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Soldati Usa stuprarono una prostituta di origine romena, maxirisarcimento di 187mila dollari



Hanno stuprato una lucciola romena di 30 anni, una violenza di gruppo risalente al 2014 per la quale due sottufficiali americani, Jerelle Lamarcus Gray e Darius Montre McCullough, dovranno pagare. Intano a sborsare187.624 dollari è stato l’esercito Usa.






La lucciola è tornata in patria mentre Gray e McCullough sono stati condannati a 6 anni di reclusione per violenza sessuale, ma la vicennda non sembra finire qua: entrambi ricorreranno davanti alla Corte d’Appello di Venezia.

Violenza sulla moglie, subito libero con il solo divieto di non avvicinarsi alla compagna

maltrattamenti

Di Clemente Pistilli
Libero, col solo divieto di avvicinarsi a casa della moglie, il 55enne romeno arrestato domenica scorsa dai carabinieri di Terracina. Questa la misura cautelare disposta dal gip Giuseppe Cario dopo l’interrogatorio dello straniero, che si è avvalso della facoltà di non rispondere.





I militari avevano bloccato il 55enne dopo che quest’ultimo aveva aggredito e picchiato la moglie, una connazionale, che già da tempo sarebbe stata vittima di tali violenze da parte dell’indagato.

Ammazzò a pugni una donna nelle strade di Milano:già libero senza aver fatto un giorno di cella

http://milano.repubblica.it

Di Luca Fazzo

Milano - Come l'hanno presa, i familiari di Emlou?
«È come se gliel'avessero ammazzata un'altra volta».
Fabio Belloni è il difensore dei parenti di Emlou Arvesu, lavoratrice filippina, massacrata senza un perché da un ucraino in una strada di Milano il 6 agosto 2010. 





È stato l'avvocato Belloni a dare alla famiglia la notizia arrivata pochi giorni fa: l'assassino della donna è già libero, dopo due anni e mezzo di manicomio giudiziario. Oleg Fedchenko, pugile per hobby, l'armadio umano che in viale Abruzzi scese di casa e uccise a pugni lo scricciolo di donna che era Emlou, è potuto tornare a casa, a Kiev. Per il suo delitto, ha ricevuto come punizione un buffetto. La famiglia della donna uccisa non vedrà un euro di risarcimento, «perché - spiega Belloni - lui è stato assolto, e la polizza regionale per le vittime della violenza non è più stata finanziata per mancanza di fondi. In pratica, è come se la signora Arvesu fosse stata uccisa da un meteorite».
Muratore, buttafuori, passione per la palestra e per il ring, quella mattina Fedchenko scese in strada deciso a sfogare «sulla prima donna che incontro» la rabbia per essere stato piantato dalla fidanzata. Il destino mise sulla sua strada Emlou, che aveva appena lasciato il figlio da una sorella per andare a lavorare. La picchiò fino a spaccarsi le nocche dita, e per la filippina non ci fu scampo.
Il 6 febbraio 2012, il processo: e Oleg viene assolto perché «totalmente incapace di intendere e di volere» sulla base di una perizia che lo qualifica come affetto da «schizofrenia paranoide»; il giudice Roberta Nunnari lo dichiara socialmente pericoloso e ordina che venga richiuso per almeno cinque anni in un ospedale psichiatrico giudiziario, gli ex manicomi (a loro volta recentemente aboliti).
Il tema della responsabilità penale, nel caso di delitti senza movente, è complesso, e la verifica della capacità mentale degli imputati è prevista dalla legge: ma a Oleg Fedchenko è andato tutto fin troppo bene. Dapprima perché venendo dichiarato totalmente pazzo ha schivato la condanna, a differenza di quanto accaduto in un caso assai simile, quello del ghanese Adaam Kabobo, che uccise tre passanti a picconate, dichiarato dai periti solo «parzialmente incapace», e condannato a vent'anni di carcere più tre anni di manicomio; per non parlare di Martina Levato e Alex Boettcher, i due «amanti dell'acido», dichiarati pienamente capaci, già condannati a 14 anni e in attesa di nuove condanne. Ma i medici si sono dimostrati generosi con Fedchenko anche dopo la condanna, perché - nonostante la sentenza che ordinava la sua reclusione per almeno cinque anni - dopo appena due anni e mezzo è stato dichiarato guarito e liberato. «Una vicenda incredibile in cui ai diritti delle vittime sembra non avere pensato nessuno», dice l'avvocato Belloni. «Perizie e sentenze vanno rispettate, ma garantisco che è difficile spiegare a chi ha perso una madre e una moglie che tutto è successo perché Fedchenko era malato, ma adesso sta benone e non è più pericoloso».

