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Morto lo scrittore Günter Grass: fu Premio Nobel letteratura nel 99



Di Salvatore Santoru 

È morto all'età di 87 anni lo scrittore tedesco, già premio Nobel, Günter Grass.

Grass, nato a Danzica 16 ottobre del 1927, divenne famoso con il romanzo «Il tamburo di latta», pubblicato nel 1959, e con altre opere, tra cui la novella "Gatto e Topo". 


Nel 1999 venne premiato con il Nobel per la letteratura. 
 Nell’agosto del 2006 fu al centro di un certo scandalo nel suo paese quando in un'intervista al giornale "Frankfurter Allgemeine Zeitung" ammise di aver militato durante la guerra nelle Waffen-SS come volontario, e la sua rivelazione divise l'opinione pubblica tedesca, tra chi pretendeva la restituzione del premio Nobel e chi invece difendeva Grass sostenendo che le scelte passate non devono compromettere il giudizio sulle sue opere. 


L'America che ci piace

Di Alain De Benoist
Ci sono varie Americhe e, fra loro, ce n’è una che amo. Non quella del Capitale, né quella dei «nativisti» iperpatriottici e dei telepredicatori fondamentalisti. Non quella del New Deal, né quella del maccarthysmo. E nemmeno quella di golden boy, winner e money maker, né quella dei red neck e dei veterani del Vietnam, meno ancora quella delle cheerleader, dei bimbos e dei body-builder.
L’America che amo ha facce e sfaccettature diversissime. Innanzitutto l’immensa letteratura: da Mark Twain e Jack London a Herman Melville, Edgar Allan Poe, Howard Phillips Lovecraft, John Dos Passos, William Faulkner, Henry Miller, John Steinbeck, Ernest Hemingway e tanti altri. Poi naturalmente il grande cinema, prima che degenerasse tra effetti speciali e idiozie stereotipate. L’America delle vaste distese naturali e delle piccole comunità. Quelle evocate, a diverso titolo, dai nomi di Jefferson Davis e Scarlett O’Hara, di Thomas Jefferson e Ralph Waldo Emerson, di Henry David Thoreau e Aldo Leopold, di Sacco e Vanzetti, del giovane Elvis Presley e di Ray Charles, di Henry L. Mencken e William Burroughs, di Jack Kerouac e Bob Dylan, di Cassius Clay e Woody Allen, di E. F. Schumacher e Christopher Lasch, di Susan Sontag e Noam Chomsky.
Nel campo delle idee, gli Stati Uniti non sono poi solo il Paese dove le grandi università offrono condizioni di lavoro che in Europa si possono solo sognare e dove, nonostante il politicamente corretto, regna una libertà d’espressione che da noi non c’è (o non c’è più). Colpisce anche la qualità dei dibattiti: molti autori, per esempio nella scienza politica, pensano le loro dottrine partendo dalle basi; l’opposto di quel che accade in Francia, dove la scienza politica, quasi in estinzione, si riduce essenzialmente a meteorologia elettorale. Sui concetti di federalismo, di «populismo» e comunità, l’apporto teorico degli americani è stato considerevole.
Ma c’è il rovescio della medaglia. Dall’inizio, gli Stati Uniti si sono voluti portatori del concetto di libertà. Concetto positivo, subito inteso come se significasse «ogni cittadino è re». Da loro, esso ha dato il meglio: entusiasmo, frutto della possibilità d’agire senza ostacoli; volontà creatrice e ideale d’autonomia (self-reliance); istituzione di piccole comunità d’uomini liberi, immuni dal dispotismo (il «senso dell’organizzarsi in sodalizi umani» di Maritain).
 Ha dato anche il peggio, rovesciandosi in semplice egoismo, in glorificazione dell’affarismo e della brama di denaro - desiderio standardizzato per eccellenza -, o in alibi per nuove forme di conquista e oppressione. Parallelamente il pragmatismo s’è mutato in puro materialismo, in culto della prestazione e del successo (William James diceva: «Datemi quel che garantisce il successo e ogni uomo ragionevole l’adorerà»), in ottimismo tecnologico, in culto delle comodità («l’ideale animale» di cui parlava Keyserling), in arrogante fierezza d’aver colmato il mondo d’oggetti nuovi. E il senso della comunità è degenerato in uniformità mentale (like-mindedness), nel conformismo straordinariamente volgare già constatato da Tocqueville.
Tara originaria dell’America, la cui storia si confonde con quella della modernità, è essersi costruita essenzialmente sul pensiero puritano e sulla filosofia dei Lumi. Di qui la pretesa di non aver antenati, la volontà proclamata da Thomas Paine fin dal 1776 di «cominciare da capo il mondo» sotto lo sguardo di Dio, l’assillo della novità, l’inalterabile fede nel progresso (l’ideale dell’illimitato). E l’ideocrazia messianica che guarda gli Stati Uniti come nuova Terra promessa e il resto del mondo come spazio imperfetto, da convertire al modo di vita americano per divenire comprensibile e conforme al Bene. 
Scopo: realizzare una società ideale, modello per l’umanità, la cui adozione da parte di ogni popolo concluderebbe la storia. Per Francis Fukuyama «gli americani hanno sempre considerato le loro istituzioni politiche non come semplici prodotti della loro storia, adatte solo ai popoli dell’America del nord, ma come incarnazione stessa di ideali e aspirazioni universali, destinate a estendersi un giorno al resto del mondo». E per Samuel Huntington «i valori americani si fondano sul protestantesimo, sull’individualismo, sulla morale del lavoro e sulla fede che gli uomini possano creare il paradiso in terra».
Nel 1863 Thoreau scriveva: «Quasi sempre i modi per guadagnare denaro portano in basso». S’è visto com’è andata. C’è un’altra America.
(Traduzione di Maurizio Cabona)

