Il No archivia la stagione di Napolitano. E sembra ancora il 2011


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Di Alessandro Franzi

E' l'onda lunga del 2011, a infrangersi sulla riforma della Costituzione bocciata a larga maggioranza domenica. La lettura del voto sarà complessa. Chi lo leggerà solo come un'espressione di malcontento popolare diffuso, come avviene anche in America o in Gran Bretagna. Chi invece come la difesa strenua di una Costituzione nata dal sangue e da settant'anni di convivenza civile. Quel che è certo è che domenica si è concluso nel peggiore dei modi anche l'esperimento politico avviato cinque anni fa esatti. Se Matteo Renzi è caduto dal piedistallo, è Giorgio Napolitano il secondo grande sconfitto del referendum. L'ex presidente della Repubblica, 92 anni, ha difeso fino all'ultimo la riforma come naturale sbocco di una stagione contradditoria. Non è solo una questione di nomi e ruoli personali. E' che nel novembre 2011, con la regia del Quirinale, iniziavano a prendere corpo quei tormenti che hanno esaltato e poi diviso la politica italiana, senza arrivare a compiere alcuna transizione.

La caduta di Silvio Berlusconi, con la comunità internazionale che gli chiedeva politiche lacrime e sangue, e i mercati che gonfiavano lo spread, è stata il primo passo di questa transizione avverita in modo crescente come calata dall'alto. C'è chi sostiene che Napolitano, l'allora capo dello Stato considerato l'unico garante degli impegni internazionali dell'Italia, abbia forzato le regole costituzionali per stabilire un presidenzialismo di fatto, che ha subordinato la democrazia alla stabilità. Ce lo hanno detto per esempio Luca Ricolfi, Fausto Bertinotti e Giulio Sapelli. E c'è chi sostiene che Napolitano abbia invece evitato il tracollo del Paese usando gli strumenti che la Carta fondamentale gli consentiva di usare. Sta di fatto che la nomina di Mario Monti alla presidenza del Consiglio, proprio al posto di Berlusconi, è stata il secondo passo della transizione. I tecnici avevano un largo consenso in Parlamento - centrodestra e centrosinistra, all'infuori di Lega e Sel -, ma fatte le riforme più impopolari, come quella sulle pensioni, sono stati presi dalla politica come capri espiatori. La stessa ministra Elsa Fornero, in un'intervista, non ci ha nascosto questa sensazione, pur aggiungendo un particolare importante: senza il loro intervento, probabilmente l'eurozona non avrebbe retto alla crisi. Le elezioni del 2013 perse dal Pd di Pierluigi Bersani, con la netta affermazione del Movimento 5 Stelle, sono state il terzo passo della transizione incompiuta. Napolitano fu pregato di rimanere al Quirinale per un secondo mandato (mai era successo nella storia repubblicana), perché non si riusciva a eleggere un successore né a trovare la maggioranza per un governo. In cambio il Parlamento si impegnava ad approvare delle riforme condivise. Nacque il governo di Enrico Letta, rimasto in piedi nemmeno un anno altalenando fra gli umori di Berlusconi e le ambizioni di Renzi. Poi Renzi, diventato segretario del Pd, nel febbraio 2014 prese il posto di Letta, sostenuto ancora da Napolitano. Il quarto passo. La riforma costituzionale avrebbe dovuto essere il quinto, e forse ultimo, passo della transizione immaginata nel 2011. E' andata come è andata.

Ormai è storia. Ma che storia: questi cinque anni hanno trasformato la politica italiana e hanno rafforzato una serie di convinzioni che (a torto o a ragione) sono piuttosto diffuse nell'elettorato che ha votato al referendum. In questi cinque anni la sinistra ha cambiato un leader dietro l'altro. La caduta di Berlusconi è diventata un lento logoramento che continua però ad avere una certa influenza sugli equilibri di palazzo. La Lega era Umberto Bossi, il Nord. Ora è Matteo Salvini, la Nazione. Soprattutto è nata una nuova forza di rinnovamento che può ambire, specie adesso, a diventare forza di governo: il movimento di Beppe Grillo. Questa stagione non ha mai trovato una sintesi larga sulle riforme da fare e presentare al Paese. Non ha ancora fatto maturare una classe dirigente nuova. Non ha ancora restituito agli italiani la fiducia nell'alternanza fra diverse proposte politiche. Da qui sono nate tensioni ma anche equivoci, come il mito che nessuno dei governi nati dal 2011 in avanti sia stato votato dai cittadini. La Costituzione, quella difesa dei sostenitori del No, non la prevede, l'elezione diretta dei governi. Ma questa è diventata una delle motivazioni più diffuse della protesta. Evidentemente ha un fondo di verità: le scelte fatte in questi cinque anni sono state avvertite come decisioni subite più che condivise.

Eccoci, allora, tornati a cinque anni fa. Si è speso tempo a parlare di riforme costituzionali, ma il lavoro scarseggia, la burocrazia soffoca, l'immigrazione è ancora una merce elettorale senza politiche condivise. Come cinque anni fa. Non sembra alle porte un governo di emergenza come quello di Monti. Ma un governo-ponte sì, per fare in fretta la terza legge elettorale degli ultimi dieci anni e approvare una Legge di Stabilità rimasta in mezzo al guado. Renzi che se ne va è nella parte che fu di Berlusconi. Berlusconi è ancora in fase calante ma non lascia la scena. Il Pd è ancora stretto fra la responsabilità istituzionale e il rischio di non farcela a vincere le prossime elezioni. Grillo resta la "sorpresa" che potrebbe portare i suoi a governare. In più c'è Salvini. E il Quirinale, pur con lo schivo Sergio Mattarella al timone, torna snodo cruciale. La transizione disegnata da Napolitano, primo presidente post-comunista diventato per gli avversari la metafora dell'establishment da abbattere, non si è insomma compiuta nella scorsa legislatura. Né in questa che si sta concludendo rovinosamente. Né probabilmente nella prossima, perché regole e alleanze sono ancora tutte da scoprire. Sta forse in questo una chiave di lettura in più per capire come il voto degli italiani sia stato così duro. Ma chiaro. Chiarissimo.

FONTE:http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/05/il-no-archivia-la-stagione-di-napolitano-e-sembra-ancora-il-2011/32639/

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