FONTE:http://www.ilgiornale.it/news/politica/ammazz-pugni-donna-casa-senza-giorno-cella-1167130.html

La storia di Jinan, la ragazza yazida schiava dell'Isis: ecco come è fuggita

Immagine per il risultato di tipo notizie
Di Renato Marino
La storia di Jinan, ragazza finita schiava dell'Isis e riuscita a sfuggire agli estremisti del sedicente Stato islamico, estesosi tra Iraq e Siria, è ora un libro. Ecco come si è salvata dai terroristi:
“Un giorno mentre loro dormivano profondamente dopo aver combattuto al fronte, con altre cinque ragazze, siamo scappate dalla finestra. Abbiamo rubato un cellulare e così siamo entrati in contatto con i combattenti yazidi". 
Lo yazidismo è la più antica religione del mondo con l’ebraismo. Per gli islamisti gli yazidi adorano il diavolo: niente di più falso, formano in realtà una setta da sempre perseguitata che discende dalla predicazioni di Zarathustra.





Il libro che narra la storia della 18enne Jinan uscirà in Francia venerdì 4 settembre. “Esclave de Daech" spiega le violenze fisiche e psicologiche subite da tante ragazze che come Jinan sono state vendute al mercato delle schiave nella parte irachena controllata dall’Isis.
Jinan racconta di ragazze e donne vendute in cambio di una pistola Beretta o di qualche centinaio di dollari. Tutte le schiave vengono torturate, nessuna viene uccisa, spiega la giovane, evidentemente sono più utili da vive che da morte per gli uomini dell’autoproclamato Califfato.

"Abbiamo passato tre mesi nell'abitazione dichi ci aveva comprato al mercato. E' stata molto dura, ci torturavano, volevano convertirci, ci imponevano di pregare e leggere il Corano. Chi si rifiutava veniva picchiata, incatenata al sole, con l'obbligo di bere acqua inquinata da topi morti. Queste persone non sono esseri umani. Sono sempre drogati e cercano ovunque vendetta" 
Jinan parla da Parigi dove si sente al sicuro e dove ha presentato il suo libro:
"Non ti vogliono uccidere (gli islamisti, Ndr) ma tenerti in questo stato di prigionia. E' difficile scappare, quando ti trovano riprendono a torturarti. Non ti uccidono ma è peggio che morire".
La storia Di Jinan è a lieto fine, rispetto a quella di tante sue coetanee e connazionali: dopo la fuga lei riuscita a ritrovare anche suo marito e oggi vivono in un campo profughi nel Kurdistan iracheno.

Una cannuccia contro la “droga dello stupro”

Nel mondo una donna su cinque, purtroppo, è vittima di stupro o tentata violenza. Ci sono molti luoghi in cui non è bene rimanere sole se si è donne, le discoteche rimangono un luogo preferito per gli stupratori.
La GHB è una sostanza inodore e insapore, conosciuta anche con il nome di “droga dello stupro”. Si tratta di un’arma molto efficace usata sempre più spesso dai violentatori di tutto il mondo al fine di abusare delle loro vittime. Una volta che si è ingerito il liquido, la persona perde coscienza e l’aggressore di norma approfitta della situazione.




 Come se non bastasse, la vittima non ricorderà assolutamente nulla perché il mattino seguente avrà nausea, vertigini, confusione mentale. Se assunta in dosi elevate funge da anestetico.
Per lottare contro questo flagello, il professore israeliano Fernando Patolsky, dell’Università di Tel Aviv, ed il suo collega Michael Ioffe, hanno inventato un oggetto a forma di cannuccia in grado di rilevare qualsiasi sostanza chimica presente in una bevanda.

Come funziona?

I ricercatori spiegano che il suo uso è estremamente semplice. Basta succhiare un piccolo sorso della bevanda contaminata dalla droga, che la cannuccia cambia subito colore avvisando la vittima che la bevanda che sta per ingerire è pericolosa. In termini pratici, la cannuccia miscela il campione della bevanda con una soluzione che cambia colore a seconda del tipo di droga rilevato.
Attualmente la cannuccia è in grado di rilevare le due droghe principali utilizzate dagli aggressori:ketamina e acido gamma-idrossibutirrico (GHB).
Ad un occhio esterno questo oggetto appare come una semplice cannuccia – da tenere sempre in borsa – ma salverà la vita a molte ragazze nel mondo.

