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I conflitti nel mondo e la natura dell’uomo


Di Salvatore Grasso

Filosofi, sociologi, politologi, psicologi e scienziati da sempre si sono posti il problema se l’essere umano nasce buono o cattivo. Il dilemma ha appassionato Platone, Thomas HobbesJohn Locke e Jean-Jacques Rousseau, ognuno dei quali ha espresso un pensiero diverso.
I conflitti che dalla notte dei tempi segnano il nostro pianeta mettono in evidenza la tendenza dell’uomo a sopraffare e a eliminare l’altro e farebbero propendere per una cattiveria innata.
La Bibbia fa coincidere la nascita del male con l’“avidità” dell’uomo che mangiai frutti dell’Albero della Conoscenza. La prima uccisione nella storia del mondo è tra gli omicidi più efferati che si possano commettere: il fratricidio di Caino.
Ma per non andare troppo lontano il 900 è considerato il secolo più sanguinario dell’epoca contemporanea, in cui a distanza di appena venti anni si sono succedute due guerre mondiali.  Denominato il secolo dei genocidi, di cui il più noto è la Shoah con 6 milioni di ebrei che hanno perso la vita, ha visto perpetrarsi quello armeno, il curdo, il ruandese, il darfuriano, il birmano, il sudanese, il somalo.
Il conflitto israelo-palestinese eternamente insoluto mina la pace mondiale e gli equilibri geopolitici tuttora.  Le guerre in Jugoslavia, in Iraq, in Afghanistan e l’attualissima “primavera Araba” con le rivoluzioni in TunisiaLibiaEgitto e Siria sono il simbolo di un mondo eternamente in guerra.
La sanguinosa guerra civile in Siria è oggi più di ieri il conflitto mediatico che impressiona maggiormente: le immagini della strage del 21 agosto scorso, in cui 500 persone, tra cui 80 bambini, hanno perso la vita, uccisi col gas Sarin, sono ancora negli occhi di tutti. E qualsiasi coscienza, di fronte agli oltre 100.000 morti in due anni, ha delle perplessità nel rispondere con sicurezza se un intervento armato sia la soluzione o invece l’ingresso in un tunnel senza via d’uscita.
Dal planetario scenario di guerra che si perpetua nel tempo, sembrerebbe ineccepibile il pensiero del filosofo inglese Thomas Hobbes, il quale nella sua opera più importante, il “Leviatano" (1651), afferma che nello stato di natura vige la legge del più forte e l’uomo è in guerra contro tutti: “Homo homini lupus”.
Secondo John Locke, l’uomo nasce senza alcuna inclinazione né verso il bene né verso il male, egli, nel "Saggio sull'intelletto umano" (1690) critica l’innatismo (una filosofia che ritiene che l’uomo ha delle idee innate sin dalla nascita), sostenendo che la mente umana ab origine è una tabula rasa e solo l’esperienza la forgia e le fa acquisire le conoscenze.
Jean-Jacques Rousseau nel “Discorso sull'ineguaglianza” (1755) teorizza il mito del buon selvaggio”, asserendo che l’uomo nello stato di natura nasce buono e immune da malvagie sopraffazioni, è la società che in seguito lo corrompe.
Platone, ci parla di un uomo che nasce con istinti animaleschi e che solo attraverso l’educazione alla ragione, impartita da individui maschi adulti “amorevoli”, lo si rende idoneo alla società: quindi il male collima con l’ignoranza, il bene con la conoscenza.
La scienza odierna non si schiera né con Hobbes né con Rousseau e teorizza l’essere umano come il frutto di transazioni genotipici (l'insieme di geni che compongono il DNA), fenotipici (l'insieme di tutte le caratteristiche osservabili di un organismo vivente, ossia la sua morfologia), ed ecotipici(l’adattamento psicofisico degli esseri viventi all’ambiente).
Probabilmente  al quesito non c’è una risposta e siamo di fronte a una mera aporia. Infatti, alle barbarie inenarrabili si contrappongono gesti di generosità e altruismo spesso compiuti anche a costo della vita.
L’altruismo di Madre Teresa di Calcutta o di Oskar Schindler sono due esempi di bene che hanno avuto risonanza mediatica a fronte d’innumerevoli casi che restano anonimi, sol perché il male fa più notizia.

