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Banche, la Giustizia non è uguale per tutti


Di Marcello Foa

Leggo sul Fatto Quotidiano questo titolo: “Banche, JP Morgan pagherà agli Usa 410 milioni per manipolazione del mercato”, poi sul Sole 24 ore un altro articolo secondo cui Obama “starebbe regolando i conti con le banche” infliggendo multe miliardarie. Segue elenco dei reati commessi da diversi grandi istituti bancari, prevalentemente anglosassoni:
-JPMorgan è accusata di aver manipolato il mercato elettrico di California e Midwest, in particolare “la banca avrebbe speculato su alcuni derivati, spacciando in California e in altre zone del Midwest degli Usa “centrali elettriche in perdita per incredibili fonti di profitto”, e causando così un sovrapprezzo di “decine di milioni di dollari in tariffe, molto oltre i prezzi di mercato”. Ovvero truffa.
-altre banche come Bank of America, Ubs, Wells Fargo, Citigroup, Credit Suisse, Hsbc, Deutsche Bank, Barclays oltre alla stessa JP Morgan sono accusate e giudicate colpevoli per reati del calibro di manipolazione dei mercati, riciclaggio, truffa ai danni di clienti, informazioni ingannevoli, eccetera. Nel 2010 Goldman Sachs aveva patteggiato per aver ingannato i propri clienti.
Trattasi di reati molto gravi, reati penali. E noi tutti sappiamo quanto sia severa la Giustizia americana. In teoria. O perlomeno non per tutti. Già perchè se a commettere i reati di cui sono accusati i grandi istituti bancari sono singoli cittadini o aziende normali o altre piccole banche l’esito è quasi scontato: carcere per i responsabili.
Invece i processi avviati contro i summenzionati istituti si concludono con una multa. E tutto viene dimenticato. Non è un caso che siano gli stessi istituti a rallegrarsi per l’esito dei processi, come JP Morgan che afferma: “Siamo lieti di metterci questa vicenda alle spalle”. In fondo le multe, per quanto milionarie e talvolta miliardarie, possono essere facilmente assorbite con accontamenti o riducendo gli utili in periodi di crescita come questi.
Ben per loro. Resta però un mistero: perché chi appartiene alla superlobby delle grandi banche internazionali gode di fatto dell’immunità? E che garanzie ha l’investitore che questi reati non vengano reiterati? Basta la parola?

Afghanistan, altro che ritiro. L’Italia si prepara per restare fino al 2017


Di Enrico Piovesana
Mentre giovedì a Roma il presidente Letta e i ministri Bonino e Mauro rassicuravano il segretario generale della Nato Rasmussen sulla prosecuzione dell’impegno militare italiano in Afghanistan, fuori città, nelle campagne laziali di Monte Romano, truppe aviotrasportate dell’esercito e forze speciali si addestravano in azioni di combattimento in vista della partenza per il fronte e altri soldati, sulle montagne friulane sopra Gemona, si esercitavano con il supporto di elicotteri da attacco Mangusta “simulando un tipico scenario afghano”.
Uno scenario sempre più caldo dove, per far fronte al moltiplicarsi degli attacchi della guerriglia contro le nostre truppe e le nostre basi, il contingente italiano a Herat – dove Letta sarà in visita il12 agosto – sta rafforzando le misure di sicurezza anche nel quartier generale di Camp Arena, in cui nei giorni scorsi è entrato in servizio un piccolo drone soprannominato ‘la civetta’ che veglierà dall’alto 24 ore su 24 sulla sicurezza delle nostre truppe e che nei prossimi mesi sarà affiancato sul terreno da robottini-sentinella da combattimento. Da gennaio 2015, conclusa la missione Isaf (che anche quest’anno ci è costata all’incirca 750 milioni di euro, di cui 300 ancora da stanziare a settembre), nell’ambito della nuova missione Nato Resolute Support rimarranno in Afghanistan 1.800 militari italiani, destinati a ridursi progressivamente a meno della metà, circa 800, e ci rimarranno almeno fino al 2017, anche se all’estero già si parla apertamente di un probabile prolungamento della missione fino al 2020.
Ufficialmente, come hanno ribadito Letta e Rasmussen durante la conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi, la futura missione non sarà più “combat”, ma solo di addestramento e supporto alle forze armate afgane. In realtà, negli ambienti militari si dà per scontato che con il deteriorarsi della situazione conseguente alla riduzione delle truppe Nato e vista la pessima condizione reale dell’esercito locale, “gli afgani avranno bisogno di molto più del semplice addestramento”. Le truppe italiane schierate sul fronte ovest (di cui manterranno il comando dalla base di Herat) assisteranno le truppe afgane in azione e all’ occorrenza interverranno direttamente con una forza di reazione rapida e con supporto aereo.
Come spiega l’esperto di affari militari Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa.it, “a protezione dei nostri addestratori e consiglieri militari rimarrà necessariamente una componente di forze speciali italiane in grado d’intervenire in caso di emergenza, magari sarà numericamente ridotta rispetto a oggi, ma ci sarà sicuramente”. Oggi la Task Force 45 italiana conta duecento uomini:parà del Col Moschin, incursori del Comsubin e del 17° Stormo, Ranger del 4° Alpini e Gis dei Carabinieri. Anche i tedeschi, del resto, continueranno a schierare sul fronte settentrionale la loro Task Force 47 di forze speciali.  “Per le stesse esigenze di protezione del contingente – prosegue Gaiani – manterremo in Afghanistan anche una componente aerea formata da droni ed elicotteri da attacco, e non è detto che basteranno: dato che le forze aeree afgane non dispongono di cacciabombardieri, non è escluso che dovremo lasciare là anche i nostri Amx. Insomma, altro che ritiro…”.
Ma quanto ci costerà il prolungamento dell’impegno militare sul fronte afgano? Nei prossimi tre anni almeno 600-800 milioni di euro: 300-400 milioni nel 2015 e la metà nei due anni successivi. A questi vanno aggiunti, per lo stesso periodo, altri 360 milioni (120 l’anno) come contributo nazionale al fondo Nato che finanzierà le forze governative afgane per consentire loro di proseguire la guerra contro i ribelli talebani: un impegno finanziario preso l’anno scorso al vertice Nato di Chicago dall’allora ministro Terzi. Per la cronaca, la Francia, che ha già ritirato tutte le sue forze di combattimento, non solo ha deciso di uscire completamente dall’Afghanistan entro la fine del 2014 chiamandosi fuori dalla futura missione Resolute Support, ma per ora non sembra nemmeno intenzionata a partecipare alla colletta di guerra a sostegno dell’esercito afgano che Washington e Nato le hanno chiesto a compensazione del ritiro anticipato. 
La zelante Italia, invece, sarà la prima a pagare e l’ultima a uscire dall’ Afghanistan sulla base di impegni presi dal governo senza mai consultare il Parlamento, che invece avrebbe pieno titolo di esprimersi su una scelta così importante come quella di impantanarci per altri anni nell’ infinita guerra afgana. Una guerra che in dodici anni ha tolto la vita a oltre 75mila afgani (quarantamila talebani, quindicimila civili e ventimila militari) e a 3.350 soldati occidentali caduti sul campo, di cui 53 italiani, più altre centinaia suicidi al fronte o in patria.

