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Serge Latouche: il profeta della decrescita contro il paradigma dell’ “Usa e getta”


latouche

Di Giovanni Balducci

Sono anni che Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-sud, nonché antropologo, porta avanti la sua critica all’ideologia universalista ed utilitarista dell’Occidente, rivendicando la liberazione della società occidentale dalla dimensione universale economicista, predicando il nuovo verbo globale della decrescita.
Sia chiaro, niente a che fare con Monti ed il suo proverbiale rigore: il “Rigor Montis”, appunto. Latouche propone un’austerità intelligente, mettendo in evidenza come il modello economico dominante fino ad ora, quello della crescita infinita, vada assolutamente abbandonato, non foss’altro per la finitezza delle risorse naturali.
Al paradigma della crescita infinita, il pensatore francese contrappone un nuovo paradigma di benessere, più intelligente, più socialmente equo e più rispettoso dell’ambiente, sostenendo, altresì, che vivere con meno è facile. E persino divertente: «La prima cosa da far decrescere sono gli orari di lavoro. Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Diminuendo gli orari di lavoro si risolverebbe anche il problema della disoccupazione. E poi è necessario ritrovare la gioia di vivere, il tempo dell’ozio per camminare, per sognare, meditare, anche per giocare, per coltivare le relazioni sociali. Serve più tempo per l’amicizia, più tempo per la famiglia. Questo non lo dicono solo i partigiani della decrescita, ma anche illustri economisti e in particolare i sostenitori della così detta economia della felicità» (1).

usa-e-getta

Nel suo ultimo pamphlet Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, edito in Italia per i tipi di Bollati Boringhieri (ed acquistabile dal prossimo 7 marzo), si scaglia contro la produzione di massa che – come sostiene – ha abbreviato drasticamente la durata delle merci e minaccia di coinvolgere gli stessi uomini nello stesso vortice di repentina quanto insensata liquidazione.
Fantascienza? Purtroppo no, se pensiamo che il noto Umberto Veronesi abbia sostenuto in un suo recente scritto che “dopo aver generato i ‘doverosi’ figli e averli allevati, il suo (dell’essere umano, nda) compito è finito: occupa spazio destinato ad altri, per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o a sessant’anni sparissero” (2).



Insomma, Latouche pare non esser proprio una Cassandra: il “ciclo breve” sembra effettivamente non dare scampo né alle cose, né alle persone, avvolgendoci tutti sempre più in una spirale di iperproduzione e turboconsumo, frutto della logica perversa del consumismo e della razionalità strumentale.
Afferma Latouche che: «Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura…Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora…E se non li cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi» (3).
Nel corso delle 114 pagine che compongono il pamphlet, Latouche, dopo aver passato in rassegna gli antecedenti storici dell’«usa e getta», smascherandone l’ideologia sottesa, indica una via d’uscita: una prosperità frugale ma non pauperista che ci renda finalmente liberi dall’imperialismo delle merci, ed abbia come cardini la durevolezza, la riparabilità e il riciclaggio.

NOTE

(1) Dall’intervista a Serge Latouche, Osoppo, mercoledì 9 luglio 09, riportata dal “Messaggero Veneto”.
(2) Veronesi, La libertà della vita, Edizioni Cortina Raffaello, ISBN 8860300711, pag.39.
(3) Dall’articolo: “Latouche la felicità con meno” – di Paolo Rumiz – pubblicato sul quotidiano “Repubblica” il 24 febbraio 2008.

Fonte:http://www.centrostudilaruna.it/serge-latouche-il-profeta-della-decrescita-contro-il-paradigma-dell-usa-e-getta.html

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=45155

In Svizzera stravince referendum contro megastipendi top manager



Il referendum contro i megastipendi e i bonus milionari ha stravinto: indignati dall'avidità di top manager che hanno incassato somme astronomiche, gli svizzeri hanno lanciato un segnale chiarissimo sostenendo con uno storico 67,9% di voti l'iniziativa popolare lanciata da un piccolo imprenditore per porre un freno alle "retribuzioni abusive" e vietare liquidazioni e 'paracaduti' dorati per i vertici delle aziende quotate in borsa.

