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YEMEN, LA RIVELAZIONE DELLA CNN: 'Arabia Saudita ed Emirati passavano armi Usa a gruppi legati ad Al Qaeda'


Di Salvatore Santoru

Una recente inchiesta della Cnn ha rivelato che armi statunitensi sono finite nelle mani di diversi gruppi impegnati nel conflitto dello Yemen, tra cui quelli jihadisti legati ad al QaedaCome riporta un articolo di Remocontro, la Cnn ha spiegato che le armi sono state fornite volontariamente dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

In tal modo, l'Arabia e gli Emirati hanno cercato di conquistare la fedeltà di milizie e clan locali e di aumentare la propria influenza geopolitica nell'area, tenendo anche conto che gli stessi gruppi e Al Qaeda risultano essere impegnati nella lotta contro i ribelli Houthi.
Su ciò c'è anche da dire che comunque, sempre secondo l'inchiesta, armi USA sono finite anche nelle mani del fronte antisaudita rappresentato dagli stessi Houthi.

I curdi: "Padre Dall'Oglio è ancora vivo"

Di Andrea Riva
Padre Paolo Dall'Oglio potrebbe essere ancora vivo. Lo rivelano fonti curde al Times.
Con lui ci sarebbe anche il reporter John Cantlie e altri due ostaggi occidentali, rapiti alcuni anni fa in Siria. I jihadisti dello Stato islamico vorrebbero usarlo come moneta di scambio per cercare un accordo con le forze curde che li circondano e trovare un accordo per ritirarsi senza correre ulteriori rischi.
Non è la prima volta che giungono notizie positive sul sacerdote italiano. Già nel 2014, fonti mediorientali accendevano la speranza sulla sua sorte.

Chi è padre dall'Oglio

Padre Paolo, 62 anni, era stato rapito il 29 luglio del 2013, mentre si trovava a Raqqa, all'epoca la capitale dello Stato islamico. Nessuno ha mai rivendicato il suo rapimento: né l'Isis né i gruppi jihadisti. Per un breve periodo si pensò addirittura che il sacerdote fosse prigioniero in un carcere del Califfato nella provincia di Aleppo, come riportato da AdnKronos international. Dall'Oglio ha passato gran parte della sua vita in Siriaa, a Dei Mar Musa, dove guidava una comunità monastica dedita al dialogo religioso.
Con lo scoppio della rivoluzione nel 2011, padre Paolo si schierò dalla parte dei ribelli e per questo venne duramente accusato dal governo di Bashar al Assad. Il sacerdote si diresse così nel Kurdistan iracheno per poi rientrare in Siria ed essere infine rapito.

Chi è John Cantlie

È uno dei pochi superstiti della furia dello Stato islamico. Cantlie era arrivato in Siria per raccontare il conflitto insieme a James Foley, che venne poi brutalmente decapitato da Jihadi John nell'agosto del 2014.
Per rimanere vivo, il reporter si è prestato al Califfato, realizzando diversi video in cui incensava il modello dello Stato islamico e accusava la politica dell'Occidente in Medio Oriente. L'ultimo filmato risale al 2016 e Cantlie si trovava a Mosul, in Iraq. Ora si troverebbe in Siria, in una piccola fetta di terra controllata dalle bandiere nere al confine con l'Iraq. Proprio negli ultimi mesi, in questa zona si è registrata un'imponente avanzata dei curdi, appoggiati dall'aviazione e dall'artiglieria americana.

FILIPPINE, attacco terroristico di matrice islamista radicale durante la messa domenicale: almeno 20 persone sono rimaste uccise


Di Salvatore Santoru

Nuovo attacco terroristico di matrice islamista radicale. Questa volta l'attentato è avvenuto nelle Filippine ed è stato compiuto dai miliziani di Abu Sayyaf.
Più specificatamente, la strage è avvenuta durante la messa domenicale nella cattedrale di Jolo.

 Come riporta la Stampa, vi sono state almeno 20 persone morte(15 civili e 5 soldati).