Omicidio Palagonia, autopsia: "Mercedes Ibanez potrebbe essere stata violentata"


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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/01/omicidio-palagonia-autopsia-mercedes-ibanez-potrebbe-essere-stata-violentata/1999466/

Mercedes Ibanez potrebbe essere stata violentata. E’ quanto è emerso dall’autopsia, conclusa a notte fonda nell’ospedale di Caltagirone, compiuta sui corpi della donna spagnola di 70 anni e di suo marito Vincenzo Solano, di 68 anni, uccisi durante una rapina nella loro villa di Palagonia, nel Catanese. Sono “soltanto indizi – riferisce una fonte giudiziaria – anche se diversi, che non danno certezze”, le quali arriveranno da analisi successive. Il deposito della consulenza è previsto entro 60 giorni. 


Per il duplice omicidio la polizia di Stato, su disposizione della Procura di Caltagirone, ha fermato un ivoriano di 18 anni, Mamadou Kamara. Il giovane, sbarcato a Catania l’8 giugno scorso, era ospite del vicino Cara di Mineo. Per il momento al giovane extracomunitario non è stato contestato il reato di violenza sessuale: domani davanti al Gip di Caltagirone, nell’udienza di convalida del suo fermo, resterà indagato per duplice omicidio aggravato.
Sul corpo della donna, conferma una fonte giudiziaria, sono state “trovate ecchimosi e segni di un colluttazione” in una zona del corpo che fanno “ipotizzare abbia subito violenza sessuale”. La certezza avverrà dopo esami istologici su organi della vittima. Secondo questa ricostruzione sembra prendere corpo anche la tesi che Mercedes Ibanez, che ha tentato di reagire all’aggressione, sia stata lanciata dal balcone e non che sia caduta cercando di fuggire. Ma anche questa, al momento, resta un’ipotesi da verificare. Per compiere il duplice omicidio potrebbero essere stati utilizzati uncacciavite e una grossa tenaglia o una pinza. Secondo fonti giudiziarie, l’esame medico legale porta ad ipotizzare che sulla scena del delitto ci fosse più di una persona.
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Le indagini della polizia di Stato sul duplice omicidio proseguono. La polizia scientifica ha continuano nei rilievi nella casa e anche su un paio di mutande da uomo insanguinate trovate nel giardino. Potrebbero essere dell’ivoriano fermato che le ha tolte per evitare di essere sospettato. Gli investigatori stanno controllando i tabulati del suo cellulare personale dal quale avrebbe fatto almeno due chiamate.
Lui non ha fatto alcuna ammissione. Agli investigatori della squadra mobile di Catania e del commissariato della polizia di Stato di Caltagirone ha fornito la sua spiegazione: “Il borsone (con dentro cellulare e Pc portatile delle vittime, ndr) l’ho trovato per strada, che male c’è?”. Dopo avere fornito questa sua spiegazione ha domandato: “Perché mi state trattenendo, visto che ho chiarito tutto?”. “Tra l’altro sono uscito alle 6 – ha aggiunto – e sono rientrato adesso non avrei avuto il tempo di andare e tornare da Palagonia”. Ma la registrazione dell’uscita non esiste e il poliziotto di turno nega di averlo visto passare dall’ingresso principale. Potrebbe essere passato da uno dei buchi che vengono creati nella redazione o averla saltata.
Ma i particolari che lo accusano non sono soltanto legati alborsone con cui poco prima delle 7 del mattina di due giorni fa ha tentato di rientrare nel Cara di Mineo, suscitando la curiosità di una caporale dell’esercito che ha fatto intervenire un ispettore della polizia di stato facendo partire l’indagini che ha portato alla tragica scoperta nella villa dei Solano, in via Palermo.

Nel borsone c’erano anche un suo paio di pantaloni neri macchiati di sangue e una cintura bianca, con una grossa fibbia. Gli stessi che indossa, puliti, in una foto contenuta sul suo cellulare personale. Al momento in cui è stato bloccato, invece, indossa unamagliettina grigia di un’impresa di Palagonia con la quale Vincenzo Solano collabora, i pantaloni, che sono diverse misure più grandi, e le pantofole dell’uomo. Capi che la figlia della vittima riconoscerà in commissariato in maniera certa e incontrovertibile. Secondo la tesi dell’accusa, l’ivoriano dopo la strage si sarebbe cambiato gli abiti per non destare sospetti al suo rientro al Cara.

FOTO:http://catania.gds.it

India:condannate allo stupro da consiglio d’anziani. Petizione di Amnesty

Proteggere due sorelle indiane dalla condanna allo stupro come forma di compensazione sancita da un tribunale locale. È lo scopo della petizione lanciata da Amnesty International che ha raccolto oltre 122.000 firme. Le due donne dell’Uttar Pradesh, nel Nord dell’India, appartenenti a una famiglia di paria, dovrebbero così compensare l’onta arrecata ad una famiglia di casta superiore dal fratello, accusato di essere fuggito con una donna sposata. Accusa che, secondo le indagini condotte dall’Ong, sarebbe infondata.




