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Sissy, la lettera choc dell’agente prima di morire: “Ho scoperto cose gravi sulle mie colleghe”


Di Angela Marino

"Sono venuta a sapere di fatti gravi che riguardano le mie colleghe", così scriveva prima di morire Sissy Trovato Mazza, la poliziotta calabrese uccisa morta una settimana fa dopo un calvario di due anni per un misterioso colpo di pistola che l'ha colpita in servizio. La lettera, vergata a mano e trovata dai parenti nei documenti che l'agente conservava a casa – e ora pubblicata in esclusiva da Fanpage.it –  è indirizzata all'ex direttrice del carcere della Giudecca, Gabriella Straffi, oggi in pensione. Poche parole, che fotografano bene la posizione dell'agente che, come molti testimoni hanno riferito, stava denunciando comportamenti illeciti dei colleghi e del personale carcerario nei confronti delle detenute e che, come molti denunciano, non solo non era stata ascoltata ma era finita in una condizione di grave isolamento.

La sottoscritta agente Maria Teresa Trovato Mazza informa la signoria vostra che negli ultimi giorni sono stata avvicinata da molte detenute che hanno raccontato fatti gravi che riguardano le mie colleghe. Essendo la cosa molto delicata ho cercato di non ascoltare e di riferire tutto subito all'ispettore … la quale mi ha consigliato di parlare al più presto con la signora vostra.

Sissy, si evince, è molto preoccupata e spaventata e chiede l'aiuto della direttrice che pero, stando a quanto hanno riferito i parenti, avrebbe chiesto alla ragazza di limitarsi a fare il suo lavoro. La lettera, che prosegue indicando di nomi delle detenute che avevano denunciato e la cui testimonianza Sissy aveva messo rapporto, è contenuta anche agli atti delle indagini della Procura di Venezia. Alcuni mesi dopo i fatti del 1° novembre, quando Sissy è stata colpita alla testa, molti agenti sono stati trasferiti dal carcere, mentre il medico carcerario della struttura ha patteggiato una condanna di 18 mesi per molestie sessuali alla detenute.

Una detenuta: "Voleva dare voce alle ingiustizie"

Contattata da Fanpage.it. ecco come commenta una delle detenute menzionate da Sissy nella lettera. "Era sempre disposta ad ascoltare e aiutare noi detenute nelle ingiustizie che succedevano all'interno dell'istituto. Ha sempre svolto il suo lavoro al meglio, solo che per il resto del personale non andava bene. E ora ci ritroviamo a piangere una ragazza meravigliosa con tanta voglia di vivere e che credeva nel suo lavoro e in ciò che faceva. Spero in una giustizia che non dimentichi ciò che è successo. Sarà sempre nel mio cuore e la ringrazierò sempre per quello che ha fatto per me".

FONTE: https://www.fanpage.it/sissy-la-lettera-choc-dellagente-prima-di-morire-ho-scoperto-cose-gravi-sulle-mie-colleghe/

Caso Cucchi, le pressioni a un carabiniere testimone: “Bisogna aiutare i colleghi in difficoltà”


Di Davide Falcioni

"Bisogna avere spirito di corpo, se c'è qualche collega in difficoltà lo dobbiamo aiutare". Sarebbero le parole pronunciate dal comandante del Gruppo Napoli, Vincenzo Pascale, a un carabiniere che avrebbe dovuto testimoniare al processo sulla morte di Stefano Cucchi. La conversazione telefonica tra due uomini dell'Arma è stata intercettata il 6 novembre scorso e la trascrizione è contenuta in una nota della squadra mobile di Roma del 17 gennaio, ed è stata depositata agli atti del processo. I riferimenti allo "spirito di corpo" e soprattutto l'invito a sostenere un "collega in difficoltà" sarebbero da intendere come ennesimi tentativi di depistaggio nel processo in corso per accertare le responsabilità sulla morte di Stefano Cucchi, e nel quale cinque carabinieri sono accusati di omicidio preterintenzionale e falso.

Il militare che sarebbe stato invitato a tener conto dello "spirito di corpo" è stato successivamente convocato in aula: come racconta il Corriere, durante la sua deposizione "tentò di modificare alcune sue precedenti dichiarazioni che potevano aggravare la posizione di alcuni imputati". Solo grazie alle contestazioni del pubblico ministero Giovanni Musarò (che era già a conoscenza dell’intercettazione, oggi resa nota alle altre parti), il carabiniere tornò sui suoi passi confermando quello che aveva già detto.

L'inchiesta sui depistaggi ha anche accertato che i carabinieri  acquisirono il registro originale del fotosegnalamento di Cucchi la sera dell’arresto. Nel 2015 i militari del comando provinciale di Roma visionarono quegli atti e notarono i segni della cancellazione di alcune parti, riguardanti probabilmente le conseguenze del pestaggio al geometra, ma evitarono consegnare quella documentazione alla magistratura. Quel registro, acquisito solo successivamente dalla Procura, è oggi una delle prove principali nel processo a carico dei carabinieri.

