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La vita delle scienze


Giancarlo Cinini* intervista Bruno Latour**

I filosofi sono sul sentiero di guerra”, c’è scritto sulla maglietta che indossa Bruno Latour. Come sia fatto questo sentiero di guerra è la domanda che non gli abbiamo fatto, ma ci viene da pensare a quei percorsi che un tempo, tra il ’15 e il ’18, si inerpicavano sopra i monti dell’Adamello e dell’Ortles e sui quali si confondevano i soldati, le nevi, le ferrate, la roccia e le pallottole: l’antropologo francese il suo sentiero filosofico l’ha percorso proprio dove i segni della natura e della cultura si sono sempre mescolati. Si è occupato soprattutto delle pratiche con le quali gli occidentali costruiscono la conoscenza su ciò che chiamano oggetti della natura, indagando come un etnografo i modi e i miti del fare scienza.
È l’autore della Actor-network theory, la teoria secondo cui ogni fatto sociale e ogni oggetto scientifico è il prodotto di un’intricata rete di relazioni e alleanze, tra umani e non-umani. Ha cominciato nel 1979, con Laboratory Life, studiando una particolare tribù del mondo occidentale: i neuroendocrinologi del Salk Laboratory di La Jolla, in California. La ricerca etnologica fu condotta a quattro mani con il sociologo Steve Woolgar e mirava a ricostruire i protocolli di ricerca, le tecniche di misura, gli strumenti, i miti dei ricercatori, che si mescolavano agli oggetti studiati.
Dieci anni dopo scriverà il suo primo saggio teorico, un’introduzione alla sociologia della scienza: La scienza in azione(1987), dove propose di “aprire la ‘scatola nera’ di Pandora” e di entrare nelle pratiche della tecnoscienza, un calderone fatto di laboratori, istituzioni e peer-review di riviste internazionali. Si è occupato del caso di Louis Pasteur in Microbi – Un trattato scientifico-politico (1984). Il grande scienziato Pasteur, racconta Latour, è un uomo abile, capace di spostarsi dai problemi dell’igiene pubblica alla fermentazione delle birre industriali, dalle malattie negli allevamenti alla pastorizzazione; Latour ne descrive il gioco di alleanze dentro e fuori le scienze, il modo in cui Pasteur trova ogni volta nuovi alleati, microbi, politici, allevatori, urbanisti preoccupati per l’igiene della città, produttori di birra.
È a partire da queste riflessioni sulla costruzione della conoscenza naturale che Latour è arrivato a uno dei suoi testi più conosciuti, Non siamo mai stati moderni (1991). La distinzione tra Natura e Cultura, secondo Latour, è frutto di un costante lavoro di depurazione che distingue oggetti della natura e soggetti della società: di qua le cose, di là le persone e una grande barriera in mezzo. Su questo si fonda la costituzione dei Moderni. Ma, scrive Latour, moderni non lo siamo mai stati per davvero, perché abbiamo sempre creato ibridi tra natura e cultura: campi coltivati, pacemaker, fiumi canalizzati. Latour propone un’antropologia simmetrica che studi specularmente da un lato la cultura e dall’altro la produzione di tecniche, conoscenze e oggetti della natura, come qualsiasi antropologo occidentale farebbe con una tribù degli Achuar d’Amazzonia, descrivendone assieme società, politica e cosmogonia.
Oggi Bruno Latour ha 71 anni e si occupa, sempre come un etnografo, di quelle comunità di studiosi che lavorano sulle scienze climatiche e del sistema Terra, scienze esposte a conflitti e a pressioni sociali e politiche, mentre i segni dell’uomo si imprimono e si moltiplicano con maggiore estensione sull’epidermide della Terra, nel tempo che alcuni chiamano Antropocene.
Incontro l’antropologo in una chiesa sconsacrata di Mantova, durante Festivaletteratura dello scorso anno. Latour è venuto a curiosare in uno spazio particolare del festival, chiamato Scienceground, dove alcuni giovani scienziati hanno organizzato una serie di dibattiti e laboratori per capire meglio il loro mestiere e in che modo le scienze siano ficcate dentro ciò che chiamiamo società. Quando arriva, si forma spontaneamente un gruppo di persone interessate, soprattutto giovani ricercatori, che cominciano a fare domande. Latour si siede sul divano e risponde, e quella che era una chiacchierata informale diventa un’intervista collettiva.
* * * *
Un libro che continua ad avere successo tra gli scienziati è Imposture intellettuali (1996) di Bricmont e Sokal, due fisici che se la prendono con diversi filosofi e pensatori per come, da non scienziati, parlano di scienza. Li scherniscono dando loro dei “postmoderni” o addirittura degli intellectual impostors, impostori che fingono di parlare di scienza e invece parlano di fuffa. In quella lista nera c’era pure lei. Ha mai avuto un confronto con loro?
Sì, una volta in un teatro nel centro di Londra. Ottocento persone che urlavano, metà contro di me e metà contro Sokal. Bricmont che era tra il pubblico si alzava e dibatteva. Sokal è una persona piacevole, ma in quel momento stava difendendo l’ultimo atto della vecchia epistemologia. Qualche anno dopo abbiamo tutti quanti compreso che la loro era una pessima difesa della scienza: la scienza come razionalità inattaccabile. Una difesa epistemologica che è inutile, per esempio, contro i negazionisti climatici o i complottisti: quando sei seriamente attaccato da un negazionista hai bisogno di un’altra versione della scienza.
È quello che è successo a me quando ho incontrato a un cocktail party alcune persone del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico(IPCC) francese: Bruno – mi hanno detto – abbiamo bisogno del tuo aiuto. Siamo attaccati da altri scienziati, soprattutto fisici, persino premi Nobel, che criticano le nostre ricerche! Ho risposto: Beh, è divertente perché noi abbiamo cercato di darvi una mano per trent’anni ma la sola vostra risposta era che eravamo relativisti. Oggi potrebbe essere tardi, ma dobbiamo aiutarli.
Quando ho cominciato a studiare queste cose, quarant’anni fa, venivo accusato di criticare gli scienziati solo perché descrivevo i loro metodi di lavoro. I modi coi quali la scienza viene prodotta: persone, istituzioni, soldi, colleghi, strumenti, esperimenti, pubblicazioni… e poi, le pratiche quotidiane degli scienziati e pure le loro aspettative personali, che sono essenziali.
Nel Ventesimo secolo, quando tentavamo di descrivere questo, si pensava che la scienza fosse il paradiso e quello che facevamo era visto come una critica. All’epoca, perciò, dovevamo rompere, per così dire, l’egemonia dell’autorità scientifica. Oggi ci troviamo di fronte a una questione del tutto diversa: riorganizzare la civilizzazione. Ovvero: in che modo la scienza può ancora avere credito ed essere seguita dalle persone? Pensiamo agli Stati Uniti, dove le persone sono completamente svuotate di qualsiasi pensiero scientifico. L’unica maniera di difendere la scienza è fare esattamente quello che facevamo allora e ora che sono vecchio continuo a fare lo stesso tipo di studi e lo stesso tipo di cose ma con altri scienziati: i geochimici e gli scienziati del sistema Terra.