Elogio della nostalgia, la fonte da cui nasce l'arte

Di Marcello Veneziani
Si può nutrire nostalgia del presente? La nostalgia si addice a quel che è stato, riguarda il passato. Qualcuno anni fa parlò perfino di nostalgia dell’avvenire ma il significato era trasparente: costruire il futuro sulle tracce di un mitico passato.
La nostalgia del presente fu invece il titolo d’una poesia di Borges, dove il desiderio combaciava con la realtà. E «Nostalgia del presente» è il tema di Popsophia, il festival che nei giorni corsi ha radunando pensatori vari a Pesaro.
Al di là di Borges, la nostalgia del presente appare quasi uno scippo di vitalità alla pienezza del tempo in atto, un’emorragia vitale o una schizofrenia mentale, il contrario del carpe diem. È il sentore di non vivere abbastanza il presente, di non trattenere alcuna traccia di quel che sta accadendo, come se finisse prima che se ne prenda pieno possesso. E dunque indica il timore e il dolore di veder sfiorire le situazioni presenti. La fotografia è una forma tecno-pratica di nostalgia del presente: immortalare il momento o il luogo, si dice, cioè fermarlo, depositarlo nella sacca della nostalgia, l’archivio. Il vintage è invece la nostalgia applicata agli oggetti. La poesia nasce da un sentimento di nostalgia preventiva: mentre vivi un’esperienza, un incontro, una presenza, prefiguri il suo svanire, avverti il presagio della sua assenza. E da quel sentimento di perdita sorge la poesia, che è il tentativo estremo di eternizzare o tesaurizzare quel momento, quel luogo, quell’incontro e di farlo vivere in un altrove, oltre il tempo e lo spazio. Salvare nei cieli della poesia quel che finisce in terra, dissipato nei giorni. La poesia è la dimora della nostalgia, intima e cosmica; la poesia sorge sull’amore perduto o caduco, sul presagio doloroso di una mancanza, passata, presente o ventura.
La nostalgia è il sentimento originario che ha mosso l’arte, il pensiero e la grande letteratura di ogni tempo: si pensi all’Odissea, il poema della nostalgia. Il filosofo della nostalgia è Plotino che nel nome di Platone eresse un pensiero incentrato sul conato dell’anima a ricongiungersi all’Uno da cui è sgorgata. Ma il termine nostalgia, benché evocante due parole antiche – nostos e algos – è recente e non sorge in ambito filosofico-letterario bensì medico-scientifico. Indicava infatti una malattia diagnosticata poco più di tre secoli fa e riguardava i soldati svizzeri che pativano la lontananza dalla loro valle, la loro patria. Quel sentimento di lontananza spaziale, che in seguito fu ribattezzata apodalgia, coi romantici si tramutò in lontananza temporale. Non più distanza spaziale che implica la presenza pur remota di ciò che si anela a rivedere; ma distanza temporale, riferita a un tempo trascorso; dunque sentimento disperato che non può essere esaudito. Il suo più acuto sensore fu Proust, il suo capolavoro riassume il senso della nostalgia: alla ricerca del tempo perduto.
Il suo prologo in cielo, ossia la sua versione metafisica, è il paradiso perduto, che è poi l’unico paradiso da noi conosciuto, secondo Borges. Da Omero a Kavafis, da Saffo a Pasolini, la nostalgia è l’anima della poesia. L’uomo è un animale nostalgico, non sa vivere solo del presente. Vive tra l’attesa ponderata del futuro (Kant) e la nostalgia delle origini (Plotino, Vico, Mircea Eliade).