FONTE: https://www.fanpage.it/caso-cucchi-le-pressioni-a-un-carabiniere-testimone-bisogna-aiutare-i-colleghi-in-difficolta/

Morgan mette all’asta la sua chioma: “Un euro a capello, hanno anche la garanzia: soddisfatti o rimborsati”



“Questa è l’ultima notte dei miei 400mila capelli. domani taglio drastico. Presto li vedrete su eBay“. Inizia così l’ultimo post su Instagram di Marco Castoldi in arte Morgan con i capelli lunghi. Il cantante brianzolo ha annunciato infatti di voler mettere all’asta la sua chioma. “Un euro cadauno – spiega l’ex leader dei Bluvertigo -. Allora le persone potranno dire dopo averlo acquistato: questo è proprio un pelo fuori di testa”.

E per dimostrare che non sta scherzando, Morgan entra nei dettagli: “Ci sono vari formati, dal famoso pelo nell’uovo al diavolo per capello(666 capelli) fino alla ciocca woo-doo (a soli 50.000 per più di mille capelli adatti a qualsiasi forma di magia!!!) Ci sono anche alcuni esemplari con pelle di cute o forfora. C’è una soluzione un po’ più expensive con un trattamento particolare in un cofanetto apribile con cuscinetto di raso firmato Cavalli, è il pacchetto ‘sciogli le trecce Cavalli’“. Il tutto con tanto di garanzia “soddisfatti o rimborsati”: “Sono in garanzia, se trovi doppie punte puoi chiedere la sostituzione ma vi ricordo che se è per il woodoo accetta anche doppie punte”.

Questo ieri, oggi è comparsa un’altra foto ma, più che un taglio drastico, sembra a ben vedere che i capelli siano nascosti in una coda “ad hoc”. Infatti ancora non c’è traccia online dei “400mila capelli” citati dall’ex leader dei Bluvertigo. Chi fosse interessato però, non perda d’occhio il sito d’aste.

Fedez: “Dopo l’avanspettacolo, questo governo lavora a cose concrete. Matteo Salvini? Non sono d’accordo con lui ma rispetto la democrazia"



“È importante che ci sia un governo al lavoro su temi concreti come il reddito di cittadinanza, dopo l’avanspettacolo a cui abbiamo assistito gli anni precedenti, dai bunga bunga di Berlusconi alle lauree finte di Bossi jr, ai balletti attorno ai guai veri o presunti del padre della Boschi e di Renzi“. A dirlo è il rapper Fedez in una lunga intervista a Vanity Fair, in cui si racconta a 360 gradi. Lui, che nel 2014 scrisse un inno per il Movimento 5 Stelle, ora si dice scettico nei confronti del governo gialloverde e commenta così l’operato di Matteo Salvini: “Si può essere d’accordo o meno con lui, sul chiudere i porti e sul resto, e io non lo sono, ma rispetto la democrazia e riconosco che non ce la si può prendere con lui perché è stato votato da italiani in coscienza, e sta facendo esattamente ciò che aveva promesso“.

Ridicolo, a suo parere, l’appellativo attribuito da Roberto Saviano al vicepremier leghista, definito dallo scrittore “ministro della Malavita”: “E mi viene da ridere. Perché non dimentico Vittorio Arrigoni, uno che era sul campo e non nei salotti, con i segni della tortura e della trincea. Fu ucciso nel 2011, a Gaza, a pochi mesi da un videomessaggio in cui invitava proprio Saviano a camminare con le sue gambe per Tel Aviv, prima di parlare a vanvera della situazione lì. L’aveva contraddetto, sì, e lui, che ama ergersi a coscienza civile del nostro Paese, non ha speso due parole per ricordarlo”.
Un’intervista che esce in concomitanza con il nuovo album di Fedez,Paranoia Airlines, un disco in cui il rapper racconta la versione più autentica di sé, rivelando le difficoltà nel gestire gli attacchi di panico e i momenti “no” con i quali ancora continua a lottare. “Invalidanti. Li ho curati da dentro, senza psicofarmaci, imparando piano a controllarmi. A un certo punto la parte oscura di te diventa preponderante, ed è consigliabile andare da un bravo psicologo/psichiatra. Ne ho cambiati diversi. Questo è uno nuovo, vediamo. Con i miei conflitti interiori, i dubbi rispetto a ciò che ero, che sono, che sarò”.

Ma è grazie anche alla vicinanza e al sostegno della moglie Chiara Ferragni che il rapper riesce a superare queste situazioni: “Purtroppo per lei vive ogni giorno con me. E, di conseguenza, con i miei conflitti interiori, i dubbi rispetto a ciò che ero, che sono, che sarò. Di Chiara ho bisogno per andare avanti. Lei sa godersi ogni momento e spero che, per osmosi, riesca a insegnarmelo. Si pensa che se vivi in un contesto elitario tutto sia perfetto, nulla di cui lamentarsi. Non è così. Per quel vecchio detto: ‘I soldi non fanno la felicità'”.
Assieme a sua madre, Chiara è una delle due sole persone di cui Fedez si fida: “I lividi fanno quello che sei. I miei vengono da una mancanza di fiducia: mi apro con pochi, non credo nelle persone, mi governa un pregiudizio che alza muri. Manco di empatia, fatico a costruire rapporti solidi”. Quello con J-Ax, per esempio, si è dissolto dopo l’ultima notte insieme a San Siro. Non per soldi, giura lui, senza aggiungere altro perché c’è un accordo di riservatezza.