Psicologia politica: come distrarre la massa dai veri problemi


Di Barbara Collevecchio
Miss Italia,  Calderoli?  insulti, boutade, interminabili botta e risposta e indignazioni on line? Temi importanti o abili strategie mediatiche e politiche per  distrarre l’attenzione?
Le tecniche di manipolazione psicologica sociale hanno dei padri fondatori e lunga storia.Gustave Le Bon etnologo e psicologo (fu uno dei fondatori della “Psicologia sociale”) fu il primo a studiare scientificamente il comportamento delle folle, cercando di identificarne i caratteri peculiari e proponendo tecniche adatte per guidarle e controllarle. Per questa ragione le sue opere vennero lette e attentamente studiate dai dittatori totalitari del novecento, i quali basarono il proprio potere sulla capacità di controllare e manipolare le masse. Tema centrale di Le Bon è : “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci predominano”.
Dopo Le Bon un guru della propaganda fu Bernays, nipote di Freud: inizialmente, Bernays studiò l’opera di Gustave Le Bon, “Psicologia delle folle”, pubblicata nel 1895. Opera di riferimento per molti uomini politici, fu meticolosamenete studiata anche da Lenin, Stalin, Hitler, e Mussolini. La relazione con Freud era costantemente al centro del suo pensiero e del suo lavoro di consulente. Nella sostanza, la sua convinzione era che una manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica. Nasceva così il concetto – caro appunto alla propaganda in chiave politica – secondo cui chi è in grado di padroneggiare questo dispositivo sociale può costituire un potere invisibile capace di dirigere una nazione:
«Coloro che hanno in mano questo meccanismo [...] costituiscono [...] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. [...] Sono loro che manovrano i fili…».
Nel 1933 Joseph Goebbels rivelò a un giornalista americano che lo stava intervistando, come il libro Crystallizing Public Opinion che Bernays aveva pubblicato nel 1923 fosse stato utilizzato per le campagne politiche dei nazional-socialisti. 
Noam Chomsky ha elaborato la lista delle 10 strategie della manipolazione attraverso i mass media. Tra queste spicca la numero uno: La strategia della distrazione. “L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.”
La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali. Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza.

Irlanda, Grecia, Portogallo: la Troika chiama, i governi rispondono

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L’Irlanda vara un piano di austerity da ben 15 mld di euro. Il sistema bancario è in ginocchio. Intanto in Grecia e Portogallo la rabbia esplode.


La crescita economica del paese ha conosciuto a cavallo degli anni novanta un trend positivo: è stata in media del 10% nel quinquennio 1995-2000 e del 7% nel periodo tra il 1995 ed il 2004. Tuttavia l’Irlanda ha risentito duramente della crisi economica internazionale, la quale ha colpito con particolare intensità il settore finanziario che costituisce una grossa fetta dell’economia irlandese, affossando l’intera nazione. Nel 2008 diversi economisti hanno inserito l’Irlanda nel gruppo dei paesi PIGS, quelli particolarmente a rischio di insolvenza nell’area Euro. La situazione si è ulteriormente aggravata dopo una nuova crisi bancaria venuta alla luce nel novembre 2010. Così lo Stato ha deciso di seguire i passi della Grecia indebitandosi con la Banca centrale europea nel 2008, e per la quale il governo irlandese ha dovuto accettare un prestito del Fondo di stabilizzazione europeo e del FMI, per un ammontare probabile di 90 miliardi di euro, impegnandosi in cambio con un piano di taglio alla spesa pubblica per riportare il deficit sotto la soglia del 3% del PIL entro il 2014. Ovviamente tali tagli non sono mai stati adeguati all’immenso prestito, perciò ora l’Irlanda si è dovuta obbligare ad accettare ulteriori sacrifici.

defaultIL PIANO - Il piano prevede l’aumento dell’iva fino al 23%, in due tempi nei prossimi 4 anni e un taglio alla spesa pubblica da 10 miliardi. Come in Italia, come in Grecia, come in Portogallo l’unica soluzione vista dai tecnocrati è quella di alzare le tasse e tagliare linearmente la spese pubblica. Senza però individuare delle exit strategy concrete. Esattamente come in Grecia il “paziente” viene semplicemente messo in un stato di coma farmacologico, attendendo periodo migliori.
In ogni caso, va considerato, che la crisi del sistema Irlanda è differente rispetto a quelle negli altri Stati membri dell’Ue, in quanto  il problema fondamentale dell’intero sistema economico nazionale è il sistema bancario. Al contrario, per esempio, in Portogallo il problema consiste piuttosto in un livello di crescita basso.

