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Mistero sulla morte di "el Mimo" trovata impiccata. Ipotesi omicidio: "Torturata e uccisa"


Di Giorgio Catania

Daniela Carrasco, 36 anni, artista di strada nota come “El Mimo”, è stata trovata impiccata, in uno dei quartieri periferici di Santiago del Cile. Ne dà notizia CNN Chile. La donna aveva preso parte alle proteste contro il carovita, che da più di un mese  stanno infiammando il Cile. Il corpo è stato ritrovato domenica 20 Ottobre e la perizia è stata consegnata ai genitori nella giornata di mercoledì 20 Novembre. Sui canali social, secondo il giornale Elpatagonico, iniziano a circolare versioni secondo cui l’ultima volta, prima di essere ritrovata morta, la donna era detenuta dai carabineros. 

LA MIMO, todos me duelen, pero a ella no me la puedo sacar d la mente.

Daniela Carrasco, artista callejera chilena. La última vez que se la vio con vida era detenida por los carabineros. Luego de eso la encontraron muerta, ahorcada, colgada de una reja de un parque

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Inizialmente l’ipotesi del suicidio era la più accreditata ma successivamente si è cominciato a pensare ad una morte “simbolica”, in seguito a torture e violenze sessuali, che servisse come monito per le donne cilene che stanno continuando ad invadere le strade in segno di protesta contro il governo.
Il collettivo femminista Ni Una menos sostiene quest’ultima ipotesi e, attraverso un post sui social, ha affermato che “Daniela è stata violentata, torturata, nuovamente violentata fino al punto di toglierle la vita”. Ad avvalorare questa tesi, la rete di attrici cilene che denuncia che Daniela ”è stata rapita dalle forze militari nei giorni della protesta il 19 ottobre”. 
Tuttavia, stando  ai rapporti del medico legale ed alle dichiarazioni della Procura, la morte sarebbe dovuta a “soffocamento” per impiccagione e sarebbero stati escluse lesioni fisiche attribuibili a violenze sessuali. Al momento, il National Institute of Human Rights (NHRI) non ha ricevuto un reclamo formale per questo caso, che è ancora sotto indagine della Procura. 
Nel frattempo, il presidente cileno Sebastian Piñera ha recentemente ammesso gli errori e gli abusi commessi dalla polizia nella gestione dell’ordine pubblico.“C’è stato un eccessivo uso della forza, ci sono stati abusi e i diritti di tutti non sono stati rispettati”- ha dichiarato il presidente durante una conferenza stampa al palazzo presidenziale, assicurando che “la violenza e gli abusi non resteranno impuniti”e che garantirà la necessaria assistenza affinché “le procure e i tribunali possano indagare e fare giustizia”. 
Cosa sta succedendo in Cile - Dal 14 Ottobre il Cile è avvolto in una violenta spirale di proteste. Inizialmente l’ondata di malcontento popolare ha avuto come bersaglio i costi eccessivamente elevati di farmaci, assicurazioni sanitarie, bollette della luce e quelli del sistema educativo, che nel corso degli anni hanno condannato migliaia di famiglie all’indebitamento. Di recente, l’ultimo incremento del prezzo del biglietto della metropolitana, che dunque si somma ad un generale aumento del costo della vita, ha costituito la classica goccia che fa traboccare il vaso, spingendo migliaia di studenti e di comuni cittadini a scendere in piazza in segno di protesta, da Santiago de Chile alle città minori.
Nemmeno la recente promessa del presidente Piñera di garantire (ad Aprile 2020) lo svolgimento di un referendum per la redazione di una nuova Costituzione ha potuto sedare l’ondata di proteste. Fino ad oggi, gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno causato 22 morti e oltre 2000 feriti.

Roma, 14 imprenditori e funzionari pubblici agli arresti per corruzione. Tra le gare pilotate anche quelle per lavori negli uffici giudiziari


Di Vincenzo Bisbiglia

Soldi, lavori gratis nelle proprie abitazioni, prezzi scontati per l’acquisto di appartamenti, sponsorizzazioni per cambiare ufficio e far assumere familiari. Persino tartufi e smartphone in regalo. Tutto in cambio di affidamenti diretti che avrebbero dovuto essere a rotazione, ma in realtà finivano sempre agli stessi imprenditori. Che hanno così potuto effettuare lavori di ristrutturazione in uffici pubblici, persino dentro la Corte d’Appello di Roma e negli uffici della Procura in piazzale Clodio.