POLEMICA SU LANNUTTI, il senatore 5 Stelle si scusa: 'Non volevo offendere nessuno, non sono e non sono mai stato antisemita'


Di Salvatore Santoru

Ha fatto discutere un recente tweet pubblicato dal senatore dei 5 Stelle Elio Lannutti. In tale tweet Lannutti sosteneva che i Rothschild e il gruppo dei 'Savi di Sion' controllerebbero il sistema bancario internazionale e avevano portato alla stesura dei Protocolli.

Lo stesso politico pentastellato e fondatore dell'Adusbef si è scusato sui social per il post.
Più specificatamente, riporta l'Adnkronos, ha scritto :

"Ieri ho pubblicato un link sui banchieri Rothschild, senza alcun commento. Poiché non avevo alcuna volontà di offendere alcuno, tantomeno le comunità ebraiche od altri, mi scuso se il link ha urtato la sensibilità. Condividere un link non significa condividere i contenuti, da cui comunque prendo le distanze. Ci tengo a sottolineare che non sono, ne’ sarò mai antisemita."

Fa discutere tweet del senatore 5 Stelle Lannutti: 'Banche controllate dai Savi di Sion e dai Rothschild'. Scoppia la polemica


Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere un recente tweet pubblicato dal senatore dei 5 Stelle e e fondatore dell'Adusbef Elio Lannutti. Come riporta l'ANSA, Lannutti ha scritto sul social che "il Gruppo dei Savi di Sion" e Mayer Amschel Rothschild, l'abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il Sistema Bancario Internazionale,portò alla creazione di un manifesto: "I Protocolli dei Savi di Sion".

Andando maggiormente nei dettagli e stando a quanto riporta Rai News, Lannutti ha twittato ciò come commento ad un articolo di Saper Link News intitolato 'Le 13 famiglie che comandano il Mondo'. Tra gli altri, il tweet è stato decisamente criticato da diversi esponenti politici e dal sito legato alla comunità ebraica 'Moked'.

Antonio Pallante, polemiche sul saluto di Mara Venier all’attentatore di Togliatti. Borioni: “Sconcertante”. E lei si scusa



“Io ho soltanto salutato una persona molto anziana, di 99 anni. Chiedo scusa se qualcuno si è risentito. Sono molto dispiaciuta, ma vorrei fosse chiaro che la politica non c’entra nulla”. Così Mara Venier all’AdnKronos sulle polemiche montate dopo un “saluto di troppo” nel corso di Domenica In ad Antonio Pallante, l’attentatore di Palmiro Togliatti. Presentando un libro di Stefano Zurlo proprio sull’attentato al “Migliore”, la conduttrice ha chiesto all’autore se Pallante fosse ancora vivo. Alla risposta di Zurlo (“Sì, forse ci segue da casa”), Mara Venier ha replicato: “Allora se ci sta seguendo da casa lo salutiamo”, scatenando la polemica.
La prima a criticare la conduttrice è stata Rita Borioni, membro del cda Rai in quota Pd, che con un post su Facebook ha definito “sconcertante salutare un attentatore”, aggiungendo che “è sconcertante anche non sapere che Togliatti rischiò di morire e che l’Italia per quell’episodio rischiò la guerra civile”. Venier si è subito scusata, dicendosi “dispiaciutissima per l’accaduto”. “Sono una persona spontanea – ha aggiunto la conduttrice -, ma davvero non era mia intenzione prendere una qualsivoglia posizione“.