"Sono orgoglioso del popolo elvetico. E' stata una bella dimostrazione di democrazia. Una vittoria contro avversari potenti che hanno paventato terribili conseguenze economiche e occupazionali con campagne di stampa aggressive e tendenziose", si è rallegrato stasera il "padre" del referendum, il 52enne Thomas Minder, a capo di un'impresa familiare nel cantone di Sciaffusa (nord-est) e parlamentare conservatore indipendente.

Ed è vero che il chiaro verdetto delle urne è giunto al termine di una campagna intensa, che ha visto i partiti di centro destra, ma soprattutto la potente Federazione svizzera delle imprese, Economiesuisse, investire milioni per tappezzare la Svizzera con manifesti per mettere in guardia dal pericolo di licenziamenti e la morte del modello svizzero provocati da un'approvazione dell'iniziativa.

Per i fautori del No, la proposta approvata doterà la Svizzera "del diritto degli azionisti più restrittivo al mondo". Ma questo ed altri argomenti non hanno fatto breccia. Tutti i 26 cantoni hanno approvato l'iniziativa: un'unanimità piuttosto rara nel Paese di 8 milioni di abitanti, dove convivono lingue e culture diverse. Un vero e proprio tsunami con punte del 77,1 % nel canton Giura e che ha superato la soglia del 70%, anche a Zurigo (70,2%), capitale economica della ricca Svizzera. (ANSA)

Fonte:http://www.wallstreetitalia.com/article/1514493/democrazia/in-svizzera-stravince-referendum-contro-megastipendi-top-manager.aspx

Schiaffo alla Merkel: il Senato dei Laender boccia il fiscal compact


L’attenzione e’ ancora puntata sul voto italiano e sul pericolo che la crisi s’inasprisca, ma uno schiaffo alle politiche europee di Angela Merkel e’ arrivato oggi in ‘casa’: quando il Bundesrat, e cioe’ il Senato dei Laender, ha bloccato il fiscal compact. Una mossa politica, in piena campagna elettorale – in Germania si vota a settembre – che ha messo in allarme il governo sui possibili effetti in Europa. L’opposizione di Frau Merkel, rappresentata da socialdemocratici e verdi, ha in questo modo ha approfittato della maggioranza nella seconda Camera – effetto recente dell’ultima vittoria alle amministrative in Bassa Sassonia – per ostacolare la cancelleria. Una mossa stigmatizzata dal governo, con un appello del ministero delle Finanze alla ”responsabilita”’ nei conforti dell’eurozona. In realta’, i Laender approfittano della situazione, e del valore centrale del patto di bilancio che Angela Merkel ha voluto in Europa, per mettere i loro ‘paletti’, chiedendo soldi. In cambio del carico finanziario che comporta il fiscal compact, le Regioni chiedono di poter ottenere fra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro all’anno, nell’arco di tempo che va dal 2014 al 2019. Una rivendicazione che prolunga i tempi della approvazione, per la quale a questo punto si aprira’ una trattativa in una Commissione di mediazione.
A Berlino, Martin Kotthaus, portavoce del ministro delle finanze Wolfgang Scheuble – il severo fautore dell’Austerity per tenere i conti in ordine – ha aspramente criticato l’atteggiamento delle Regioni. ”Questo non e’ certamente di aiuto alla questione generale di come portare avanti l’Europa in questo percorso – ha affermato -. Faccio appello alla responsabilita’ del Senato federale rispetto alla politica europea e spero che si trovi presto la possiblita’ di una accordo”. Anche il ministro degli Esteri Guido Westerwelle e’ intervenuto definendo la decisione del Bundesrat ”deplorevole”. Il ministro presidente della Renania-Palatinato, Karsten Kuehl, socialdemocratico, ha pero’ replicato che l’accordo trovato nel Bundestag la scorsa estate prevedeva degli impegni non ancora mantenuti. La decisione di oggi ”non ha niente a che fare con un tentativo di ostruzionismo – ha sostenuto – noi vogliamo certezze nella programmazione”. Le risorse rivendicate serviranno ai Laender per la costruzione di strade comunali, scuole superiori, spazi per bambini ed edilizia civile. ”Non dovremmo indebolire il governo tedesco a livello europeo”, ha constatato invece il ministro presidente della Sassonia Stanislaw Tillich (Cdu), criticando l’esito della seduta. Non e’ la prima volta che il fiscal compact e’ a rischio proprio nel Paese che piu’ lo ha voluto in Europa: impugnato da diversi oppositori di Frau Merkel fu oggetto di una verifica dell’alta Corte di Karlsruhe, che poi diede il via libera lo scorso autunno, legittimando il Meccanismo europeo di stabilita’ ESM. La campagna elettorale e le difficolta’ di un quadro politico interno sempre piu’ insidioso; con un consenso federale granitico per la cancelleria, la cui coalizione di governo e’ pero’ finita in minoranza al Senato ; si fanno sentire anche su Angela Merkel. Aldila’ del blocco che potrebbe esser temporaneo sul Patto di bilancio, quello di oggi e’ un chiaro segnale politico: l’opposizione non avra’ piu’ un approccio collaborativo, almeno fino alle elezioni.