Se guardiamo ai conflitti in cui la scienza entra nel dibattito politico, spesso molti, per difendere la ricerca scientifica, provano ancora a giocare la carta della scienza come razionalità.
Non importa quante volte si ripeta che la scienza è razionalità: non cambia nulla nella testa degli scettici. All’epoca del dibattito con Sokal ancora si sosteneva: Dobbiamo difendere il legame tra scienza e razionalità e chiunque lo discuta, in verità, sta smentendo la scienza stessa. Noi, dall’altra cercavamo di dire: No, dovete piuttosto insegnare il modo in cui la scienza è prodotta, in modo realistico, e i frutti si vedranno col tempo. Più si spiega come la scienza è prodotta, meglio è. Prima di tutto per gli scienziati stessi: non c’è paragone tra l’idealizzazione della scienza che viene ancora venduta da qualche parte e la pratica che ogni dottorando impara sul campo. È come imparare il sesso durante l’epoca Vittoriana: arrivi alla notte di nozze e ci sono molte cose da fare che non immaginavi.
La seconda ragione è che è meglio per il pubblico, perché dopo aver spiegato come si produce la scienza si può ripartire dalle basi del concetto di autorità, e la fiducia nella ricerca può tornare a crescere. Questa è la scommessa, ma nella situazione odierna è difficile capire cosa accadrà. Perché in alcuni ambienti accademici, molte persone hanno ancora un’idea di scienza come di qualcosa di etereo e perfetto, ed è molto difficile dire cerchiamo di avere un’idea laica, o per così dire “mondana”, della scienza. Eppure la scienza non è fatta di idee filosofiche cristalline, è fatta di molte piccole cose, dati sperimentali e puzzle nelle teste di migliaia di persone, cose che permettono di far sì che quello che studi convinca gli altri. È un sistema davvero affascinante e che non ha nulla a che vedere con l’idea pura di “razionalità”.

D’altra parte anche la filosofia della scienza pare aver lasciato perdere una spiegazione della scienza nella sua interezza: piuttosto oggi si parla per esempio di filosofia della biologia, di filosofia della matematica.
Ho un amico, Thomas Pradeau, che parlando di sé dice: Sono un filosofo in biologia, non della biologia! Io non sono un filosofo della scienza e di proposizioni generali sulla scienza non mi occupo da anni, ma in passato abbiamo costruito il campo di indagine dei Science and technology studies proprio contro le proposizioni generali. Perché non abbiamo bisogno di visioni generali della scienza. D’altra parte, cosa lega un fisico delle particelle a uno scienziato del suolo? Solo che entrambi pubblicano articoli scientifici.