Migliaia di morti e migranti detenuti. Gli scheletri nell’armadio di Macron


Di Lorenzo Vita

C’era un tempo in cui Emmanuel Macron dava del “vomitevole” al governo italiano per la gestione dei migranti. Niente a che vedere con la sua civilissima Francia, che invece sembrava in grado di accogliere tutti e col sorriso ben impresso sul volto del capo dell’Eliseo. Poi però dalle parole siamo passati ai fatti. E di quella Francia dell’accoglienza è rimasta un’immagine a dir poco sbiadita.
La gendarmeria ha iniziato a trascinare ed espellere in Italia gli immigrati che arrivavano in Francia o a entrare direttamente in territorio italiano. Mentre Ventimiglia veniva trasformata in una sorta di Calais d’Italia, con tanto di accampamenti e con la polizia francese a vigilare il confine. L’ordine di Parigi era tassativo: nessuno doveva passare il confine. Ordine assolutamente legittimo: ma sarebbe stato sacrosanto evitare la morale al governo di Giuseppe Conte.
Nel frattempo, lo scontro tra Francia e Italia non si è mai arrestato. Tra Parigi e Roma sono volate parole grosse su innumerevoli dossier. Ma è ancora il tema migranti a essere al centro della disfida delle Alpi. Dall’Italia, le accuse verso Parigi si sprecano. Il Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia incolpano la Francia di impoverire l’Africa con le politiche post-coloniali, provocando l’emigrazione di migliaia di persone che giungono via mare in Europa. Il vice premier Luigi Di Maio ha addirittura chiesto all’Unione europea di sanzionare i Paesi europei che impoveriscono il continente africano. Una richiesta che naturalmente non avrà seguito in sede europea, ma è il segnale di come fra Parigi e Roma sia tornato il tempo dello scontro. E con le elezioni europee alle porte, è chiaro che l’immigrazione diventi un tema di dibattito fondamentale.
Da Parigi iniziano a studiare le prime mosse. La Francia è favorevole a “obiettivi quantificati in numeri a livello europeo” ha detto il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, al ‘Grand débat” delle testate CNews-Europe1-Les Échos. “La base dell’Europa è la solidarietà. E anche questa solidarietà deve giocare un ruolo sulla questione migratoria”, ha detto Griveaux. “Non possiamo essere solo alcuni Paesi europei a occuparci di questo problema dell’asilo e dell’immigrazione”, ha continuato. Anzi, ha voluto anche sottolineare che la Francia deve continuare a garantire “l’accoglienza incondizionata e il diritto di asilo”.
Detto così, sembrerebbe che a Parigi batta il cuore dell’accoglienza indiscriminata, dell’integrazione, di un Paese pronto a ricevere braccia aperte chiunque decide da venire in Europa. Eppure, non tutto è oro quel che luccica. E se la Francia di Macron si ammanta di questa sorta di aura di buonismo nel Mediterraneo, e lo fa proprio mentre i barconi affondano al largo della Libia, si dimentica di quanto avviene a casa sua, ma nei Territori d’Oltremare.In particolare in un’isoletta, quella di Mayotte, dove migliaia di migranti, in gran parte minorenni, sono rinchiusi in un Cra, Centre de rétention administrative.
Come spiega La Verità, “ha una capienza di appena 148 posti e l’associazione per i diritti umaniLa Cimade descrive come ‘prigione chiamata con altri nomi’. I bambini provengono dalle isole Comore, a una settantina di chilometri di distanza. Ma a Mayotte non vengono separati dai genitori come è accaduto al confine con il Messico. Siccome i minori non accompagnati non possono essere rinchiusi nei Cra e rispediti alle Comore, si fa al contrario che negli Stati Uniti: si affibbiano a un qualsiasi clandestino adulto nei paraggi e lo si costringe a fingere di esserne il padre o la madre, creando artificiosamente nuclei familiari”.
La situazione è ormai ben oltre i limiti della vivibilità. Centinaia di bambini girano per l’isola abbandonati a se stessi, le bidonville sorgono ovunque, mentre vicino al capoluogo dell’isola è sorta una vera e propria “collina degli immigrati”. Perché arrivare nell’isola equivale ad arrivare in Francia. E da lì si cerca poi di raggiungere con aerei o navi il territorio europeo, passando per Marsiglia. E così è nato un flusso di migranti senza precedenti, con centinaia di migliaia di arriviin pochi anni. Anche perché in Francia c’è lo ius soli: quindi partorire nell’isola di Mayotte equivale a far nascere cittadini francesi (ed europei).
Proprio per questo motivo, migliaia di donne incinta partono alla volta dell’isola dall’arcipelago delle Comore per partorire nei suoi ospedali. Sempre come spiega La Verità, “riprova è che di tutte le partorienti al Chm (il centro ospedaliero locale ndr), il 75% sono immigrate clandestine. Per contrastare il fenomeno, Parigi ha modificato pochi mesi fa le regole dello ius soli soltanto per questa Provincia: adesso diventano francesi i bambini nati a Mayotte da almeno un genitore che sia presente sul territorio, in modo regolare, da minimo tre mesi”. Ma nel frattempo, sono in migliaia a morire nel percorso per raggiungere l’isola. Tra il 1995 e il 20125 sarebbero morte tra le 7mila e le 10mila persone nell’oceano Indiano per sbarcare a Mayotte. Un cimitero nei fondali delle Comore. Ma Macron forse se l’è dimenticato.
O forse, molto pi semplicemente, non vuole che se ne parli. Perché tene a bada le Comore interessa alla Francia. Parigi non vuole problemi in quello specchio di mare dell’oceano Indiano. Tanto che a novembre, i due Stati hanno firmato un accordo per cui il governo di Azali Assoumani accettava gli espulsi da La Mayotte e Macron dava di nuovo l’ok ai visti per l’isola per i cittadini delle Comore. Motivo? La Francia ha parecchi trattati in atto con il governo. I comoriani che vivo in Francia sono moltissimo (di cui molti anche islamici radicali), ci sono accordi per la Difesa e sulla moneta, garantita dalla Francia. E infine c’è un altro tema: l’energia. Nei fondali delle Comore è presente il gas e c’è anche il petrolio. Parigi vuole essere la prima a sfruttarlo e cosi, accetta il ricatto di Azali sui migranti. Nel frattempo muoiono e vengono rinchiusi nei centri di detenzione: ma di questo Macron e l’Europa sembrano essersene dimenticati. Impegnati come sono a parlare di Italia e Libia.