GRECIA E PORTAGALLO, SCIOPERI A OLTRANZA – In Grecia, intanto, si organizzano nuove proteste nel periodo estivo dell’anno: contro un nuovo piano di riduzione dei posti nel settore pubblico lo sciopero generale cui aderiscono oggi 16 luglio i principali sindacati ellenici. L’obiettivo è manifestare contro il progetto di legge presentato martedì scorso e che prevede una nuova ondata di licenziamenti nel settore pubblico nel quadro degli accordi con la Troika in cambio di 6,8 miliardi di euro di aiuti. Il terzo licenziamento collettivo in meno di un anno. Atene dovrebbe sopprimere 25.000 posti entro la fine dell’anno: 4.200 di questi sono dipendenti delle amministrazioni locali, compreso personale delle forze dell’ordine. E’ di poche settimane fa la notizia che persino gli equivalenti dei vigili urbani locali sono stati tutti licenziati in alcune città elleniche.
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Ed il clima a Lisbona non è diverso. Gli scioperi degli scorsi mesi lo dimostrano. Al di là della classica guerra delle cifre sui manifestanti in piazza – oltre il 70% di adesioni per i sindacati, circa il 20% per il governo – è stato il primo sciopero congiunto delle principali sigle sindacali da oltre 20 anni a questa parte. Ma il governo di José Socrates promette che la cura d’austerità andrà avanti, nonostante la Corte Costituzionale portoghese ne abbia proclamato l’incostituzionale sostanziale. Così l’Europa dei popoli soffre la tragedia dell’austerita, mentre in Italia ci si aspetta già una manovra correttiva di almeno 10 mld di euro per settembre, assieme l’innalzamento dell’Iva.

Come uscire dalla crisi: la moneta complementare


Di Cristiano Botti
http://dharmablog.net

Ovunque rivolgiamo l’attenzione risulta ormai palese l’inevitabilità di un fatto: il nostro paese, come tanti altri, è tremendamente in crisi economico-finanziaria.
Dati alla mano la maggior parte delle aziende non solo fanno fatica a guadagnare, ma in molti casi ci rimettono, continuando a reinvestire il denaro accumulato in tempi migliori con la speranza che le cose cambino. Per non parlare delle persone, Confesercenti ha misurato che 6,2 milioni di italiani non si nutrono abbastanza, ovvero il 10% della popolazione.
Ma da cosa è dovuta questa crisi?
Oltre al sistema economico-finanziario a debito che trasforma la moneta in un fine e non in uno strumento di misurazione per facilitare lo scambio (per approfondire vedi il mio articolo ‘Come uscire dalla dipendenza del denaro’), la crisi attuale è dovuta da un fattore molto semplice: la mancanza di moneta in circolazione. In molti casi non ci manca né la voglia di lavorare, né la voglia di crescere insieme arricchendo la nostra economia tramite lo scambio di beni e servizi necessari al nostro vivere quotidiano.