E qual è secondo lei la comunità di scienziati più interessante da studiare?
Non saprei rispondere, ma posso dire su quali comunità sto lavorando. Una è composta da quei geochimici che si occupano della cosiddetta critical zone: la fascia della Terra che va da qualche chilometro sotto i nostri piedi a qualche chilometro sopra la nostra testa. Poi ci sono gli studiosi di Gaia, specialisti della scienza del sistema Terra. E, infine, sto facendo ricerca con persone che si interessano di virus. I virus sono dovunque, sono davvero bizzarri e sono un mio vecchio interesse.
Le prime due comunità sono molto spaventate dal discredito e dai fraintendimenti del pubblico, in modo diverso rispetto ai fisici: ci sono scienziati per così dire “protetti”, e fondamentalmente i fisici lo sono perché nessuno riuscirà mai seriamente a scocciarli cercando di proporre una qualche versione alternativa della meccanica quantistica, per esempio. Invece oggi chi si occupa di critical zone – un geochimico che parla del suolo, di un fiume, di un vulcano, di un albero, mettiamo –, sarà immediatamente criticato, costretto a discutere con altri ricercatori e con il pubblico che ha altri interessi e altre priorità, o con attori che hanno tutt’altro interesse, come lobby di vario genere. Studiando fisica si può restare nel Ventesimo secolo, ma non è così per chi studia queste altre scienze.

Sono scienze che toccano questioni politiche.
È il mondo in cui viviamo! Ripeto, se studi qualche pianeta extrasolare, puoi magari incontrare qualche lunatico che ne neghi l’esistenza, ma non ti saranno mai così addosso come invece accade per le scienze della Terra che hanno una diversa epistemologia e perciò richiedono un modo diverso di essere presentate e spiegate. E la scienza va difesa, non dimentichiamolo. Non parliamo solo di comprensione pubblica della scienza, oggi: la scienza è talmente sotto minaccia che potrebbe sparire, il 45 % degli americani crede che il cambiamento climatico sia orchestrato. In questi campi dunque non si tratta neanche più di comunicare la scienza, ma di difenderla.

L'universo e il nostro cervello si somigliano



In uno studio pubblicato sulla rivista Nature’s Scientific Reports, alcuni scienziati hanno osservato che l’espansione dell’Universo ha alcune caratteristiche molto simili a quelle riscontrabili nella crescita e nello sviluppo del cervello.




Il nostro Universo cresce! O meglio, per dirla in linguaggio “cosmologico”, è un Universo che si “espande”.

Il primo a rendersi conto di questo fenomeno che interessa l’intero Cosmo è stato Edwin Hubble, il quale, grazie alle sue osservazioni, notò che le galassie tendevano ad allontanarsi le une dalle altre.

Le intuizioni di Hubble portarono una vera e propria rivoluzione copernicana nella cosmologia poiché fino a quel momento si credeva che il nostro fosse un “universo stazionario”.

In un articolo comparso sulla rivista Nature’s Scientific Reports, si apprende di alcuni scienziati che hanno programmato una simulazione al computer dell’Universo, dal quale emergerebbe che l’espansione dell’Universo ha alcune caratteristiche molto simili a quelle riscontrabili nella crescita e nello sviluppo del cervello.

Alcune leggi fondamentali, ancora sconosciute alla fisica teorica, governerebbero allo stesso modo la crescita di sistemi piccoli e grandi, come possono essere un cervello o un intero universo.

E non solo! Queste leggi sconosciute sembrano comparire anche nello sviluppo e crescita di reti reali come quelle sociali o la stessa Internet: “Le dinamiche che governano la crescita naturale sono le stesse per le reti sociali, il cervello e l’Universo”, spiega il co-autore Dmitri Krioukov, fisico presso la University of California di San Diego ...



“Lo studio suggerisce che esisterebbe un’unica legge basilare della natura che governa lo sviluppo delle reti”, aggiunge il fisico Kevin Bassler dell’Università di Houston. “A prima vista, sembrano sistemi molto diversi tra loro. Allora la domanda a questo punto è: possiamo sviluppare la descrizione matematica di questa legge che governa lo sviluppo delle reti reali? Il contributo di questa ricerca è molto importante”, conclude Bassler.


Somiglianza con le reti

In verità, già in alcuni studi precedenti è stato dimostrato che i circuiti cerebrali e Internet si sviluppano secondo una dinamica molto simile.

Nonostante questa somiglianza funzionale, però, nessuno era stato in grado di individuare un’equazione in grado di prevedere perfettamente come le reti neurali, le reti informatiche o i social network crescano nel tempo.