Fonte:http://www.articolotre.com/2013/09/i-conflitti-nel-mondo-e-la-natura-delluomo/204244

Il " palazzo della politica italiana " sta crollando già da tempo….



Dopo Berlusconi ci sarà quasi sicuramente il crollo del centrodestra italiano ma il “palazzo” della politica sta crollando già da un pezzo. Le elezioni di febbraio hanno portato un terremoto politico di proporzioni gigantesche con la grande affermazione del Movimento 5 Stelle che ha dato vita ad un terzo polo nella politica italiana. Il crollo del centrodestra, una delle cause dell’attuale crisi della politica italiana, sta avvenendo già da un po: ricordiamo l’esito delle amministrative sia di questo anno che dell’anno scorso, elezioni in cui il centrodestra ha avuto grandi defaillance.

Poi c’è stata la “ripresa” alle politiche di febbraio che però non ha risolto la situazione. Infatti la crisi del centrodestra ha portato tra l’altro alla crescita sia del Movimento 5 Stelle sia dell’astensionismo.

Quindi il palazzo della politica italiana sta crollando già da tempo come già detto e con la probabile “uscita di scena” di Berlusconi la situazione forse si aggraverà ancora portando un’ulteriore frammentazione nel quadro politico da aggiungere a quella già esistente.

Dopo la caduta della DC con tangentopoli ci sono stati 20 anni di berlusconismo e con la caduta di Berlusconi il “vuoto” si ripresenterà con sembianze ancora più terrificanti.

Il passaggio alla terza repubblica sta risultando e risulterà molto traumatico perchè dal lato del centrosinistra non c’è una forte affermazione in grado di “sostituire” il centrodestra e il fenomeno Renzi rappresenta l’ultima spiaggia.

Renzi sta portando ad un “revival” democristiano in senso contemporaneo neoliberista e capitalista: il leader fiorentino dovrà “risolvere” uno sfacelo che sopravverrà alla caduta del cavaliere e dei suoi seguaci. Molto probabilmente il “megacentro” visto con il governo Monti e con il governo Letta sarà ancora presente con la “saldatura” che forse avverrà tra il PD, l’attuale centro e quello che rimarrà del PDL. Ancora una volta avremo le stesse persone che cambieranno “maschera” ma saranno purtroppo sempre le stesse.

Il centrodestra per il futuro dovrà riformarsi e superare la “parentesi” berlusconiana cercando di dare vita ad un partito conservatore e liberale in linea con gli altri partiti di centrodestra del mondo occidentale.

Il centrosinistra invece dovrà rappresentare una precisa opposizione alle forze liberali in senso socialdemocratico e progressista in linea con gli altri partiti della sinistra europea ed occidentale.

Il Movimento 5 Stelle forse dovrà “cambiare rotta” e portare anche la proposta oltre la continua protesta, passare dalla fase destruens alla fase construens.

Perciò il palazzo della politica italiana riceverà ancora altri “scossoni” e non rimarranno altro che le macerie da cui ricostruire un’Italia nuova libera da mali come la corruzione, l’evasione fiscale, il nepotismo, il clientelismo, la stagnazione economica e quant’altro.

Speranze di rigenerazione e cambiamento sono all’orizzonte, speranze in una catarsi totale che dovrà risollevare il paese dall’oblio e dal baratro in cui il paese è da tempo precipitato.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/il-palazzo-della-politica-italiana-sta-crollando-gia-da-tempo/