“Ci hanno minacciato reclamando il diritto a salvaguardare l’onore. Nella vostra famiglia ci sono due ragazze, hanno detto, saranno violenate entrambe” racconta una di loro.
Le giovani, di 15 e 23 anni, dovrebbero essere inoltre esposte nude e con il volto dipinto di nero sulla pubblica piazza. Una di loro si è rivolta alla Corte Suprema. Amnesty, che ha richiesto alla giustizia indiana l’avvio di un’inchiesta sulla vicenda, contesta la validità del consiglio degli anziani (composto tra l’altro esclusivamente da uomini) e denuncia le costanti violazioni dei diritti umani perpetrate in nome della tradizione.

Donna decapitata a Milano, la testa gettata nel cortile del palazzo, arrestato trans di origine ecuadoregna forse coinvolto nel giro dello spaccio e della prostituzione



Di Alessandro Bartolini

La testa mozzata,gettata in cortile. Il corpo decapitato nel corridoio, all’ingresso di casa. L’assassino, in ginocchio, si accanisce ancora sul cadavere a colpi di coltello. Sono questi i fermi immagine dell’orrore che sono andati in scena davanti agli occhi dei carabinieri di Milano che questa notte intorno alle due sono intervenuti in un appartamento popolare di via Giovanni Antonio Amadeo 33, zona Lambrate, periferia est della città, dopo essere stati avvertiti da un vicino che ha assistito in diretta all’omicidio dalla sua finestra e che ha fornito una testimonianza determinate. “Una scena raccapricciante” racconta il colonnello Biagio Storniolo, comandante del reparto operativo dei carabinieri di via della Moscova. Il sangue di Antonietta Gisonna, 51 anni, con alle spalle precedenti per spaccio, è ovunque, mentre Carlos Julio Torres Velasca, transessuale ecuadoregno di 21 anni, completa lo scempio di quello che rimane della donna.
Quando i carabinieri sfondano la porta blindata e riescono a fermalo, lui tenta di reagire. Ma l’interruttore mentale è già spento e la resistenza dura poco. Nell’appartamento al secondo piano messo a soqquadro arrivano anche i medici del 118 che riescono a sedarlo e a portarlo al Policlinico in codice giallo per alcuni tagli alle mani. Qui viene medicato, piantonato e infine arrestato in flagranza dagli uomini del nucleo investigativo guidati dal tenente colonnello Alessio Carparelli, prima di essere trasferito nel carcere di San Vittore.
L’accusa nei suoi confronti è omicidio volontario aggravato. Prima di mozzare la testa della Gisonna e lanciarla dalla finestra nel cortile interno della palazzina – hanno ricostruito gli investigatori – Carlos Julio Torres Velasca l’ha colpita con una decina di fendenti, quello letale al torace, con un coltello trovato in casa (anche se bisognerà chiarire quale dei vari coltelli sporchi di sangue sia stato usato).
E’ stato questo l’epilogo di una lite finita in massacro. Lui si è chiuso nel silenzio. E per ora il moventeresta custodito nella sua mente. Anche se nei prossimi giorni, durante l’interrogatorio, potrebbe decidere di fare luce sul motivo della mattanza che potrebbe essere legata a motivi di droga. Qualche elemento in più potrebbe arrivare anche dagli esami tossicologici disposti dal pm Elio Ramondini, che ha deciso l’autopsia sul corpo della Gisonna.
Intanto i detective dell’Arma stanno scavando nelle vite di vittima e carnefice. Antonietta Gisonna, originaria di Napoli ma da decenni a Milano, aveva precedenti per droga e nel 2013 era stata indagata perspaccio insieme al suo compagno di allora, un marocchino con cui viveva in via Cilea trovato con un chilo e mezzo di hashish. Carlos Julio Torres Velasca, invece, da anni abita in Italia, con regolare permesso di soggiorno dal 2010. I carabinieri cercano di capire quale fosse la natura del loro rapporto. I residenti della palazzina di via Amadeo raccontano di non aver mai visto il ragazzo in casa della Gisonna. Forse – ipotizzano i carabinieri – usava l’appartamento solo per prostituirsi.

Le "marocchinate": le violenze e gli abusi commessi dalle truppe di goumiers francesi nel 1944 contro le donne italiane, considerate "trofei di guerra"


Di Sergio Sagnotti

Nel Febbraio del 1944 gli alleati bombardarono l’abbazia di Montecassino, causando la morte di centinaia di civili; raso al suolo il monastero si passò alle cittadine limitrofe e ciò portò alla completa distruzione delle città sottostanti il monastero, Cassino appunto e altri centri urbani rurali del luogo; la stima delle vittime in questa operazione fu di circa 50.000 militari e 10.000 civili.

