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Russiagate, Trump: “Credo a Putin, nessuna interferenza nelle elezioni”. Poi si corregge: “Credo anche alla Cia”

Russiagate, Trump: “Credo a Putin, nessuna interferenza nelle elezioni”. Poi si corregge: “Credo anche alla Cia”
Prima la manifestazione di fiducia nella buona fede di Vladimir Putin, che “ogni volta che mi vede mi dice che non si è immischiato” nelle presidenziali Usa e “credo davvero che quando me lo dice lo pensi davvero”. Poi, di fronte alle critiche degli 007 statunitensi, una mezza marcia indietro: “Credo molto nelle nostre agenzie di intelligence“. Convinte che le interferenze russe nel voto dello scorso anno ci siano state eccome. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in visita ufficiale in Asia, scivola sul Russiagate suscitando nuove polemiche in patria.
Dopo il nulla di fatto per un incontro bilaterale, sabato i leader di Stati Uniti e Russia avevano avuto brevi scambi di battute a margine del vertice Apec e quando gli è stato chiesto dai giornalisti se avessero parlato anche del Russiagate, l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato: “Credo che Putin sia convinto che né lui né la Russia abbiano interferito nelle elezioni. Penso che si senta offeso da queste accuse. E questo non è buono per il nostro Paese. Non posso stare lì a discutere con lui, devo discutere di Siria e Ucraina”. Parole che hanno suscitato l’immediata reazione del direttore della Cia, Mike Pompeo, che in un comunicato ha ribadito la posizione dell’intelligence americana, secondo cui Mosca interferì nella campagna elettorale

RUSSIAGATE, 'verità inquietante' o mera "teoria del complotto" ? Forse la verità sta nel mezzo

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Di Salvatore Santoru

La scoperta dei legami economici tra il segretario al commercio del governo Trump  Wilbur Ross e il genero di Putin rientra nelle notizie relative al cosiddetto 'Russiagate', lo scandalo delle presunte interferenze russe che vi sarebbero state nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e che sarebbero state decisive per la vittoria di Trump(1).

PER APPROFONDIRE-ARTICOLO SU BLASTING NEWS SUL TEMA

Indubbiamente tale notizia sarà utilizzata da un punto di vista politico e i sostenitori dell'esistenza del Russiagate la indicheranno come un'altra prova della 'cospirazione russa', mentre i negatori del Russiagate sosteranno che sia una sorta di 'macchina del fango'.

Ma probabilmente la verità sta nel mezzo ed è vero che ci sono state interferenze russe e vi sono stati e/o vi sono legami tra esponenti del governo Trump e quello di Putin, ma è anche probabile che tale scandalo non sia di portata così eccezionale come è stato descritto varie volte.

NOTA:

(1) http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/11/paradise-papers-scoperti-affari-tra-il-ministro-di-trump-e-il-genero-di-putin-002147337.html

Russiagate, Manafort e l’ex socio si consegnano all’Fbi


Di Paolo Mastrolilli

Paul Manafort, ex manager della campagna presidenziale di Donald Trump, si è consegnato alle 8,15 di stamattina all’Fbi. Insieme al suo collaboratore Rick Gates, è accusato di 12 potenziali reati, che includono frode fiscale, riciclaggio e cospirazione contro gli Stati Uniti. E’ il primo colpo dell’inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller sulle collusioni tra la campagna di Trump e la Russia, per deragliare la candidatura di Hillary Clinton. La reazione iniziale della Casa Bianca è che i capi di accusa non riguardano il presidente, o le attività elettorali in maniera specifica, ma il timore è che questo sia solo l’inizio di un’offensiva legale capace di travolgere l’amministrazione. 

È stato calcolato che circa 126 milioni di americani, cioè un terzo della popolazione, ha ricevuto su Facebook contenuti “sostenuti” dalla Russia, durante la campagna elettorale. Si tratta della metà dei potenziali elettori: è quanto emerge dalla testimonianza depositata da Facebook presso la commissione Giudiziaria del Senato di cui Nbc ha preso visione. 

Manafort era stato assunto da Trump nel marzo dell’anno scorso, come consigliere per la gestione della Convention, quando sembrava che la sua nomination sarebbe stata contestata. A giugno però Paul era diventato il manager della campagna, prendendo il posto di Corey Lewandowski. Alla fine di agosto, il consigliere di origini italiane era stato costretto alle dimissioni, quando si scoprì che aveva ricevuto diversi milioni di dollari per il lavoro compiuto a favore di politici ucraini legati alla Russia. Il suo posto era stato preso da Steve Bannon. 

Mueller lo ha incriminato con un documento di 31 pagine, che contiene 12 capi d’accusa. I più gravi riguardano la frode fiscale, il riciclaggio, e la cospirazione per danneggiare gli Stati Uniti, la falsa testimonianza. I suoi comportamenti illegali avrebbero riguardato in particolare i soldi ricevuti dall’Ucraina e transitati su conti bancari a Cipro, mai denunciati, e sarebbero continuati fino al 2017, cioè anche nel corso della campagna presidenziale. Rick Gates, stretto collaboratore di Manafort anche all’epoca delle elezioni, è accusato degli stessi reati. 