Utilizzando le equazioni della Relatività di Einstein, che descrivono come la materia deforma il tessuto dello spazio-tempo, i fisici possono ripercorrere a ritroso lo sviluppo dell’Universo, fino a circa 14 miliardi di anni fa, all’epoca del Big Bang, così da poter osservare come si sia espanso il cosmo da allora fino ad oggi.

Partendo da questa consapevolezza, la squadra di Krioukov si è chiesta se l’osservazione accelerata dello sviluppo dell’Universo potesse aiutare ad approfondire la comprensione delle dinamiche che guidano le reti sociali e i circuiti cerebrali.

Il team ha creato una simulazione al computer, frammentando l’Universo primordiale fin nelle sue più piccole componenti sub-atomiche. Nella simulazione, questi quanti-frammenti sono stati collegati tra loro in un una rete di relazioni causale. Una volta avviata la simulazione, il suo sviluppo ha aggiunto sempre più spazio-tempo alla storia dell’Universo, così come la “connessione di rete” tra la materia che componeva le galassie.

Quando il team ha confrontato la storia dell’Universo con il modello di crescita dei social network e dei circuiti cerebrali, si è reso conto che entrambi le reti si espandono in modo simile: le unità sviluppano collegamenti equilibrati sia con nodi simili, sia con quelli che già avevano molte connessioni.

er esempio, un amante dei gatti che naviga su internet, può connettersi a siti web che trattano specificamente di gatti, ma anche a mega-siti come Google o Yahoo. Allo stesso modo, le cellule del cervello si connettono sia con quelle a loro più vicine, cosi come a quelle che hanno sviluppato già numerosi collegamenti con altre cellule cerebrali.

“La somiglianza inquietante tra le micro-reti e le macro-reti è inquietante, ed è improbabile che si tratti di una semplice coincidenza”, continua Krioukov. “Per un fisico, questo è un segnale immediato che c’è ancora qualcosa che non riusciamo a comprendere sul funzionamento della natura. Dobbiamo prendere atto che esiste una legge che governa lo sviluppo sia dei più piccoli sistemi, come le cellule celebrali, sia dei più grandi sistemi come le galassie.

Questa nuova ricerca sembra confermare un altro dato che accosta il nostro Universo ad un cervello. Secondo la neuroscienza, il numero delle cellule nervose che compone il nostro cervello è circa lo stesso del numero delle stelle presenti nell’Universo (miliardi di miliardi).

Oggi scopriamo che l’Universo si sviluppa allo stesso modo di un cervello… sorge una suggestione intrigante: e se l’Universo fosse la grande mente dell’Architetto del quale, noi esseri umani, siamo il pensiero più complesso?

Fonte: www.ilnavigatorecurioso.it

https://crepanelmuro.blogspot.com/2014/08/luniverso-e-il-nostro-cervello-si.html

Cervello, “ringiovanite cellule progenitrici” in un esperimento su topi


Di Giovanna Trinchella
La maturazione delle cellule cerebrali potrebbe non essere un processo irreversibile. Lo dimostra un esperimento in cui le cellule progenitrici del cervello sono “ringiovanite”. Prelevate dalla corteccia di un embrione di topo e trasferite in quella di un embrione più giovane, sono riuscite a ‘ricordare’ e rimettere in pratica le loro abilità più primitive.
L’esperimento, pubblicato su Nature dai ricercatori dell’Università di Ginevra, rappresenta una prova di principio della possibilità (ancora remota) di rigenerare la corteccia cerebrale danneggiata da incidenti o malattie.
Questo obiettivo viene inseguito da decenni, tanto che già negli anni Novanta alcuni ricercatori avevano tentato un simile trasferimento di cellule progenitrici nel cervello dei topi: quei primi esperimenti però, meno raffinati dell’attuale, avevano portato a conclusioni diametralmente opposte.

“Grazie a tecniche di isolamento cellulare più precise, noi invece siamo stati in grado di identificare cellule progenitrici che si comportano come vere staminali“, rivendica il neuroscienziato Denis Jabaudon. “Una volta trapiantate nel loro nuovo ambiente, sono ringiovanite diventando praticamente identiche agli altri progenitori non trapiantati. L’ambiente agisce dunque come una vera e propria cura ringiovanente”. Il segreto per riportare indietro le lancette dell’orologio è la proteina Wnt. “Sapevamo che fosse importante per mantenere le staminali in una condizione indifferenziata, ma da questo studio – aggiunge Jabaudon – emerge che può fare anche di più, rendendo reversibile il processo di maturazione cellulare”. In un secondo esperimento, il suo team ha provato anche ad accelerare la maturazione dei progenitori, trasferendoli da un embrione più giovane a uno più grande, ma contro ogni previsione non ci sono riusciti.