Quella nuova strategia degli scafisti per fare sbarcare i migranti


Di Mauro Indelicato

Un nuovo blitz che testimonia quanto pericolosa sia, per la nostra sicurezza nazionale, la rotta di barconi e gommoni tra Tunisia e Sicilia. Questa volta, grazie ai risultati acquisiti con l’operazione “Abiad”, la minaccia jihadista nei confronti dell’Italia appare esplicita. Se prima quei viaggi “di lusso”, con gommoni comodi ed effettuati in poche ore di viaggio, sembrano celare il sospetto dell’arrivo dei terroristi nel nostro paese, adesso si parla chiaramente di simpatie verso l’Isis e di esaltazione della jihad tra chi gestisce il business del contrabbando lungo il canale di Sicilia. Ed il cerchio, verrebbe da dire, si chiude. Gli allarmi per possibili infiltrazioni jihadiste vengono lanciati già nell’estate del 2017, quella che in Sicilia viene ricordata come la stagione per eccellenza degli “sbarchi fantasma“. Approdi cioè non segnalati, dove chi lascia le imbarcazioni sulla spiaggia fa poi perdere traccia tra le campagne siciliane circostanti. In quella stagione si conta, soprattutto ad Agrigento, una media di almeno due sbarchi al giorno.
Gommoni provenienti in gran parte dalla Tunisia, paese che ha il triste primato del numero di foreign fighters affiliati all’Isis. Elementi dunque troppo evidenti per non pensare al rischio di infiltrazioni terroristiche. 

La peculiarità delle rotte degli sbarchi fantasma 

La “stagione di fuoco” degli sbarchi fantasma inizia nella seconda metà di giugno del 2017. Due barchini vengono notati lungo la spiaggia di Zingarello, una contrada ricadente all’interno del comune di Agrigento e non lontana da Palma di Montechiaro. Quell’avvistamento appare subito anomalo: non c’è traccia di persone all’interno delle imbarcazioni, ma nemmeno nelle zone circostanti. Tutto sembra essere avvenuto di notte ed in fretta: sulla spiaggia, alcuni vestiti ed alcuni oggetti personali, segno che chi è approdato lì subito si è messo in cammino verso altre mete senza essere intercettato. Quell’episodio, già pochi giorni dopo, non appare più come episodio isolato. Si contano numerosi sbarchi, tra luglio ed agosto del 2017 gli approdi sono quasi quotidiani. Da Zingarello alla riserva di Tosse Salsa, nel territorio di Siculiana, dalla suggestiva ed isolata spiaggia delle Pergole di Realmonte, fino ai lidi compresi tra Ribera e Sciacca. Tutta la costa dell’agrigentino appare sotto assedio. Ed al Tribunale di Agrigento, dagli stessi uffici del quinto piano da cui esattamente un anno dopo partirà l’indagini contro Salvini per il caso Diciotti, si lancia il primo allarme: “Non si possono escludere rischi sul fronte terrorismo”, tuona infatti il procuratore Luigi Patronaggio. 
Del resto nel mese di settembre del 2017, desta scalpore il ritrovamento di una felpa a Torre Salsaabbandonata da uno dei tanti migranti sbarcati e subito dispersi tra le campagne. In quell’indumento di colore nero, spicca la scritta “Haters Paris”, un riferimento alla capitale francese colpita dal terrorismo negli anni precedenti. Finita l’estate, gli sbarchi iniziano a diminuire. Scattano le indagini: nell’agrigentino vengono arrestati cinque scafisti, gli unici ad essere braccati dopo uno sbarco avvenuto a Porto Empedocle. Ma nei mesi successivi a quella calda estate, le inchieste puntano anche sul trapanese. Ed è lì che emergono i dettagli più inquietanti. Si evidenziano, in particolare, alcune differenze tra il fenomeno degli sbarchi fantasma ad Agrigento e quelli invece che avvengono in provincia di Trapani. I primi sono quasi sempre effettuati con barchini: la traversata parte dalle coste di Biserta o di Sfax e termina nell’agrigentino, sia lungo le coste siciliane che dell’isola di Lampedusa. 
Gli sbarchi nel trapanese sono invece quelli considerati “di lusso”: si arriva tra Marsala e Mazara del Vallo e non con piccole imbarcazioni di legno, bensì come mezzi molto più veloci e sicuri. Attraversare il canale di Sicilia con queste imbarcazioni costa molto di più. Lo si intuisce per la prima volta con il blitz del giugno 2017 disposto proprio dalla procura di Trapani, così come con il recente blitz Caronte del 23 marzo scorso. Gli unici elementi in comune tra gli sbarchi ad Agrigento e quelli nel trapanese, sono dati dal fatto che tutte le imbarcazioni sfuggono al controllo delle navi militari presenti nel canale di Sicilia. Ma il fenomeno riguarda due canali di immigrazione differenti: ad Agrigento approda chi parte con piccole imbarcazioni, tra Marsala e Mazara invece coloro che possono permettersi molti più soldi da spendere.