L’indice macroeconomico di riferimento è la cosiddetta “massa monetaria” M1, ovvero la quantità di denaro in contanti più i saldi dei conti correnti. Nel primo trimestre del 2011, M1 subì una contrazione del 40%; un vero e proprio tonfo. Vuol dire che quello che a dicembre 2010 era acquistabile a 10,00 euro, per poterlo ancora vendere bisognava metterlo a 6,00 euro.
Da allora sono rimaste intatte le cause che hanno portato alla diminuzione di M1:
1.la Bce non ha rispettato la decisione del suo stesso Consiglio direttivo del dicembre 1998, ovvero la decisione di aumentare la quantità di euro in circolazione del 4.5% all’anno.
2. Essendo l’euro la moneta più forte del mondo, rende più vantaggioso importare piuttosto che produrre. Importare merce vuol dire esportare denaro e si riduce, quindi, la massa monetaria M1.
Coloro che inconsapevolmente sperano in una ripresa rimarranno profondamente delusi. La situazione andrà inevitabilmente a peggiorare visto che oltre a non essere previsto un aumento della massa monetaria nel nostro territorio, a partire dal 2015 il trattato denominato Fiscal Compact entrerà in vigore, quindi da quell’anno e per i successivi venti (20) l’Italia dovrà tagliare la spesa pubblica di 45 miliardi di euro ogni 12 mesi, in modo da riportare alla soglia del 60% il rapporto debito/Pil. Insomma se ne intravedete la portata, siamo messi male.
Siamo arrivati ad un punto in cui questa élite di banchieri privati a capo della BCE sta smettendo di emettere moneta in circolazione creando così una deflazione che comporta la perdita del potere d’acquisto. Se ci sono meno soldi in circolazione, è ovvio che non è possibile scambiare beni e servizi tra i cittadini di uno stesso contesto economico, di conseguenza viene impedito anche alle attività commerciali di investire verso nuovi progetti per mancanza di liquidità. Tutto ciò comporta  a catena una serie di fattori come ritardi di pagamento, insoluti, fallimenti, pignoramenti e altri contesti dannosi non solo per le singole attività commerciali, ma per l’intera economia territoriale e nazionale. Come se non bastasse, questa situazione porta maggiormente ad incrinare le relazioni sociali fra individui ed aziende, creando debiti o mancati pagamenti che spesso non sono per deliberata volontà di nuocere, ma per mancate possibilità, ritrovandoci a farci guerra l’un con l’altro quando tutti siamo sulla stessa barca, vittime di un sistema perverso di creazione ed emissione della moneta.
La situazione prevista per i prossimi anni è delle peggiori a livello di moneta Euro, ma noi siamo destinati ad essere vittime inevitabili di questo sistema o possiamo fare qualcosa per uscirne?
La risposta è SI, non solo possiamo fare qualcosa…possiamo fare molto!
Esistono già modelli economici complementari da poter utilizzare in maniera parallela all’Euro sia tra privati che fra aziende, per continuare a scambiarci beni e servizi bypassando in parte il sistema che ci viene imposto attualmente.
Usare monete complementari all’euro sta diventando una moda in tutta Europa. Ovvero si stanno usando strumenti di pagamento che integrano la mancanza di euro che si trovano in circolazione.
Per farlo, è necessario lasciar salva in euro la parte relativa alla fiscalità: il Fisco accetta solo quelli. Per il resto, c’è libertà d’azione.
In Italia e in molti Paesi europei, si sta registrando un’intensa fioritura di monete complementari, infatti esistono intere comunità che ne fanno largo uso, sia in formato cartaceo sia in formato elettronico. Sono famosi il Comune di Nantes, in Francia, o anche la comunità sarda che ha introdotto il Sardex, in formato solamente elettronico.
La migliore soluzione è agire su due fronti, nessuno secondario, integrando la massa monetaria con mezzi di pagamento alternativi e perfettamente legali e, parallelamente, ricostruire le relazioni sociali fra le persone nel territorio.
Per integrare la massa monetaria, i mezzi che possiamo usare sono sostanzialmente due:
1. una moneta complementare su base fiduciaria;
2. un sistema di compensazione multilaterale tra aziende su base legale.
Il primo può essere usato da tutti, mentre il secondo è un circuito di credito commerciale più comunemente chiamato ‘credito compensativo tra aziende.’
L’importante è che i due strumenti non devono mai sovrapporsi. Possono seguire percorsi paralleli, ma mai è possibile stabilire un interscambio tra i due, proprio perché sono inquadrati diversamente a livello giuridico.
Andiamo a comprendere meglio cosa sono questi circuiti diversi ma paralleli.
Lo strumento di pagamento più diffuso ed affermato tra le monete complementari si chiama Scec.
La sua corretta circolazione è assicurata dall’associazione no profit Arcipelago Scec, che da anni opera in tal senso e ha sviluppato tutto il necessario know how giuridico ed economico.
Lo Scec, fiscalmente, è inquadrato come buono sconto, ma svolge la funzione di moneta al momento in cui viene accettato volontariamente dai negozianti e speso nuovamente per ulteriori acquisti.
L’accettazione volontaria rinforza la fiducia tra chi compie gli scambi, quindi va a ricostruire quello che l’attuale sistema monetario sta lacerando, ovvero i rapporti sociali.
Non a caso gli Scec sono una rappresentazione di un atto di fiducia circolare. Come detto prima sono distribuiti gratuitamente dall’associazione Arcipelago SCEC con criteri pubblici, trasparenti ed uguali per tutti; vengono usati in percentuale con gli Euro determinando un minor costo quando acquistiamo. Gli Scec sono:
- un mezzo per sviluppare fiducia e coesione sociale;
- un patto tra famiglie ed imprese per trattenere e far circolare la ricchezza nei propri territori;
- un atto di Solidarietà concreta per ridurre i prezzi senza diminuire i redditi.
L’utilizzo dello Scec aiuta le nostre aziende, restituendo maggiore potere d’acquisto alle famiglie e riconsegnando benessere e sovranità ai nostri territori.
gli SCEC
Essendo su base volontaria e fiduciaria lo Scec non ha alcun valore legale, quindi è esente da carico fiscale (a meno che non venga utilizzato al 100% in maniera non occasionale) ma allo stesso tempo non è possibile perseguire nessuno in caso di mancato pagamento.
E’ uno strumento adatto per gli scambi tra privati e aziende e solo occasionalmente per gli scambi tra aziende, in quanto queste ultime hanno bisogno di maggiori certezze come i crediti compensativi che andremo ad analizzare.
Intanto per capire meglio come usare lo SCEC, come diventarne accettatore e dove utilizzarlo attualmente visita il sito ufficiale: www.scecservice.org
Proprio perché lo Scec non ha alcun valore legale ed è su base completamente volontaria, (ognuno è libero di cambiare in qualsiasi momento la percentuale di Scec accettata) non sempre è un metodo funzionale per gli scambi fra aziende. Per questo esiste tra le aziende il ‘circuito di credito compensativo’, come il Sardex ad esempio, che è usato da circa 1000 attività commerciali in Sardegna.

