I misteri infiniti delle Br

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Di Salvatore Ventruto
Quando un componente della Commissione d’inchiesta sul caso Moro gli chiede quale sia stato il motivo che nel 1972 portò le Brigate Rosse a respingere la richiesta di adesione di Valerio Morucci, a quei tempi esponente di spicco di Potere Operaio, Alberto Franceschininon lascia molto spazio alla fantasia:
“C’erano vari motivi. Il primo è che a me e altri Morucci non piaceva. Il secondo è che Morucci faceva traffico di armi tra la Svizzera e l’Italia, armi che poi distribuiva al movimento. Fu scoperto, insieme a un altro o ad altre due persone. Sta di fatto che uno o due di loro si fecero sei mesi di galera, Morucci sì e no venti giorni e uscì”.
E’ un Franceschini collaborativo quello che un paio di settimane fa si è approcciato di nuovo con i commissari, dopo l’audizione dello scorso 27 ottobre. Ancora una volta ha evidenziato  come le BR, per lui che le aveva fondate, fossero finite già nel 1976, quando il capo incontrastato era Mario Moretti. Cresciuto in una famiglia comunista, con il padre e il nonno protagonisti della Resistenza antifascista, Franceschini  ha sempre sostenuto nei suoi libri,  interviste e incontri che la militanza brigatista fosse per lui il naturale seguito della lotta partigiana. Arrestato nel 1974 a Pinerolo mentre era in macchina con Renato Curcio, altro esponente di spicco del gruppo storico brigatista, Franceschini ha rappresentato tra la fine degli anni novanta e gli inizi del nuovo secolo colui che più di ogni altro ha affrontato alcuni elementi poco chiari o del tutto sconosciuti del brigatismo italiano e del sequestro Moro.
Alberto Franceschini
Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse assieme a Renato Curcio. Viene arrestato nel 1974 a Pinerolo. In alcuni suoi libri, ad esempio “Che cosa sono le BR”, affronta e approfondisce alcuni elementi ancora oscuri sulla nascita delle BR e il sequestro Moro. Recentemente alla domanda se esistesse o meno un piano di messa in sicurezza delle Brigate Rosse ha risposto: “Mi verrebbe da dire l’Hyperion”
Il “ragazzo dell’appartamento”, ha fatto dimenticare ai commissari i mi avvalgo della facoltà di non rispondere e i non gradisco che avevano caratterizzato, qualche settimana prima, la testimonianza di Valerio Morucci, ex leader della colonna romana delle BR, protagonista dell’azione militare che portò la mattina del 16 marzo 1978 al rapimento di Moro in via Fani. Personaggio particolare Morucci, da maneggiare con estrema cura. Prima responsabile del servizio d’ordine di Potere Operaio, poi brigatista dal 1976.  Partecipò all’agguato di via Fani, ma fu, secondo le ricostruzioni ufficiali, contrario assieme ad Adriana Faranda, sua compagna, all’esecuzione di Aldo Moro, incarnando quell’ala “trattativista” che sarebbe diventata interlocutrice degli “autonomi” Lanfranco Pace e Franco Piperno nell’ambito dei ripetuti tentativi messi in atto dal Partito Socialista per salvare il Presidente della DC.
Sul suo famoso “Memoriale” di 300 pagine, poi clamorosamente sconfessato dalle ultime indagini e da più approfonditi riscontri, si è basata per anni la ricostruzione dettagliata dell’operazione militare che portò al rapimento di Moro e all’uccisione della sua scorta. Rimane ancora un mistero la telefonata che Morucci fece la mattina del 9 maggio 1978 alle ore 12.15 a Francesco Tritto, stretto collaboratore di Moro, per annunciare la morte del Presidente della DC. Ancor più alla luce di quanto è stato riscontrato dall’attuale commissione d’inchiesta e cioè che Francesco Cossiga, allora Ministro dell’Interno, ricevette già alle ore 11 la telefonata del Prefetto di Roma che annunciava la morte di Moro. Perché Morucci telefona un’ora e quindici  minuti dopo il Prefetto? Quella telefonata può essere considerata come un depistaggio che sancisce l’inizio della collaborazione di Morucci con lo Stato, al punto da far redigere a quest’ultimo un falso memoriale sull’agguato di via Fani?
Quando Morucci, dopo la morte di Moro, esce assieme alla Faranda dalle BR, decide di portarsi via  tutte le armi che aveva portato all’interno del gruppo: mitra, munizioni, pistole rinvenute il 29 maggio 1979, giorno del loro arresto, nell’appartamento di Viale Giulio Cesare, 47. In quell’appartamento viene trovato anche un elenco di 90 brigatisti e anarchici. Alla domanda del Presidente Fioroni se i due  volessero vendere l’elenco “per fare la stessa fine di Casimirri” (ultimo grande latitante dell’operazione Moro, da 30 anni in Nicaragua), Franceschini dice: “può essere,  anche se non conosco esattamente gli atti”.
Comincia nel 1982 al Foro Italico il processo per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. Nella foto, due dei maggiori imputati, Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Comincia nel 1982 al Foro Italico il processo per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. Nella foto, due dei maggiori imputati, Valerio Morucci e Adriana Faranda.
“Solo a Giovanni Senzani – continua Franceschini –  ritrovarono un elenco di nomi all’interno di un panino mentre era detenuto nel carcere di Rebibbia. Quel panino e quell’elenco furono intercettati e molti compagni furono arrestati”- aggiunge, precisando come anche Senzani,  leader del comitato rivoluzionario toscano delle BR, sia stato per lui una figura difficile da capire.  Senzani fu oggetto di un dossier da parte della Commissione Stragi presieduta negli anni ‘90 dal Senatore Giovanni Pellegrino in cui si precisava che la sua figura “potrebbe aver avuto un coinvolgimento pieno e determinante nella vicenda Moro, non solo attraverso l’organizzazione a Firenze delle riunioni del comitato esecutivo delle BR durante i 55 giorni del rapimento, ma anche svolgendo, grazie alla sua statura intellettuale e alla grande esperienza politica e giuridica, il ruolo di grande inquisitore nel corso delle controverse fasi del processo al quale venne sottoposto lo stesso Moro”.