Il concreto pericolo per l’Italia: “Un esercito di kamikaze pronto ad entrare”

Il sospetto degli inquirenti sta proprio in quest’ultimo elemento: chi può permettersi di avere maggiore disponibilità economica per una traversata verso la Sicilia, potrebbe avere l’appoggio di un’associazione criminale. O, peggio ancora, anche di una terroristica. Ed il blitz Abiad conferma i sospetti. A capo dell’organizzazione che organizza i viaggi tra la costa tunisina e quella trapanese, vi è un soggetto che sui social posta inequivocabili segni di simpatie per l’Isis.Bandiere del califfato, esecuzioni, attentati, frasi che non lasciano spazio a dubbi: “È solo una la morte e per questo deve essere in nome di Dio”. Legami dunque conclamati quanto meno con le ideologie islamiste da parte del leader di questa banda, un tunisino che vivrebbe in Sicilia. Tra le accuse ipotizzate dagli inquirenti, c’è anche quella della possibile attività terroristica. Questo perchè nell’inchiesta emergono elementi che portano a pensare all’approdo in Sicilia di aspiranti kamikaze. Tutto nasce dalle rivelazioni di un pentito che, come si legge sull’AdnKronos, nell’agosto 2016 inizia a collaborare con la magistratura. Il pentito, un tunisino in carcere per reati legati allo spaccio di droga, racconta come è arrivato ed in che modo entra in contatto con la banda sgominata oggi. 
In particolare, il tunisino racconta di un suo incontro con un connazionale nel centro di Marsala dopo essere approdato in Italia con un barcone nel febbraio 2016: “Ho incontrato Monji Ltaief – si legge nei verbali – Parlando con lui ho appreso che era al servizio di un soggetto di nome Fadhel conosciuto anche come Boulaya per via della sua barba molto folta. E’ ricercato in Tunisia per aver sparato a personale della guardia costiera tunisina”. Monji è tra gli arrestati del blitz Abiad. Viene riconosciuto come uno dei leader dell’associazione, ma il vero capo, colui che posta immagini dell’Isis, è ancora ricercato. Ma il pentito, nel suo racconto, va avanti. “Nel giugno del 2016 – si legge ancora – ho incontrato un tunisino di nome Ahmed e so per certo che è ricercato in Tunisia per terrorismo ed è arrivato in Italia da qualche mese. Attualmente dovrebbe vivere a Palermo”. Nel suo racconto, il pentito tunisino specifica di voler parlare perchè teme “un esercito di kamikaze” pronto ad entrare in Italia grazie al sistema degli sbarchi da lui stessi fatto emergere. Secondo il tunisino dunque, almeno un terrorista è attivo nel nostro paese e vivrebbe nel capoluogo siciliano, ma potrebbe certamente non essere l’unico. 
Il quadro che emerge è dunque tanto chiaro quanto allarmante: gli sbarchi nel trapanese, avvenuti più in sordina a livello mediatico in quanto minori di numero rispetto a quelli che coinvolgono l’agrigentino, trasportano gente che ha un alto livello di pericolosità criminale. Persone ricercate in Tunisia, che riescono ad entrare nel nostro paese. E l’attenzione, sotto il fronte del rischio terrorismo, rimane dunque molto alta. 

Parla il terrorista pentito: "In Italia si rischia l’arrivo di un esercito di kamikaze"



I Carabinieri del R.O.S. di Palermo hanno eseguito nelle province di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Brescia 15 fermi disposti dalla dda del capoluogo siciliano nei confronti di persone accusate di istigazione a commettere delitti in materia di terrorismo, associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, ingresso illegale di migranti nel territorio nazionale ed esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria.