Con queste accuse la Guardia di finanza ha arrestato 14 persone, quattro delle quali in carcere, e notificato 6 obblighi di presentazione all’autorità giudiziaria nei confronti di imprenditori e dipendenti pubblici che lavorano al Provveditorato interregionale delle Opere pubbliche, il Provveditorato dell’Amministrazione penitenziaria, l’Ater della Provincia di Roma, l’Istituto centrale per la formazione del personale della Giustizia minorile e l’Ufficio per i Servizi tecnico-giuridici del ministro dell’Interno. Tra gli imprenditori colpiti dalle misure cautelari c’è anche Franco De Angelis, nel 2015 coinvolto nell’operazione Vitruvio sull’interporto di Civitavecchia.

“Se abbiamo i telefoni sotto controllo, ci arrestano tutti”, dicevano gli indagati. E in effetti così era. Secondo il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che ha coordinato l’inchiesta, gli imprenditori e i funzionari pubblici avevano ideato uno schema per aggirare la mancata applicazione della rotazione degli affidamenti: i lavori erano formalmente assegnati a diverse società, ma in realtà ad eseguirli era sempre lo stesso imprenditore. Tra i lavori assegnati in maniera illecita – stando alla ricostruzione dell’accusa – ci sono stati anche il completamento dell’impianto di climatizzazione e dell’antincendio della Corte d’Appello di Roma, in viale Giulio Cesare, e alcuni lavori edili negli uffici proprio della Procura di Roma.

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/21/roma-14-imprenditori-e-funzionari-pubblici-agli-arresti-per-corruzione-tra-le-gare-pilotate-anche-quelle-per-lavori-negli-uffici-giudiziari/5573438/

Cucchi, Giovanardi insiste: “Non devo alcuna scusa, aspettiamo la Cassazione”


Di Antonio Palma

Neanche di fronte alla condanna a dodici anni di reclusione per la morte di Stefano Cucchi, inflitta dal tribunale ai due carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro, Carlo Giovanardi intende fare un passo indietro sue affermazioni sul caso della morte del geometra romano. Dopo la sentenza, infatti, l'ex parlamentare del Pdl, interpellato, ha assicurato che non ha nessuna intenzione di chiedere scusa alla famiglia Cucchi come pure avevano chiesto i parenti del 31enne in aula subito dopo la lettura del verdetto. Secondo Giovanardi, la sentenza del processo resta ambigua e comunque si dovrà attendere i tre gradi di giudizio prima di mettere la parola fine al caso Cucchi. "La verità giudiziaria per la nostra Costituzione si afferma con sentenza passato in giudicato" ha spiegato l'ex senatore all'Adnkronos.

"Davanti alle due sentenze di oggi che dicono l'una il rovescio dell'altra, nel senso che una riconosce la responsabilità dei medici per le mancate cure e l'altra che addebita la colpa ai carabinieri per la morte di Stefano, vedremo nel processo dei processi cosa emergerà con il verdetto definitivo" ha poi argomentato Giovanardi. Il riferimento e al processo e alla sentenza emessa poco prima  nello stesso giorno a carico dei medici dell'ospedale Pertini di Roma dove Stefano Cucchi era stato ricoverato dopo le percosse subite in caserma. Un verdetto che ha visto la prescrizione dei reati per quattro medici e l'assoluzione per un altro dottore.

Per quanto riguarda le scuse alla famiglia di Stefano Cucchi, Giovanardi infine ha ribadito: "Chiedere scusa per cosa? La famiglia Cucchi mi ha querelato e ha avuto torto da parte del gip di Roma che ha archiviato dicendo che Giovanardi ha sempre detto la verità, ha fatto riferimento ad atti giudiziari, ha sempre usato un linguaggio temperato, moderato, senza mai offendere nessuno… scuse quindi per cosa?".