La Francia ha convocato l’ambasciatrice italiana per avere chiarimenti riguardo alle frasi di Di Maio e Di Battista sul “franco CFA”

Teresa Castaldo, l’ambasciatrice italiana in Francia, è stata convocata dal ministero degli Esteri francese per avere chiarimenti sulle dichiarazioni fatte dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio e da Alessandro Di Battista riguardo al “franco CFA”, la moneta francese in Africa che secondo alcuni dirigenti del Movimento 5 Stelle favorirebbe l’immigrazione verso l’Italia. La notizia è stata data da alcune agenzie di news italiane e da AFP, che ha citato una fonte del governo francese. Per il momento l’ambasciata italiana a Parigi non ha confermato ufficialmente la notizia.
Castaldo è ambasciatrice a Parigi dal gennaio 2018.  In precedenza aveva lavorato per ENI e per le ambasciate italiane in Uruguay e in Argentina.
Di Battista aveva parlato del “franco CFA” durante la trasmissione “Che Tempo Che Fa” di Fabio Fazio, domenica sera, dicendo: «Finché non avremo risolto la questione del franco CFA, la gente continuerà a scappare dall’Africa». Dichiarazioni simili erano già state fatte in precedenza da Di Maio. Le cose però non stanno così, come dimostrano i numeri: ad esempio, in tutto il 2018 le persone arrivate in Italia da paesi che adottano questa moneta sono state meno di tremila.
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Migranti, Di Maio: “Basta ipocrisie, persone partono perché Francia continua ad avere colonie e a impoverire l’Africa”


FATTO QUOTIDIANO

Sui morti in mare vedo “basta ipocrisie, dobbiamo parlare della cause e non degli effetti”. Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio intervenendo a una manifestazione del M5s ad Avezzano. Di Maio ha espresso il suo “cordoglio alle vittime” dell’ultima strage nel mare Mediterraneo, ma “ci sono paesi, come la Francia che in Africa continua ad avere delle colonie di fatto, con la moneta, che è il franco, che continua a imporre nelle sue ex colonie” soldi “che usa per finanziare il suo debito pubblico e che indeboliscono le economie di quei paesi da dove, poi, partono i migranti”. “Il posto degli africani è l’Africa, non il fondo del mare”, conclude il capo politico del M5s.

IL SIMBOLO DEL SERPENTE NELL'ANTICA GRECIA



Nell'antica Grecia la figura del serpente fu contraddistinta da un aspetto di ambivalenza. 

Questo animale era tenuto dagli antichi in grande considerazione per la sua vita misteriosa e sotterranea, per la sua grande velocità pur senza organi motori e per la sua capacità di ipnotizzare le sue prede. 

Era temuto per il suo veleno ma gli vennero conferite capacità positive, rendendolo simbolo propiziatore e donatore di fertilità.

Questo suo dualismo antitetico è senza dubbio il suo principale aspetto: veleno/medicina, maschile/femminile, immobile/fulmineo erano solo alcune delle caratteristiche che gli antichi vedevano rappresentate nel serpente.

Il video con le rappresentazioni simboliche del serpente su Ars Europa Channel.


