Iran, la vittoria di Rohani è una rivoluzione, altro che conferma

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Sarebbe un errore liquidare come un evento poco rilevante, quasi scontato, la vittoria del presidente uscente Hassan Rohani alle elezioni presidenziali dello scorso 19 maggio in Iran. Se infatti è vero da un lato che tutti i presidenti iraniani finora sono stati riconfermati per un secondo mandato e che, proprio perché si tratta di un “bis”, non sono attesi particolari cambi di rotta nella politica del Paese, dall’altro sia la vittoria elettorale sia il contesto internazionale presentano alcune caratteristiche che potrebbero rendere il prossimo quadriennio presidenziale iraniano un passaggio storico per la Repubblica Islamica.
La vittoria innanzitutto. Rohani ha vinto e ha vinto bene. Ha preso più voti che alle scorse elezioni ed è stato sospinto da un grande entusiasmo popolare. La situazione non potrebbe essere più diversa da quella successiva alla riconferma per il secondo mandato dello scorso presidente, il conservatore Mahmud Ahmadinejad, la cui contestata vittoria scatenò le proteste di massa de l’Onda Verde. “La società civile iraniana ha dato grande prova di vitalità e di pragmatismo. Per dare a Rohani un mandato forte sono andati a votare anche molti elettori che tradizionalmente disertavano le urne”, spiega Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e istituzioni dei Paesi islamici ed esperto di Iran.
“Questo mandato di Rohani potrebbe essere molto importante, e diverso dal precedente. Non solo la spinta popolare che ha ricevuto il presidente – che comunque è un moderato pragmatico, non un riformista – lo rafforza rispetto agli altri poteri interni alla Repubblica Islamica, ma i toni incandescenti del finale della campagna elettorale è probabile che abbiano ripercussioni nei prossimi quattro anni”, prosegue Pejman.
L’ala più fondamentalista del clero sciita e delle guardie rivoluzionarie, i Pasdaran, che sostenevano il candidato conservatore Ebrahim Raisi – uno dei responsabili dell’eccidio delle migliaia di oppositori in carcere nel 1988 – saranno in una posizione più debole che nel passato. E anche se le redini del “vero” potere restano in mano alla Guida Suprema e loro sostenitore, l’Ayatollah Khamenei, vista la sua età avanzata non si può escludere la possibilità che la partita della successione si debba giocare nei prossimi quattro anni durante una presidenza “forte” di Rohani.
“Una parte dei Pasdaran già sostiene Rohani e potrebbe diventare sempre più consistente”, dice ancora Pejman. “Nella sua riconferma hanno infatti pesato non solo le speranze per un futuro migliore, ma anche la gestione degli ultimi quattro anni del potere”. Un periodo che ha come proprio fiore all’occhiello l’accordo sul nucleare mediato durante la presidenza Obama, e che pare sia destinato a reggere anche a quella di Trump, ma non solo. In questi anni la qualità della vita degli iraniani è migliorata e l’Iran è tornato con prepotenza al centro della partita geopolitica in Medio Oriente: la sfida egemonica con l’Arabia Saudita, che fomenta la faida tra sunniti e sciiti interna al mondo islamico. Un attivismo militare quello dell’Iran, oltre che diplomatico, in Siria, Libano, Iraq, Yemen, Bahrein e via dicendo, che il “moderato” Rohani non ha certo ostacolato, anzi.
“La politica estera a livello regionale resterà la medesima anche nei prossimi anni”, conferma Pejman. “Credo si registreranno invece ulteriori e nuove apertura da un punto di vista economico, e forse non solo, nei confronti dell’Occidente. Penso infatti che i rapporti con gli Usa di Trump siano destinati ad avere un futuro diverso da quello che si è fin qui descritto, complici anche i toni della campagna elettorale del presidente Usa”.

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