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.fanpage.it/attualita/cucchi-giovanardi-insiste-non-devo-alcuna-scusa-aspettiamo-la-cassazione/

Caso Cucchi, Di Maio attacca Salvini: «Si scusi». E Bugani: «I picchiatori infangano la divisa»


Di Alessandro Parodi

Un Luigi Di Maio contro tutti in diretta Facebook dalla sua pagina personale. Anche se il colpo più duro lo riserva a Matteo Salvini.
Argomentando sulla sentenza di condanna di due carabinieri per la morte di Stefano Cucchi, il ministro degli Esteri è andato all’attacco dell’ex vicepremier leghista per le sue parole di ieri: «Salvini, non puoi dire che la sentenza su Cucchi dimostra che la droga fa male. Cosa significa? Che se uno sbaglia nella vita deve essere pestato a morte? Credo che sarebbe meglio porgere le scuse».
Secondo il capo politico del M5S, però, sempre in merito al caso Cucchi, «nessuno» deve provare «a criminalizzare i carabinieri: questa sentenza dimostra che lo Stato è in grado di processare se stesso ed espellere chi sbaglia».
A stretto giro, le parole del capo politico del Movimento 5 Stelle sono riprese nella sostanza anche leader dei grillini in Emilia Romagna (consigliere comunale a Bologna e capo staff di Virginia Raggi), Massimo Bugani: «La droga fa male è vero ma è evidente che fa molto più male incontrare picchiatori che infangano la divisa che portano e che danneggiano i loro colleghi bravi e coscienziosi. La droga fa male vero ma fa molto più male vedere che ci sono politici e personaggi che con frasi prive di senso finiscono per giustificare la violenza».

Contro Italia Viva sul carcere ai grandi evasori

Nel mirino di Di Maio anche Italia Viva, rea di aver presentato «un emendamento per togliere il carcere per i grandi evasori». Il ministro si augura che «sia solo una provocazione», perché, per il M5S «è un punto fondamentale del programma». Proprio quest’oggi il Movimento 5 Stelle, con un post sul Blog delle Stelle, aveva ribadito la sua posizione sul tema, «veri nemici di artigiani, commercianti, negozianti, professionisti italiani».
Nel post sul blog si leggeva ancora: «Abbiamo visto che i contribuenti con cartelle sopra i 500.000 mila euro producono il 67,9% dell’evasione accertata e che se contiamo gli evasori a partire dai 100.000 euro l’evaso accertato arriva addirittura all’83% del totale. Ma chi sono e come si comportano i grandi evasori italiani? Ricordiamo qui qualche caso celebre, o famigerato».

Le tensioni su Ilva

A proposito della vicenda ArcelorMittal il leader pentastellato torna sul tema dello scudo penale: «Non c’entra nulla lo scudo, c’entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo». Per Di Maio il M5S non può accettare «che dall’oggi al domani se ne vanno, non posso accettare la campagna stampa contro i 5 Stelle sullo scudo. Quando un imprenditore si impegna su un progetto, se gli vanno male le cose, lo Stato non lo salva, il problema è suo».
Ma il capo politico si toglie qualche sassolino dalla scarpa anche nei confronti degli avversari interni. «Il Movimento non diventerà mai un partito», dice senza mezzi termini. E chi vuole che si trasformi «non ha che da scegliere uno dei tanti partiti che ci sono, ne nasce uno ogni giorno, oggi quello di Calenda». Per Di Maio «è con gli attivisti che dobbiamo rilanciare», il M5S e non «nei palazzi, dove si parla un politichese insopportabile».