Il pentito


L'organizzazione criminale gestiva viaggi a bordo di natanti veloci di piccoli gruppi di migranti tra la Tunisia e l'Italia. L'inchiesta nasce dalla collaborazione con gli inquirenti di un tunisino coinvolto nell'attività della banda. L'uomo ha deciso di parlare per evitare, ha detto agli inquirenti, che ci si ritrovasse con "un esercito di kamikaze in Italia", raccontando di essere a conoscenza dell'esistenza di una organizzazione criminale che gestiva un traffico di esseri umani, contrabbandava tabacchi e aiutava ad espatriare soggetti ricercati in Tunisia per reati legati al terrorismo.

Video e foto che inneggiano all'Isis


Nel profilo Facebook del fermato accusato di apologia all'Isis sono stati trovati video di esecuzioni capitali fatte dal boia di Daesh noto come Jihadi John. E' stato anche scoperto materiale propagandistico delle attività di gruppi islamici di natura terroristica come preghiere, scritti, ordini, istruzioni e video con scene di guerra, immagini di guerriglieri, discorsi propagandistici e kamikaze presi dalla rete. Scoperti anche suoi contatti con profili di altri estremisti islamici. L'arrestato era uno dei cassieri dell'organizzazione e gli inquirenti sospettano che abbia usato il denaro guadagnato coi viaggi nel Canale di Sicilia anche per finanziare attività terroristiche.

Arrestato tunisino


A Brescia è stato arrestato un tunisino di 27 anni: ora in carcere a Canton Mombello, era residente da poco a Ome (Brescia) dopo anni vissuti a Palermo. Gli inquirenti gli contestano un episodio di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, avendo aiutato una ragazza a trasferirsi in Inghilterra acquistando per lei biglietti aerei.

Belgio, giudice ordina il rimpatrio di sei bambini figli di affiliate all'Isis

Di Franco Grilli
Un giudice belga, con una sentenza, ha imposto al governo di Bruxelles il rimpatrio di sei figli minorenni di due cittadine belghe che si sono unite all'Isis in Siria.
Una decisione che ha fatto scoppiare la polemica nel Paese, lasciando allibite le istituzioni e l'opinione pubblica locale.
Tatiana Wielandt, 26 anni, e Bouchra Abouallal, 25, sono due tre delle seicento donne catturate dai curdi e sono attualmente detenute con i bambini nel campo di Al-Hol, al confine tra Siria e Iraq, che viene descritto essere un campo di prigionia dove non vengono rispettati i diritti umani. Da qui la decisione del giudice, che impone a Bruxelles di assicurare il rientro in patria entro 40 giorni, pena il pagamento di 5mila euro per ogni giorno che i minori trascorreranno lontano da casa, fino a un massimo di un milione di euro.
In attesa di capire se l'esecutivo farà o meno ricorso contro la sentenza, un portavoce del ministero degli Esteri ha annunciato che il suo ministero analizzerà la questione con i colleghi del dicastero della Giustizia e dell'Interno.

L’ISIS ha rivendicato l’attentato al ministero degli Esteri libico a Tripoli


IL POST

La provincia dello Stato Islamico in Libia, il gruppo libico affiliato all’ISIS, ha rivendicato l’attentato compiuto martedì al ministero degli esteri libico a Tripoli, nel quale sono state uccise almeno due persone (secondo alcune fonti del governo libico i morti sarebbero tre). La rivendicazione è stata diffusa da Amaq, agenzia di news semi-ufficiale dello Stato Islamico, che ha parlato di tre attentatori. Dalla ricostruzione fatta da funzionari libici, gli attentatori indossavano dell’esplosivo e uno di loro si sarebbe fatto esplodere all’interno dell’edificio.

Il jihadista viveva in uno Sprar. Salvini: "Mantenuto a nostre spese"