La " grande marcia " delle armi


Di Eric Piermont

Il commercio delle armi non è mai stato così fiorente. Secondo uno studio presentato martedì scorso a Londra, il mercato mondiale è cresciuto del 30% negli ultimi quattro anni e potrebbe raddoppiare entro il 2020, con l'esplosione dei bilanci militari, soprattutto in Asia.
Secondo lo studio pubblicato da IHS Jane's, tra il 2008 e il 2012 le esportazioni e le importazioni di armi nel mondo sono aumentate da 56,5 a 73,5 miliardi di dollari (43-56 miliardi di euro).
Il mercato potrebbe raggiungere 100 miliardi di dollari entro il 2018 e raddoppiare entro il 2020. Ma la quota di mercato dell'Europa occidentale è diminuita, scendendo al 27,5 % nel 2012 contro il 34,5 % nel 2008, mentre quella dell'Asia-Pacifico, tra cui la Cina, è salita dal 3,7 % al 5,4 % rispetto allo stesso periodo.
"Due cose stanno accadendo" - dice Paul Burton, analista di IHS Jane's - "i bilanci della difesa si stanno modificando nell'Est ed è aumentata la concorrenza internazionale nel mercato della difesa.Stiamo assistendo alla più grande esplosione del commercio mondiale di armi che il mondo abbia mai conosciuto".
Molti paesi asiatici hanno visto le loro esportazioni di armi raddoppiare. La Cina ha notevolmente migliorato la sua capacità di produzione ed è salita dal 10° all'8° posto tra gli esportatori mondiali. "L'aumento delle esportazioni nella regione Asia-Pacifico - evidenzia il rapporto - "minaccia il dominio mondiale dell'industria bellica statunitense".
Tuttavia, rassicura Ben Moores - analista di IHS Jane's - se "la Cina sta facendo molto bene per l'esportazione ai paesi asiatici vicini non è però presente in Medio Oriente", in particolare per la qualità dei suoi armamenti. "Un paese sudamericano" - afferma ancora Moores - "ha recentemente restituito un sistema radar ad una società cinese perché semplicemente non funzionava".
La Francia è il terzo più grande esportatore di armi nel mondo.
Gli Stati Uniti sono attualmente leader tra gli esportatori davanti a Russia e Francia, che hanno importato 10,5 miliardi di dollari di attrezzature e servizi militari dal 2008. E secondo gli analisti, "le importazioni dovrebbero continuare ad aumentare nel 2013".
I bilanci della difesa dei paesi dell'Asia-Pacifico dovrebbero superare quelle degli Stati Uniti e del Canada dal 2021, raggiungendo 501 miliardi di dollari (+35 % rispetto al 2013). In testa, nella regione asiatica, la Cina, seguita da India, Giappone, Australia e Sud Corea. Nel complesso, i bilanci della difesa del mondo dovrebbero continuare ad aumentare, fino a raggiungere 1.650 miliardi di dollari nel 2021 (+9,3 % rispetto al 2013).
Israele, da parte sua, è destinato a diventare il primo esportatore di droni da qui alla fine del 2013, sopravanzando gli Stati Uniti e arrivando a venderne il doppio di quanto faranno gli americani entro il 2014. "Le esportazioni israeliane sono davvero impressionanti," - dice Ben Moores - considerando che "molti paesi musulmani si rifiutano di fare affari con loro".