La follia odierna pretende di abolire la nostalgia e negare il passato. Questo da un verso implica la cancellazione della memoria storica ma dall’altro comporta la velleità utopica di proiettare la condizione di allora nel momento presente. L’infanzia e la giovinezza sono le fonti della nostalgia? Aboliamo la nostalgia e viviamo nell’illusione del puer aeternus, figurandoci come bambini permanenti, sempregiovani. La sindrome di Peter Pan nega la nostalgia perché rifiuta di considerare il tempo che passa. La nostalgia, invece, accoglie il principio di realtà: quella condizione, quell’atmosfera è passata, è trascorsa da storia a mito. La separazione dal presente rende sacro quel passato. Il fascino della nostalgia è lì: evoca un evento o uno stato irripetibile e irrevocabile. Non puoi rifarlo né puoi cancellarlo. Come i classici, le grandi imprese, gli amori perduti. L’arte che ne scaturisce sublima quella mancanza, e il desiderio esala fino alle stelle (de-sidera). Per il bambino perenne, invece, il desiderio va esaudito e così cessa l’arte, nata dalla nostalgia che è il dono della mancanza.
Analoga pretesa hanno i movimenti nostalgici che vogliono ripristinare un passato concluso. Il passato lo puoi amare e onorare ma non puoi riportarlo in vita. È morto e può vivere solo nel mito. La nostalgia è un nobile sentimento intimo e universale ma non può essere un programma storico-politico. La storia è una freccia, la nostalgia è invece una curva; la pietà del ritorno che si curva a raccogliere il tempo versato. La nostalgia riconosce il fascino dell’inattuale, irriducibile all’attualità. Ma è ingenuo idealizzare il passato. La superiorità ontologica del passato sul presente è un’illusione ottica che nasce da due motivi: il rimpianto bioepico della nostra infanzia/giovinezza e l’occhio magico della nostalgia che è selettiva e conserva del passato solo le cose amate.
Ci sono temperamenti più inclini alla nostalgia e altri più protesi alle novità. Ci sono i migranti di prua che amano vedere lo scafo che solca nuove onde e punta nuove terre, appena intraviste, e ci sono i migranti di poppa che amano vedere il paesaggio originario che si perde alla vista e la scia sul mare è il suo estremo cordone ombelicale. Beato chi ama ambedue, le origini e l’approdo.
Ci sono giorni e sere soprattutto in cui avverti il peso ottuso della vita andata.
Il male, il nulla, il falso, il poco, il mio, il futile, il labile, sono i sette colori di quest’iride spettrale che va dal nero al bianco, ingrigendo la vita. Senza la luce della nostalgia scema la policromia del mondo. È la nostalgia a dare colore al passato. C’è un proficuo esercizio d’amore per animare la nostalgia nell’intimità. Chiudete gli occhi e concentratevi a ricordare a una a una le voci delle persone più care e assenti. Per dare più forza a quell’esercizio ripartite dalla memoria della vostra voce che li chiama. Li vedrete apparire e sentirete la loro voce che vi parla e il loro sguardo che vi guarda. Questa è l’arte di procurarsi i sogni, di rianimare il passato e di con-vocare gli assenti in un simposio di nostalgia. Un esercizio difficile e delicato, come risalire la corrente, sfidando le rapide impetuose che invece trascinano verso il basso, nella valle dell’oblio. La pietà della vita è protesa a risalire la corrente del tempo. La nostalgia è quel dolore dolcissimo che pervade l’anima per una lontananza che sentiamo vicina e per un’assenza che sentiamo presente.