Ruanda: 25 anni dopo, il genocidio dimenticato è ancora un’onta per l’umanità


Di Martina Di Pirro
6 Aprile 1994. È un mercoledì e le strade di Kigali, capitale del Rwanda, sono piene di terra rossa e ciottoli pungenti. Qualcuno, da un negozio, da una casa, o da un edificio poco distante il palazzo dell’allora Presidente Juvenal Habyarimana, capo radicale del fronte genocidiario HutuPower e delle milizie Interahamwe, accende la radio. Frequenza: Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM), la stazione nota per fare propaganda di odio contro il popolo dei Tutsi. «È arrivato il momento!» urla l’altoparlante «Tagliate gli alberi alti. Schiacciate quegli scarafaggi. Schiacciateli tutti quegli Inyezi!». “Il momento” è lo schianto di un missile terra-aria contro l’aereo Mystere Falcon del Presidente, con a bordo anche Cyprien Ntaryamira, del Burundi, entrambi Hutu. Gli “alberi alti”, gli “scarafaggi” ( o “Inyezi” nella lingua locale), sono gli appartenenti alla popolazione dei Tutsi. «Sono stati quegli scarafaggi!» gridano gli interahamwe per le strade «Hanno ucciso il nostro Presidente!». La moglie di Habyarimana, Agathe, a conoscenza dei fatti, viene immediatamente condotta in Francia. È l’inizio della carneficina, di uno dei genocidi più feroci della storia dell’umanità. Quello che Kofi Annan ha definito «un'onta per l'umanità».
A venticinque anni di distanza da quell’evento, nessuna indagine, nessun rapporto, nessuna verità storica ha mai confermato che fu il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), i ribelli Tutsi, a sferrare l’attacco contro Habyarimana. Certo è che al Governo Hutu serviva un escamotage, una scusa, per dare il via alle violenze e per bloccare gli accordi di pace che Habyarimana, sotto la lente accecante delle potenze occidentali, stava, con riluttanza, implementando. Le Nazioni Unite furono «colpevolmente incapaci» di fermare le violenze. Neanche la missione MINUAR, guidata dal canadese Romeo Dallaire, che da anni denunciava le violenze a danno dei Tutsi, potè nulla con il Consiglio di Sicurezza. Gli USA posero il veto sull’ uso del termine «genocidio» bloccando così i rinforzi al contingente di Caschi blu, il Belgio entrò nel Paese solo per evacuare i propri cittadini. Ma l’Eliseo fece di più. Non solo sostenne apertamente Habyarimana con l’invio di armi e addestrando le Forces Armées Rwandaises, complici del genocidio, ma mise in atto una delle operazioni più camuffate della storia: l’Operazione Turquoise.
Con la facciata di voler creare una “zona sicura”, al confine con lo Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), per le migliaia di rifugiati che lasciavano il Paese, in realtà riarmarono le forze genocidiarie che poterono così continuare i massacri a danno dei Tutsi.In quella safe-zone, la Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM) aveva trovato la sua nuova casa, trasmettendo ondate propagandistiche di odio. In quella safe-zone i principali responsabili della mattanza riuscirono a fuggire. Un'operazione che per l’allora presidente francese Mitterand «salvò migliaia di vite umane» ma che in realtà non fece nulla per bloccare il genocidio. Nulla. Centinaia di documenti, telegrammi, note verbali dei diplomatici, una commissione d’inchiesta creata appositamente nel 1998, testimonianze di militari francesi, ruandesi, europei provano la complicità dell’Eliseo, eppure ad oggi, nonostante il riavvicinamento diffidente del Rwanda alla Francia, nessuna responsabilità è stata ammessa. La Francia non ha mai aiutato le indagini. L’unico passo fatto fu nel 2006, quando la Procura militare firmò una rogatoria internazionale al Rwanda per chiedere di fornire i documenti utili ad «identificare i reggimenti e servizi francesi presenti nel 1994». Quel plico, però, non fu mai stato spedito. Per dimenticanza, dicono.




Ottobre 2006, Parigi. Un altro mercoledì. L’ufficio del magistrato francese Jean-Louis Bruguière è affollato. Le famiglie dei piloti dell’areo abbattuto dodici anni prima attendono pazienti. E il magistrato, che per anni ha indagato, raccolto testimonianze e emesso nove mandati di arresto internazionali per i collaboratori più stretti dell'attuale presidente del Rwanda, Paul Kagame, capo del FPR, tira un sospiro di sollievo. L’atto di accusa è redatto. Finalmente, la Francia può scuotersi via di dosso anni di colpe. Secondo gli atti del magistrato, furono gli stessi Tutsi a lanciare il missile, condannando migliaia dei loro ad una morte certa, per avere quell’appoggio internazionale utile a prendersi il governo del Paese. Solo il giudizio sul ruolo di Paul Kagame, sempre secondo gli atti di Bruguière, dato che la legge francese assicura l'impunità ai capi di stato in carica, andrebbe rinviato davanti al tribunale internazionale di Arusha per i crimini in Rwanda. Tutti gli altri sono predisposti. Le istituzioni di Kigali leggono l’atto d’accusa, Paul Kagame non tarda a rispondere e rompe le relazioni diplomatiche con la Francia. Il Ministro degli Affari Esteri, Charles Murigande, afferma che «La Francia sa benissimo che le nefandezze compiute dal proprio governo durante il genocidio sarebbero state sotto gli occhi del mondo, per questo ha agito così». Un solo mandato d’arresto viene preso in considerazione e due anni dopo, Rose Kabuye, ex sindaca di Kigali e ex capo del Protocollo di Kagame, viene arrestata in Germania. Chiederà di essere estradata in Francia, per dimostrarne ancora più attivamente il coinvolgimento. Kabuye verrà liberata poco tempo dopo e nessun altro mandato d’arresto o atto d’accusa sarà preso in considerazione. Quella di Bruguière fu considerata l’ennesima violenza alla verità. Oltre che essere tutto quello che la Francia ha fatto per contribuire alle indagini.
All’interno del Parlamento di Kigali, al piano che ospita il Museo della Liberazione, la foto di un soldato francese, in divisa, che addestra le milizie Hutu, in abiti civili, ad usare il machete è una delle prime a comparire. Poco dopo fa capolino quella di Felicien Kabuga, ricchissimo uomo d'affari ruandese che il tribunale penale internazionale istituito per accertare le responsabilità del genocidio in Rwanda ritenne tra i principali colpevoli della mattanza in quanto primo finanziatore delle bande di miliziani che massacrarono la popolazione. La moglie di Habyarimana, Agathe, testimone diretta dei crimini del marito, risiede ancora in Francia. Tutti i politici e i militari coinvolti nel genocidio e macchiati di crimini contro l’umanità, sono tutt’oggi protetti dal governo francese.
“All’inizio del 1994 in Rwanda vivevano circa 7 milioni di persone.” scrive Daniele Scaglione in Istruzioni per un genocidio. Rwanda: cronache di un massacro evitabile (Ega Editore, Torino 2003) “New York nel 2001 contava circa 16 milioni di abitanti. L’11 settembre del 2001 l’attentato al World Trade Center ha causato la morte di 2893 persone. Dal 6 aprile al 19 luglio del 1994 è come se in Rwanda le Twin Towers fossero state abbattute tre volte al giorno. Tre volte al giorno, entrambe le torri distrutte, per 104 giorni di fila”. I calcoli sono semplici da fare: 10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto. Per un totale di 1.074.017, secondo le stime ufficiali diffuse dal governo rwandese.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/01/19/ruanda-25-anni-dopo-il-genocidio-dimenticato-e-ancora-unonta-per-luman/40787/

