L'INSTABILITÀ DEL PD INFETTA IL GOVERNO



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Di Alessandro De Angelis
Alla fine, le tensioni del Pd si scaricano sul governo. E, al tempo stesso, vengono sapientemente alimentate in un clima da "così non si va avanti", che rivela quanto l'ex premier coltivi ancora l'idea, una volta incassato il plebiscito del 30 aprile, di andare dritti al voto. Nel tardo pomeriggio il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini e il presidente Matteo Orfini varcano il portone di palazzo Chigi, per consegnare la propria insofferenza a Gentiloni. E ottengono una dichiarazione che certifica lo stato di tensione in cui è precipitata la maggioranza . Fonti di palazzi Chigi fanno sapere alle agenzie che Gentiloni "condivide le preoccupazioni" e assicura "impegno per contribuire al rafforzamento della coesione della maggioranza". Dunque certifica che la maggioranza non è coesa e se ne fa carico. Frasi, se non da pre-crisi, che rivelano come la giornata fatto emergere un dato nuovo. Le tensioni create dal Pd diventano fattore di instabilità politica.
E poiché le parole hanno un senso, va sottolineato come siano state usate parole inusuali rispetto a quel che è accaduto. Sentite il mite Lorenzo Guerini, il "Forlani" del renzismo: "Credo che quanto accaduto in Senato sia molto grave dal punto di vista politico. È molto grave, un tradimento della corretta modalità di stare insieme, siamo preoccupati". È solo l'inizio, di una escalation, culminata, appunto, nella richiesta di un incontro, al più presto, al premier Gentiloni e addirittura al capo dello Stato Sergio Mattarella. "Al Senato - dice il presidente dem Matteo Orfini - si è creata una grave ferita alla maggioranza, un grave vulnus, vediamo se è possibile curarla e come. È un fatto politico importante".
Tradimento, vulnus, ferita forse inguaribile. Che cosa è accaduto di così drammatico al Senato da giustificare toni quasi da crisi di governo? Al Senato è accaduto che è stato eletto il mite avvocato catanese Salvatore Torrisi, alla presidenza della commissione Affari costituzionali, ovvero della commissione che si occuperà della legge elettorale, cioè dell'unico ostacolo tra Renzi e il ritorno al voto. Non proprio un affare di Stato e neanche un affare da crisi di governo, visto che il gruppo di appartenenza del mite Torrisi è Ap, Alternativa Popolare, partito di maggioranza, che esprime diversi ministri. Detta così, non si capisce tanta rabbia e l'accusa grossa, il "tradimento".
La verità è che è accaduta una cosa molto semplice e, al tempo stesso, molto indicativa dei tempi. Il voto su Torrisi è stato un voto contro questo clima da ritorno di Rambo, ove Rambo sarebbe Matteo Renzi: la sua vittoria al congresso, con meno iscritti della volta scorsa, sbandierata in modo trionfalistico, le tensioni sottotraccia col governo (vai alla voce: Padoan e manovrina), il tentativo di forzare per tornare presto alle urne.
Ecco, la storia rivela questo non detto. La volontà, mai sopita, dell'ex premier di tornare presto alle urne. Che alimenta una reazione parlamentare. E la storia non a caso si rivela a questo punto, perché la presidenza della commissione c'entra molto con il principale ostacolo tra il desiderio e la sua realizzazione, ovvero la legge elettorale. Il Pd prima aveva fatto trapelare per la commissione il nome di Franco Mirabelli, poi di Roberto Cociancich, da ultimo ha candidato Giorgio Pagliari. Formalmente ineccepibile, perché il partito di maggioranza relativa ha tutto il diritto di indicare un presidente di commissione. Il problema è che, poiché tutti a palazzo Madama hanno fatto i militari a Cuneo, si è capito che la mission affidata al presidente del Pd era di aiutare Renzi nella forzatura per andare al voto: si approva il Mattarellum alla Camera, la commissione al Senato lo fa passare senza perdere tempo, va in Aula e "prendere o lasciare", così si vota, sia in caso sia nell'altro. Rambo 2, la Vendetta, appunto.
La reazione è che il candidato di Matteo Renzi, Pagliari, ha preso in Commissione 11 voti, ovvero 8 del Pd, un paio delle autonomie più Manuela Repetti. Mentre Salvatore Torrisi 16, ovvero tutti altri, da Forza Italia ad Articolo 1, compresi i Cinque Stelle e Sinistra Italiana. Ed è un candidato che è stato eletto in nome di un percorso, sulla legge elettorale, corretto, senza forzature e rispettoso del Parlamento più che dei desideri del Capo del Pd. Sornione Gaetano Quagliariello in Transatlantico commentava con un collega: "Abbiamo rivinto noi dell'accozzaglia...". Con un elemento che sa di beffa per gli strateghi renziani dell'operazione. Salvatore Torrisi, fino alla settimana scorsa era il candidato di Angelino Alfano prima, "scaricato" poi dal ministro degli Esteri che sta tentando di ottenere dal Pd garanzie sulle soglie, tranne poi "ricaricarlo" il minuto dopo l'elezione, con lodi pubbliche del suo partito e private. Dunque la beffa è che un presidente, comunque espressione di un partito di maggioranza, è eletto da tutti tranne il Pd, che ormai è percepito, con qualche ragione, come il Pdr, il partito di Renzi.
Le beffe provocano reazioni. Ecco una raffica di dichiarazioni contro Articolo 1 che ha votato con Berlusconi, contro "le larghe intese per il proporzionale". In poche ore l'episodio viene caricato del significato di un incidente, per la serie "c'è un problema politico in maggioranza". Sottotesto: così si va a votare presto, anzi prestissimo. Anche Angelino Alfano, come prova di fedeltà a Renzi chiede al suo Torrisi un passo indietro, la rinuncia all'incarico, per riportare indietro le lancette dell'orologio. Passo indietro che non arriva, anzi arriva il sostegno a Torrisi della maggioranza del gruppo di Alternativa Popolare.
Dichiarazioni come raffiche di una pistola scarica, perché è evidente che non ci sono i presupposti per una crisi di governo che si manifesta quando il governo perde pezzi di maggioranza, non se viene eletto alla presidenza della commissione uno di un partito alleato. Però non è tutto come prima. E non a caso l'ex premier passa il pomeriggio a telefonare ai suoi, invitandoli a drammatizzare. E non è un caso che Lorenzo Guerini parli di "legge elettorale a rischio". Al voto al voto, è la parola d'ordine della war room renziana, con la legge che c'è, al primo Incidente parlamentare utile, perché questo Parlamento non è in grado di fare nulla, perché la maggioranza è ferita e "così non si va avanti". Una linea che oggi si è scaricata sul governo ma è destinata nelle prossime settimane, su questi presupposti, a far emergere un altro grande non detto con Quirinale, che vuole una "omogeneizzazione" della legge elettorale prima di sciogliere.

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