LE PREOCCUPAZIONI DELLA DINASTIA SAUDITA

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Di Francesco Cavalluzzo
Per comprendere l’Arabia Saudita è necessario prendere in considerazione le tre regioni fondamentali che la costituiscono: il Najd, l’Al Hasa e l’Hijaz. La regione del Najd rappresenta lo storico fulcro del potere saudita nella misura in cui è la culla del wahabismo, la corrente religiosa eterodossa su cui poggiano le fondamenta del discorso egemonico della monarchia. Il Najd, sede della capitale Riyadh, è un grande altopiano desertico che domina il cuore dello Stato ed ha una popolazione di circa 8 milioni di abitanti. Ad ovest è contenuto dall’altopiano dell’Hijaz che separa la regione del Najd dalla regione dell’Hijaz mentre ad est si disperde nella regione di Al Hasa che collega l’Arabia Saudita al Golfo Persico. La regione di Al Hasa ha una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, è il luogo in cui si concentra la percentuale maggiore della popolazione saudita sciita ed è la regione dove si trovano i principali giacimenti petroliferi. Infine l’Hijaz è la regione che si trova lungo il confine occidentale che collega l’Arabia Saudita al Mar Rosso. Ha una popolazione di circa 9 milioni di abitanti ed è la sede delle città sacre di Mecca e Medina.
In questo quadro, una sfida per la dinastia saudita è mantenere il controllo sulle regioni di frontiera e, dunque, sui confini, evitando propulsioni centrifughe che potrebbero destabilizzare la monarchia. Infatti non bisogna dimenticare che l’Arabia Saudita è dominata dal deserto, ha una estensione territoriale che ne fa il 12° Stato più grande al mondo, ma ha una popolazione di circa 32 milioni di abitanti. La popolazione non è distribuita uniformemente sul territorio, ma è concentrata principalmente intorno la capitale e lungo le coste orientali ed occidentali. Ciò fa si che il mantenimento della coesione nazionale, anche alla luce dell’assenza di vie di comunicazione naturali, come i fiumi, ha sempre rappresentato una sfida importante per la dinastia saudita. Infatti vi sono forti differenze di carattere culturale, ed anche religioso, tra il centro e le sue periferie.
Guardando ad ovest, abbiamo il cuore del soft power saudita, ovvero le città di Mecca e Medina, fulcro della regione dell’Hijaz. La protezione di tali città, culle dell’islam, consente alla dinastia saudita di conservare la sua legittimità in campo internazionale e regionale ergendosi a garante e protettore dell’Islam. L’Hijaz, destinazione di pellegrinaggi, si presenta culturalmente più cosmopolita rispetto all’austera regione centrale, culla del wahabismo e, attraverso il Mar Rosso, è proiettata più verso l’Egitto e la regione del nord Africa che verso Riyad. (D’altro canto lo stesso wahabismo considera una forma di paganesimo ogni pellegrinaggio che non abbia come destinazione la Ka’ba di Mecca). Ciò mostra la difficoltà del wahabismo di avvicinare a sé ed alla regione di Najd, heartland della monarchia saudita, il confine occidentale.
Volgendo lo sguardo verso est, abbiamo la regione di Al Hasa. Questa regione si affaccia sul Golfo Persico e guarda verso l’Iran. Il 10% della popolazione saudita è sciita e la gran parte degli sciiti si concentrano in questa regione. Al Hasa rappresenta la porta verso il Golfo Persico e apre all’Arabia Saudita le porte dell’Oceano Indiano attraverso lo stretto di Hormuz. In questa regione il problema del regime consiste nel tenere sotto controllo la popolazione sciita, evitando che le proteste destabilizzino il Paese. La preoccupazione è maggiore a causa della collocazione, in tale regione, dei principali giacimenti petroliferi sauditi. Il timore circa una destabilizzazione del confine orientale trova conferma nell’intervento militare saudita in Bahrein, che ha l’obiettivo di reprimere le rivolte popolari e garantire la sopravvivenza al potere della monarchia wahabita.
A questo mosaico bisogna aggiungere il tassello demografico. Quest’ultimo aspetto non lavora in favore della monarchia. Come detto prima, l’Arabia Saudita ha una popolazione relativamente esigua; tuttavia, se si pensa che dal 1960 al 2013 la popolazione è passata da 4 milioni a circa 29 milioni, che il tasso di crescita demografica si colloca sul 2% e che per il 2030 è prevista una popolazione totale pari a 39,1 milioni di abitanti, si capisce perché Riyadh sia particolarmente allarmata.  Si pensi inoltre che il 40% della popolazione saudita è al di sotto dei 14 anni e che un tasso analogo di giovani sauditi è disoccupato. In questo quadro, incremento della popolazione e conseguente aumento della disoccupazione giovanile rappresentano gli ingredienti principali per agitazioni sociali e rivolte. Infatti le pressioni per maggiori concessioni in termini sociali sono destinate ad aumentare, così come le richieste di aperture di carattere politico.