La prima reazione della Casa Bianca è che i crimini contestati non riguardano Trump, e non anno a che fare con la presunta collusione con la Russia durante la campagna presidenziale. Quindi se Manafort finirà in prigione, la cosa riguarderà solo lui e i suoi comportamenti personali, tenuti prima delle elezioni. Donald avrebbe solo commesso l’errore di fidarsi del consigliere sbagliato. Non è un bella notizia per la sua immagine, ma non si tratta di un reato, o della prova di aver cospirato con Mosca. 


RUSSIAGATE, secondo il New York Times il dossier anti-Trump non è stato fatto dallo staff della Clinton ma dalla testata filorepubblicana e antiTrump Washington Free Beacon

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Di Salvatore Santoru

Nuove ipotesi sullo scandalo del cosiddetto "Russiagate".
Recentemente nel New York Times si era sostenuto che il dossier anti-Trump era stato almeno parzialmente redatto dallo staff di Hillary Clinton(1).

Ora dallo stesso Nyt,come riportato dal "Sole 24 Ore"(3), arrivano smentite di ciò e si sostiene che dietro la fabbricazione del dossier contro l'attuale presidente USA vi sia la testata online "Washington Free Beacon"(4), una testata molto nota della destra repubblicana anti-Trump e che fa capo all'imprenditore miliardario Paul Singer(5), uno dei più attivi finanziatori del Partito Repubblicano.

NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/10/russiagate-la-clinton-finanzio-il.html

(2)https://www.nytimes.com/2017/10/27/us/politics/trump-dossier-paul-singer.html

(3)http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-10-28/russiagate-attesi-arresti-il-nyt-dossier-anti-trump-fatto-ultra-conservatori-104238.shtml?uuid=AElbj7yC&refresh_ce=1

(4)http://freebeacon.com/

(5)https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Singer

Russiagate, possibili mandati d'arresto già da lunedì

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Di Andrea Riva

Sono giorni di grande caos negli Stati Uniti. Da una parte la famiglia Clinton viene investita da un nuovo scandalo sulla vendita di uranio alla Russia, dall'altra, già dal prossimo lunedì potrebbero scattare i primi arresti nell'ambito delle indagini sul Russiagate, ovvero sulle interferenze di Mosca nelle presidenziali Usa.

Il procuratore speciale Robert Mueller non sta insomma perdendo tempo e le prime teste potranno cadere nelle prossime 48 ore. I nomi delle persone indagate e la natura delle ipotesi di reato restano per il momento riservati, su ordine di un giudice federale.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.ilgiornale.it/news/mondo/russiagate-possibili-mandati-darresto-gi-luned-1457383.html

RUSSIAGATE, la Clinton finanziò il dossier anti Trump: lo rivela il New York Times

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Di Salvatore Santoru

Lo staff di Hillary Clinton e del Partito Democratico USA pagarono per poter realizzare una parte del dossier incentrato sui presunti legami esistenti tra il presidente Donald Trump e la Russia, il cosiddetto "Russiagate"(1).
E' quanto rivela il "New York Times"(2)che,come riportato da "Lettera 43" cita un portavoce di uno studio legale che nel 2016 assunse alcuni 'investigatori privati' per la raccolta di informazioni per conto della Clinton.

NOTE:

(1)http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2017/10/25/russiagate-hillary-clinton-finanzio-dossier-anti-trump/214993/

(2)https://www.nytimes.com/2017/10/24/us/politics/clinton-dnc-russia-dossier.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=0