Di Claudio Cartaldo
Voleva far saltare in aria le chiese italiane a Natale perché "sono piene". Nel mirino aveva anche San Pietro, l'edificio sacro "più grande".
Voleva "uccidere e ammazzare i cristiani" perché "se serve alla causa bisogna farlo". Mohsin Omar Ibrahim, anche noto come Anas Kalil, è stato arrestato ieri con l'accusa di essere un affiliato dell'Isis. Il 20enne somalo aveva una valigia in mano e camminava verso la stazione di Bari quando è stato fermato e sottoposto a interrogratorio. Le indagini, coordinate dalla Dda pugliese e cui hanno partecipato anche i servizi segreti e l'Fbi, sono piene di intercettazioni telefoniche compromettenti. Ma è soprattutto sul suo passato che ora si concentrano gli interrogativi, soprattutto quelli politici: come è arrivato in Italia?
Ibrahim è arrivato in Italia nel 2016. Dopo lo sbarco in Sicilia è finito a Folrì, poi ha ottenuto un permesso di soggiorno umanitario. Come rivelato dal Giornale, ha lavorato come operaio e nei campi della Puglia, poi ha vissuto in uno Sprar e infine si è spostato in uno stabile occupato abusivamente dagli immigrati. Ed è proprio su questo che oggi Salvini rivendica le norme inserite all'interno del suo decreto Sicurezza.
"Prima ha ottenuto un permesso umanitario ed è stato mantenuto a spese degli italiani in uno Sprar, poi si è trasferito in un edificio occupato che è stato sgomberato a ottobre - ha detto il ministro dell'Interno - Il caso dell'aspirante terrorista islamico di Bari, di nazionalità somala, ci conferma ancora di più che era necessaria una stretta sui permessi di soggiorno facili, sulle occupazioni abusive, sui fruitori di servizi pagati dai contribuenti. Altro che buonismo e critiche al Viminale che "manda immigrati indifesi in mezzo alla strada". Il titolare del Viminale insiste quindi nel dire che il suo obiettivo è quello di ottenere "regole, legalità, buonsenso". "Aiutiamo solo i veri profughi - ha detto - non balordi, delinquenti o clandestini. Grazie allo straordinario lavoro delle Forze dell'Ordine e degli investigatori. Dopo il mio Decreto andiamo avanti, con più forza, per aumentare le espulsioni".

Tutti i misteri della strage di Strasburgo e il grande fallimento della sicurezza francese


Di Alberto Negri
Perché lo ha fatto? E soprattutto perché glielo hanno lasciato fare? Sono due domande che forse resteranno senza risposta dopo l’uccisione di Cherif Chekat, fulminato dalle squadre speciali dell’anti-terrorismo in quelle strade di Strasburgo dove era nato e cresciuto, a poche centinaia di metri dove aveva fatto perdere le sue tracce. Fatto di per sé già clamoroso.
....
 Anche la rivendicazione del Califfato attraverso l’agenzia Amaq _ “era un nostro soldato” _ sembra qualche cosa di esotico e di esagerato per un criminale comune che pure veniva definito dalle “fiche S” a pericolo di radicalizzazione. Eppure anche Cherif, nonostante le sue contraddizioni e forse proprio per queste sue ambiguità, appartiene a quella che lo studioso francese Olivier Roy definisce la Generazione Isis.
Olivier Roy propone una chiave di lettura sconcertante: non è l’integralismo islamico la prima causa di questo terrorismo ma un disagio tutto giovanile, un’esigenza folle, violenta e fuori controllo di rottura generazionale. Certo per compiere questa rottura c’è bisogno di un pretesto. E questi giovani lo trovano facilmente nell’odio puro ostentato dall’Isis, che ha ormai perso la propria territorialità in Siria e in Iraq ma che continua a mantenere una sua fascinazione, attraverso il web o la radicalizzazione in carcere.
In Francia i protagonisti del terrorismo di marca islamica spesso sono passati per la criminalità e le gang giovanili prima di conoscere una rapida conversione religiosa: la loro traiettoria di adesione all’Isis o al jihadismo si accompagna, e si nutre, di una evidente fascinazione per la morte che, non a caso, rappresenta spesso l’epilogo del loro percorso che si conclude con un attentato suicida o con l’uccisione.
E la stessa finalità del loro terrorismo si esaurisce nel gesto, soprattutto se ha contenuti simbolici ed è ripreso dai social media e dalla rete. In poche parole si rifanno a un Islam ridotto all’osso e a slogan semplici e ripetitivi ma non hanno legami veri e profondi con il mondo musulmano. La loro è una religione senza cultura. Certo il Califfato nonostante le rivendicazioni, per i jihadisti alla Cherif Chekat non appare una meta. Nei jihadisti francesi, ma non solo tra loro, il fine non è una società ideale come quella del Califfato ma dare un senso alla loro vita, una sorta di nichilismo che nasce dal vuoto individuale.
Ma mentre farsi domande su Cherif rischia di restare un esercizio senza risposte certe, sono le autorità francesi che dovranno spiegare come martedì sia riuscito a sfuggire alla cattura un criminale ben conosciuto con 27 condanne, come abbia potuto sfruttare le falle della sicurezza, come sia potuto sopravvivere a un paio di scontri a fuoco.
Ci sono oltre 20mila “fiche S” in Francia, individui a rischio terrorismo, monitorarli tutti è un’impresa impossibile. O forse era lo stesso Cherif che doveva pedinarsi da solo e seminare tracce che dovevano in qualche modo portare ad altre piste. Lo stragista di Strasburgo non può più parlare e magari qualcuno accoglierà la sua morte con sollievo.