L’autunno del patriarca (Ray Bradbury 22 agosto 1920 - 5 giugno 2012)

Di Sandro Moiso
planet.jpgE’ scomparso all’età di 91 anni l’ultimo patriarca della fantascienza americana.
Forse Bradbury non avrebbe gradito questa definizione, considerato la sua costante volontà di rivendicare la propria appartenenza, come scrittore, più al genere fantastico che a quello fantascientifico, ma è indubitabile che la sua fama internazionale sia indissolubilmente legata a due opere che hanno segnato, nel bene e nel male, soprattutto la science-fiction.
“The Martian Chronicles” (1950) e “Fahrenheit 451” (1953) hanno contribuito infatti a modificare la percezione della letteratura fantascientifica. Nel primo caso, la tradizionale space-opera avventurosa veniva trasformata in una delicata e nostalgica descrizione della colonizzazione futura e del successivo abbandono del pianeta rosso da parte della specie umana. Mentre nel secondo la tradizione dell’utopia negativa di George Orwell e Aldous Huxley veniva stemperata nelle pagine destinate al più vasto pubblico della letteratura di genere.
Mentre la seconda opera era nata come romanzo unitario, la prima era costituita da una serie di racconti legati tra di loro dal tema dell’arrivo dei terrestri su Marte e dell’incontro tra la loro civiltà e quella idilliaca già esistente sul pianeta.
Saranno, infatti, i racconti a primeggiare nell’opera dello scrittore americano e a costituire sicuramente la parte più ampia e significativa della sua produzione.
Produzione che inizia, con un Bradbury ancora giovanissimo, nel 1939 quando il racconto “Hollerbochen’s Dilemma”, è pubblicato sulla rivista amatoriale Imagination.
Da lì a poco Ray darà vita ad una propria fanzine: Futuria Fantasia. Proprio il titolo della fanzine, così come una delle sue prime raccolte di racconti sparsi, pubblicata nel 1955, “October Country”, ci consegnano da subito quello che sarà il registro narrativo tipico di tutta la sua opera, orientata più al fantastico che alla vera e propria sci-fi.
L’autore americano, infatti, amava definirsi come un narratore di fiabe , un rielaboratore di miti piuttosto che autore di letteratura avveniristica.
L’inquietudine che spesso adorna i suoi racconti migliori è più simile, infatti, all’inquietudine delle favole piuttosto che a quelle che accompagna le trame fantascientifiche di Philip Dick o di JamesBallard.
Per Bradbury la fantascienza parlava troppo del reale, mentre egli amava rifugiarsi, e far rifugiare i suoi lettori, in dimensioni fantastiche dove spesso l’inquietudine finisce con lo stemperarsi in scenari provinciali e crepuscolari.
ray.jpgMolte sono le sue opere in cui i protagonisti sono bambini o ragazzi appena adolescenti.
La più scura di queste, “Something Wicked This Way Comes” (tradotta in Italia come “Il popolo dell’autunno”), ispirerà certamente tante opere di scrittori che faranno del passaggio dall’infanzia all’adolescenza un momento drammatico e pieno di mistero. L'autore, però, è ancorato ad una immagine decisamente nostalgica di quell’età della vita e della società americana in cui è cresciuto e quindi non saprà mai affrontare il tema con il realismo o la suspence messi in scena da Stephen King che, pur dichiarando ancora oggi un grande debito nei confronti dell’autore scomparso, proprio su questo tema scriverà alcune delle sue opere migliori (“Carrie”, “Stand By Me”, “It”).
L'infanzia e l'adolescenza diventano un reame al di fuori del tempo, così come le small town di provincia dove, principalmente, si ambientano le storie scritte da Bradbury.Le metropoli sono lontane e pericolose e lì la gioventù non potrebbe essere narrata mantenendo la stessa aura di magia. Le piccole città rappresentano invece il baluardo difensivo dei valori tradizionali che nulla, in teoria, dovrebbe poter scuotere.