Ora l’esercito alleato si trovava di fronte alla linea Gustav, una catena umana che tagliava in due parti la nostra penisola, dal tirreno all’adriatico, voluta da Hitler come baluardo di resistenza  tedesca in terra italica.

I continui attacchi frontali delle forze alleate alla retroguardia teutonica, si rivelarono subito infruttuosi e superflui, si decise allora di aggirare la linea nemica e questo compito fu dato dal Gen. Clark, comandante della V armata americana, al Gen. Juin comandante franco-algerino delle truppe francesi (Goumiers) in Italia; ciò perché questi ultimi avevano una maggiore predisposizione al combattimento montano.

Le truppe francesi cominciarono così l’avanzata con l’operazione che prese il nome “Diadem”, prima sottoponendo i tedeschi ad un pesante bombardamento e subito dopo attaccando Monte Faito presso i Monti Aurunci, sguarnendo la linea nemica fino alla valle del Liri, risalirono poi verso il frusinate fino ad assestarsi in Toscana.

Dove passarono però le truppe “liberatrici”, accaddero cose mai viste in quelle terre: stupri, rapine, saccheggi, omicidi, evirazioni e torture furono all ordine del giorno…

Il corpo di spedizione francese era composto da circa 110 mila unità per lo più marocchini, algerini, tunisini e senegalesi; essi si chiamavano “Goumiers” in quanto erano organizzati in “Goums”, gruppi composti da una settantina di uomini per lo più legati da parentela.

Appena sbarcati in Italia i Goumiers fecero subito vedere di che pasta erano fatti, in Sicilia, infatti, essi cominciarono a razziare e sequestrare donne del luogo considerandole “bottino di guerra” e le portarono via come prostitute. I primi episodi si registrarono sulla statale Licata-Gela, come ci dice lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire a Capizzi, tra Nicosia e Troina ,qui i franco-africani si abbandonarono addirittura a stupri di massa: “…le consideravano bottino di guerra e le portavano via sghignazzando e trattandole con un linguaggio da trivio, come se fossero delle prostitute…”.

Si proseguì con lo stesso comportamento nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie venivano stuprate e poi passate per le armi) , Lanuvio, Velletri ad Acquafondata dove ci fu addirittura un rastrellamento di donne da violentare.

La vergogna però che si compì nelle battaglie in ciociaria toccò apici clamorosi e devastanti, infatti il comandante francese Juin per incentivare e caricare le sue truppe prima della battaglia, sembra  che pronunciò il seguente discorso:

Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete…”.

I suoi Goumiers non se lo fecero ripetere due volte…


Il loro premio cominciarono a riscuoterlo nella cittadina di Esperia, dove circa 3.500 donne, tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate e, nella più benevola delle sorti uccise, circa 800 uomini sodomizzati tra cui un prete (Don Alberto Terilli) che morì poco dopo, i parenti delle vittime o coloro che cercarono di difendere le donne vennero impalati…
Gli altri alleati erano al corrente di ciò che stavano facendo i franco-africani?

Le fonti sembrano dirci di sì, in quanto, già precedentemente, gli ufficiali alleati avevano richiesto in patria “l’invio” di prostitute al seguito delle truppe, per placare i desideri dei propri soldati; sapevano anche perché i Goumiers francesi avevano un’altra peculiarità , quella di evirare i soldati nemici e soprattutto quella di vendere, a quei  soldati americani bramosi di ottenere elogi e galloni senza troppo rischiare, i soldati tedeschi catturati, al prezzo di 500/600 franchi per un soldato semplice e di circa il triplo per un ufficiale.

Quindi secondo alcuni storici tutti sapevano cosa stesse accadendo, De Gaulle in primis, ma soprattutto chi era sul posto come il Gen. Harold Alexander ,che molti dicono ricevette la richiesta di permesso di “carta bianca” da parte di Juin, limitandosi a contrattare con egli le 50 ore di dominio “anarchico” sulla popolazione civile. In una nota della Presidenza del Consiglio ciò si evidenzia ancora di più infatti si legge che gli ufficiali francesi: “lungi dall'intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi…” in quanto gli accordi prevedevano “mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e saccheggio” “nella generalità dei casi essi preferiscono ignorare e da qualcuno è stato anche detto che agli irregolari marocchini spetta il diritto di preda”.

La furia franco-coloniale non si placò e continuò nelle cittadine di Ceccano, Supino, Sgurgola e  paesi limitrofi (dal 2 al 5 giugno 418 stupri su uomini, donne e bambini, 29 omicidi, 517 furti) una nota dei Carabinieri ricorda la bestialità di quegli eventi:“infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (...) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate”.