Il Russiagate dei Clinton e di Obama

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Di Federico Punzi *
Almeno ad oggi tutti gli sforzi profusi da giganti mediatici come New York TimesWashington Post e Cnn, dal procuratore speciale Mueller, con le sue centinaia di collaboratori e fondi praticamente illimitati, e soprattutto le attività di sorveglianza disposte dall’amministrazione Obama prima e dopo il voto non hanno prodotto lo straccio di una prova sul Russiagate, sulla presunta collusione della campagna Trump con la Russia per truccare le elezioni presidenziali. Ma non vi preoccupate: c’è un altro Russiagate, con qualche elemento di concretezza in più, che sta emergendo, pur essendo stato insabbiato durante la campagna per le presidenziali, e di cui probabilmente il pubblico italiano non ha mai nemmeno sentito parlare. Un Russiagate che coinvolge direttamente i Clinton e l’amministrazione Obama.
Questa l’accusa: quando era segretario di Stato Hillary Clinton usò la sua carica per aiutare la Russia ad acquisire il controllo di un quinto delle riserve americane di uranio in cambio di milioni di dollari versati alla Clinton Foundation, la fondazione di famiglia. Boom! L’accusa è di quelle pesanti e coinvolge anche l’amministrazione Obama. Non è nuovissima. Fu il New York Times a parlarne per la prima volta nell’aprile del 2015, anticipando di pochi giorni l’uscita del libro di Peter Schweizer “Clinton Cash”, da cui attinse ampiamente. Poi, sulla vicenda calò il silenzio per tutta la durata della campagna per le presidenziali e anche dopo l’8 novembre 2016. Di pochi giorni fa le nuove rivelazioni di The Hill, non certo un “house organ” trumpiano… E il caso è finalmente arrivato all’attenzione della Commissione Giustizia del Senato Usa.
I fatti. Nel 2013, il colosso statale russo per l’energia atomica, la Rosatom, acquisisce il controllo della compagnia canadese Uranium One e, tramite essa, di un quinto delle riserve minerarie di uranio negli Stati Uniti per un valore di decine di miliardi di dollari. Ovviamente, essendo l’uranio un bene strategico, con evidenti implicazioni per la sicurezza nazionale, l’acquisizione ha avuto bisogno del via libera di una commissione governativa (la Commissione per gli investimenti esteri negli Stati Uniti), di cui fanno parte diverse agenzie Usa e naturalmente il Dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton, e quello della Giustizia.
E guarda caso, proprio mentre i russi assumevano progressivamente, in tre diverse transazioni dal 2009 al 2013, il controllo di Uranium One, milioni di dollari (145 milioni, ha calcolato Newsweek) affluivano nelle casse della Clinton Foundation dai conti personali degli uomini che erano alla guida o importanti investitori di quella stessa compagnia canadese. Inoltre, nel giugno 2010, poco dopo l’annuncio da parte russa di voler acquisire una quota di maggioranza della compagnia, e poco prima che venisse concessa l’autorizzazione governativa (ottobre 2010), l’ex presidente Bill Clinton incassava in un solo giorno mezzo milione di dollari da una banca d’affari russa legata al Cremlino, la Renaissance Capital, forte sostenitrice di Rosatom, per un discorso pronunciato a Mosca.
Secondo le nuove rivelazioni di The Hill, ad aprile l’avvocato personale di Bill aveva interrogato il Dipartimento di Stato su un possibile conflitto di interessi chiedendo di fatto il permesso a tenere il discorso, e ottenendolo due giorni dopo. Ma soprattutto, circa un mese prima del suo viaggio in Russia l’ex presidente chiese al Dipartimento di Stato (guidato dalla moglie) il permesso a incontrare, tra gli altri, un alto dirigente di Rosatom – che proprio in quel periodo aveva bisogno del via libera dell’amministrazione Obama all’acquisizione di Uranium One e, tramite essa, di un quinto dell’uranio made in Usa. Si tratta di Arkady Dvorkovich, uno dei principali consiglieri dell’allora presidente russo Medvedev e dei più alti funzionari governativi nel board di Rosatom. Dvorkovich era solo uno dei 15 uomini d’affari russi in una lista dei possibili incontri di Bill Clinton durante la sua visita a Mosca. Lista contenuta in una email che uno dei suoi consiglieri della Clinton Foundation aveva spedito ai consiglieri senior della moglie chiedendo appunto il parere del Dipartimento di Stato. Alla fine pare che non vi fu alcun incontro, secondo quanto sostengono oggi i consiglieri di entrambi i Clinton. Ma Bill Clinton incontrò direttamente Vladimir Putin, allora primo ministro, nella sua residenza privata.
Le donazioni ai Clinton hanno giocato un qualche ruolo nel via libera della Commissione per gli investimenti esteri all’operazione Rosatom-Uranium One?
Ovviamente sarebbe un gravissimo crimine se Hillary Clinton avesse usato la propria carica pubblica (e che carica!) per favorire un governo straniero, quasi nemico, in cambio di denaro. Nella migliore delle ipotesi però siamo di fronte a un gigantesco conflitto di interessi. E in ogni caso si tratta di uno scandalo politico, che coinvolge non solo i Clinton ma anche l’amministrazione Obama. E che tocca quanto di più sensibile nelle prerogative di un governo: la sicurezza nazionale.
Stiamo parlando dell’autorizzazione a trasferire il controllo di un quinto delle capacità minerarie americane di uranio alla Russia, una potenza ostile, essendo Rosatom l’azienda di Stato russa per l’energia nucleare. Ma c’è di più o, per meglio dire, di peggio. Nei mesi del 2010 in cui stava per autorizzare l’operazione, l’amministrazione Obama era a conoscenza che la controllata americana di Rosatom, la Tenam, nella persona del suo direttore generale Vadim Mikerin, era coinvolta in una “lucrativa organizzazione di racket” (reati quali corruzione, estorsione, frode, riciclaggio), al preciso scopo di accrescere il business nucleare russo all’interno degli Stati Uniti, il tutto “con il consenso di funzionari di massimo livello” in Russia.