sardex
Il circuito di credito compensativo non è un’invenzione recente, basti pensare che il WIR in Svizzera esiste dal 1934 ed è considerato il plus-ultra in tale contesto.
I circuiti di credito avvengono spesso anche fra multinazionali, famoso ad esempio è stato il suo ingente utilizzo quando Microsoft acquisì Google. E’ uno strumento molto potente di beneficio collettivo e sostenibile, quindi capiamo meglio di cosa si tratta.
Il credito compensativo non è nient’altro che un baratto multilaterale tra aziende che può avvenire sia in percentuale che a totale importo rispetto al costo del bene o servizio offerto, in relazione agli accordi che vengono stipulati nel momento in cui un’azienda entra a far parte del circuito.
Banalmente: se un’azienda A ha un credito nei confronti di un’azienda B per 3.000,00 euro e l’azienda B ha un credito di pari importo nei confronti di A, i due crediti si annullano.
Ma quasi mai si dà questo caso.
La compensazione avverrà in modo multilaterale, ovvero coinvolgendo tutte le aziende del circuito.
L’azienda A fa una fornitura per il valore di 3.000,00 euro all’azienda B. L’azienda A potrà “spendere” il suo credito verso qualsiasi azienda del circuito, che lo accetterà come mezzo di pagamento. Il credito potrà essere anche frammentato fra più aziende.
Le aziende che accettano il credito dell’azienda A o anche una sua parte avranno a loro volta un credito per la fornitura concessa ad A.
L’azienda B andrà a debito di 3.000,00 euro, debito che dovrà “ripagare” fornendo un pari importo di beni o servizi alle aziende del circuito che lo richiederanno.
Questi debiti e crediti non avranno interesse, essendo unicamente di natura commerciale.
Per vigilare la corretta compensazione dei crediti con i debiti, sarà costituito un ente terzo.
La vigilanza avverrà redigendo un rating dei comportamenti virtuosi e facendosi garante degli scambi commerciali. La garanzia è fondamentale per dare certezza ai contraenti.
Ecco un video dimostrativo di come può essere usato: http://www.sardex.net/come-funziona/#up
Il circuito compensativo ha corso legale, quindi è soggetto ad IVA e a fatturazione, perciò per tale motivo è normalmente interesse di tutte le aziende facenti parte alla camera di compensazione essere a 0 nel momento in cui si deve versare l’IVA.
Ci sono vari circuiti sia di moneta complementare come lo Scec, sia di credito compensativi fra aziende, che stanno nascendo in tutta Italia e vi consiglio di informarvi se ne esistono già alcuni nella vostra zona. Dal nostro canto, essendo in Toscana, siamo già attivi per ampliare il circuito Scec a livello territoriale e in parallelo siamo in procinto di attivare un circuito di crediti compensativi fra aziende. Fra i lettori toscani che ne vogliono sapere di più, potete contattarmi dopo aver cliccato su questo link: http://dharmablog.net/contatto/
Con voglia di creare un modello economico più sostenibile ed equo, un abbraccio :)


Gli animali torturati dalle multinazionali del tabacco per “scoprire” gli effetti del fumo

Gli animali torturati dalle multinazionali del tabacco per "scoprire" gli effetti del fumo

Il vizio del fumo è umano. L'hanno inventato gli uomini, una pessima abitudine che danneggia gravemente se stessi e chi ci sta attorno. Sono le persone ad aver inventato sigarette, sigari, pipe e quant'altro. Certo, non il tabacco, ma l'idea di fumarlo non è certo venuta ad altri esseri.
E allora fa rabbia scoprire che un fattore devastante come il fumo, i cui effetti sono oramai conosciuti a tutti, venga testato preventivamente sui nostri amici a quattro zampe. Per assicurarsi quanto possa far male, come se, in fondo, già non si sapesse.
Sono state le grandi multinazionali del tabacco ad ammettere l'esistenza dei test sugli animali. La prima è stata la British American Tobacco, che pure ha spiegato come preferisca "non testare i prodotti sugli animali" e attualmente non lo faccia "di routine". Ovvero, il fumo viene fatto inalare agli animali, per lo più roditori da laboratorio, soltanto quando "non vi è valida alternativa". "Nessuno dei nostri laboratori dispone delle attrezzature per lavorare con animali vivi", spiegano inoltre i responsabili della BAT "pertanto i test su animali vengono affidati ad organizzazioni di ricerca esterne” L'intento è quello di "soddisfare i requisiti legali e normativi o le aspettative di salute pubblica".
Ma anche la Philip Morris ha ammesso di utilizzare cavie animali per testare quanto le sigarette possano far male ai consumatori. Ugualmente alla BAT, viene riferito come i test vengano effettuati soltanto come ultima possibilità.  Sul proprio sito, la Philip Morris scrive che "la maggior parte della nostra attività di ricerca mediante animali da laboratorio  è mirata all’analisi dei meccanismi tramite i quali si sviluppano le patologie associate al tabacco." 
"Capire tali meccanismi", prosegue il testo, "è fondamentale per lo sviluppo e la conferma della validità di prodotti a base di tabacco a rischio potenzialmente ridotto."
"In rari casi svolgiamo ricerche su animali anche quando apportiamo modifiche ai prodotti, ad esempio aggiungendo determinati additivi al tabacco, per capire se tali modifiche siano accettabili e non aumentino la tossicità propria del fumo di tabacco."
Inoltre, test sugli animali vengono effettuati anche "nell’ ambito delle nostre ricerche volte a individuare sostanze potenzialmente interessanti dal punto di vista terapeutico nella pianta del tabacco. Tali test sono svolti secondo protocolli farmaceutici standard, per determinare la sicurezza e l’efficacia di tali sostanze." La Philip Morris, che utilizza i propri laboratori per compiere gli esperimenti, conferma comunque che continuerà "a cercare modi per utilizzare alternative ai test sugli animali, quando possibile."
Per ora, però, assicurano di non poter far altrimenti. E dunque, negli Stati Uniti e in Ue, laddove cioè è consentito, ogni giorno, migliaia di animali, dai roditori ai primati, sono costretti a vere e proprie torture quantomeno inutili, poiché, appunto, gli effetti della nicotina li conoscono tutti. I trattamenti più terribili sono riservati ai cani, per lo più beagle, e alle scimmie.
I beagle sono considerati idonei poiché presentano un sistema cardiocircolatorio molto simile a quello dell'uomo: i cani vengono bloccati e viene loro bucata la trachea. Attraverso i fori viene inserita dunque una cannuccia dalla quale sono costretti ad inalare fumo di sigarette concentrato. Una tecnica utilizzata anche per le scimmie, alle quali la nicotina viene inoltre fatta ingerire spalmata sulla pelle, mentre si trovano, ovviamente, rinchiuse in gabbie minuscole che non permettono loro neanche di muoversi. Spesso, inoltre, il fumo viene fatto aspirare ad animali gravidi con l'unico scopo di studiare l'effetto della nicotina sul feto.
In questo tremendo spaccato, vi è un'ultima scoperta, che rende il tutto ancora più inaccettabile. L'alternativa alla sperimentazione animale per il tabacco esiste. Si tratta di macchine elettroniche che "fumano" le sigarette e ne analizzano la presenza e i livelli di sostanze dannose. Testate secondo gli standard internazionali, se utilizzate con più frequenza permetterebbero agli animali di non subire torture, ripetiamolo, inutili.