Adrian di Adriano Celentano: Teocoli e la Hunziker abbandonano lo show

Di Roberta Damiata
Oggi durante le prove Celentano e la moglie manager Claudia Mori hanno lasciato teatro Camploy di Verona per tornare a Milano senza dare alcuna spiegazione.
A rivelarlo è TVBlog che racconta come durante le prove sia successo qualcosa che potrebbe mettere a rischio la messa in onda dello show Adrian previsto per luned' 21 su Canale 5 che precede il cartone animato.
Nessuno sa realmente cosa sia accaduto, ma di sicuro i vertici di Mediaset presenti in forze a Verona, non sono molto tranquilli. Lo spettacolo costato 28 milioni di euro, avrebbe dovuto vedere la presenza Michelle Hunziker, Teo Teocoli, Ambra, Nino Frassica e Lillo e Greg, ma Teo Teocoli e Michelle Hunziker sono ripartiti per Milano lasciando le prove e abbandonando di fatto lo show.
La notizia viene poi smentita questa volta a farlo è TVZoom che parla di un falso allarme: “Celentano sta facendo regolarmente le prove per lunedì, Insieme a Frassica e Ambra Angiolini. - viene scritto - Confermate invece le voci del forfait di Teo Teocoli e Michelle Hunziker che non avevano ancora firmato il contratto. Teocoli aveva annunciato già due giorni fa di non voler far parte dello show, mentre la Hunziker, ha rifiutato dopo essere venuta a conoscenza delle idee di Celentano”.
Insomma, ancor prima che inizi, Adrian sembra un evento che farà molto chiacchierare. Nelle nove puntate che sono previste, potrebbe succedere qualsiasi cosa visto che nel contratto, Celentano ha anche la clausola che gli permetterebbe di non andare in onda in caso decidesse di farlo.
Questa potrebbe essere anche una trovata pubblicitaria, o una provocazione del “molleggiato” che in ogni caso il 25 novembre farà uscire un doppio album che ha lo stesso nome della serie, e che ne conterrà tutte le musiche curate da Nicola Piovani.

Matera 2019, da oggi è Capitale europea della cultura. Congratulazioni da Conte


Di Salvatore Santoru

Matera è ufficialmente la Capitale europea della cultura del 2019. Alla cerimonia per l'evento hanno preso parte diversi esponenti della politica e dell'attuale governo del cambiamento, tra cui  il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli e il premier Giuseppe Conte.

Lo stesso Conte ha dichiarato, riporta l'ANSA, che l'evento costituisce la riscossa della città della Basilicata e del Sud d'Italia.