STRASBURGO, UCCISO IL RESPONSABILE DELL'ATTACCO TERRORISTICO CHERIF CHEKATT


Di Salvatore Santoru

Il terrorista responsabile della strage di StrasburgoCherif Chekatt, è stato ucciso dalla polizia durante un’operazione.
Come riporta il Corriere(1), Chekatt si era rifugiato in un magazzino collocato nel quartiere di Neudorf.

NOTA:

(1) https://www.corriere.it/esteri/18_dicembre_13/strage-strasburgo-cherif-chekatt-ucciso-polizia-dbb0c9f6-ff14-11e8-81df-fed98461c4ee.shtml

TERRORISMO, SALVINI: 'OCCORRE DIFENDERE IL TERRITORIO E FERMARE CHI STA ESULTANDO ONLINE PER LA STRAGE DI STRASBURGO'


Di Salvatore Santoru

A seguito dell'attacco terroristico di Strasburgo Matteo Salvini ha annunciato la massima attenzione anche per l'Italia.
Più specificatamente, riporta Rai News(1), il ministro dell'Interno ha sostenuto che "occorre difendere il territorio e controllare i confini e l'arresto immediato anche di chi in queste ore sta esultando on line".

NOTA:

(1) http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-8c61656c-ebaa-4fd2-99c7-22db9662b5af.html

L’attentato di Strasburgo è un nuovo tipo di terrorismo


Di Lorenzo Vita
http://www.occhidellaguerra.it/

Viene chiamato Chérif C. e, secondo le prime informazioni, sarebbe lui l’attentatore di Strasburgo. Nato a Strasburgo il 4 febbraio 1989 e condannato già nel 2011 per aver aggredito un ragazzo, sarebbe di origine nordafricana. Secondo le prime indiscrezioni trapelate dalla Prefettura, che ha fatto partire la caccia al killer, il ragazzo era già ampiamente noto alle forze dell’ordine, tanto che la sicurezza francese, già nel 2016, lo aveva già segnalato con la “S” che indica un soggetto radicalizzato.
Alle spalle, una carriera da criminale incallito fatta di reati comuni, rapine, furti, violenze. E la radicalizzazione sarebbe avvenuta in carcere, come larga parte dei nuovi terroristi. Anche se l’intelligence francese credeva, come spiegato dal sottosegretario di Stato del ministero dell’Interno, Laurent Nunez, che la sua radicalizzazione fosse legata soprattutto a un irrigidimento delle pratiche religiose. 
Il profilo dell’attentatore è perfettamente in linea con il jihadismo contemporaneo. Chérif, come molti altri che hanno colpito in Europa e in America, non è arrivato dal Medio Oriente, ma è un cittadino francese, che colpisce nello stesso Paese in cui è nato. Non ha un passato di islamismo e non ha una famiglia che lo abbia indotto a radicalizzarsi. È un criminale con molti reati comuni alle spalle e probabilmente con una radicalizzazione molto rapida. Un profilo che, come ricordato da Guido Olimpio per Il Corriere della Sera, “ricorda lo stragista di Nizza, un uomo che ha scoperto tardi la vocazione islamista e, in apparenza, solo sul web”.
Manca quindi la preparazione costante, l’addestramento, la profonda appartenenza ai ranghi del jihadismo. È un 29enne con un passato criminale che che più che un terrorista islamico è un bandito che si ispira alle stragi di matrice islamista. Un nuovo tipo di attentatore “ibrido” che si unisce all’islamismo solo in un secondo momento della propria carriera criminale, quasi come ultima speranza o anche come una seconda via per guadagnare soldi e diventare qualcuno. Tanto è vero che questo tipo di attentatore non cerca il suicidio: gli attentatori fuggono, come avvenuto anche a Barcellona nel 2017.
Proprio per questo motivo, questi nuovi tipi di terroristi sono molto differenti fra loro, eterogenei, e sfuggono alla rete di sicurezza dei servizi. Non perché l’intelligence non sappia operare, ma perché allargano la rete di controllo a tal punto che chiunque può essere considerato un soggetto a rischio terrorismo. In Francia sono circa 20mila i potenziali terroristi islamici e i soggetti radicalizzati. E questo rende praticamente impossibile poter fermare un soggetto che ha l’obiettivo di colpire nell’immediato. 
Questa chiaramente non deve essere una giustificazione, ma deve far capire anche il difficile equilibrio fra estendere la rete di potenziali terroristi e il controllo che si può avere sull’intero territorio nazionale. Tanto è vero che Cherif era anche sfuggito a una perquisizione della polizia proprio la mattina di ieri, quindi poche prima di colpire al mercatino di Natale di Strasburgo. Le forze dell’ordine erano pronte a intervenire e l’avevano fatto. Segno che in realtà la rete funziona. Ma la domanda è un’altra: perché è riuscito a sfuggire? Si poteva fare qualcosa per evitare la fuga di Chérif?
Questo vale soprattutto per una città come Strasburgo che da sempre è oggetto delle mire dei terroristi islamici. Già nel dicembre del 2000, quindi ancora prima che il fenomeno islamista si manifestasse in tutte le sue forme più orrende, al Qaeda aveva progettato una strage a Strasburgo in occasione delle feste. Inoltre, a novembre, la polizia aveva annunciato di aver sventato un attentato di matrice islamica che doveva avvenire proprio nel mercatino di Natale della città colpita ieri notte.
La minaccia dunque c’era ed era ben nota. Ma il terrorista è riuscito a colpire. E adesso, Parigi non è solo a caccia del killer, ma anche di possibili complici o istigatori. L’impressione è che possa aver agito in modo più o meno integrato all’interno di una rete.