Le spese militari italiane più care del 2013 (oltre agli F35)


Di Simone Cosimi

Quello dei cacciabombardieri F-35, o meglio degli Joint Strike Fighter, è solo uno dei tanti nodi sul tavolo del governo Letta. Forse, però, uno dei più sentiti dall’opinione pubblica, che si è divisa e mobilitata come non mai, per esempio tramite una petizione-lampo da 300mila firme su Avaaz.com. Una partita da 12-14 miliardi di euro che sembrava in parte disinnescata. O almeno, come altre patate bollenti, momentaneamente rinviata al prezzo di uno scomposto colpo di reni del Consiglio supremo di difesa. E che invece rischia di tornare a spaccare la strana maggioranza Pdl-Pd-Sc. Lo scorso 26 giugno è stata infatti approvata alla Camera una mozione unitaria che prevede la sospensione del programma per dare spazio a un’indagine conoscitiva di sei mesi, ma non l’uscita dell’Italia dal consorzio internazionale guidato dall’americana Lockheed Martin. Il seguente voto al Senato, in programma nella seduta di mercoledì scorso, è invece slittato per il blocco dei lavori parlamentari richiesto dal Pdl e accordato da democratici e montiani. Tutto rinviato a lunedì pomeriggio. Inghippo salvifico, per i parlamentari di Guglielmo Epifani: a palazzo Madama la discussione prometteva infatti, come d’altronde ancora promette, di incrinarsi intorno alla mozione anti-F-35 depositata da alcuni senatori Pd capitanati da Felice Casson. 

La voce relativa agli aerei della discordia non è ovviamente l’unica inserita nei bilanci, spesso non chiarissimi, dei ministeri della Difesa e dello Sviluppo economico per il 2013. E non è, a sorpresa, neanche la più pesante. Il Rapporto 2013 dell’ Archivio Disarmo, realizzato da Fulvio Nibali con la direzione scientifica di Luigi Barbato e consultabile integralmente online, raccoglie una sorta di Top 13dei programmi militari più costosi del 2013. Ecco quali sono. 

Velivoli da combattimento Eurofighter 2000 – 1 miliardo 194,6 milioni di euro
Si tratta del caccia multiruolo europeo alla fine ribattezzato Typhoon, anche questo dalla lunga e tormentata storia – il consorzio nacque addirittura nel 1983, se ne ricorda nel 1997 la strenua difesa dell’allora ministro della Difesa Beniamino Andreatta – realizzato in cooperazione con Germania, Regno Unito e Spagna, ed entrato in servizio nel 2003, per l’Italia l’anno successivo a Grosseto. Il programma si concluderà nel 2021 per un costo totale di 21 miliardi e 100 milioni di euro. Per il 2013 sono di 51,6 milioni le “poste finanziarie”, cioè i soldi messi sul piatto dalla Difesa, e un miliardo 143 milioni quelli che fanno capo al ministero dello Sviluppo economico. 

Fregate Europee Multi Missione (Fremm) – 655,3 milioni di euro
Si tratta di un programma, in cooperazione con la Francia, per l’acquisto di dieci fregate europee multi missione, le cosiddette Fremm. I cugini transalpini le chiamano Classe Aquitaine, da noi sono state battezzate Classe Bergamini. Andranno a sostituire le fregate delle Classi Lupo e Maestrale. Costo totale dell’operazione: 5 miliardi 680 milioni di euro per un completamento previsto nel 2019. La prima tricolore è stata consegnata alla Marina Militare lo scorso anno. In questo caso i fondi vengono per il 2013 dal ministero dello Sviluppo economico: 655,3 milioni di euro. 

Velivoli Joint Strike Fighter – 500,3 milioni di euro
Si tratta appunto dei famigerati F-35, realizzati in cooperazione con Usa, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia, Turchia, Singapore e Israele per le fasi di sviluppo, industrializzazione e supporto. I mezzi – il cui numero, già abbassato a 90 unità, è a questo punto destinato a essere rivisto – costano ognuno fra i 99 e i 106,7 milioni di euro. Per il 2013 i fondi del ministero della Difesa ammontano a 500,3 milioni. L’anno prossimo saranno 535,4 e nel 2015 657,2. Sostituiranno Tornado, Am-x e Av-8B. Completamento previsto per il 2047. 

Programmi a valenza interforze - 297,6 milioni di euro
Sono programmi militari che riguardano l’ ammodernamento e il rinnovamento tecnologico dei mezzi e dei sistemi operativi in inventario, oltre che dei supporti operativi e delle apparecchiature in dotazione a enti, centri e comandi interforze. Tutto quello che serve, insomma, per supportare mezzi e sistemi messi in comune fra Aeronautica, Marina ed Esercito. C’è dentro di tutto: dall’aggiornamento agli standard internazionali ai sistemi di difesa personale fino a telecomunicazioni, ricerca sanitaria, centri tecnici, poligoni, manutenzione straordinaria, ripristino dei mezzi dopo l’azione. Costo totale per il 2013: 297,6 milioni di euro della Difesa. 