Ci sono un po’ di dubbi sulla grave accusa di BuzzFeed a Trump

Un portavoce del procuratore speciale Robert Mueller, il capo dell’indagine sui rapporti tra la Russia e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha definito “non accurato” l’articolo pubblicato giovedì dal sito americano BuzzFeed News che conteneva quella che, a detta di molti, era la più grave accusa mossa finora verso Trump. L’articolo, che si basava sulle informazioni raccolte da due agenti federali americani vicini alle indagini, sosteneva che Trump avesse personalmente detto al suo ex avvocato e consigliere Michael Cohen di mentire al Congresso riguardo alla storia della costruzione di un grattacielo a Mosca, uno dei filoni principali dell’indagine sulle collusioni tra il suo comitato elettorale e la Russia. Ma Peter Carr, portavoce di Mueller, ha detto:
La descrizione di BuzzFeed News di specifiche dichiarazioni rese all’ufficio del procuratore speciale, e la descrizione di documenti e testimonianze ottenute dall’ufficio riguardo alla deposizione di Michael Cohen al Congresso, non sono accurate.
La smentita di Carr è un evento molto raro: non era mai successo finora che Mueller o un suo rappresentante smentissero direttamente una notizia pubblicata dalla stampa americana sulla base di fonti anonime vicine alle indagini, nonostante informazioni di questo tipo siano trapelate decine di volte negli ultimi anni.
Quella pubblicata da BuzzFeed News, in effetti, era però una delle notizie più grosse, se non la più grossa: un presidente che chiede a un suo collaboratore di mentire al Congresso è infatti materiale da impeachment, cioè che giustificherebbe una rimozione di Trump. È vero che l’attuale amministrazione ha abituato a veder succedere grandi scandali senza conseguenze, ma questa volta l’impressione è che Trump potesse essere seriamente danneggiato. In molti, tra gli opinionisti e i politici Democratici, avevano parlato dell’inizio della fine della presidenza Trump.
BuzzFeed News è la divisione che si occupa di notizie e giornalismo d’inchiesta del famoso sito BuzzFeed, uno dei più grandi e noti siti del mondo, che da anni pubblica contenuti di basso livello, dalle raccolte di foto di gatti ai quiz che associano i lettori a un personaggio di una serie tv. Ma BuzzFeed News è una cosa diversa: dalla sua fondazione, nel 2011, ha pian piano guadagnato stima e credibilità nel giornalismo americano, e soprattutto di recente ha assunto giornalisti molto capaci e provenienti dai maggiori quotidiani americani. Anche il famoso “dossier Steele”, quello della golden shower, era stato pubblicato da BuzzFeed News.
Venerdì la notizia sulla presunta richiesta di Trump a Cohen di mentire al Congresso era stata ripresa da tutti i giornali americani, e discussa per tutto il giorno nelle televisioni all newscome CNN e MSNBC. Ma nessun’altra testata aveva saputo confermare la notizia con le proprie fonti: il New York Times, anzi, aveva scritto che una persona vicina all’indagine con cui aveva parlato aveva smentito che l’ufficio di Mueller avesse a disposizioni prove simili a quelle descritte da BuzzFeed. Smentite molto nette erano arrivate, ovviamente, anche dall’amministrazione: la portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders aveva definito la notizia «categoricamente falsa», e Trump aveva parlato di «un giorno molto triste per il giornalismo».
Remember it was Buzzfeed that released the totally discredited “Dossier,” paid for by Crooked Hillary Clinton and the Democrats (as opposition research), on which the entire Russian probe is based! A very sad day for journalism, but a great day for our Country!

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Ciononostante, il direttore di BuzzFeed News Ben Smith ha confermato che la notizia è attendibile, chiedendo a Mueller di specificare più precisamente che cosa contesta.
In response to the statement tonight from the Special Counsel's spokesman: We stand by our reporting and the sources who informed it, and we urge the Special Counsel to make clear what he's disputing.

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Le puntate precedenti della storiaÈ noto che prima di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, Trump stesse cercando di chiudere un accordo per costruire un grattacielo a Mosca, in Russia. La persona incaricata di gestire le trattative preliminari per il grattacielo era uno dei più fidati collaboratori di Trump, nonché il suo avvocato personale da molti anni: Michael Cohen. Trump ha sempre sostenuto che non seguì mai da vicino le trattative per la Trump Tower di Mosca e che comunque abbandonò il progetto prima di candidarsi alle primarie dei Repubblicani nel 2016.
I sospetti su cui da tempo sta indagando il procuratore speciale Robert Mueller, però, sono che il progetto continuò anche dopo la candidatura di Trump e che Trump stesso seguì da vicino le trattative. Sembra che Cohen arrivò a trattare direttamente con un funzionario del governo russo e che arrivò a ipotizzare un viaggio di Trump in Russia durante la campagna elettorale per chiudere l’accordo direttamente con il presidente russo Vladimir Putin.
Dopo che la costruzione del grattacielo diventò uno dei filoni principali dell’inchiesta sulla Russia, Cohen presentò alla commissione del Congresso che stava indagando su Trump una lettera in cui negava di aver partecipato a un tentativo di manipolare le elezioni e in cui spiegava che il progetto per il grattacielo a Mosca era terminato nel gennaio 2016. Da allora, disse Cohen, non c’erano più stati contatti tra l’organizzazione di Trump e il governo russo. Cohen, che uscì presto dalle grazie di Trump, diventò comunque uno dei principali indagati nell’indagine di Mueller e nel novembre 2018 accettò di dichiararsi colpevole di diverse accuse formalizzate da Mueller, compresa quella di aver mentito al Congresso nell’agosto 2017.

Cohen confessò infatti che le trattative per il grattacielo a Mosca continuarono almeno fino al giugno 2016 – sei mesi dopo quanto originariamente sostenuto – e disse che aveva parlato del progetto direttamente con Trump più di tre volte, come aveva invece detto prima. Cohen confessò infine che anche i figli di Trump – Ivanka e Donald Jr – avevano partecipato al progetto e avevano ricevuto regolarmente aggiornamenti da lui.