Fonte:http://www.lindipendenza.com/schiaffo-alla-merkel-il-senato-dei-laender-boccia-il-fiscal-compact/

Rimborsi elettorali: ecco quanto incasserà ogni partito. M5S escluso



Di Antonio Palma

Finita la campagna elettorale i partiti che hanno partecipato alla consultazione elettorale per il rinnovamento del Parlamento sono pronti ad incassare i rimborsi elettorali previsti per legge. Attenzione non si tratta di veri e propri rimborsi per i costi sostenuti in questi mesi, ma di un finanziamento a forfait in base al numero dei voti ricevuti alle elezioni politiche. La torta da spartirsi nel 2013 si aggira intorno ai 160 milioni di euro, e considerando che il numero di senatori e deputati  eletti è stato pari a 945, il rimborso medio sarà di oltre 169mila euro per ogni parlamentare. Una cifra enorme comparata con i costi effettivamente sostenuti ma che impallidisce di fronte ai rimborsi percepiti dai partiti nella passata legislatura.

Al Pd la cifra maggiore - Dopo la riforma varata lo scorso anno con una legge bipartisan che ha limitato l'erogazione dei fondi pubblici ai soli partiti che eleggono almeno un parlamentare, la somma complessiva infatti è significativamente diminuita rispetto ai 407 milioni del 2008, che equivaleva  al record di  430 mila euro di rimborso per ogni parlamentare. Nel dettaglio e sulla base dei risultati elettorali il partito che dovrebbe intascare i rimborsi maggiori è il Pd con una cifra che si aggira intorno ai  45,8 milioni di euro, seguito dal Movimento Cinque Stelle con 42,7 milioni di euro, dal Pdl con 38 milioni di euro e da Scelta Civica con Monti che intasca “solo” 15 milioni di euro.


Anche i partiti al di sotto dell'1% avranno i rimborsi - In questa classifica dei guadagni per essere semplicemente entrati in Parlamento troviamo poi La Lega Nord con 7,3 milioni di euro, Sel con 5,1 milioni di euro, Fratelli d'Italia che intasca 1,6 milioni di euro e l'Udc a cui toccheranno 1,5 milioni di euro. Ma fette più piccole della torta dei rimborsi elettorali spettano anche alle formazioni più piccole da Grande Sud di Miccichè che intasca 350mila euro a SVP che ne prende 366mila, passando per i 398mila euro che invece spettano al lista di Crocetta e i 422mila euro del Centro Democratico.

Il Movimento Cinque Stelle rinuncerà al rimborso - In realtà il Movimento Cinque Stelle come da programma elettorale ha già annunciato che rinuncerà al rimborso previsto, come già accaduto in Sicilia dopo le elezioni regionali per il parlamento dell'Isola. Del resto uno dei punti cardine del programma politico del M5S è proprio l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti o rimborsi elettorali come ribadito dallo stesso Beppe Grillo dopo il voto. Vedremo se l'esempio del M5S potrà convincere qualche altro partito a rinunciare al suo rimborso.