Sommergibili di nuova generazione U-212 - 1^ e 2^ S – 191,8 milioni di euro
Anche questo è un programma in cooperazione, stavolta con la sola Germania, e prevede l’acquisto di quattro sommergibili classe U-212, logistica inclusa. I Classe Todaro – ne abbiamo già due in flotta fin dal 2006/2007 – sostituiranno i più vecchi Classe Sauro ancora in servizio. Costo totale: un miliardo 885 milioni di euro, di cui 970 per la prima serie da completare entro l’anno prossimo e 915 per la seconda, da chiudere entro il 2016. Per quest’anno il ministero della Difesa pagherà 191,8 milioni di euro. 

Velivolo Jamms/Caew-Bm&C – 132 milioni di euro
È un programma che prevede l’acquisto di un velivolo multi-sensore/multi-missione Jamms, Joint airborne multisensor multimission system. Si tratta, fuori dalle sigle, di un aereo-radar per supportare le operazioni delle forze nazionali e alleate impegnate in operazioni militari nel controllo e nella sorveglianza dello spazio d’azione. Non si tratta del solo aereo ma anche di un sistema più ampio che comprende piattaforma aerea, sistema di comunicazione e raccolta informazioni Signal Intelligence-Electronic Support Measures, radar di osservazione ad alta quota per l’individuazione di oggetti in movimento e dal segmento di terra per analizzare i dati. Costo totale entro il 2016: 580 milioni di euro. Per il 2013 sono 132 dalla Difesa. 

Veicoli blindati medi 8x8 Freccia – 130,1 milioni di euro
Supporto tattico, protezione e sicurezza delle unità dell’esercito nel corso delle operazioni sul campo. A questo serviranno i 249 veicoli blindati medi detti Freccia, derivati dai Centauro, che hanno esordito nel 2010 in Afghanistan. Sono 8x8 in grado di trasportare 11 uomini completamente equipaggiati: un pilota, due operatori in torre e otto soldati nel comparto posteriore. L’operazione costa un miliardo e mezzo di euro entro il 2016. Quest’anno arriveranno 30,4 milioni di euro dalla Difesa e 99,7 dal ministero dello Sviluppo economico. 

Elicotteri da trasporto medio dell’Esercito Italiano – 125 milioni di euro
All’ottava piazza dei programmi militari più costosi del 2013 c’è quello per l’acquisto del nuovo elicotteroBoeing CH47F da trasporto medio, cioè il mitico Chinook – uno dei modelli più diffusi al mondo, 1.200 esemplari delle varie versioni prodotte dagli anni Sessanta – nella versione rilasciata nel 2001. Quindi neanche l’ultima disponibile. I nuovi apparecchi sostituiranno i CH-47C, roba di fine anni Sessanta, giunti a “ fine vita tecnica”. Sono i mezzi che usiamo nelle operazioni di peacekeeping. Il programma costa 974 milioni di euro entro il 2018. Per il 2013 125 milioni di euro dal bilancio della Difesa. 

Velivoli da pattugliamento marittimo – 122,8 milioni di euro
Il programma costa 122,8 milioni di euro per il 2013, in carico alla Difesa, e punta a sostituire i velivoli Atlantic, cioè i Breguet Br-1150 alcuni dei quali ancora operativi, con i nuovi ATR72MP, un paio già sostituiti l’anno scorso. Costo complessivo: 360 milioni di euro entro il 2019. 

Programmi a sostegno dello strumento terrestre – 122,1 milioni di euro
Anche in questo caso, un po’ come per i programmi a valenza interforze, si tratta diammodernamento e rinnovamento dei mezzi terrestri, degli aeromobili, dei supporti operativi e di molti altri capitoli legati al settore degli ammodernamenti minori, dei supporti operativi e della logistica dei mezzi di terra. Ci sono in mezzo anche la verifica ambientale e la bonifica di alcune servitù militari e l’addestramento, oltre alle munizioni di vario calibro. La cifra si decide anno per anno, nel 2013 è di 122,1 milioni di euro. 

Ammodernamento velivoli da combattimento Tornado Mrca – 108,3 milioni di euro
Va bene che intendiamo pensionarli, ma intanto bisogna ammodernarli, i vecchi Tornado sviluppati dagli anni Settanta. Ecco 108,3 milioni di euro (100 dallo Sviluppo economico e 8,3 dalla Difesa), nel 2013, per il programma di mezza vita dei velivoli costruiti insieme a Germania e Regno unito, per fare in modo che possano decollare fino al 2020-2025. Costo totale: un miliardo 200 milioni di euro entro il 2015. 

Programmi a sostegno dello strumento aereo – 97,8 milioni di euro
Ancora un programma di ammodernamento minore, di adeguamento tecnologico e supporto logistico della flotta aerea tricolore, oltre che dei mezzi e sistemi d’arma collegati. In questa voce rientra anche l’acquisizione di mezzi speciali, forze speciali e Centro sperimentale di volo. Si decide quanto serve anno per anno, per il 2013 97,8 milioni di euro dalla Difesa. 

Sistema missilistico superficie-aria terrestre e navale Fsaf – 95,8 milioni di euro
Chiude la Top 13 dei programmi militari più ingenti dell’anno quello in cooperazione con la Francia. Obiettivo: realizzare una famiglia di sistemi per la difesa antimissile e antiaerea a corta e media portata da usare a terra e su nave. Un programma che costerà nel complesso 1,7 miliardi di euro entro il 2020. Per quest’anno 95,8 sul bilancio del ministero della Difesa. 