Marte poteva diventare potenzialmente abitabile 4,2 miliardi di anni fa, lo sostiene uno studio scientifico canadese


Di Salvatore Santoru

Marte sarebbe potuto diventato abitabile ben 4,2 miliardi di anni fa, prima della Terra. Ciò è stato scoperto da un team di scienziati dell'Università dell'Ontario occidentale in collaborazione con il Royal Ontario Museum e con il Johnson Space Center della NASA e i ricercatori dell'Università di Portsmouth.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/ambiente/2019/06/marte-studio-canadese-potrebbe-essere-diventato-abitabile-42-miliardi-di-anni-fa-002938421.html

Creato il primo batterio con genoma interamente riscritto


Di Juanne Pili

Cominciamo subito chiarendo che nessuno ha creato – dal nulla – un essere vivente sintetico. Quel che invece è avvenuto – senza sminuirne affatto l’importanza dell’esperimento – è che per la prima volta è stato «radicalmente alterato» il genoma di un batterio, come spiega il Guardian che ha annunciato la scoperta il 15 maggio scorso.
Non è la prima volta che viene sperimentato questo processo, come quando venne realizzato il Syn 3.0 nel 2016 dal team dello scienziato che riuscì per primo a mappare il genoma umano, Craig Venter. Annunci sulla creazione di vita sintetica dal nulla erano stati lanciati anche quando lo stesso Venter pubblicò sei anni prima uno studio riguardante la sintesi del singolo genoma di un batterio, il Mycoplasma mycoides

Non è stata creata una forma di vita dal nulla

Nel recente caso i ricercatori del Medical Research Council Laboratory of Molecular Biology hanno interamente riscritto il genoma del batterio Escherichia coli, come suggerisce già il titolo della ricerca pubblicata su Nature: «Total synthesis of Escherichia coli with a recoded genome». Ad oggi nessuno ha creato una forma di vita da zero.
Lo scopo della ricerca del resto non è quello di creare vita sintetica ma ingegnerizzare dei batteri a scopo medico, come fossero una sorta di microscopici «robot» biologici, o meglio «viventi». Il nuovo batterio è stato così battezzato Syn61

Come è stato editato il genoma

Si tratta di un passo avanti molto importante, perché come spiega lo stesso Jason Chin che ha capitanato il team di ricerca, «non era completamente chiaro se fosse possibile realizzare un genoma così grande e se fosse possibile cambiarlo così tanto». Oltre a questo il genoma del batterio è stato riscritto rimuovendone alcune parti dette «codoni».  
Il Dna ha un alfabeto di quattro «lettere» (A, T, C, G), i codoni sono «parole» di tre lettere che compongono assieme tutto il genoma. Altri sono stati sostituiti con dei «sinonimi»: ad esempio ogni volta che i ricercatori incontravano il codone «TCG» codificante dell’amminoacido «serina», lo rimuovevano mettendo al suo posto «AGC», che svolge lo stesso compito.

Il cancro non è dovuto al caso o alla sfortuna: dipende dall'ambiente


Di Francesca Bernasconi
"Non ci si ammala di cancro per caso o sfortuna". A confermarlo è uno studio scientifico, opera di un team di ricercatori italiani pubblicato su Nature Genetics, che mostra come sia possibile rintracciare le cause della malattia nell'ambiente e nelle traslocazioni cromosomiche.
Queste, spiegano gli scienziati, sono alterazioni geniche che portano allo sviluppo dei tumori.
Ma le alterazioni non avvengono casualmente, per predestinazione o sfortuna, come sostenevano studi precedenti, come quello del 2015, opera di un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine. Secondo gli studiosi italiani, guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all'università degli Studi di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, ricercatore Ieo e di Patologia generale della Statale, in collaborazione col gruppo diretto da Mario Nicodemi, docente dell'ateneo di Napoli Federico II, le traslocazioni cromosomiche sono prevedibili e causate dall'ambiente esterno alla cellula.
"Un tumore si sviluppa quando una cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni: i geni del cancro", spiegano gli scienziati. Le alterazioni possono consistere piccoli cambiamenti strutturali o arrivare anche alla fusione di due geni. Uno studio dello scienziato Bert Vogelstein ha dimostrato che le alterazioni si formano, quando le cellule duplicano il proprio Dna e, dato che queste mutazioni sono inevitabili, lo studioso ha concluso che avverrebbero a prescindere dagli stili di vita. Il lavoro dei ricercatori italiani, invece "mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche", causate dalla rottura della doppia elica. "Pensavamo che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare come ipotizzato da Vogelstein- spiegano gli autori dello studio- Al contrario, però, studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma". Il danno, infatti, "avviene all'interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività", che permettono di "prevedere quali geni si romperanno e quali no".
Quindi, conclude il team tricolore, "l'attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall'ambiente nel quale si trovano le cellule, che a sua volta è influenzato dall'ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti". Viene così ribadita l'importanza della prevenzione dei tumori, adottando uno stile di vita sano, evitando i fattori ambientali che favoriscono la formazione del cancro: fumo, alcol, obesità, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, una dieta ad alto contenuto in zuccheri e carni rosse o processate, e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. Inoltre, è bene effettuare i vaccini contro i virus e i batteri che causano i tumori.
Con i nuovi risultati è stata aperta "una finestra sul meccanismo molecolare alla base delle traslocazioni, che forse potremo usare in futuro come marcatore per identificare il rischio di sviluppare la malattia, o come bersaglio per disegnare farmaci che aiutino a prevenire il cancro". Per il momento, non è ancora chiaro quale sia il segnale che porta alle traslocazioni, ma la cosa importante è aver capito che "proviene dall'ambiente".