Grazie a un lobbista divenuto informatore, riporta The Hill, l’Fbi aveva raccolto prove sostanziali ed era stata in grado di comprendere e monitorare l’organizzazione criminale fin dall’inizio, dal 2009, ben prima della decisione della commissione governativa sull’acquisizione di Uranium One. Dal maggio 2010 poteva già provare lo schema e tre diverse estorsioni da parte di Mikerin. Ma soprattutto, sempre secondo The Hill, l’informatore aveva appreso da alcune conversazioni con lo stesso Mikerin e con altri che era in corso un tentativo da parte di funzionari dell’industria nucleare russa di ingraziarsi i Clinton. Secondo una testimonianza supportata da documenti citata da The Hill, questi funzionari avevano fatto arrivare milioni di dollari negli Stati Uniti destinati alla Clinton Foundation durante il periodo in cui Hillary Clinton era segretario di Stato e, dunque, sedeva anche nella commissione che di lì a poco avrebbe assunto una decisione così favorevole a Mosca.
Tuttavia, anziché avviare un procedimento penale già nel 2010, il Dipartimento di Giustizia continuò a indagare per quasi altri quattro anni, di fatto nascondendo al pubblico americano e al Congresso (nonché alla Commissione per gli investimenti esteri) ciò di cui era già a conoscenza, ovvero un piano corruttivo russo nel settore nucleare perpetrato su territorio americano proprio nel periodo in cui l’amministrazione Obama doveva prendere una decisione chiave per le ambizioni nucleari di Putin. È evidente che una tale rivelazione avrebbe fatto saltare l’operazione Rosatom-Uranium One. Ma è interessante dare uno sguardo ai nomi coinvolti. All’epoca dei fatti l’Attorney General, il ministro della giustizia, era Eric Holder, fedelissimo di Obama. Il capo dell’Fbi era Robert Mueller, oggi “special prosecutor” sul Russiagate, i presunti legami tra la campagna Trump e i russi. Nel 2013, a inchiesta ancora in corso, gli subentrò James Comey. Uno dei procuratori ad avere a che fare con il caso Mikerin fu Rod Rosenstein, che oggi da vice Attorney General, dopo che Sessions è stato costretto a ricusarsi, si occupa del Russiagate e ha deciso la nomina di Mueller a procuratore speciale.
Qualcuno potrebbe maliziosamente osservare che proprio coloro che allora giocarono un ruolo nel coprire, o quanto meno nell’impedire che emergessero le attività illecite russe nel settore nucleare americano connesse all’accordo per Uranium One, sono gli stessi che oggi stanno affannosamente cercando prove in grado di dimostrare la “connection” Trump-Cremlino.
Ma è importante anche ricordare il contesto politico internazionale all’epoca dei fatti. Nel 2009, nonostante l’occupazione russa di Abcasia e Ossezia del Sud e l’invasione della Georgia l’anno prima, il presidente Obama e il segretario di Stato Hillary Clinton ribadivano la volontà della nuova amministrazione di “resettare” le relazioni con Mosca. Di questo reset nelle relazioni tra i due Paesi sarebbe stata centrale una rinnovata cooperazione proprio nel campo dell’energia nucleare.
Dunque, a prescindere dal ruolo delle donazioni alla Fondazione Clinton, l’amministrazione Obama sembra aver deciso di chiudere un occhio, o meglio entrambi gli occhi sulle malefatte russe, e di approvare l’acquisizione di Uranium One per non compromettere il tentativo di reset, poi miseramente fallito, in cui sia Obama che la Clinton avevano investito così tanto capitale politico. Allo stesso modo in cui pur di non compromettere l’accordo sul nucleare iraniano, il presidente Obama avrebbe qualche anno dopo chiuso entrambi gli occhi davanti alle attività destabilizzanti di Teheran in Iraq e in Siria e sul programma di missili balistici, di fatto legittimandolo.
Solo nell’estate del 2014 il racket dei russi nel settore nucleare americano fu fermato e Mikerin arrestato insieme ai suoi complici. Qualche mese prima, nel marzo del 2014, la Russia aveva annesso la Crimea e Putin aveva avviato operazioni militari coperte a sostegno dei separatisti filorussi nelle regioni orientali dell’Ucraina. Insomma, la politica del reset era definitivamente fallita. Ma il caso Mikerin doveva essere comunque insabbiato. Il successo di un’indagine come questa – su un esteso e continuato racket da parte di agenti di una potenza straniera, addirittura la Russia, in un settore sensibile come il nucleare – viene di solito celebrato in pompa magna da Fbi e Dipartimento di Giustizia. Eppure, nel caso Mikerin tutto si concluse in sordina. Poche parole al momento degli arresti. Patteggiamento annunciato alla vigilia della festa del lavoro. La sentenza sotto Natale.
Inoltre, l’informatore – il lobbista che aveva denunciato all’Fbi il racket russo nel 2009 – avrebbe voluto raccontare al Congresso ciò che sapeva, ovvero ciò che Fbi e Dipartimento di Giustizia avrebbero potuto provare già nel 2010, prima che la Commissione per gli investimenti esteri approvasse l’acquisizione di Uranium One da parte di Rosatom, e ciò che aveva appreso degli sforzi russi per ingraziarsi i Clinton. Ma non gli fu permesso di parlare. L’Fbi lo aveva indotto a firmare un accordo di riservatezza e minacciato di perseguirlo.
Sarebbe stato uno scandalo enorme per l’amministrazione Obama, e un brutto colpo alle ambizioni presidenziali di Hillary Clinton, se proprio durante le aggressioni russe del 2014, o anche durante la campagna del 2016, l’attenzione dell’opinione pubblica fosse stata attirata sulla decisione del Dipartimento di Giustizia di non portare in tribunale, nei quattro anni precedenti, un caso di sicurezza nazionale che avrebbe impedito l’acquisizione da parte russa di importanti asset nucleari americani.
* Giornalista di Radio Radicale