Traduzione per Megachip di Pier Francesco De Iulio

In Italia la Democrazia si Costruisce Online


Riscrivere la politica partendo dal basso, dai cittadini e dalle loro voci, attraverso un mezzo che ci rende tutti un po' più uguali: internet. È questo l'obiettivo dell'ambizioso progetto Unicavox, un "social network della politica" che vuole diventare un punto di riferimento per il dibattito pubblico italiano. La piattaforma è nata soltanto pochi mesi fa dall'idea di Stefano Boggi ed è l'erede di un breve esperimento risalente al 2010, Politeia, community che permetteva la condivisione delle proprie idee politiche e il confronto con quelle altrui. «Politeia era poco più di un'idea nata dai soci di un piccolo studio di comunicazione», ricorda oggi Boggi. «Ben strutturata, interessante, originale, ma pur sempre un'idea. E tale è rimasta per un periodo fin troppo lungo».
Gli ultimi due anni di altalenanti vicissitudini economico-politiche in Italia hanno riportato in auge l'idea di far nascere un punto di incontro per la costruzione della politica. Ovviamente, partendo dai cittadini. «Il cassetto dei sogni lo ha riaperto la crisi, quella politica e quella economica. La prima ha reso ancora più evidente e preoccupante il dilagare dell'antipolitica in Italia, la seconda ci ha dato qualche cliente in meno e un po' di tempo libero in più, quanto basta per affrontare un progetto interno. Da Politeia a UnicaVox il passo non è stato breve, ma è servito a raggiungere la prima tappa importante, la creazione di una start-up e la messa online della piattaforma». Ad oggi UnicaVox è composta da diciotto soci. Tra di essi c'è un'internet company, che si occupa degli aspetti tecnici del progetto e che lavorerà sui miglioramenti da fare in base ai primi feedback ricevuti dagli utenti.
Per ora, infatti, il sito è ancora in versione beta. Anzi "in fieri", per dirla in latino - insieme al greco, la lingua madre della politica. Ma come è nata l'idea di UnicaVox? Secondo Boggi, il progetto è figlio «più di un'esigenza che di un'illuminazione. La politica è da tempo argomento rilevante nello stream dei social network più diffusi, ma con un grande limite. I canali “generalisti” centrano l'attenzione sugli esponenti politici, sui loro account e sulla capacità che hanno di catturare fan e follower. Si torna quindi a parlare di popolarità e la comunicazione tra eletti ed elettori è spesso tutt'altro che bidirezionale. Più che occasioni di confronto diretto, i social network ci sono sembrati solamente nuovi canali per una vecchia propaganda. Ecco, abbiamo pensato a UnicaVox come una piattaforma dove il ruolo centrale è occupato dalle proposte, quelli noi definiamo i "ToDo" della politica».
ToDo, nel gergo di UnicaVox, sono appunto le proposte concrete di azione che vengono avanzate direttamente dagli utenti. In questo momento, ce ne sono online già più di trecento: i cittadini discutono, valutano, propongono implementazioni e modifiche. Con l'obiettivo di realizzare una proposta attuabile in breve tempo e concretamente. «Qui un qualunque cittadino ha gli stessi strumenti di un esponente politico. Il nostro obiettivo è la vera partecipazione, cercando di raggiungere un nuovo livello rispetto a quello informativo a cui tutti siamo abituati. Il web offre queste potenzialità, speriamo di sfruttarle al meglio e sempre di più». Alla base di tutto, comunque, c'è la collaborazione politica: «È qualcosa che secondo me, in Italia, è sempre venuto a mancare», racconta Stefano. «In particolare negli ultimi anni quando, a partire dalla scomparsa dei voti di preferenza, fino all'affermarsi del concetto di casta, la maggior parte degli italiani si è allontanata dai processi democratici e addirittura dal voto».
Oggi UnicaVox vuole proporre una strada alternativa alla democrazia partecipata, ma senza la presunzione di rappresentare una soluzione definitiva. «Ci piacerebbe fare aumentare nei cittadini la voglia di partecipare alla gestione della “cosa pubblica"», spiega Boggi, secondo cui comunque internet non è pronto a diventare un luogo di "realizzazione politica" a tutti gli effetti: il passaggio da agorà reale ad agorà virtuale non si è ancora compiuto. «Ad oggi siamo ancora fermi all'aspetto informativo, c'è poco confronto con chi governa. Il futuro è raggiungere una vera democrazia partecipata e, in questo, internet offre potenzialità pressoché infinite. Ma mancano gli strumenti adeguati e, con loro, manca la capacità di sfruttarli». UnicaVox, almeno nelle idee del suo fondatore, vorrebbe contribuire a colmare un po' questo vuoto: «Per ora, speriamo che il nostro diventi un luogo dove crescere politicamente, un grande contenitore di idee innovative e perché no una palestra politica per chi un giorno potrebbe governare. Speriamo che anche UnicaVox, crescendo, possa dare un contributo sensibile a questo passaggio. E un giorno, magari, saremo davvero pronti a parlare di Electronic direct democracy». 