Cresciuto in una famiglia proletaria a cavallo della Grande Depressione, Bradbury sembra voler fermare il tempo in una età mitica, dove tutto deve ancora avvenire.
Il cambiamento è sempre un trauma e quindi, se proprio non può essere evitato, almeno può essere rallentato o allontanato dal centro della scena. Per questo la fantascienza è per lui troppo disturbante, così come la tecnologia o qualsiasi altro, realissimo cambiamento nella sua personale ed idilliaca visione dell’American Way of Life.
Non aveva potuto frequentare alcun tipo di college e, dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore presso la Los Angeles High School, si era ritrovato a vendere i giornali all’angolo delle strade e forse questo passaggio dalle difficoltà economiche ai successivi, e remunerativi, trionfi letterari aveva alimentato in lui una salda fiducia nei valori del self-made man americano.
Percorso che spesso caratterizza la visione del mondo di chi, pur provenendo dai gradini inferiori della scala sociale, finisce col salire nell’empireo del successo commerciale, artistico o politico.
451.jpgLo stesso “Fahrenheit 451”, il più “politico” dei suoi romanzi, sembra più incentrato sulla paura della perdita del libro come strumento di comunicazione a discapito della invasiva televisione che non sul processo di cancellazione della memoria e della cultura politica che avviene, non solo simbolicamente, con i roghi di libri attuati da governi dittatoriali. Sarà forse più Truffaut, nella sua versione cinematografica del testo, a sottolinearne gli aspetti politici che non l’autore, che pur lo propose in pieno maccartismo.
Perché anche in questo caso, e non dichiarata, permane la nostalgia per i libri come oggetto, depositati nelle grandi librerie pubbliche come quella della UCLA di Los Angeles, dove in gioventù, come lui stesso amava raccontare, passava tre giorni alla settimana a leggere e dove avrebbe composto, su una macchina da scrivere presa a noleggio, l’opera sui roghi di carta stampata.
Il finale stesso del romanzo, ben lontano da quelli più cupi e disperati di 1984 di Orwell e del Brave New World di Huxley, ci rinvia ai sogni e alle immagini positive che Bradbury voleva trasmettere al suo pubblico. Questo è probabilmente il motivo del successo dello scrittore, fin da quando negli anni cinquanta fu insignito (1954) del riconoscimento del National Institute of Arts and Letters per il suo contributo alla letteratura americana, nell’ambito dell’establishment culturale e delle produzioni televisive e cinematografiche hollywoodiane. Fondamentale è il lieto fine e se proprio lieto non può essere che sia almeno happy sad.
La stessa novità rappresentata, a livello narrativo, dalla saga marziana può essere riletta oggi, oltre che come omaggio all’opera di Edgar Rice Burroughs di cui fu appassionato lettore e ammiratore, anche alla luce della costante opposizione di Bradbury ad ogni innovazione tecnologica; più come un rifiuto delle possibilità offerte dalla fantascienza come narrativa di anticipazione (anche sociale e politica) che non un tentativo cosciente di superare la fantascienza hard dell’epoca delle astronavi lanciate verso Marte o i confini della galassia.
Attratto, fin dall’infanzia, da Edgar Allan Poe e pur discendendo da Mary Bradbury, una donna processata e condannata per stregoneria a Salem nel 1692, durante la grande e tragica caccia alle streghe che fonderà il puritanesimo americano, eviterà sempre il perturbante più profondo, quello che tocca le corde della sensualità e della violenza fisica e psicologica, proprio per non dover mai dichiarare il fallimento di quegli ideali su cui aveva fabbricato il suo universo letterario.