Russiagate, Twitter sospende più di 200 account: utilizzati per manipolare le elezioni americane

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Di Matteo Acitelli

Tra i social network utilizzati nel corso delle elezioni presidenziali Usa per favorire la vittoria dell'attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump la Russia avrebbe utilizzato anche Twitter. Se fino ad oggi l'attenzione era tutta focalizzata sul social network di proprietà di Mark Zuckerberg, oggi giungono nuove informazioni che evidenziano che anche il social network di micro blogging Twitter è stato "vittima" dei russi per manipolare le elezioni americane.

Nel dettaglio, come spiegato dettagliatamente da Colin Crowell, vicepresidente dell’azienda e responsabile per le relazioni istituzionali, nel corso del 2016 il canale tv e web multilingue Russia Today, legato al Cremlino, ha speso 274.000 dollari per promuovere 1.823 tweet "che miravano in modo certo o probabile il mercato americano". Come evidenziato dallo stesso Crowell: "L’azienda sostiene di rispettare profondamente l’integrità del processo elettorale, pietra miliare di tutte le democrazie", e spiega: "Continueremo a rafforzare la piattaforma contro i tentativi di manipolazione. Al momento Twitter sta dialogando con le commissioni del Congresso sulle interferenze della Russia. Continueremo a collaborare con gli investigatori".

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://tech.fanpage.it/russiagate-twitter-sospende-piu-di-200-account-utilizzati-per-manipolare-le-elezioni-americane/

Il video di Morgan Freeman contro contro le sospette interferenze della Russia negli USA

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Di Salvatore Santoru

Il 18 settembre 2017 su Youtube è stato pubblicato un video in cui Morgan Freeman sostiene che la Russia stia interferendo negli affari interni degli USA e chiede al presidente Donald Trump di rendere noto ciò e di salvare la democrazia(1).

Il video è stato realizzato da un'organizzazione no profit vicino alla sinistra,Committee to Investigate Russia(2), organizzazione creata dal regista Robert Rainer e dedita all'investigazione sul Russiagate.

Nel video, Freeman sostiene che:

«Siamo stati attaccati, siamo in guerra», e in seguito invita ad immaginarsi una "storia da film di spionaggio" che vede protagonista il presidente russo Vladimir Putin.



NOTE:

(1)http://www.ilpost.it/flashes/morgan-freemna-video-russia/

(2)https://investigaterussia.org/

PER APPROFONDIRE: ARTICOLO SU BLASTING NEWS,

http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/09/morgan-freeman-attacca-la-russia-ha-dichiarato-guerra-agli-usa-002034405.html

Hollywood contro Cremlino, la “guerra” corre nel web

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Left
«Siamo in guerra. Siamo stati attaccati». Da una spia del Kgb e quella spia è Vladimir Putin. Hollywood contro Cremlino: la battaglia la dichiara Morgan Freeman. È stato il famoso attore americano a dare fuoco alle polveri per la nascita del Cir, Comitee to investigate Russia, il comitato che investigherà il Russiagate, ovvero l’influenza russa nelle elezioni americane del 2016.
«Immaginate questa sceneggiatura: un’ex spia del Kgb, arrabbiata per il collasso della sua patria, sfrutta il caos per salire ai vertici più alti del potere e diventa presidente. Fonda un regime autoritario, poi si concentra sul suo nemico giurato, gli Stati Uniti. E proprio come l’ex spia che è, usa segretamente la guerra cybernetica per attaccare le società democratiche. E vince. Quella spia è Vladimir Putin. Abbiamo bisogno che il nostro presidente ci dica la verità. Il mondo libero conta su di noi. Lo dobbiamo a tutti quelli che hanno combattuto per questa grande nazione».

La Russia è in guerra con noi, dice Freeman. Il fuoco di risposta del Cremlino non si fa attendere: per Peskov, portavoce presidenziale, l’attore è «in sovraccarico emotivo». Per il canale tv Rossia 24 Freeman «fa uso di marjuana». Per la tv 5 di Pietroburgo l’attore«“per diffondere cliches antirussi ha perso milioni di fan». Il canale RT parla di isteria armata.
Due indagini – una del Congresso, una della Nsa, sicurezza nazionale americana – vanno avanti per determinare se «l’intervento russo durante le elezioni americane del 2016» ha determinato la vittoria di Donald Trump.
 Per il momento evidenze lampanti mancano, prove schiaccianti sono assenti e non hanno permesso agli inquirenti di procedere. Procede invecel’inchiesta della stampa americana contro il presidente Trump, che sta seguendo le impronte digitali russe sul web. Sono le tracce lasciate nella rete da circa 470 account finti, di “fake americans”, americani finti, con indirizzi ip tutti in cirillico. Questi account hanno speso 100mila dollari su Facebook per pubblicizzare post, articoli, materiale compromettente su Hillary Clinton nel 2016. Nonostante l’azienda di Cupertino si sia rifiutata finora di rendere pubbliche queste informazioni, proprio ieri dalla legge americana è stata costretta a cederle.

MORGAN FREEMAN: "Gli USA sono in guerra con la Russia, Trump ci deve dire la verità". Il Cremlino: "E' un'esaltato"


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Di Salvatore Santoru

Recentemente l'attore e regista statunitense Morgan Freeman ha sostenuto che gli USA sono in guerra con la Russia.
Freeman ha sostenuto che il caso del Russiagate è la prova di un'attacco russo agli States e che Trump deve "parlare direttamente con i cittadini e dire la verità"(1).

Dura reazione del Cremlino, che ha definito Freeman "esaltato".

NOTA:

(1)http://www.askanews.it/esteri/2017/09/20/morgan-freeman-dichiara-guerra-alla-russia-cremlino-un-esaltato-pn_20170920_00072/

La Russia gestiva profili Facebook fasulli per interferire nelle presidenziali Usa?