Fonte: 
http://www.linkiesta.it/unicavox

Gioco d’azzardo: business di Stato e rifugio dalla crisi


Di Antonio Borriello

Un tempo era l’oro ora è il gioco; può sembrare una provocazione ma nasconde un fondo di verità. Già perché in tempi di crisi si affina l’ingegno per tentare di rimanere a galla ma non sempre la strada battuta è la più adeguata. 
Un tempo il bene rifugio per eccellenza era l’oro, materiale che conserva il proprio valore nel tempo anche durante i periodi di incertezza; oggi sembra non essere più così. E non solo per la corsa a vendere il metallo prezioso, tendenza certificata dal proliferare dei negozi compro oro; oggi gli italiani sembrano preferire altre vie. Investimenti molto più rischiosi, volubili, e che soltanto in pochi casi risultano fruttuosi. Sono queste le caratteristiche del gioco d’azzardo. 
Un recente studio della Camera di Commercio ha evidenziato come il settore del gioco sia in continua crescita; nel giro di un solo anno le imprese coinvolte nel settore sono cresciute di oltre il 32% arrivando a sfiorare il totale di 9.300 nel 2013. Un boom di richiesta, una vera e proprio corsa al gioco. 
La gestione di apparecchi che consentono la vincita in denaro (sono esclusi quindi da questo conteggio gli apparecchi e congegni da divertimento ed intrattenimento senza vincita in denaro) sono raddoppiati nel giro di un anno passando da 705 a 1.348; raddoppiate anche le ricevitorie per un totale di circa 4.500 luoghi adibiti al gioco del Lotto, Superenalotto e Totocalcio
A livello territoriale è la Lombardia a guidare la classifica con 1.342 attività dedicate al gioco (il 14,5% del totale italiano); tra quelle più cresciute rispetto alla rilevazione precedente, l'Emilia Romagna con +80% e le Marche (+45,5%). Roma è la provincia con il più alto numero di attività legate al gioco (798) seguita da Napoli (793), Milano (521) e Bari (321).
Numeri consistenti ed esplicativi per un settore, quello del gioco, che sembrerebbe essere altamente in salute; per comprendere la portata dei dati basta confrontarli con quelli relativi ad altre attività commerciali presenti in Italia. Le pompe di benzina sono più di 20mila, tabacchi ed altri generi di monopoli sono poco meno di 25mila, le farmacie all’incirca 17mila, attività di articoli medicali ed ortopedici circa 4mila; a fronte di questo come detto, sono oltre 9mila le attività nel settore del gioco.

Il gioco d’azzardo come bene rifugio ma anche come ultima spiaggia per disperati; perché a giocare, spesso e volentieri, sono soprattutto persone in gravi difficoltà economiche e che vedono il gioco d’azzardo quale possibile àncora di salvezza. Fenomeno che conseguentemente aumenta  e si avvita su se stesso con il crescere della crisi economica, come avevamo dimostrato in passato parlando di possibili rimedi per uscire dalla malattia del gioco d’azzardo.
Un recente studio dell'Associazione Contribuenti Italiani ha dimostrato come la maggior parte dei giocatori incalliti sia collocabile nella classe indigente;  per la precisione, il 54% dei giocatori sarebbe nullatenente ed il 31% dichiarerebbe al fisco un guadagno minore ai 10mila euro annui. Fattore che lascia intravedere con ogni probabilità una forte presenza di evasione fiscale ma che certifica al tempo stesso una maggiore tendenza al gioco nei periodi di più alta crisi economica. In quei casi il gioco diventa naturalmente l’ultimo appiglio cui aggrapparsi e la voglia di riscatto, oltre che l’illusione di un facile guadagno, prendono facilmente il sopravvento.
Parlando in generale di numeri, in Italia sono all’incirca 8 milioni coloro i quali giocano con frequenza settimanale; se si calcolano anche i giocatori sporadici la cifra arriva ad oltre 30 milioni per un giro di affari totale attestabile, al 2012, a circa 85 miliardi di euro con una spesa a persona di 2400 euro. Nel 2011 il giro d’affari totale era stato di 78 miliardi, nel 2003 di poco sopra i 15. 
Cifre alte e viva testimonianza di una problematica che, tra l’altro, ha conseguenze dirette anche a livello di spesa sociale: a fronte di questi incassi vi sono infatti le spese sostenute per i costi sociali e sanitari legati al gioco. Il gioco di azzardo o Ludopatia è infatti una patologia a tutti gli effetti inserita tra i Lea, i livelli essenziali di assistenza, ovvero prestazioni che il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o in compartecipazione; quindi la cura della dipendenza dal gioco è gratuita e a carico dello stato e la cifra che lo stato stesso spende per questa voce è di circa 5 milioni di euro (a fronte di un guadagno di 10 miliardi di euro che lo stato raccoglie dalla tassazione di questa voce). In Italia sarebbero all’incirca800 mila le persone dipendenti dal gioco d’azzardo e 2 milioni i giocatori a forte rischio.