Starà poi alle truppe alleate franco-senegalesi completare “l’opera” infatti, prima di essere rimpatriate, infierirono ancora sulla popolazione civile in quel di Toscana per lo più nell’isola d’Elba (dopo essere passati anche in Val d’Orcia e nel viterbese).

Le responsabilità di quei tragici giorni della nostra storia, devono ricadere anche su alcuni uomini politici italiani di allora, perché, non bisogna dimenticare, che l’Italia badogliana dichiarò guerra alla Germania, diventando di fatto collaborazionista dello Stato Maggiore alleato; non meno gravi le responsabilità del governo di Unità Nazionale di Ivanoe Bonomi che non sollevò mai una protesta ufficiale per le cosiddette “marocchinate”, come del resto i governi che lo hanno succeduto per 50-60 anni e per i quali questo è sempre stato un argomento tabù e politicamente scorretto, in virtù di quella che Renzo De Felice amava definire “vulgata resistenziale”…

Dopo la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata, tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall’Italia alla Francia; dal canto suo il governo italiano pagò alle vittime una pensione minima e a tempo.

La cifre di queste nefandezze non sono molto chiare, si parla di circa 60.000 donne stuprate, numero che si basa sulle richieste di indennizzo ricevute; di queste vittime, una grande percentuale rimase affetta da malattie come la sifilide o blenorragia, molti furono i figli nati dai rapporti coatti, la maggior parte dei mariti e dei compagni furono contagiati dalle mogli, migliaia di omicidi, parte dei quali effettuati ai danni di chi “osava” difendere l’onore delle donne, l’81% dei fabbricati distrutti, il 90% del bestiame sottratto, così come i gioielli e ogni altro tipo di bene materiale, evirazioni, cittadini impalati, bambini (di entrambi i sessi), uomini, sacerdoti ed anche animali sodomizzati…
Ad aggiungersi a questi dati strazianti, per le vittime ci fu anche la beffa di vedersi come delle persone emarginate dalla società, non ci furono quasi mai nei loro confronti degli atti di solidarietà, molte donne vennero ripudiate, stentarono a trovare un marito ed un lavoro e molte furono quelle che non riuscirono a convivere con questo fardello suicidandosi.

Ecco una testimonianza dell’epoca:

I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre (...) da altri militari veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi…
Perché ricordare in alcuni casi è un dovere…


Riferimenti bibliografici:

Arrigo Petacco, La nostra guerra.
Tommaso Baris, Montecassino 1944, scatenate i marocchini tratto da Millenovecento, n. 14, dicembre 2003.
Tommaso Baris, Fra due fuochi.
Luciano Garibaldi, L'assalto alle ciociare, in periodico "Noi", 1994”.
Alberto Moravia, La Ciociara.
F. Majdalany, La battaglia di Cassino.
Gennaro Sangiuliano, Quelle marocchinate di cui nessuno parla. Artcolo tratto da “L’Indipendente” del 19 maggio 2006


Olbia:donna rom di origine bosniaca si converte al cristianesimo e viene sfregiata dal suocero

Foto Ansa
Massacrata di colpi e ferita con forbici e un coltello dal suocero, sotto gli occhi del marito, perché rea di essersi convertita al cristianesimo e di aver anche battezzato il figlio maschio di un anno e mezzo. Una giovane di etnia rom di 22 anni, bosniaca, è finita in ospedale nei giorni scorsi dopo l'ennesima aggressione.
Le indagini dei carabinieri hanno portato questa mattina all'arresto di Hego Adzovic, bosniaco di 52 anni. I militari di Olbia Poltu Quadu, hanno eseguito l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Marco Contu, nei confronti dell'uomo che deve rispondere di maltrattamenti aggravati e reiterati, nei confronti della giovane nuora, finita l'ultima volta in ospedale l'1 giugno con fratture multiple e ferite inferte con forbici e un coltello.
Per lei una prognosi di 40 giorni di cure da parte dei medici. In seguito agli accertamenti gli investigatori hanno scoperto che la giovane madre era finita all'ospedale già nel 2013 e nel 2014, sempre con importanti lesioni che, però, non sarebbero mai state denunciate.
Il capo famiglia, musulmano, è stato trasferito nella Casa circondariale di Sassari-Bancali, a disposizione dell'autorità giudiziaria, mentre la giovane ed il figlio sono stati allontanati dal Campo Rom di Olbia, dove viveva.

Roma: ragazza 29enne aggreddita e presa a sprangate in strada, arrestato un 37enne di origine ghanese



http://www.intelligonews.it/articoli/1-giugno-2015/27122/roma-donna-presa-a-sprangate-in-strada-arrestato-un-ghanese

Ha solo 29 anni la giovane donna aggredita questa mattina nella capitale. 

