Macron all’Eliseo, ora la prova dei fatti.Obiettivi: flessibilità e asse con Berlino

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Macron all’Eliseo. E adesso? L’agenda del presidente tra lavoro, Europa e sicurezza. Obiettivi: flessibilità e asse con Berlino


FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/08/macron-alleliseo-e-adesso-lagenda-del-presidente-tra-lavoro-europa-e-sicurezza-obiettivi-flessibilita-e-asse-con-berlino/3568475/

Un detto arabo che i francesi amano citare dice: “Non abbassare mai le braccia, rischi di farlo due secondi prima che succeda il miracolo”. Ora che il miracolo Emmanuel Macron l’ha fatto, lui il capo di Stato più giovane dai tempi di Luigi Napoleonelui pupillo del sistema che si è mangiato i suoi stessi padri, non può ancora abbassare le braccia rivolte al cielo. Inizia oggi la sua corsa contro il tempo per dimostrare che faceva sul serio. La lista dei progetti sul tavolo è ai limiti del possibile: formazione di un governo credibile e di rottura al tempo stesso; ricerca di una maggioranza in Parlamento; riforma del lavoro rafforzando il Jobs act alla francese e sfidando i sindacati; debutto a Bruxelles carico di aspettative con, come alleata, la solita Germania; gestione della sicurezza nel Paese tra paure e minacce effettive. E ultimo, ma non ultimo, mantenere alta l’illusione che le cose miglioreranno in un modo o nell’altro, magari continuando ad alimentare la retorica del “non c’è altra scelta”. Il suo staff lo ripete da giorni: “Dobbiamo agire in fretta, farlo subito e farlo prima che se ne accorgano i cittadini”. Lui, quasi annoiato, replica che “non vede l’ora che si parli di altro che non sia il duello con Marine Le Pen”. Detto e accontentato. L’ex ministro dell’Economia ed ex banchiere, nonostante il racconto da copertina sul suo essere alternativo al sistema, conosce bene le stanze del potere e sa che tutto si gioca nei primi mesi. E’ arrivato al potere sull’onda dell’entusiasmo di un mondo che finalmente ha visto qualcosa e qualcuno capace di opporsi al populismo, ora deve farlo durare. “E’ stata fortuna”, dicono i suoi detrattori a destra e sinistra. Di fortuna ne ha avuta molta e il vero talento è l’averla saputa sfruttare. Ora Macron ha tutto da perdere e poco da vincere. O si può dire con una frase di Napoleone (questa volta quello vero) che nello staff dell’ex ministro amano riportare: “Vincere non è niente, bisogna saper sfruttare il successo”.

L’impresa: scegliere politici, ma di rottura. E sperare nella maggioranza
Il primo ostacolo si chiama primo ministro. La scelta di chi guiderà il prossimo esecutivo è molto più che simbolica: serve un volto politico, ma di rottura. Di nomi se ne sono fatti tanti: ad esempio il ministro della difesa uscente Jean-Yves Le Drian, oppure la repubblicana Nathalie Kosciusko-Morizet. L’alleato centrista François Bayrou sarebbe a suo modo perfetto, ma incarna l’immagine della vecchia politica. Tra i papabili anche il segretario generale di En Marche! Richard Ferrand o addirittura il rottamatore socialista in Provenza Christophe Castaner. Qualcuno ha parlato della ex presidente degli industriali Laurence Parisot, ma dal gioco si è tirata fuori lei da sola. La vera preoccupazione per Macron però si gioca alle legislative del giugno prossimo: nelle urne per scegliere i deputati dell’Assemblea nazionale lui ha bisogno di ottenere una maggioranza stabile per evitare il peggior nemico di ogni presidente, ovvero la coabitazione. Per evitarla dovrà organizzare le candidature con un occhio attento sulla grande corsa al carro del vincitore. Stando agli ultimi sondaggi pubblicati da Les Echos, potrebbe arrivare ad ottenere quasi 280 seggi sfiorando la maggioranza assoluta. A quel punto le strade sono due: o cercare una coalizione con un’altra forza (e l’ex primo ministro Manuel Valls sogna di essere quella forza con un gruppo di deputati indipendenti) o andare avanti creando alleanze di volta in volta sui temi. Macron ha fatto una scelta, arrogante per molti, strategica per altri: tra il primo e il secondo turno non ha fatto concessioni a nessuno in cambio di voti. E’ una decisione che, almeno a livello teorico, gli dà forza e legittima il programma.
Riforma del Lavoro: “Agire in fretta e prima che se ne accorgano i sindacati”
La vera sfida, quella su cui si gioca tutto Macron, è la riforma del lavoro. Lui è stato uno dei registi del Jobs act in salsa francese, la famosa loi El Khomry tanto contestata, ma anche il firmatario della loi Macron sulle liberalizzazioni quando era ministro dell’Economia sotto il governo Valls. Ora la sua priorità è intervenire per superare, cioè rafforzare, la legge sul lavoro. La prima decisione che farà discutere è che userà i decreti: “Deve agire prima che i sindacati abbiano tempo di intervenire e prima che se ne accorgano i cittadini”, spiega a ilfattoquotidiano.it Laurence Parisot, ex presidente degli Industriali (Medef) e tra le principali collaboratrici di Macron. “Ci sarà una riduzione dei diritti? No, io direi che si ridurranno dei vantaggi che però potrebbero essere compensati con un aumento dell’offerta di lavoro e la riduzione della disoccupazione”. Le sue parole chiave sono liberalizzazione e semplificazione. Per questo vuole innanzitutto intervenire sulle indennità che vengono date dai tribunali dei lavoratori (prud’hommes) a chi viene licenziato abusivamente: secondo Macron servono dei limiti perché gli imprenditori evitano di assumere per paura poi, in caso di cessazione del contratto, di dover pagare cifre elevate. Propone inoltre di modificare la settimana lavorativa di 35 ore e di derogare a un accordo tra lavoratori e aziende per quanto riguarda la paga degli straordinari. Tra le idee c’è anche quella di permettere ai dipendenti di chiedere referendum sul posto di lavoro senza passare dai sindacati, che sarebbero così ridimensionati. Infine vuole introdurre il “diritto all’errore”, ovvero la possibilità di non essere sanzionati al primo richiamo dell’amministrazione se ci sono delle irregolarità nelle pratiche di imprenditori, agricoltori o dipendenti. In agenda ci sono poi anche altri due interventi: la riforma dell’assicurazione per i disoccupati e la riforma dei periodi di formazione per chi perde il lavoro. In entrambi i casi si tratta di rendere più severe le condizioni di accesso, ma cercando di estendere la platea che può beneficiare degli aiuti.

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