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Di Emanuele Rossi
C’era una rete di pagine e profili fasulli per interferire indirettamente nelle elezioni presidenziali USA del 2016 mossa dalla Russia su Facebook? I dati: c’erano 470 account Facebook fasulli che hanno speso (tra giugno 2015 e maggio 2017) circa 100mila dollari per promuovere 3mila post pubblicitari con un solo obiettivo: interferire nelle elezioni presidenziali americane del novembre 2016. Ne ha parlato apertamente il responsabile della sicurezza del social network, Alex Stamos, in un post scritto sulla newsroom del sito.
INFO-OPS E RUSSIAGATE
Stamos fa il punto sul secondo ciclo di revisione e analisi delle pubblicità usate durante la corsa elettorale statunitense (un libro bianco sulle InfoOps via Facebook era stato già reso pubblico ad aprile) e dice che “questi profili e pagine erano collegati tra loro e probabilmente gestiti fuori dalla Russia”; attività di trolling clandestinamente ordinate dal Cremlino non sono una novità. Il post di Stamos è uscito mercoledì come forma di trasparenza nei confronti degli utenti, dopo che – scrive il New York Times – parte dello staff di sicurezza del social network era stato interrogato in questi giorni dalle Commissioni congressuali che indagano l’interferenza russa nelle presidenziali nell’ambito della maxi-inchiesta “Russiagate”.
LE PUBBLICITÀ
I messaggi pubblicitari non contenevano inviti a sostenere o votare un candidato piuttosto che un altro, ma molti cercavano di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sugli argomenti che il candidato repubblicano Donald Trump batteva più come propri nella campagna: un esempio, il contrasto all’immigrazione. Stamos ha scritto di aver “condiviso i nostri risultati con le autorità americane che indagano su questi problemi e continueremo a lavorare con loro se necessario”, e dunque ha anche passato materiale allo special consuel Robert Mueller, messo a capo dell’indagine che il dipartimento di Giustizia sta conducendo parallelamente alle commissioni di Camera e Senato (questo aspetto era uscito poco prima sulla Reuters).

FAKE NEWS! TRE SUPER-CRONISTI DELLA CNN SI DIMETTONO DOPO CHE IL NETWORK HA CANCELLATO E RITRATTATO IL LORO ARTICOLO SUL RUSSIAGATE

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Da www.rainews.it

Duro colpo per la Cnn: tre suoi giornalisti di punta si sono dimessi per un articolo pubblicato sul sito e poi ritrattato la scorsa settimana su presunti legami con il Cremlino di Anthony Scaramucci, membro italo-americano del team di transizione dell'amministrazione Trump. Si tratta dell'autore del servizio Thomas Frank (già candidato al premio Pulitzer), di Eric Lichtblau (ex New York Times e Pulitzer nel 2006) e di Lex Haris, a capo del nuovo team investigativo dell'emittente di Atlanta.   
Un capitolo umiliante per la Cnn, accusata costantemente dal presidente Trump di diffondere "fake news" contro la sua presidenza. Il pezzo incriminato citava una fonte anonima secondo cui la commissione Intelligence del Senato stava indagando sui rapporti di Scaramucci con un fondo di investimento russo legato a una banca controllata dal Cremlino.

Il pezzo pare non fosse stato controllato dallo staff legale e dal team di fact-checking dell'emittente prima della pubblicazione, aggirando quindi le procedure standard per la verifica dei fatti. In seguito dell'episodio, la Cnn avrebbe reso ancora più severi i controlli sulle notizie, soprattutto quelle legate al Russiagate.    

Secondo una fonte citata dal sito Polico, Scaramucci, avrebbe chiamato sia uno dei giornalisti che il capo della sede di Washington della Cnn, ipotizzando la possibilità di una querela se il lavoro non fosse stato ritrattato. Cosa che è poi accaduta venerdì, con le scuse del network televisivo.      
L'italoamericano Scaramucci, intanto, incassa la vittoria e con un tweet accetta le scuse della televisione: "Cnn ha fatto la cosa giusta. Scuse accettate. Tutti commettono errori. Andiamo avanti".       

Anthony Scaramucci, 53enne esperto di finanza di origini umbre, è un fidato consigliere del presidente Trump che lo aveva voluto nel team incaricato del passaggio di consegne con la presidenza Obama. Premiato quest'anno dalla National Italian American Foundation, Scaramucci è stato fondatore di SkyBridge Capital e co-conduttore di Wall Street Week in onda su Fox Business Network.

RUSSIAGATE,TRUMP: 'SONO INDAGATO,CONTRO DI ME CACCIA ALLE STREGHE'

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Di Salvatore Santoru

Il presidente statunitense Donald J Trump ha sostenuto di essere sotto indagine per via del Russiagate e di essere sottoposto a una "caccia alle streghe".

Trump ha twittato,come riportato da "La Stampa"(1): "Sono indagato per aver licenziato il direttore dell’Fbi, da parte dell’uomo che mi ha detto di licenziare il direttore dell’Fbi! Caccia alle streghe".