«Wafercraft», come funziona la mini-astronave che viaggia quasi alla velocità della luce


Di Juanne Pili

Saranno i laser a spingere le nostre navi spaziali a velocità «relativistiche», ovvero vicine a quella della luce. I ricercatori dell'Università della California sono all'opera già da un mese con un prototipo di piccole dimensioni dotato di apparecchiature miniaturizzate per la raccolta dei dati. 




Il modellino sperimentale è stato battezzato Wafercraft e non è più grande del palmo di una mano.
Magari prima di avere astronavi più grandi con equipaggio a bordo dovremo aspettare ancora, potrebbero volerci decenni o secoli, a seconda del Sistema solare che vogliamo raggiungere.



Come funziona la Wafercraft

Non si tratta di una mera esercitazione didattica. Questa ricerca si avvale dei finanziamenti della Nasa e di diverse fondazioni private. All'Agenzia spaziale c’è anche chi non ha rinunciato all’idea di poter curvare lo spazio-tempo per viaggiare proprio come nei film di Star Trek. Il prototipo è parte integrante di un programma dedicato allo sviluppo di veicoli spaziali in miniatura, da destinare prima a viaggi interplanetari e poi a quelli interstellari.
Per raggiungere il Sistema solare più vicino al nostro - Alpha Centauri - sarà necessario che prototipi come la Wafercraft vengano spinti con l'energia che la stessa luce può fornire: si chiama «propulsione energetica diretta», questo termine dal retrogusto fantascientifico indica l’utilizzo di un insieme piuttosto ampio di laser, al fine di generare una spinta. 
Il motore non viaggerà affatto, i laser saranno infatti irradiati da Terra. In questo modo, applicando alla navicella una apposita vela, il motore potrà accelerare fino a raggiungere una velocità pari al 20% di quella della luce, permettendo a una eventuale sonda di raggiungere Alpha Centauri nel giro di 20 anni.



Il primo viaggio con un pallone

Oggi dobbiamo accontentarci di veder volare la piccola astronave con l’aiuto di un apposito pallone aerostatico, come hanno fatto i ricercatori californiani per verificare l’efficienza delle apparecchiature miniaturizzate. Il primo esperimento è avvenuto in Pennsylvania il 12 aprile scorso, dove la Wafercraft ha raggiunto una quota di 32 chilometri, registrando ottimi dati.  
Uno degli aspetti più interessanti di questa esperienza è stato proprio il collaudo di apparecchiature che prima dovevano occupare uno spazio notevole. Una ricerca nella ricerca, insomma, grazie alla microelettronica infatti sarà possibile ridurre notevolmente volume e peso delle future missioni spaziali. Si tratta di innovazioni che serviranno anche per i primi astronauti che metteranno piede su Marte. O forse saranno delle astronaute?


Nel pane (e in altri prodotti da forno) si nasconde un conservante associato al rischio di diabete e obesità


Di Salvatore Santoru

Nel pane e in altri prodotti da forno si nasconde un conservante assai poco salutare. Più specificatamente, si tratta dell’acido propionico.
Tale conservante acidificante, riporta 'il Salvagente',  è molto utilizzato nel pane e in altri prodotti in quanto risulta essere un inibitore della crescita di certi batteri e della muffa. 

Ma, come riportato nello stesso articolo del 'Salvagente', una ricerca dell’HarvardT.H. Chan School of Public Health è giunta alla conclusione che l'additivo aumenta i livelli di determinati ormoni associati al rischio di obesità e diabete.