Strasburgo, più di 400 uomini per la caccia al killer condannato 20 volte




    Di Franco Grilli
    L'Europa questa mattina si è svegliata ancora una volta nel terrore. La strage di Strasburgo ha riportato le lancette degli orologi agli attentati di Parigi e di Bruxelles di qualche anno fa.
    Questa volta però forse la mattanza poteva essere evitata. L'uomo che ha sparato senza scrupoli sulla folla è Cherif. C. un soggetto già identificato come "S" (persona radicalizzata) era a piede libero in Francia. Adesso, mentre almeno 400 uomini gli stanno dando la caccia, emergono alcuni retroscena inquietnati sul suo conto. L'uomo aveva già subito almeno 20 condanne per reati comuni. Era stato in carcere in Francia e in Germania e proprio ieri mattina doveva essere arretstato nuovamente. Di queste due erano state per aggressione.
    Troppo tardi però. Ha deciso di colpire e di seminare una scia di sangue. Proprio in galera nel 2016 era stato segnalato dall’antiterrorismo francese e indicato come ’fiche S’ per violenze e proselitismo religioso. Insomma tutte le informazioni in mano all'intelligence francese e alla polizia portavano nella direzione di una strage. Un gesto folle e feroce che ha provocato la morte per il momento di tre persone e il ferimento di altre 12. L'attentatore, beffa delle beffe, è fuggito per i vicoli e le strade di Strasburgo a bordo di un taxi. Ora la polizia gli dà la caccia su tutto il territorio nazionale. E alla mente torna la vicenda di Anis Amri, il terrorista dei mercatini di Natale di Berlino ricercato per giorni e poi ucciso dopo un conflitto a fuoco dalla polizia italiana a Sesto San Giovanni. Infine va sottolineato che il sottosegretario all'Interno francese, Laurent Nunez, invita alla prudenza: "La matrice terroristica non è stata ancora stabilita. Bisogna essere molto prudenti. L’assalitore non era conosciuto per reati legati al terrorismo. Durante la sua detenzione in carcere era stata segnalata una sua radicalizzazione. Per questo era sotto sorveglianza". Intanto due fratelli del sospetto attentatore di Strasburgo sono in stato di fermo. Uno di loro è schedato sempre come "S". Il killer però potrebbe essere già lontano e il ministero degli Interni francese non esclude che possa trovarsi già all'estero. Secondo le testimonianze sarebbe stato ferito ad un braccio.