Fonte:http://daily.wired.it/news/tech/2013/07/12/spese-militari-2013-f-35-472482.html

F-35: uno dei più grandi sprechi della nostra storia, con l'avallo del Quirinale


Di Massimo Ragnedda

Ogni famiglia, soprattutto in questo momento di gravi crisi economica, sa benissimo che per far quadrare il bilancio familiare si deve dare spazio alle priorità e tagliare le cose superflue e non necessarie. Se una cosa superflua una famiglia non può permettersela, la si elimina, perchè le priorità sono altre. È uno dei principi basilari che ogni genitore conosce benissimo.

Principio che governo ed esponenti della maggioranza trasversale, sotto l'egida del presidente della Repubblica, sembrano non conoscere. In questo momento di gravissima crisi economica, mentre moltissimi piccoli artigiani e piccoli commercianti sono sommersi di tasse e non riescono a far fronte alle pretese dello Stato, il governo e la maggioranza PD, PDL e Scelta Civica, pensano di usare decine di miliardi di euro di soldi pubblici per acquistare inutili, difettosi e superflui aerei da guerra. Ma le priorità, come tutti sanno, sono altre. Qualsiasi buon padre di famiglia, trovandosi al governo del paese, avrebbe applicato il principio delle priorità e lo avrebbe fatto perché ama la sua famiglia. Qualsiasi madre dovendo governare il paese avrebbe capito subito che le priorità sono bene altre. Lo avrebbero fatto non per fare un dispetto al figlio che pretende il giocattolo difettoso e inutile, ma perchè sa benissimo che mangiare, garantirgli un'istruzione e delle cure mediche, in una sanità sempre più privata, sono le priorità.

Ogni buon genitore che amministra una famiglia sa che comprare un giocattolo costoso e difettoso solo per far arricchire un venditore straniero di armi, non è la priorità. Ogni buon padre avrebbe messo al centro il bene della famiglia; ogni madre avrebbe avuto a cuore il futuro del figlio. Ogni persona di buon senso e in buona fede avrebbe optato per la salvaguardia della famiglia e non del venditore estero. Questo non sembra farlo il governo. Spendere 13 miliardi di euro (ma la cifra è destinata a salire sino a 15/20 miliardi di euro) frutto delle tasse dei cittadini, del sacrificio di milioni di pensionati e lavoratori, frutto  dell'asfissiante pressione fiscali su piccole e medie imprese è semplicemente folle. Significa non avere a cuore il bene della famiglia, significa non rispettare la nazione nel nome della quale si dice di governare.

Stiamo parlando di uno dei più grandi sprechi di soldi pubblici della storia repubblicana. Con quei soldi si può detassare il lavoro, dare respiro alle piccole e medie imprese, far sentire ai piccoli commercianti che lo stato è con loro. Non regalare quei soldi alle multinazionali delle armi, tra le quali anche la Finmeccanica (partner di Lockheed-Martin attraverso la controllata Alenia Aermacchi) significherebbe avere risorse per creare 150mila posti di lavoro per giovani, diminuire le tasse, migliorare il servizio sanitario nazionale e aumentare le pensioni. Ci dicono che si creeranno posti di lavoro.

Pensare di investire 15/20 miliardi di euro per 2.000 posti di lavoro è semplicemente una presa in giro. Con gli stessi soldi, infatti, si possono aprire 3000 asili nido: pensate a quanti posti di lavoro si creerebbero e all'utilità che ogni asilo avrebbe. Una madre o un padre di famiglia non avrebbe dubbi su cosa scegliere. Ma un padre e una madre di famiglia non hanno interessi celati, se non quello di amare e proteggere la famiglia e dare un futuro ai propri bambini. Con gli stessi soldi si potrebbero costruire 10 milioni di pannelli solari: pensate a quanti posti di lavoro si potrebbero creare nell'energia pulita, oltre a dare un futuro meno inquinato alle future generazioni. Ogni buon genitore non avrebbe dubbi, ma il suo agire sarebbe dettato solo dall'amore per la famiglia e non da altri oscuri motivi. Con gli stessi soldi si potrebbe dare un assegno di disoccupazione a tutti i precari che hanno perso il lavoro. Anche in questo caso: chi avrebbe dubbi su come gestire i soldi pubblici? Chi, tra quelli che sono motivati da genuini e sani principi, avrebbe dubbi su quali siano le priorità del nostro Paese ora?

È criminale, chiedo scusa per la durezza ma nessun altro aggettivo rende meglio l'idea, regalare i nostri soldi per comprare aerei da guerra (difettosi). Ci sono priorità e l'occupazione, che ha raggiunto il picco massimo dal 1977 da quando la rilevazione statistica è stata inserita, è una di queste.

Tutti gli altri paesi, viste le difficoltà economiche, hanno pensato di rivedere il programma: l'Olanda ha avviato un'inchiesta parlamentare; la Danimarca e la Gran Bretagna decideranno solo dopo il 2015; la Turchia ha rinviato l'acquisto. Tutti ci ripensano, tranne l'Italia. Napolitano che presiede il Consiglio supremo di Difesa ha preteso che fosse il governo (dove c'è unanimità di vedute) a decidere sui caccia F-35 e non il parlamento. Una decisione molto discutibile.Stefano Rodotà nutre fortissimi dubbi, Costituzione alla mano, sul tentativo di Napolitano di bloccare la discussione parlamentare, dove SEL, M5S e alcuni esponenti del PD si dicono contrari al'acquisto, ricordando che siamo in una Repubblica parlamentare.

Ma, ahimè, non è Rodotà il nostro presidente della Repubblica.

Fonte: http://notizie.tiscali.it/socialnews/Ragnedda/8303/articoli/F-35-uno-dei-pi-grandi-sprechi-della-storia-repubblicana-con-l-avvallo-del-Quirinale.html.

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