Fonte:http://www.fanpage.it/rimborsi-elettorali-ecco-quanto-incassera-ogni-partito-m5s-escluso/

Irlanda: secondo i sindacati, la troika è un oppressore imperiale



Di Debora Billi

Il Telegraph e Ambrose Evans-Pritchard non sono noti per le loro simpatie europeiste, ma quel che riportano in un articolo di oggi lascia poco spazio alla fantasia. Si tratta di affermazioni di David Begg, a capo della confederazione dei sindacati irlandesi:
La troika ha fatto più danni all'Irlanda di quanto l'Inghilterra abbia fatto in 800 anni. Perfino i managers del Fondo Monetario Internazionale sono disposti ad ammettere i propri errori, ma i manager europei sono totalmente ideologizzati. E' come ritrovarsi in un'incredibile Prima Guerra Mondiale dove i generali sprecano un milione di vite per conquistare un metro di territorio, ma nulla riesce a cambiare la loro opinione, anche davanti all'evidenza.

I sindacati lamentano anche il crollo dei consumi interni, degli investimenti ormai piombati al livello minimo nella storia irlandese, la caduta del prezzo degli immobili, la disoccupazione e l'emigrazione massiccia verso altri Paesi anglofoni. Chiedono che questa assurda austerity abbia fine.

Ma ovviamente, nessuno li ascolta. Il Ministro delle Finanze ha appena annunciato che il Paese è finalmente "un'economia competitiva", e che chiede l'aiuto dell'Europa per sostenere le banche irlandesi. Le banche, sono loro che hanno bisogno di sostegno. Per soprammercato, il Ministro ha aggiunto che teme un contagio dopo il risultato elettorale italiano.

Rimane la spaventevole conferma che siamo nelle mani di sacerdoti fondamentalisti di una religione che ci viene imposta a forza, ciechi a ogni evidenza e ad ogni conseguenza delle loro irresponsabili decisioni. E i governi? Nel migliore dei casi succubi, nel peggiore dei casi complici. Sembra un incubo senza fine.

Fonte:http://crisis.blogosfere.it/2013/02/irlanda-secondo-i-sindacati-la-troika-e-un-oppressore-imperiale.html

Italia, terra di conquista: mani straniere su patrimonio da 210 miliardi



“L’agroalimentare italiano e’ sempre piu’ terra di conquista straniera. Negli ultimi anni sono passati oltre confine marchi storici del nostro Paese: dalla Parmalat alla Bertolli, dalla Buitoni alla Perugina, dalla Galbani alla Carapelli, dall’Invernizzi alla Locatelli, alla Cademartori. E cosi’ le multinazionali finiscono per mettere mano su un patrimonio di 210 miliardi di euro l’anno”. Lo denuncia la Cia-Confederazione italiana agricoltori a commentando la Relazione dei servizi segreti al Parlamento che evidenzia il rafforzamento, soprattutto a causa della difficile congiuntura che sta vivendo il nostro sistema economico-produttivo, dell’azione “aggressiva di gruppi esteri” che puntano a acquisire “patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali”, nonche’ “marchi storici del made in Italy, a detrimento della competitivita’ delle nostre imprese strategiche”. D’altra parte, “proprio la crisi economica- afferma la Cia- rende piu’ vulnerabili le nostre imprese agroalimentari che sono cosi’ prese di mira da gruppi stranieri che mettono in atto particolari manovre di acquisizione per scippare dei marchi e conquistare sempre piu’ spazio nel settore”. E i danni sono evidenti “soprattutto per i nostri agricoltori, che vedono ridurre le vendite in quanto l’approvvigionamento di queste societa’ e’ rivolto ad altri mercati”. In questo modo il made in Italy s’impoverisce, “visto che ormai le multinazionali controllano oltre il 70% dei prodotti che finiscono sulle nostre tavole”. Bisogna “porre un freno- rimarca la Cia- ci vogliono regole chiare”. Ecco perche’ “insistiamo sull’esigenza di un serio e concreto intervento che impedisca scalate attraverso le quali si rischia di mettere sotto controllo un comparto fondamentale per il nostro sistema economico”, conclude la Cia.

Fonte:http://www.lindipendenza.com/italia-terra-di-conquista-mani-straniere-su-patrimonio-da-210-miliardi/

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