NOTA:

(1)http://www.lastampa.it/2017/06/16/esteri/russiagate-trump-io-indagato-da-chi-mi-ha-detto-di-licenziare-il-capo-dell-fbi-mymKJCB0mJrbjdQUqJMBTN/pagina.html

Russiagate, Trump attacca Comey: “Uno spione, dice bugie ma mi ha discolpato”


Russiagate, Trump: “L’ex direttore dell’Fbi è una gola profonda”


Donald Trump si dice completamente «discolpato» dalla testimonianza dell’ex direttore dell’Fbi e manifesta entusiasmo per l’ammissione di James Comey di aver passato alcune informazioni ai giornalisti. «Malgrado così tante dichiarazioni false e bugie, totale e completa discolpa... e wow, Comey è un leaker!», ha twittato il presidente americano, usando il termine inglese per chi passa notizie riservate alla stampa. In Italia lo chiameremmo «gola profonda», proprio rifacendoci al nickname scelto dall’informatore di Woodward e Bernstein all’epoca del Watergate.  

Despite so many false statements and lies, total and complete vindication...and WOW, Comey is a leaker!


Quello di oggi, postato alle sei del mattino ora locale, è il primo tweet di Trump sulla testimonianza di Comey ieri in Senato. Trump sembra riferirsi al fatto che l’ex direttore dell’Fbi ha detto di averlo informato che non era indagato direttamente nel Russiagate. Inoltre Comey ha detto di aver passato ad un amico giornalista documentazioni sul contenuto dei suoi colloqui con Trump per premere a favore della nomina di un procuratore speciale sul Russiagate.  

RUSSIAGATE,COMEY ACCUSA TRUMP: 'HA MENTITO SU DI ME E SULL'FBI'

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Di Salvatore Santoru

Nuove polemiche intorno al caso del Russiagate(1).
Questa volta l'ex direttore dell'FBI James Comey ha attaccato Trump sostenendo che il presidente statunitense ha mentito su di lui e sull'FBI(2).




Lo stesso Comey si era dimesso proprio per volere di Trump.

NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/search/label/Russiagate?&max-results=7

(2)http://www.ilgiornale.it/news/politica/russiagate-lultimo-affondo-comey-trump-ha-mentito-1407241.html

“Russiagate, Farage persona informata dei fatti nell’indagine dell’Fbi”: ma lui smentisce

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Di Paolo Mastrolilli

Nigel Farage, ex leader del partito euroscettico britannico Ukip e fra i principali sostenitori della Brexit, è considerato “persona informata dei fatti” nell’ambito dell’indagine dell’Fbi sul cosiddetto Russiagate, cioè sui presunti legami fra il Cremlino e lo staff dell’attuale presidente Usa Donald Trump nella campagna elettorale per le presidenziali Usa del 2016.  





È quanto sostiene il Guardian in un’esclusiva, citando fonti a conoscenza dell’indagine, secondo cui Farage è “persona di interesse” per i suoi rapporti con soggetti legati sia alla campagna di Trump, sia al fondatore di Wikileaks Julian Assange, al quale Farage ha fatto visita a marzo.  

L’anno scorso Wikileaks pubblicò una serie di e-mail hackerate che danneggiarono la campagna di Hillary Clinton ed è sospettato di avere collaborato con la Russia tramite terze parti, stando a una recente testimonianza in Congresso dell’ex direttore della Cia John Brennan. 

Le fonti precisano al Guardian che Farage non è accusato di reati e non è un sospettato né un obiettivo dell’indagine Usa, ma il fatto di essere persona di interesse significa che gli inquirenti ritengono che potrebbe avere informazioni sulle questioni oggetto di indagine. «Se si fa una triangolazione fra Russia, Wikileaks, Assange e collaboratori di Trump, la persona che viene fuori più volte è Farage», spiega una fonte al Guardian. 

Ma Farage smentisce di avere contatti con la Russia. «Non ci credo e non ho legami», ha detto al Daily Mail, aggiungendo: «Non sono mai stato in Russia. Non ho mai avuto rapporti d’affari con la Russia». Secca duqnue la replica: «Assurdità isteriche».

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.lastampa.it/2017/06/01/esteri/russiagate-farage-persona-informata-dei-fatti-nellambito-dellindagine-dellfbi-WWBBtBOPk9x8OjnukGnO4M/pagina.html

Russiagate, nuovi sospetti su Kushner: per l’Fbi avrebbe informazioni rilevanti

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Di Francesco Semprini

I sospetti stanno prendendo la forma delle prove. Il personaggio misterioso che si celerebbe dietro la regia del Russiagate, quello considerato «molto vicino» al presidente Donald Trump, quello che avrebbe ordito la trama della «connection» pericolosa tra Mosca e Washington, sarebbe proprio Jared Kushner.