Questa attitudine farà sì che, pur prolungandosi all’infinito, la carriera dello scrittore darà ancora ben pochi altri motivi di emozione e novità ai suoi lettori e che l’intensa primavera letteraria che scorre tra la pubblicazione di “Cronache marziane” ed i primi anni sessanta si trasformi ben presto in un lungo e trascolorante autunno, adatto al carattere e all’ideologia dell’uomo Bradbury, che pur ha contribuito, come pochi altri, all’accettazione del fantastico e della fantascienza nell’ambito del mainstream letterario.
La rimozione della sessualità, della carne, della storia e della società reale messa in atto da Ray Bradbury farà sì che i suoi drammi diventino sempre più esangui e atemporali, mentre le parti più intriganti e orride della sua produzione finiscano col costituire, spesso, soltanto pretesti per i più scontati colpi di scena finali. Così, allo stesso tempo, anche la poesia delle prime opere tenderà a trasformarsi inesorabilmente in melensaggine asessuata, casta e superficiale.
Cinematograficamente, forse, solo un Tim Burton potrebbe oggi rivitalizzare i suoi vampiri che volano per far divertire i nipotini oppure in volo da ogni parte del mondo per ricongiungersi per un’innocua festa famigliare oppure, ancora, rendere la tristezza di un bambino che sa che non potrà mai vivere in eterno al contrario dei suoi parenti più stretti.
Ma lo farebbe, comunque, con un maggior senso di malessere e di humor nero, mentre anche la classica saga dei vampiri e dei lupi mannari buoni di Twilight si rivelerebbe ancora troppo sensuale per il gusto di Bradbury.
Saranno i noir “Death Is a Lonely Business”, “Let's All Kill Costance” e “A Graveyard for Lunatics”, sospesi a metà tra hard-boiled e fantasy, a costituire le prove migliori della sua maturità anagrafica, anche se anch’essi porteranno come cifra stilistica il rimpianto e la nostalgia per il mondo di Hollywood e della California degli anni quaranta.
Proprio la paura del cambiamento spingerà Bradbury a sostenere posizioni decisamente reazionarie come il sostegno al presidente Bush, che poi lo insignirà della National Medal of Arts nel 2004, oppure l'odiosa campagna per escludere dalle cure mediche, incluso il pronto soccorso, gli immigrati irregolari in California. Mentre all’interno dello stesso schema di lettura non va dimenticata nemmeno la sua personale battaglia contro gli e-book e l’editoria elettronica che, ai suoi occhi, più che affondare le tradizionali librerie, probabilmente, rischiavano di mettere ancora più in difficoltà il copyright.
bush.jpgAncora nel 2005 l’autore americano fece diversi tentativi per far in modo che Michael Moore modificasse il titolo del suo documentario Fahrenheit 9/11, un duro attacco all’amministrazione Bush nei giorni dell’attentato alle Torri Gemelle, chiaramente ispirato al titolo del romanzo dello stesso Bradbury, perché qualsiasi riferimento alla politica e al mondo reale, per non parlare delle critiche al presidente che gli aveva concesso l’alta onorificenza, doveva essere, come sempre, evitato.
Comunque un certo fascino l'opera di Bradbury l'aveva esercitato anche sull'immaginario degli anni sessanta. Il suo ottimismo si accompagnava magnificamente con gli ideali della Nuova Frontiera kennedyana e la visione della piccola comunità che resiste al mondo semplicemente separandosene , come avviene appunto nel finale di Fahrenheit, si accordava con gli ideali che avrebbero animato tante comunità hippie e certe idee comunitaristiche di stampo anarchico.
Però le lotte diffuse tra la fine dei sessanta e gli anni settanta avrebbero posto all'ordine del giorno ben altre e più complesse questioni e oggi, in un mondo in cui l'orrore per l'esistente sembra intrecciarsi sempre di più con l'ineluttabilità del cambiamento, non resta che dare l'addio definitivo a Ray e al suo sogno di un mondo incantato, imperturbabile e fuori dal tempo.