Sentenza Cucchi, sollievo della famiglia: “Ci sono voluti 10 anni, Stefano ora riposa in pace”


Di Antonio Palma

"Ci sono voluti 10 anni e dieci anni sono tanti ma ora Stefano può riposare in pace", cosi la famiglia di Stefano Cucchi ha commentato a caldo la sentenza di condanna a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale a carico dei due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro appena emessa dal Tribunale di Roma. "Un po' di sollievo dopo 10 anni di lotte, dolori estenuanti e processi non veri" ha dichiarato Rita Calore, la mamma di Stefano. "Non volevamo un colpevole, volevamo i colpevoli e finalmente dopo 10 anni li abbiamo. Questa sentenza parla chiaro a tutti", ha aggiunto il papà di Stefano, Giovanni Cucchi. "Stefano è stato ucciso, lo sapevamo, forse adesso potrà riposare in pace e i miei genitori vivere più sereni. Questa sentenza ci è costata tanti ani difficili ma la promessa fatta a Stefano l'abbiamo mantenuta" ha dichiarato invece Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano che sin dall'inizio è stata in prima linea  nel raccontare del pestaggio mortale al fratello.

Tutta la famiglia ha ringraziato anche i tanti che in questi anni hanno lottato con loro per la verità sul caso di Stefano Cucchi. "Grazie al lavoro di tutti, dal procuratore Pignatone a tutti gli uomini e donne per bene in divisa  che hanno lottato per noi per la verità" ha dichiarato Ilaria cucchi, riservando un pensiero anche per il carabiniere Casamassima che per primo  ha gettato luce sul depistaggio in atto sul caso Cucchi. "Questo è il primo grado, ci aspetta appello e cassazione  ma come sempre andremo avanti" hanno spiegato invece i genitori di Stefano

"Siamo soddisfatti, l'unica critica è per l'assoluzione del Maresciallo Mandolini che per noni è corresponsabile quanto i due che hanno perpetrato  il pestaggio" ha dichiarato invece il legale della famiglia Cucchi, assicurando che anche senza le dichiarazioni di Tedesco, anche lui assolto per l'omicidio, si sarebbe arrivati alla stessa sentenza. "Siamo soddisfatti ed emozionati per quello che è entrato in aula che era giù conoscenza comune da anni e cioè che Stefano è stato picchiato ed è morto per il pestaggio" ha aggiunto l'avvocato spiegando che la sentenza è importante anche per il processo sui depistaggi perché porta una verità concreta in aula.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/sentenza-cucchi-sollievo-della-famiglia-ci-sono-voluti-10-anni-stefano-ora-riposa-in-pace/

Perché il MOSE non è stato alzato per proteggere Venezia dall’acqua alta


Di Davide Falcioni

Non funziona ancora, nonostante una gestazione lunga quasi 40 anni, né si sa se mai funzionerà correttamente. Il MOSE, acronimo che sta per Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è una barriera fra la laguna di Venezia e il Mar Adriatico che avrebbe dovuto evitare gli allagamenti ma che non è stato ancora completato, tra ritardi, scandali giudiziari e miliardi di euro. Francesco Ossola, ingegnere, docente universitario a Torino, è il "commissario tecnico" del Mose e in un'intervista rilasciata al Corriere ha spiegato lo stato dell'opera: "Nel 2019 erano previsti solo dei test di sollevamento che stiamo svolgendo e lo avevamo scritto al ministero delle Infrastrutture lo scorso 10 dicembre. E comunque non siamo certo noi commissari a poter decidere se alzarlo, serve una cabina di regia istituzionale".

Da due giorni il MOSE è al centro delle polemiche. C'è chi ne contesta da sempre la realizzazione, come l'ex sindaco Massimo Cacciari, sostenendo che non è la soluzione all'acqua alta bensì parte del problema. Altri si chiedono come mai non sia mai entrato in funzione e c'è persino chi avrebbe auspicato maggior "coraggio" da parte di Ossola, che avrebbe dovuto alzare le paratie nonostante non si sappia ancora se siano efficaci e non siano stati neppure ultimati i lavori. Il commissario spiega: "Il cronoprogramma prevedeva per quest’anno solo test, bocca per bocca. Dobbiamo tarare le parti meccaniche e il software, che è un aspetto fondamentale. Quando le paratoie si alzano, soprattutto con condizioni estreme di vento come ieri, le onde ci sbattono contro violentemente e tendono ad abbassarle e un software corregge questa situazione e le riporta su, ma deve essere ancora settato. Senza aver finito questi test il rischio è che l’onda le scavalchi, creando dei danni alla città e anche alle paratoie".