Ci troviamo nel quartiere La Storta, periferia di Roma. La vittima è stata colpita in strada a colpi di spranga da un uomo originario del Ghana, probabilmente un senza fissa dimora. Lo riporta l'Ansa

L'episodio è accaduto questa mattina poco dopo le 5 nei pressi della caserma dei carabinieri de La Storta. La donna si stava recando al lavoro quando l'uomo è sbucato all'improvviso da dietro i cassonetti assalendola con una spranga metallica. 

Alcuni testimoni che abitano nelle case circostanti avrebbero sentito le grida della giovane che urlava «aiuto mi vuole uccidere!». Pochi istanti dopo sono intervenuti i carabinieri che hanno arrestato il trentasettenne per lesioni personali aggravate.

La donna è stata ricoverata in ospedale. Per lei un trauma cranico e 15 giorni di prognosi. 

Livorno, respinto da una 38enne: operaio aggredisce con l'acido l'amica 55enne

Livorno, respinto da una 38enne: operaio aggredisce con l'acido l'amica

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/toscana/livorno-respinto-da-una-38enne-operaio-aggredisce-con-l-acido-l-amica_2113035-201502a.shtml

Ha gettato acido sul volto di una donna ritenendola colpevole di ostacolare l'avvio di una sua relazione sentimentale con un'amica: è accaduto a Livorno in una sala scommesse del centro. L'autore del gesto, un uomo di 30 anni, livornese, è stato arrestato dai carabinieri. La donna, di 55 anni, ha riportato lesioni alla vista e ustioni guaribili in 25 giorni.
Davide Vecchio, 30 anni, operaio livornese, si sarebbe rivolto alla vittima circa un anno fa chiedendole di aiutarlo a convincere l'amica 38enne, di iniziare una storia sentimentale con lui. Attenzioni che non sono mai state contraccambiate poiché mai corrisposte.

Vecchio ha così iniziato a perseguitare le due amiche. E per questo motivo l'uomo è stato oggetto di numerose denunce.

Domenica sera il 30enne è arrivato con una bottiglia di acido muriatico nel centro Snai dove lavora la 55enne. Era presente anche l'amica 38enne. Tra i tre è nato un alterco, sfociato nel tragico epilogo. L'uomo ha perso ogni ratio e ha gettato il liquido contro la sua vittima, che è stata immediatamente trasportata al Pronto soccorso. Una volta allertati, i carabinieri hanno rintracciato e arrestato l'aggressore, che ora è ai domiciliari.

Grosseto: 13enne molestata da 4 parcheggiatori abusivi, salvata dal nonno che ha fatto allontanare gli aggressori



Una ragazzina di tredici anni molestata alla fermata dell’autobus da quattro parcheggiatori abusivi. Sarebbe accaduto un paio di giorni fa davanti all’ospedale della Misericordia e per fortuna che il nonno, dopo aver accompagnato la nipote, ha visto quanto stava accadendo ed è tornato indietro facendo allontanare gli aggressori, uno dei quali aveva strattonato l’adolescente. Questo è l’episodio così come lo riferisce Fabrizio Rossi, consigliere comunale di Fratelli d’Italia-An, il quale lo ha appreso direttamente dalla famiglia della ragazzina “...che, per paura, preferisce mantenere l’anonimato senza denunciare il fatto”.
Alla memoria vengono subito un paio di episodi simili accaduti qualche settimana fa nella zona di via Emilia-via della Pace. Prima una tredicenne aveva riferito di aver visto tre uomini, verosimilmente stranieri, pedinarla tanto che lei all’improvviso si era messa a correre riuscendo a seminarli. Poi un genitore aveva raccontato, pochi giorni dopo, che nella stessa zona la figlia sedicenne era stata seguita in strada da tre uomini, ponendo l’interrogativo se si trattasse degli stessi individui. In questo caso l’uomo aveva formalizzato la denuncia contro ignoti in Questura e la Polizia aveva dato il via agli accertamenti. Ora questo nuovo caso, svelato da Rossi, per il quale però non sono state presentate denunce.
Per il consigliere di centrodestra è solo l’ennesimo episodio che testimonia come a Grosseto la situazione sia ormai giunta al limite tra degrado urbano, furti e vandalismo. “Un’escalation che lascia senza parole - sostiene l’esponente di FdI-An - e che ci fa comprendere come la nostra mozione sulla sicurezza partecipata, bocciata in Consiglio, avrebbe davvero potuto mettere in seria difficoltà coloro che, impuniti, continuano a seminare disastri per Grosseto".