I timori di tali pressioni si sono amplificati in seguito all’esplosione delle primavere arabe. La dinastia saudita ha cercato di affrontare tali proteste tramite concessioni di carattere sociale, al fine di evitare che il malcontento esplodesse in vere e proprie rivolte popolari. Infatti a partire dal 2011 sono stati previsti investimenti nell’istruzione, nell’edilizia, nelle infrastrutture e dei bonus per il dipendenti pubblici. Ciò ha consentito un affievolimento delle proteste, che incanalate nei binari statali non hanno assunto una portata rivoluzionaria. Tuttavia bisogna notare che le spese in termini per lo stato sociale sono effettuate tramite un ricorso al debito, al quale successivamente si è risposto con l’imposizione di misure di austerità. Le concessioni sociali non sono state accompagnate da alcuna apertura di carattere politico; ciò non esclude che in futuro abbiano luogo nuove agitazioni popolari.
L’incremento della spesa pubblica in termini di stato sociale ha consentito di placare e riassorbire il malcontento. Tuttavia la quantità di risorse da destinare alla spesa pubblica è fortemente condizionata da un paradosso di fondo legato al rapporto tra incremento di popolazione e necessità di risorse. Infatti non bisogna dimenticare che il potere dell’Arabia Saudita non poggia sulla sua popolazione, ma sul primato mondiale del Paese nell’esportazione del greggio. Tuttavia, più aumenta la popolazione, maggiore è la quantità di greggio che viene dunque sottratta all’esportazione e destinata al consumo interno. Inoltre bisogna notare che l’Arabia Saudita destina parte degli introiti derivanti dalla vendita del greggio ad un fondo a cui attingere in caso di eventuali crisi future, legate all’oscillazione del greggio o alla chiusura di canali utilizzati per l’esportazione dello stesso. Pertanto, se vengono incrementate le spese presenti in termini di stato sociale, vengono anche sottratte risorse al fondo previsto per inattesi eventi futuri, cosicché il Paese diventa più vulnerabile.
Per affrontare tali sfide, il Paese sta cercando di ridurre la sua dipendenza dal petrolio diversificando le produzioni energetiche, puntando ad esempio sull’energia solare. Più in generale si sta cercando di procedere ad una ristrutturazione del discorso economico e del modello di sviluppo saudita per allontanarlo dalla dipendenza petrolifera e cercando di incentivare la nascita di un settore terziario e manifatturiero interno nonché agricolo (un esempio è dato dalla coltivazione del grano).
Ciò non è semplice, soprattutto per due motivi. Innanzitutto riforme di carattere economico e politico creerebbero scontento nei giovani disoccupati e in gruppi religiosi e potrebbero dar luogo a movimenti di protesta. In secondo luogo, cosa ancora più importante, l’Arabia Saudita si è sviluppata come uno Stato rentier puntando unicamente sul petrolio. In questo quadro il settore petrolifero ha assorbito la totalità della manodopera  ostacolando lo sviluppo di altri settori come quello agricolo e manifatturiero. Pertanto abbandonare tale modello richiede investimenti che vadano ad incidere sulla struttura del Paese stesso. Tali investimenti potrebbero richiedere un incremento della pressione fiscale e l’introduzione di nuove misure di austerità pericolose per la pace sociale.
In conclusione, i problemi della dinastia saudita sono legati alla sua storia. L’Arabia Saudita è nata sulle macerie dell’Impero ottomano nel quadro di un disegno britannico e in seguito ad un processo di conquista che ha consentito alla dinastia regnante di prendere il potere su gran parte della Penisola Arabica. Il Paese si configura come un complesso di “oasi nel deserto” isolate le une dalle altre, la qual cosa ha impedito la nascita di uno Stato nazionale. Conseguenza di tutto ciò è il costante timore della casa saudita di perdere il controllo sulle regioni periferiche e, di conseguenza, la propria legittimazione al potere.
Il discorso nazionale saudita poggia le sue fondamenta, internamente, sul mantenimento di una pace sociale che possa garantire stabilità e benessere. Tuttavia questa si presenta come la constante sfida che la dinastia saudita è chiamata ad affrontare, soprattutto oggi. La pace sociale, e dunque la stabilità e il benessere, è subordinata alle fluttuazioni del petrolio. Si sta cercando di superare tale dipendenza, ma, come si è visto, numerose sono le sfide da affrontare, soprattutto in termini di trasformazioni strutturali del sistema statale.
Un’altra sfida principale è collegata all’incremento della popolazione ed, in particolare, all’elevato tasso di giovani disoccupati che potrebbero chiedere trasformazioni di carattere politico e culturale. Da ciò la necessità di assorbire questa nuova manodopera inquadrandola nel discorso egemonico saudita.
Affrontare tali sfide richiede una revisione strutturale del sistema saudita, che dipende dal petrolio fin dalla sua nascita. La preoccupazione principale della casa saudita è conservare il proprio potere, garantendo tuttavia l’avvio di una fase di transizione che possa affrontare le sfide legate all’incremento demografico ed al malcontento interno. La principale difficoltà consiste nel destreggiarsi tra gli interessi degli sceicchi milionari e le nuove generazioni che si affacciano sulla scena politica. La casa saudita oscilla tra conservazione ed innovazione, in quanto vorrebbe conservare il potere innovando il sistema statale. Solo un’adeguata combinazione di questi due aspetti potrebbe contribuire ad allontanare gli spettri di una destituzione.

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