    MELBOURNE, ISIS rivendica attacco terroristico. L'autore è di origine somala


    Di Salvatore Santoru

    Violenza a Melbourne, in Australia.
    Più specificatamente, un terrorista di origine somala ha appiccato le fiamme alla propria automobile e ha accoltellato tre persone

    L'attacco è stato rivendicato dall'Isis.

    NOTA:

    (1) https://www.ilmessaggero.it/mondo/melbourne_uomo_esplosione_terrorismo_auto_passanti_accoltellati_ucciso-4095806.html

    Sempre più jihadisti in Italia: ecco tutte le zone a rischio


    Di Giovanni Giacalone
    L’Italia si conferma al primo posto in Europa per il numero di islamisti radicali espulsi per motivazioni legate a jihadismo e terrorismo. Nel 2018 la media è salita a dieci soggetti espulsi ogni mese (rispetto agli 8 al mese del 2017). Da inizio 2018 sono stati 105 i provvedimenti presi dal Ministero dell’Interno raggiungendo quota 340 negli ultimi tre anni.
    L’ultima espulsione è di appena due giorni fa, quando le forze dell’ordine hanno accompagnato alla frontiera dell’aeroporto romano di Fiumicino Arta “Anila” Kacabuni, cittadina albanese condannata nel 2015 dal Tribunale di Milano a 3 anni e 8 mesi con l’accusa di aver aderito ai principi dell’Isis e alle sue modalità operative (tra cui gli attentati di Parigi del 2015) nonché di aver contribuito a far arruolare suo nipote, Aldo Kobuzi e la moglie Maria Giulia Sergiosupportando l’organizzazione del matrimonio tra i due e il viaggio in Siria.
    Intanto nella giornata di giovedì la Digos di Trapani intercettava su un barcone diretto in Sicilia l’imam tunisino Lamjed ben Krajem, già espulso lo scorso febbraio per rapporti con ambienti islamisti radicali.
    Il tunisino era stato arrestato nel 2013 per traffico di stupefacenti e durante la detenzione nel penitenziario di Trapani era entrato a far parte di un gruppo di estremisti islamici guidati dall’imam egiziano Mohamed Mohamed Rao (espulso anch’egli), gruppo noto per aver più volte esultato in seguito ad attentati di matrice islamista.

    La radicalizzazione in carcere

    Secondo gli investigatori dell’antiterrorismo, le carceri restano uno dei maggiori focolai per gli estremisti in quanto sono il luogo sociale dove si verifica un intenso e costante scambio di informazioni tra le persone esposte al rischio di radicalizzazione.
    L’ambiente duro e coercitivo del carcere genera isolamento, frustrazione, alienazione e senso di rivalsa, tutto terreno fertile per la radicalizzazione e il rischio di diffusione propagandistica di stampo jihadista; un pericolo che resta elevato anche a causa della potenziale presenza di predicatori in qualche modo riconosciuti dagli altri detenuti, sia per carisma, sia per una minima conoscenza di fonti religiose, che possono far breccia nelle menti dei detenuti con la propaganda radicale.
    Come illustra il prof. Paolo Branca, islamologo presso l’Università Cattolica di Milano: “È sufficiente che un detenuto ne sappia un po’ più degli altri per diventare guida; nel momento in cui poi riesce a intercettare i sensi di colpa di altri detenuti che non sentono redenzione nella pena carceraria allora si presenta il potenziale problema. Del resto vengono segnalati soggetti che si fanno arrestare appositamente per andare a radicalizzare altri detenuti nei penitenziari”.

    I casi, anche recenti, non mancano: lo scorso giugno veniva rimpatriato un trentaduenne cittadino egiziano; dopo l’arresto nel 2014 per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, nel 2016 il soggetto in questione era emerso come leader di un gruppo di detenuti che divulgavano l’Islam radicale cercando di fare proseliti in carcere. A Sanremo invece un 42enne tunisino detenuto per reati comuni veniva inserito nel più alto livello di monitoraggio in quanto trovato in possesso di materiale che inneggiava alla supremazia dell’Islam oltre a un disegno con la bandiera dell’Isis. Non bisogna inoltre dimenticare che l’attentatore al mercatino di Natale di Berlino del 2016, Anis Amri, era stato detenuto nei penitenziari siciliani.

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