggi in cui si applica la sharia, dove la poligamia è la regola, le donne indossano il velo ma, in più, si fa festa quando gli shahid – termine corretto per coloro che vengono definiti kamikaze – si fanno esplodere in qualche piazza d’Europa, è un dato di fatto. Che spesso tutto questo avvenga sotto gli occhi di istituzioni statali deboli che non riescono a reagire con fermezza, è un altro dato di fatto. Che il fenomeno sia cresciuto nonostante la presenza delle missioni Nato su parte del territorio della ex Jugoslavia, è un terzo innegabile elemento. L’ultimo aspetto è che qualcuno dei collaboratori delle missioni Nato ha approfittato di questo suo ruolo per ritorcere alcune conoscenze contro gli stessi che gliele avevano fornite. È il caso di Lavdrim Muhaxeri, ex collaboratore della missione Nato Kosovo Force (Kfor), divenuto uno dei più grossi esponenti dell’Isis in Siria. In tutto, le comunità ritenute “sospette”, solo in Bosnia, sono oltre una sessantina e anche l’Europol, missione europea nei Balcani, non nasconde che il corridoio balcanico, già famoso per i traffici di armi e droga, sia diventato la rotta preferita e più comoda per i jihadisti che fanno “su e giù” tra Europa e Medio Oriente.

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