Fonte:Carmilla

Esportatori di democrazia

Di Andrea Pomella


Mentre il mondo dà la caccia a Gheddafi, io leggo un libro. Il libro è Il sogno del Celta di Mario Vargas Llosa (Einaudi), in cui si racconta la vita di Roger Casement, patriota irlandese e diplomatico vissuto a cavallo fra Otto e Novecento e divenuto famoso per aver denunciato al mondo gli orrori che venivano perpetrati in Congo e nell’Amazzonia in nome dello sfruttamento coloniale delle risorse presenti in quei territori.

L’assoluta bellezza di certa narrativa è che riesce a mettere il lettore di fronte alla realtà storica contemporanea fornendo tutti gli strumenti di comprensione di cui si ha bisogno, e tutto questo parlando di un tempo che invece sembra così fatalmente lontano, nello specifico l’epoca delle grandi esplorazioni geografiche nelle terre vergini e dell’“esportazione della civiltà”.

Così, se oggi quel movimento di idee d’ispirazione liberal e radical a tutti noto come Politically Correct ha bandito la parola “civiltà” dalle voci export delle grandi potenze economiche occidentali (il relativismo culturale ci ha nel frattempo insegnato che ogni ambito culturale, anche quelli che per i nostri canoni di sviluppo appaiono selvaggi ed arretrati, ha una sua indiscutibile valenza e specificità), l’opinione pubblica si è assuefatta a un’altra espressione, ben più edulcorata e adatta ai tempi, con la quale vengono ormai giustificate tutte le guerre: “Esportazione della democrazia”.

Come ben sappiamo, in questo contesto, la sostituzione della parola “civiltà” con la parola “democrazia” altro non è se non una maschera, un travestimento che serve a celare gli ingenti interessi di natura politica ed economica sollecitati dalla possibilità di mettere le mani sulle ricchezze di una determinata regione.

Niente di nuovo, dunque, sotto le luci del mondo.

Allora ecco che, mentre leggo Il Sogno del Celta, l’intervento militare in Libia attuato dalla “comunità internazionale” (altra definizione stonata, visto che il paese verso cui si muove guerra, ossia la Libia, non sta su Giove) – pur essendo legittimamente supportata da solidi argomenti di natura umanitaria e dalle legittime richieste di un movimento popolare non religioso che si ribella, chiede libertà e lavoro – assume nella mia testa tratti fortissimi di sfruttamento neocoloniale (il neocolonialismo – occorre ricordarlo – è la linfa che nutre alla radice l’idea occidentale del libero mercato).

Dunque, dopo Corea, Cambogia, Vietnam, Iraq, Somalia, Afghanistan e ancora Iraq, oggi è la volta della Libia (domani molto probabilmente toccherà all’Iran). In tutti questi casi scovare ragioni valide e apprezzabili per muovere, via via, guerra a feroci dittatori, asfissianti ideologie, pericolosi fondamentalismi religiosi, è stato un gioco facile. Se l’assenza di democrazia non basterà più a giustificare le missioni, all’occorrenza inventeremo un’altra parola. Per dirla sempre con Vargas Llosa: “In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi e tutto quello che non vi si adatta sembra anormale, un delitto o una malattia”.



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