Fonte:http://corrieredimaremma.corr.it/news/grosseto/178481/Ragazzina-molestata-da-quattro-parcheggiatori-abusivi.html

Bergamo:aggrediva la moglie e l'ultima volta era armato anche di mannaia, è stato arrestato ma subito scarcerato, e ora la moglie si trova in una comunità protetta

Di Rocco Sarubbi

Era stato arrestato perché, armato di mannaia, aveva aggredito la moglie, ferendola. La vittima è una senegalese di 48 anni, madre di due figli. Per quell’episodio, l’ultimo di una lunga serie, tra maltrattamenti e lesioni, era finito in manette il marito Diop Modou, connazionale di 58 anni, operaio, residente a Caravaggio da oltre una quindicina di anni. Ora l’uomo è stato scarcerato dal gip Giovanni Petillo del tribunale di Bergamo, senza alcun obbligo se non quello di non avvicinarsi alla moglie, in attesa del processo che inizierà il 29 maggio.
Decisive le testimonianze del vicario parrocchiale, don Umberto Zanaboni, dei vicini di casa e dei colleghi di lavoro del cinquantottenne extracomunitario. Testimonianze che lo hanno descritto come una brava persona. La vicenda risale alla metà di marzo. Durante un blitz congiunto, gli agenti del Commissariato di polizia di Treviglio, e i colleghi della Polizia locale di Caravaggio, avevano fermato il senegalese, tornato in Italia dopo due mesi trascorsi al suo paese.
Le forze dell’ordine lo cercavano da dicembre 2014, dopo la denuncia presentata dalla moglie che aveva fatto emergere una storia di maltrattamenti e lesioni personali che andava avanti da circa quattro anni. Un rapporto, quello tra i due, che si era ulteriormente deteriorato a seguito di una relazione extraconiugale del marito con una vicina di casa, relazione dalla quale è nato un figlio.
La moglie aveva sempre tenuto tutto per sé, fino a quando la situazione è degenerata, ed è avvenuto l’episodio della mannaia. Solo a quel punto ha trovato il coraggio di presentare la denuncia che ha portato all’arresto del marito. Sulla vicenda è intervenuta Milva Facchetti, responsabile della Cooperativa Sirio che si occupa della moglie dell’imputato. «Sinceramente sono basita, lui esce dal carcere, ma questa povera donna è come se ci entrasse. Lei si trova in una comunità protetta e sta tentando di ricostruisi un’altra vita con l’incubo che il marito torni a farle del male».
«Non voglio entrare nel merito della decisione del giudice - ha spiegato invece l’avvocato dell’imputato, Rocco Lombardo - ma è evidente che il mio assistito non è ritenuto un individuo pericoloso. Poi sarà il processo a stabilire se Diop è colpevole, ma se è stata accolta la nostra istanza di scarcerazione vuol dire che forse non è la persona che era stata descritta al momento dell’arresto. Ora affronteremo il processo con maggiore serenità, sperando che venga fatta chiarezza».
Intanto Diop Modou è tornato nella sua vecchia abitazione di vicolo Scuole Vecchie, dove ad attenderlo c’era il figlio maggiorenne. Ha anche ripreso il suo lavoro.

Rimini:picchia e rompe tre costole alla moglie davanti al bambino e poi se ne va



Tre costole rotte, una mano e il rachide cervicale fratturati per 45 giorni di prognosi. Questa è la diagnosi che i medici del pronto soccorso hanno sciolto per una donna, 30enne, straniera, che si è presentata per le cure del caso lunedì mattina in ospedale a Rimini. Artefice della violenza, il suo compagno, 37enne, anche lui straniero, con cui convive assieme al figlio 13enne, che la donna ha avuto da una precedente relazione.
La coppia, come riporta il Corriere di Romagna, è uscita fuori a cena domenica sera con altri amici, poi, complice qualche bicchiere di troppo, l'uomo ha iniziato ad essere aggressivo e ad insultare la compagna. L'alterco è continuato anche a casa, fino a quando il 37enne ha deciso di uscire per poi tornare totalmente ubriaco verso le 2 e 30. La donna ha raccontato di essersi svegliata, di averlo raggiunto e di essere stata aggredita a calci e pugni, il figlio 13enne avrebbe cercato di sedare la lite. Una volta sfogata la sua ira, l'uomo è uscito nuovamente di casa. Lunedì mattina la donna ha prima accompagnato suo figlio a scuola, poi, a causa dei forti dolori, ha deciso di farsi medicare al pronto soccorso e di sporgere denuncia. L'episodio non sarebbe un caso isolato, altre volte l'uomo infatti avrebbe usato violenza nei confronti della 30enne. Ora è ricercato dalla polizia, per lui le accuse sono di violenza e maltrattamenti.

Fonte:http://www.altarimini.it/News77098-prende-a-calci-e-pugni-la-compagna-davanti-al-figlio-poi-se-ne-va-polizia-sulle-sue-tracce.php

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