 Giovanni Senzani. Negli anni '70 insegna all'Università di Firenze ed è consulente del Ministero della Giustizia. Contemporaneamente fa parte della direzione strategica delle Brigate Rosse. Dopo 23 anni di carcere non si è mai pentito.
Giovanni Senzani. Negli anni ’70 insegna all’Università di Firenze ed è consulente del Ministero della Giustizia. Contemporaneamente fa parte della direzione strategica delle Brigate Rosse. Dopo 23 anni di carcere non si è mai pentito.
Dopo aver confermato che “l’attenzione sulle Brigate Rosse da parte dello Stato è sin dalla nascita”, Franceschini ha parlato anche di  Corrado Simioni e del ruolo ambiguo di Hyperion, la scuola di lingue fondata a Parigi nel 1976 dallo stesso Simioni, Duccio Berio  e Vanni Mulinaris. Nel 1970 i tre si “staccarono” dal gruppo originario di Sinistra Proletaria, che poco dopo avrebbe dato vita alle Brigate Rosse,  e formarono il Superclan. Quando i commissari gli chiedono di fare un’analisi storica della figura ambigua di Simioni e della scuola parigina, capace di aprire due sedi di rappresentanza a Roma nelle settimane del sequestro Moro e rivelatasi successivamente una centrale del terrorismo internazionale infiltrata dai servizi segreti di tutto il mondo, Franceschini è come se ammettesse la “sconfitta” del gruppo storico.
“Se devo fare una riflessione onesta e sincera – dice –  è che noi abbiamo sbagliato tutto e loro hanno capito tutto. Chi andò a Parigi, chi stabilì certe relazioni, certi rapporti aveva capito una serie di cose”.
All’Hyperion e ai personaggi che le ruotavano attorno, che secondo Franceschini “operarono a livello geopolitico alto, utilizzando i residui della politica bassa”,  sono legati gran parte dei misteri ancora irrisolti della galassia brigatista. Fu il giudice istruttore del Tribunale di Venezia Carlo Mastelloni ad azzardare per primo, nel 1984, l’ipotesi che l’Hyperion avesse avuto un ruolo di mediazione nelle forniture di armi che l’Olp garantì ai brigatisti. Oggi,  dopo più di trent’anni, i rapporti tra le BR e le organizzazioni palestinesi tornano sotto la lente d’ingrandimento del caso Moro, grazie a una lettera che il 21 giugno 1978  il colonnello Stefano Giovannone scrisse da Beirut. Nella missiva, l’ex ufficiale del Sismi, di stanza in Libano, riferiva della possibile consegna, da parte delle Brigate Rosse, al leader palestinese George Habbash di una parte dei verbali degli interrogatori subiti dal Presidente DC durante la prigionia, al fine di ristabilire il rapporto di collaborazione interrotto da due anni.  Un documento, quindi, che farebbe presagirerelazioni tra le Brigate Rosse e palestinesi anche prima dell’operazione Moro, diversamente da quanto dichiarato in più occasioni da Mario Moretti.
“L’ipotesi che io mi sono sempre fatto è che certamente i cosiddetti brigatisti, morettiani o non morettiani, avevano dei rapporti con i palestinesi”.

Una foto dell'Istituto Lingue Hyperion
L’edificio che ospitava la scuola di lingue Hyperion a Parigi in Quai de la Tournelle, 27.
Franceschini torna poi sui contatti tra lui e Curcio, in carcere, e i “compagni” che pianificarono e gestirono l’operazione Moro. “Io e Renato dal 1976 in avanti siamo molto critici con quelli fuori perché secondo noi avevano abbandonato il terreno del movimento dicendo che bisognava prendere le armi. Ricordo che ciò che ci fece infuriare di più fu il ritrovamento degli interrogatori di Moro nelle carte di via Monte Nevoso perché i compagni fuori ci avevano sempre detto che lui non aveva mai detto niente, nonostante nei primi giorni avessero affermato invece che stava parlando e che tutto andava bene”. Rapporti che  secondo Franceschini si chiusero definitivamente dal giorno della scoperta del covo di via Gradoli e del depistaggio del Lago della Duchessa.  “Da lì cambia radicalmente la posizione di quelli fuori che fanno sapere a noi dentro che non potevano tirarci più fuori”, dice Franceschini.  A  dimostrazione, forse, che gli interessi estranei al movimento brigatista avevano ormai preso il sopravvento nella vicenda.

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