Il commissario non avrebbe potuto azionare il Mose non solo perché l'opera non è stata neppure testata, ma anche perché per farlo non è sufficiente pigiare il classico "pulsante rosso". Ci sono iter burocratici da rispettare, enti da coinvolgere e soprattutto personale da formare: "C’è un problema di risorse umane. Per alzarle in modalità manuale servono quattro squadre, una per ogni schiera, di una ventina di persone ciascuna. Noi ne abbiamo una, per ora, che serve per i test. Abbiamo sottoposto al Provveditorato la necessità di reclutare questi tecnici e formarli adeguatamente. Stiamo poi finendo i collegamenti per tutti gli impianti".

L'idea di chiudere le paratie due sere fa sarebbe stata dunque impraticabile. Il MOSE non è ancora completo, non sono stati ancora eseguiti i test né il collaudo finale. La consegna dell'opera è prevista per il 31 dicembre del 2021, salvo nuovi intoppi e ritardi.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/perche-il-mose-non-e-stato-alzato-per-proteggere-venezia-dallacqua-alta/

È stata arrestata Lara Comi, ex europarlamentare di Forza Italia



Lara Comi – ex europarlamentare di Forza Italia – è da questa mattina agli arresti domiciliari, in seguito a un’operazione della Guardia di Finanza di Milano e di quella di Busto Arsizio. La stessa operazione ha portato all’imposizione degli arresti domiciliari anche per Paolo Orrigoni, amministratore delegato della catena di supermercati Tigros, e alla carcerazione di Giuseppe Zingale, direttore generale dell’agenzia per il lavoro AFOL Metropolitana. ANSA scrive che i tre sono accusati, a vario titolo, «di corruzione, finanziamento illecito e truffa» e Sky TG24 spiega che «l’operazione è un nuovo filone della maxi indagine ‘Mensa dei poveri’, che il 7 maggio portò a 43 misure cautelari eseguite – tra gli altri – nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, del consigliere lombardo ‘azzurro’ Fabio Altitonante e dell’allora candidato alle Europee e consigliere comunale in quota FI Pietro Tatarella».
Sempre Sky TG24 spiega che Comi risponde di tre diverse vicende: la prima ha a che fare con «due contratti di consulenza ricevuti dalla sua società», la seconda riguarda un presunto finanziamento illecito e la terza riguarda l’accusa di «truffa aggravata al Parlamento europeo».

Roberto Spada condannato per testata al giornalista, Cassazione: “È mafia”


Di Alessia Rabbai

Roberto Spada è stato condannato a sei anni di carcere per aver aggredito il 7 novembre del 2017 il giornalista Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi della trasmissione Rai Nemo, mentre stavano svolgendo un servizio ad Ostia, sul litorale di Roma. La Suprema Corte di Cassazione oggi ha riconosciuto l'accusa di lesioni, aggravate dal metodo mafioso, richiesta avanzata stamattina dal sostituto procuratore generale Pasquale Fimiani e già confermata in Appello e e ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa.

Raggi: "Vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità"

Ad assistere alla lettura della sentenza anche la sindaca Virginia Raggi che ha definito il verdetto della Cassazione "una vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità". La prima cittadina poco dopo la lettura del dispositivo ha detto: "A Roma non c'è spazio per la criminalità, non c'è spazio per la mafia. Idealmente un abbraccio a Daniele ed Edoardo".

Il processo a Roberto Spada
Nel processo Roberto Spada e Ruben Nelson Del Puerto sono stati condannati in primo grado per a sei anni di reclusione per violenza privata e lesioni aggravate con il riconoscimento dell'aggravante mafiosa. La condanna è stata poi confermata poi il 7 dicembre scorso in Appello per Spada, mentre è ancora in corso il procedimento nei confronti dell'altro imputato. Roberto Spada lo scorso 24 settembre ha ricevuto un'altra condanna da parte della Corte d'Assise, pena l'ergastolo, insieme ai familiari Carmine e Ottavio, ritenuti i mandanti degli omicidi di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. I giudici hanno stabilito che il clan non è solo una banda di criminali, ma una famiglia mafiosa che a Ostia gestisce il potere e controlla il territorio con intimidazioni, minacce e violenza.

