Mosca pronta al compromesso sulla Siria: “Tratteremo con Trump le condizioni”

Il ministro degli esteri russo Lavrov (a sinistra) e il segretario di Stato Usa Kerry (a destra) si sono incontrati ieri con De Mistura al forum Med AFP

Di Francesca Paci e Francesca Schianchi

In quello che è probabilmente il loro ultimo incontro ufficiale il segretario di Stato americano uscente John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno parlato di Siria. Prima dei rispettivi interventi sul palco del Forum Med 2016 di Roma i due si sono trovati in una saletta dell’Hotel Parco dei Principi insieme all’inviato dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura, un incontro di circa un’ora che «La Stampa» è in grado di ricostruire. La location è discreta, i dialoghi schietti, i convenevoli non servono. Kerry ammette al suo omologo che i russi hanno vinto, che gli americani hanno constatato sul terreno come la partita siriana sia andata a Mosca. Però, dice Kerry, questo è il momento della verità, Assad deve accettare un compromesso evidente e i russi devono persuaderlo perché se non lo faranno lasceranno intendere di volere l’intera Siria con tutte le sue conseguenze. La risposta di Lavrov è una lezione di diplomazia: Mosca è pronta al compromesso ma, lascia intendere, lo farà con Trump. La scena si chiude.  
Quella successiva si apre sulla sala gremita per l’intervista di Lavrov con la presidente della Rai Monica Maggioni e il direttore de «La Stampa» Maurizio Molinari. Il ministro di Putin è in grande forma, conciso, duro ma non spigoloso, fa battute, augura «salute» a chi in platea starnutisce e suggerisce di “studiare la Storia russa” per comprendere meglio la strategia del Cremlino. La Maggioni gli domanda se in quanto amici di Assad i russi siano pronti a compromessi. Lui non dice no, spiega che l’interesse principale di Mosca è evitare alla Siria la deriva libica e sottolinea come un compromesso sia «dovuto da tempo». Molinari chiede allora se è verosimile che il primo accordo tra Mosca e Trump sia sulla Siria e Lavrov non si sottrae. La Russia è aperta al dialogo, afferma: «Se la nuova amministrazione si concentrerà sulla lotta al terrorismo e vorrà collaborare con la Russia, noi saremo certamente prontissimi. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che la sua priorità era combattere l’Isis in Siria, quando avrà creato il suo staff di politica estera potremo esaminare la questione». 


Sullo sfondo, a conferma del cambio di passo, c’è il retroscena del «Financial Times» sui colloqui in corso in Turchia tra i russi e quattro diversi gruppi dell’opposizione armata ad Assad, i primi del genere. E ci sono anche le indiscrezioni che filtrano dall’incontro tra Kerry e il nostro ministro Paolo Gentiloni durante il quale il segretario di Stato americano avrebbe ammesso che «Aleppo è finita, andata» ma anche che «la Russia ha bisogno di una pace ed è il momento di riprendere i negoziati». Molti analisti in questi due giorni di Med hanno notato come si sia intensificata l’offensiva militare del regime di Damasco su Aleppo est per chiudere la partita al più presto. «Sono convinto che riusciremo nel nostro sforzo di metter fine a Isis»: così, più tardi, Kerry, in conferenza stampa con Gentiloni, passa idealmente alla comunità internazionale il testimone del suo lavoro diplomatico di cui ha parlato nel suo lungo intervento: di fatto, un discorso di addio. 

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