Aiuto, c'è un milione di specie a rischio estinzione (ma non interessa a nessuno)


Di Emanuele Bompan

Un milione di specie a rischio estinzione, animali e vegetali. Una vera e propria estinzione di massa. Causata dall’uomo. Il dato-shock è stato annunciato dall’ultimo rapporto IPBES, la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi creata dalle Nazioni Unite. Ma la notizia peggiore è che il tasso di estinzione delle specie, che non ha precedenti storici, ha accelerato. «La salute degli ecosistemi di cui dipendiamo, così come di tutte le altre specie, si sta deteriorando più velocemente che mai. Stiamo erodendo le basi stesse della nostra economia, della nostra sicurezza alimentare, della salute e della qualità della vita in tutto il mondo», denuncia il britannico Robert Watson, presidente dell’IPBES.
Fermate quello che state facendo e pesate alla gravità di questa affermazione. Non solo non siamo in grado di proteggere la biodiversità del pianeta, ma stiamo pure peggiorando nel ruolo di steward del pianeta. Altro che amore per il Creato. Eppure nel lontano 1992, centonovantasei nazioni firmarono la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), un trattato internazionale adottato al fine di tutelare le varietà di specie animali e di piante, l'utilizzazione durevole dei suoi elementi e la ripartizione giusta dei vantaggi derivanti dallo sfruttamento del capitale naturale. La CDB però è stata sempre poco seguita dai governi e dalla stampa. Chi ha mai sentito parlare degli Obiettivi per la Biodiversità di Aichi 2010-2020? Un tema frequentemente ignorato sui media. Inclusi quelli specializzati. Mai una prima pagina.
Il problema della biodiversità non è “una questione da poveri animaletti”: il report IPBES mostra chiaramente come il deterioramento del capitale naturale abbia impatti concreti sul nostro benessere e la nostra salute. Il degrado del suolo ha ridotto la produttività del 23% della superficie terrestre globale; la perdita degli impollinatori ha comportato danni per 577 miliardi di dollari all’agricoltura in tutto il mondo, 100-300 milioni di persone sono a maggior rischio di inondazioni e uragani a causa della perdita di habitat costieri come le mangrovie. Sono a rischio la pesca, il settore del legname, e in generale tutti i servizi naturali cui la biodiversità garantisce resilienza. «In generale la perdita di specie e habitat rappresenta un pericolo per la vita sulla Terra tanto quanto lo è il cambiamento climatico», afferma Watson.
Ora il nuovo report IPBES, che è il corrispondente per la biodiversità dell’IPCC, il mega panel di scienziati sul cambiamento climatico, il primo dal 2005 di queste dimensioni (raccoglie oltre 15mila studi di settore, ed è stato revisionato dagli esperti governativi di 132 paesi), dimostra – una volta per tutte – che la risposta attuale, su scala globale, è insufficiente e cambiamenti profondamente trasformativi sono necessari per rigenerare e proteggere la natura.
Niente di nuovo in realtà: il fatto che dei 20 Obiettivi sulla Biodiversità di Aichi (un percorso avviato in Giappone nel 2010 dalle Nazioni Unite similare ai negoziati sul clima ) per il 2020 solo 4 sono stati raggiunti dimostra come già da tempo il mondo della scienza fosse a conoscenza della realtà de fatti. Oggi più del 40% delle specie di anfibi, quasi il 33% dei coralli che formano la barriera corallina e più di un terzo di tutti i mammiferi marini sono minacciati. In passato l’uomo, anche in numeri inferiori ha portato distruzione: almeno 680 specie di vertebrati sono state portate all'estinzione dal XVI secolo, conferma il report IPBES. Il nostro paese non è esente: solo in Italia presto potrebbero sparire l’allodola - ne sono sparite la metà negli ultimi 40 anni – la farfalla blu – meno 38% dagli anni ’70, mentre un terzo degli individui di api e insetti è a rischio estinzione. L’estinzione più preoccupante? Quella dei coralli, che potrebbe alterare completamente gli equilibri marini, con gravissimi impatti sulla pesca e sulla sicurezza alimentare.
È sempre più certo che l’intervento umano stia causando, di fatto, una vera e propria Sesta estinzione di massa. Per l’integrità della biosfera gli studiosi indicano un limite di “dieci estinzioni ogni 10.000 specie nell’arco di 100 anni”, mentre dal 1900 si sono registrate “24-100 estinzioni ogni 10.000” specie, a seconda dei tipi di organismi», spiega a Linkiesta Gianfranco Bologna, responsabile scientifico WWF Italia. «Persino gli insetti sono a rischio. Una recente analisi di più di 70 ricerche sul declino degli insetti in varie parti del mondo illustra quanto il fenomeno sia diffuso in maniera preoccupante».
«Per affrontare le principali cause di danno alla biodiversità dobbiamo capire la storia e l'interconnessione globale una serie di fattori, dal cambiamento demografico al motore economico, così come i valori sociali che li sostengono», spiega il Prof. Eduardo Sonnewend Brondízio, uno dei principali autori del report IPBES. «I driver chiave includono un aumento della popolazione e del consumo pro-capite, l'innovazione tecnologica, che in alcuni casi ha ridotto e in altri casi ha aumentato il danno alla natura e, criticamente, le questioni di governance e responsabilità. Un elemento che emerge è quello dell'inter-connettività globale e del "telecoupling" - ovvero l'estrazione e la produzione di risorse che spesso si verificano in una parte del mondo per soddisfare i bisogni dei consumatori di regioni lontane». Il 2020 sarà un anno storico per capire quali sforzi l’umanità può mettere in campo per la biodiversità e il clima, elementi per altro fortemente correlati. Seguire questi temi sarà un obbligo civico. Ogni giornalista, ogni cittadino deve esserne consapevole.