La testata di Roberto Spada a un giornalista
L'aggressione di Piervincenzi e Anselmi è avvenuta proprio davanti alla palestra di Roberto Spada, mentre il giornalista stava cercando di intervistarlo sulla campagna elettorale nel X Municipio, ponendogli alcune domande sui presunti rapporti con Casapound nel municipio di Ostia, sciolto dopo l'inchiesta su Mafia Capitale, poi la violenta testata.

FONTE: https://roma.fanpage.it/roberto-spada-condannato-per-la-testata-al-giornalista-a-ostia-la-cassazione-aggravante-mafiosa/

Enna, campane troppo fastidiose. Residente fa multare il prete di mille euro


Di Davide Falcioni

Quante volte la domenica mattina avete maledetto le campane della chiesa che vi hanno svegliato poco dopo l'alba, magari dopo una settimana di duro lavoro? Ne sa qualcosa un cittadino di Cerami, in provincia di Enna, che da tempo lamentava il baccano delle campane della Chiesa madre e di quella dedicata a San Sebastiano. Esasperato, l'uomo ha deciso di rivolgersi all’Arpa di Enna chiedendo un accertamento fonometrico per stabilire se il suono delle campane supera, come da lui sostenuto, il livello massimo consentito determinando inquinamento acustico.

I tecnici non hanno potuto fare altro che eseguire la misurazione tecnica del suono emesso dalle campane. I rilievi sono stati effettuati il 12 ottobre e notificati al Comune di Cerami. L’Arpa ha accertato che il suono delle campane di entrambe le chiese segnalate dal cittadino, è “un rumore” dal momento che in entrambe i casi viene superato il limite consentito per le emissioni sonore. A quel punto il Comune non ha potuto fare altro che prendere provvedimenti. Spiega La Sicilia: "La disposizione del dirigente comunale è un’ingiunzione di pagamento rivolta al parroco delle due chiese, don Michele Pitronaci, a versare una sanzione amministrativa da 1000 euro. La Confraternita san Sebastiano ha diffuso una nota con la quale informa i fedeli che il suono dell’orologio di san Sebastiano e quello delle campane della Chiesa madre è stato soppresso per la denuncia di un residente".

“Il signor Pirrello – si legge nel comunicato della Confraternita – ha proseguito nel suo percorso contro la Parrocchia, nonostante già da 2 anni si era cercato di venire incontro a tale richiesta, eliminando il suono dei quarti d'ora, visto il disturbo che arrecavano. Tale gesto non è stato apprezzato, da qui la denuncia la quale comporterà per il nostro parroco, una multa pari a 1000 euro”.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/enna-campane-troppo-fastidiose-residente-fa-multare-il-prete-di-mille-euro/

Roma, rogo alla Baraka Bistrot: aveva dato solidarietà alla Pecora Elettrica


Altro rogo in un locale a Roma, vicino alla libreria incendiata


LA STAMPA

Altro incendio di un locale a Centocelle dove alcuni giorni fa un rogo aveva distrutto la libreria antifascista “La Pecora elettrica”, già data alle fiamme mesi fa. Ad andare a fuoco il Baraka Bistrot in via dei Ciclamini. Dai primi accertamenti l'atto potrebbe essere doloso: la serranda è stata divelta e ci sono tracce di liquido infiammabile. Sul posto polizia e carabinieri. Con questo sono quattro i locali andati a fuoco nel quartiere di Centocelle in pochi mesi.

Distrutti dalle fiamme gli arredi interni del pub. Evacuata a scopo precauzionale la palazzina in cui si trova il locale.  L'incendio divampato intorno alle 4.30, è stato domato dai vigili del fuoco e non ha creato danni strutturali all'edificio. Nessuno è rimasto ferito o intossicato. Sulla vicenda indagano i carabinieri della compagnia Casilina e della stazione Centocelle.  Nei giorni scorsi sulla pagina Facebook del locale erano stati pubblicati post di solidarietà alla libreria antifascista «La Pecora Elettrica» distrutta per la seconda volta in pochi mesi da un rogo, alla vigilia della riapertura.

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