Altra problematica di forte impatto sociale è quella relativa alla criminalità organizzata; che, come ovvio, non esita a mettere le mani su un settore così redditizio fonte di sicuri guadagni. Un’interessante indagine della associazione  Libera ed intitolata Azzardopoli 2.0ha evidenziato una forte presenza di clan mafiosi e malavitosi nel settore del gioco d’azzardoclan che si spartiscono il racket del gioco equamente in tutta ItaliaIl gioco d’azzardo è quindi un grande affare; rappresenta da solo il 4% del Pil nazionale e fornisce lavoro a vario titolo ad oltre 120mila addetti: a manovrare il grande business è direttamente lo Stato attraverso i Monopoli (l’AAMS, Amministrazione autonoma dei Monopolio di Stato) i quali affidano la gestione del giocattolo ad aziende scelte tramite un bando di gara. D’altra parte si parla di un giro di affari troppo importante ed è altamente impensabile che in gioco non entrino attori quali Stato e criminalità organizzata; che, vuoi o non vuoi, sono spesso presenti quando in ballo ci sono cifre di questa portata.

Contro la guerra in Siria


Una manifestazione a Washington contro un possibile attacco della Siria da parte degli Stati Uniti, il 29 agosto del 2013. (Saul Loeb, Afp)
“Negli ultimi giorni i tamburi di guerra sono diventati assordanti. È come se tutti fossero diventati i personaggi di un videogioco che, in preda a una pericolosa agitazione, si comportano come se le loro azioni non avessero delle conseguenze sulla vita reale”, scrive il quotidiano libanese Daily Star, in un editoriale critico verso un intervento militare affrettato in Siria.
“Purtroppo, gli abitanti del Medio Oriente non hanno a disposizione un telecomando. Le decisioni e i piani stabiliti questa settimana non tengono in considerazione la situazione sul terreno. Nessuno dei leader che pontificano sull’imperativo morale di intervenire in Siria sembra aver pensato alle ripercussioni, non solo sulla popolazione siriana, ma su tutta la regione. Gli abitanti del Medio Oriente aspettano con il fiato sospeso di vedere a cosa andranno incontro. Molti siriani che vivono nelle vicinanze dei possibili obiettivi militari hanno già abbandonato le case. Gli abitanti del sud del Libano si chiedono, invece, quale sarà la loro punizione, dopo che Iran ed Hezbollah avranno attaccato Israele per rappresaglia”.
Fortunatamente, osserva il Daily Star, oggi l’intervento occidentale non sembra più così imminente. “Il mondo dovrà aspettare – anche se non sappiamo ancora quanto a lungo. E tutto questo è un bene. Lanciare un’azione militare sull’onda dell’emozione non è mai una strategia giusta”.
Un altro quotidiano libanese, L’Orient le Jour, è scettico anche riguardo all’idea di un attacco “limitato”, circoscritto cioè ad alcuni obiettivi strategici: “In questo caso, gli occidentali avranno salvato la faccia solo a metà. E soprattutto, nonostante la loro virtuosa indignazione, non saranno riusciti a mettere i siriani in salvo dai gas tossici del regime, che dovrebbe essere lo scopo principale della missione. Non è con uno spettacolare, ma poco efficace, fuoco d’artificio che spegneremo il braciere siriano”.
Una minaccia per la stabilità. Anche tra gli analisti occidentali si moltiplicano le voci contrarie all’idea che gli Stati Uniti bombardino la Siria. E, a volte, studiosi che partono da posizioni opposte arrivano alla stessa conclusione. Richard Falk, esperto statunitense di diritto internazionale e relatore speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori occupati, nel suo blog critica gli intellettuali come Edward Luttwak, convinti che la strategia migliore in Siria sia non fare nulla perché non è auspicabile né la vittoria di Bashar al Assad né quella di forze ribelli con una forte componente jihadista. Falk, invece, sostiene che non si debba intervenire perché le giustificazioni addotte finora da Washington (la necessità di dare credibilità alle minacce già espresse, la punizione di un crimine efferato, l’idea di favorire, attraverso l’uso delle armi, l’apertura di un canale diplomatico) non sono abbastanza forti.
Il giornalista britannico Misha Glenny riflette anche sulla difficoltà di studiosi e analisti di esprimersi sulla situazione siriana. Da un certo punto di vista, sostiene Glenny, “la questione non riguarda solo l’uso delle armi chimiche. Questa guerra minaccia la stabilità di tutto il Medio Oriente, rendendo ancora più fragili gli equilibri nei paesi circostanti”. Se guardiamo a quello che è successo nel corso della storia, la Siria ci appare oggi come il possibile detonatore di un conflitto ancora più vasto, che “può essere disinnescato solo se le parti coinvolte sono pronte a giungere a un compromesso”.

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