Ovvero il genero dell’attuale inquilino della Casa Bianca, nonché marito della primogenita Trump, consigliera particolare del 45 esimo presidente degli Stati Uniti. Il suo nome era circolato nei giorni scorsi come quello del sospettato numero uno, o «persona di interesse», nella vicenda delle presunte interferenze russe sulle elezioni americane. Nella serata di giovedì è stata la Nbc a confermare la sua identità citando fonti ufficiali. Ennesimo colpo di scena in una vicenda tanto intricata e fosca quanto possibile fonte di problemi per l’attuale inquilino della Casa Bianca, nei confronti del quale qualcuno invoca la messa in stato di accusa, ovvero l’«impeachment». E che lo coglie proprio mentre è impegnato a ricercare tra i partner internazionali quella credibilità che stenta a incassare in patria.
Proprio intorno a Kushner si starebbe infatti stringendo il cerchio delle indagini dell’Fbi che da mesi investiga sulla vicenda, inchiesta che non è al momento di natura penale. Gli inquirenti ritengono che Kushner abbia informazioni rilevanti per l’inchiesta, ma ciò non vuol dire che è sospettato di nessuna tipologia di crimine. Fonti informate sottolineano inoltre che il ruolo del marito di Ivanka è collocato in una categoria diversa rispetto a Paul Manafort e Mike Flynn, entrambi coinvolti nelle indagini. Secondo il New York Times, l’intelligence Usa venne a sapere la scorsa estate che dirigenti russi studiavano il modo di influenzare Trump attraverso Paul Manafort, all’epoca presidente della campagna elettorale, e Michael Flynn, all’epoca consigliere di Politica estera e poi consigliere per la Sicurezza nazionale, costretto alle dimissioni nell’ambito del Russiagate. Il generale, stretto collaboratore del presidente e uomo chiave dello scandalo sulle presunte interferenze di Mosca nelle elezioni Usa, è pronto a invocare il Quinto emendamento della Costituzione a tutela della sua posizione. La Commissione Intelligence del Senato si appresta così ad emettere due nuovi mandati chiedendo all’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn di consegnare documenti relativi ai suoi contatti con rappresentanti russi.  

Nello specifico l’interesse dell’Fbi è rivolto ad alcuni contatti che Kushner avrebbe avuto in dicembre con l’ambasciatore russo negli Usa, Sergey Kysliak, ma anche con un banchiere di Mosca. Uno degli avvocati del genero di Trump, Jamie Gorelick, ha sottolineato che il suo cliente «si era già offerto volontariamente di riferire al Congresso tutte le informazioni in suo possesso sugli incontri in questione». Sembra intanto che sia stata fissata al 1 giugno l’audizione dell’ex direttore del Bureau James Comey, licenziato dal presidente americano perché ritenuto inadeguato a gestire l’inchiesta. Secondo Comey la motivazione del siluramento è il suo diniego alle sollecitazione di Trump a chiudere quanto prima l’indagine su Flynn. L’ex capo del Bureau era stato invitato a testimoniare al Congresso nelle scorse ore, l’udienza è stata poi rinviata in quanto lui stesso ha ritenuto opportuno dover sentire prima il procuratore speciale, Robert Mueller. che il dipartimento di Giustizia ha nominato per prendere il timone dell’inchiesta sul Russiagate. Intanto il presidente della commissione vigilanza della Camera (dove è in corso un altro filone dell’inchiesta sui contatti con i russi), il repubblicano Jason Chaffetz, ha chiesto all’Fbi di produrre documenti circa i contatti tra lo stesso Comey, la Casa Bianca e il dipartimento di Giustizia, compreso il materiale che va indietro nel tempo sino al 2013 e quindi all’amministrazione Obama. 

Russiagate, indagato alto funzionario Usa: "È Jared Kushner, il genero di Trump"

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Di Giovanni Neve

Gli inquirenti avrebbero individuato un alto funzionario della Casa Bianca come "persona di interesse" nell'indagine dell'Fbi sul Russiagate.
La notizia bomba del Washington Post ha scatenato una ridda di voci sul fatto che si tratti di Jared Kushner, genero e consigliere del presidente Donald Trump. L'indiscrezione è rimbalzata sui social media ma nessuna autorevole testata giornalistica l'ha confermata.
L'Indipendent ha rilanciato il post di una reporter del New York Magazine, Yashar Ali. "È Jared Kushner - ha twittato il giornalista - mi è stato confermato da quattro persone. Non sto speculando". Il Washington Post si è limitato a ricordare come ad avere contatti con il Cremlino siano stati, oltre a Kushner, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il ministro della Giustizia, Jeff Sessions. Solo "uno di questi tre lavora alla Casa Bianca", ha dunque osservato, sempre su Twitter, l'analista legale della Nbc, Ari Melber, deducendo che si tratti di Kushner. Se è il genero di Trump ad essere indagato, ha osservato lo stratega democratico Zac Petkanas, "diventa una questione enorme" il fatto che abbia suggerito al presidente di licenziare il capo dell'Fbi, James Comey, che guidava l'indagine sul Russiagate. Il mese scorso il New York Times aveva riportato le preoccupazioni del capo stratega della Casa Bianca, Steve Bannon, sul fatto che Kushner potesse essere indagato.
Comey ha accettato di testimoniare sul "suo ruolo nello sviluppo della valutazione della comunità dell'intelligence sulle interferenze della Russia nelle elezioni del 2016", in una riunione aperta, di fronte alla Commissione intelligence del Senato. Il presidente della Commissione, Richard Burr, ha spiegato che la data della audizione è ancora da definire, ma ha auspicato aperrtamente che questa testimonianza possa chiarire agli americani "gli eventi recenti riportati con largo spazio sui media". La prossima riunione della Commissione è stata fissata il 29 maggio. Comey aveva declinato l'invito a testimoniare di fronte alla Commissione giustizia del Senato che gli aveva chiesto di partecipare a una audizione dedicata alle circostanze del suo allontanamento dall'incarico da parte di Trump e dei suoi rapporti con i funzionari delle amministrazioni Trump e Clinton in relazione alle inchieste sul Russiagate e sul Mailgate in cui invece era coinvolta Hillary Clinton.

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