La denuncia degli scienziati: Coca-Cola potrebbe sospendere le ricerche che finanzia


Di Marta Musso

Attraverso specifici meccanismi contrattuali, il colosso della Coca-Cola potrebbe nascondere i risultati di alcune ricerche che finanzia. È questa l’accusa di un team di ricercatori internazionale, guidato dall’Università di Cambridge, che analizzando oltre 87mila pagine di documenti ottenuti grazie alla statunitense Freedom of Information Act, o Foia, (legge che tutela la libertà d’informazione e il diritto di accesso agli atti amministrativi), ha scoperto come specifiche clausole nei contratti di finanziamento darebbero al colosso delle bollicine la possibilità di visionare in anteprima eventuali risultati di studi di alcune università statunitensi e canadesi. Ma non solo: la società godrebbe anche del diritto di far sospendere uno studio “senza alcuna ragione” (o meglio, qualora fosse sfavorevole per l’azienda) e di entrare in possesso di quei dati.
Tuttavia, specifichiamo fin da subito che, come riferiscono i ricercatori nel loro studio appena pubblicato sul Journal of Public Health Policy, non sono state finora trovate le prove concrete che la Coca-Cola abbia mai sospeso alcuna ricerca che ha finanziato. “Tuttavia, il dato importante è che l’azienda ha il diritto di farlo”, raccontano i ricercatori.
Gran parte dei finanziamenti della Coca-Cola riguardano il mondo della ricerca sulla nutrizione e sull’attività fisica. Ricordiamo, infatti, che il consumo di cibi e bevande ad alto contenuto calorico e a basso contenuto di nutrienti è considerato un importante fattore nell’epidemia di obesità infantile. Tanto che l’anno scorso, come vi avevamo raccontato, il Regno Unito aveva introdotto una tassa sullo zucchero su molte bevande analcoliche, inclusa la Coca-Cola.
Come raccontano i ricercatori, queste clausole potrebbero nascondere “informazioni fondamentali sulla salute”, e ipotizzano sia già stato fatto. Infatti, gli autori dello studio, tra cui anche i ricercatori della London School of Hygiene e Tropical Medicine, dell’università Bocconi e dello statunitense Right to Know (gruppo di ricerca no profit), sostengono che le clausole appena scoperte violano gli impegni presi dalla società di sostenere lascienza in modo trasparente e senza restrizioni.
Per capirlo, tra il 2015 e il 2018 il Right to Know ha presentato 129 richieste al Foia relative alle università nordamericane che avevano ricevuto finanziamenti dalla Coca-Cola. Dalle analisi di oltre 87mila pagine di documenti, i ricercatori hanno scoperto cinque contratti di ricerca stipulati con quattro università: Louisiana State University, University of South Carolina, University of Toronto e University of Washington.
Sul suo sito web la Coca-Cola dichiara che gli scienziati mantengono il controllo totale sulle loro ricerche e che la società non ha il diritto di impedire la pubblicazione dei risultati. Un portavoce dell’azienda, in particolare, ha riferito a Inverse“Concordiamo che la trasparenza e l’integrità della ricerca siano fondamentali. Ecco perché, dal 2016, The Coca-Cola Company non ha finanziato in modo indipendente la ricerca su questioni relative alla salute e al benessere in linea con i principi guida pubblicati sul nostro sito web da quel momento”.
Dall’altra parte, tuttavia, gli accordi mostrano mostrano che Coca-Cola avrebbe potuto far valere alcuni diritti durante tutto il processo della ricerca, tra cui il diritto di ricevere aggiornamenti e commenti sui risultati prima della pubblicazione e il potere di terminare gli studi in anticipo anche “senza motivo”.
“Abbiamo scoperto che alcuni contratti consentono di annullare risultati o scoperte sfavorevoli prima della loro pubblicazione”, ha precisato l’autrice della ricerca, Sarah Steele, dell’Università di Cambridge. “La Coca-Cola si è dichiarata all’avanguardia nel sostenere con trasparenza gli studi sulla salute che finanzia, ma i nostri risultati suggeriscono che una ricerca importante potrebbe non essere stata mai pubblicata e noi non lo sapremo mai”.

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