PIETA' PER IL PICCOLO OMRAN, SENZA DIMENTICARE IL CONTESTO DELL'ASSEDIO DI ALEPPO


Di Gian Micalessin
Davanti ad una foto come quella di Omran Daqneesh nessuno può restare indifferente. L'immagine di quel bimbetto siriano di cinque anni coperto di sangue e polvere dopo un bombardamento su Aleppo stringe il cuore, lo riempie di sdegno e d'indignazione.
Lo stesso successe un anno fa con la foto di Aylan, affogato mentre con la famiglia passava dalla Turchia in Europa. Entrambe quelle foto nascondono però un trappolone. Quello celato dietro l'immagine del povero Aylan è ben noto. Quello scatto spinse la Cancelliera Angela Merkel ad abdicare all'etica della responsabilità per decidere sull'onda dell'emozione. L'immediata e ingestibile conseguenza fu l'arrivo in Germania di oltre un milione di profughi accompagnati da un numero ancora imprecisato di terroristi ed apprendisti tali. La foto del povero Omran, diffusa dall'Aleppo Media Center, la centrale di propaganda dei ribelli jihadisti, rischia invece di farci dimenticare le cinque grandi menzogne della battaglia di Aleppo.
Un'assedio a parti invertite
Ad assediare Aleppo non sono le forze governative, ma i ribelli jihadisti che, nell'estate del 2012, entrarono in Siria dal confine turco e circondarono la città. Aleppo, nella strategia dei gruppi armati, appoggiati dalla Turchia di Erdogan, dall'Arabia Saudita e dal Qatar, doveva diventare la capitale dei territori liberati e la sede di un governo provvisorio pronto - dopo il riconoscimento dell'Onu, dell'America di Obama e dell'Europa - a prendere il posto del regime di Bashar Assad. Il risultato sono stati invece la nascita dell'Isis e il perdurare di una guerra costata oltre 300mila vite
I quartieri est ovvero una roccaforte di Al Qaida
La parte est della città è oggi in gran parte sotto il controllo di forze qaidiste. L'accerchiamento delle forze governative che a fine luglio bloccavano con l'appoggio russo l'accesso alla zona è stato rotto dai ribelli di Jabhat Fateh al Sham, la fazione qaidista, già conosciuta come Jabat Al Nusra, che a luglio ha cambiato nome ed ha annunciato il divorzio, per semplici ragioni di opportunità politica, dall'organizzazione creata da Bin Laden.
Aleppo e gli inganni del politicamente corretto
La narrativa «politicamente corretta» del conflitto siriano lo descrive come lo scontro tra i ribelli appoggiati della maggioranza sunnita del Paese e il regime del dittatore Bashar Assad sostenuto da quella minoranza alawita, inferiore al 22 per cento della popolazione, a cui appartiene la sua famiglia. Se così fosse Aleppo, citta di quasi due milioni di abitanti in larga parte sunniti, sarebbe caduta da un pezzo. Invece i civili sunniti di Aleppo, come i militari e gli ufficiali di un esercito anch'esso a maggioranza sunnita, hanno preferito restare con il regime anziché schierarsi con dei ribelli considerati troppo fanatici e troppo legati ad interessi stranieri.
Chi impedisce la fuga dei civili
A luglio, prima che i ribelli qaidisti rompessero l'accerchiamento dei quartieri est, Mosca e il regime di Assad garantivano il libero passaggio a tutti i civili decisi ad abbandonare la zona ribelle e ai militanti pronti ad arrendersi. L'offerta s'inseriva nelle cosiddette operazioni di riconciliazione, già sperimentate a Homs e a Damasco, con cui il governo s'impegna a reintegrare nella società i ribelli di nazionalità siriana e d'ispirazione moderata pronti a posare le armi. Ma l'esodo dei civili, accompagnato dalla resa di qualche decina di combattenti, è stato bloccato ed impedito dall'intervento dei ribelli jihadisti.

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