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Ops, ci è arrivata pure Facebook: le bufale si combattono con più informazioni, non con la censura

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Di Francesco Nicodemo, Giusy Russo
I social ci raccontano e si raccontano. Da un po’ di tempo a questa parte infatti, non solo ci permettono di condividere momenti della nostra vita e una miriade di informazioni, ma stanno anche svelando a noi utenti progetti e strategie su come affrontare una serie di criticità emerse nel corso degli anni. Due degli aspetti più controversi della rete sono il linguaggio dell’odio e la disinformazione ed ecco allora che le piattaforme ci stanno letteralmente avvisando sulle novità per arginare questi due fenomeni. Qual è l’efficacia di verifiche e modifiche continue se dall’altra parte c’è la corsa contro il clickbaiting con i ritmi serrati della rete? Lo dirà solo il tempo ma appare un’impresa titanica arginare tanto la disinformazione quanto l’hate speech.
Partiamo dalle famigerate fake news. Su Medium Jeff Smith, Product Producer, Grace Jackson, User Experience Researcher e Seethe Raj, Content Strategist, tutti di News Feed Facebook hanno tirato le somme sull’esperienza maturata fino a ora. La prima parte di un lungo post elenca i traguardi raggiunti, come l’aver reso più semplice la segnalazione di notizie ritenute non vere, il lavoro in collaborazione con organizzazioni di fact checking e l’introduzione di avvisi per contenuti etichettati come falsi oppure segnalati. Tuttavia, dopo mesi di ricerche e confronti sono emerse alcune lacune. Ad esempio, segnalare una notizia potrebbe confondere gli utenti, dal momento che per comprendere cosa sia effettivamente falso si richiedono altre ricerche e dunque altri click. Inoltre “flaggare” un contenuto non necessariamente porta a modificare l’opinione in merito, alcune ricerche indicano addirittura il contrario, ovvero che un’immagine o un linguaggio forte volto a mettere in guardia, rafforza le opinioni iniziali di chi legge. Da Facebook fanno sapere anche che prima di apporre un segnale che indica che una notizia è stata contestata, viene effettuato il controllo da parte di due diverse organizzazioni di fact checking. Ciò non solo rallenta l’intero processo ma può portare anche all’eventualità in cui queste ultime non concordino sulla valutazione finale. Si è dunque pensato a dei correttivi. Già dal 2013 agli utenti era offerta l’opportunità dei related articles, ossia di contenuti simili offerti dopo aver letto nella News Feed. Da aprile questi link aggiuntivi sono offerti prima, allo scopo di avere maggiori informazioni, punti di vista differenti e soprattutto di accedere più facilmente agli articoli dei fact checkersDopo questa modifica apparentemente piccola, è stato riscontrato che il numero dei click sulle cosiddette bufale è rimasto lo stesso ma si sono ridotte le condivisioni. La strada è ancora lunga ed è fatta di pause, modifiche al percorso da intraprendere e molta osservazione sulle dinamiche che avvengono lungo il cammino.

M5s, piattaforma Rousseau bocciata dal Garante della Privacy: “Poco sicura”

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Il Garante della Privacy sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 stelle: “Serve più sicurezza”. L’Autorità si è espressa a ridosso delle parlamentarie per la scelta dei candidati delle elezioni di marzo.
Il sistema di voto on line con cui i militanti pentastellati selezionano i loro candidati non ha passato il vaglio del Garante: troppe falle, troppe incertezze, troppi buchi, e soprattutto troppi episodi di violazione del sistema.
La scorsa estate un hacker dall’identità rimasta misteriosa (se ne conosce sono il nickname, Rogue_o) aveva scorazzato tra i varchi della piattaforma Rousseau mettendo on line i nomi dei sostenitori dei cinque stelle e poi, con un colpo a sorpresa, aveva rivelato di aver votato più volte infiltrandosi tra gli iscritti.
La vicenda non poteva non attirare l’interesse del Garante per la Privacy. E oggi, dopo un’istruttoria di alcuni mesi, è arrivato il verdetto dell’Authority: il sistema delle votazioni online dei cinque stelle viene bocciato, il Garante suggerisce delle modifiche da apportare, e minaccia anche eventuali sanzioni perché il M5s non aveva chiarito nell’informativa rivolta a chi votava on line che i dati personali sarebbero stati girati a due società, Wind Tre e Itnet, chiamate a dare supporto tecnico.
Nel mirino dell’Autorità è finito in particolare il sistema Rousseau, ideato da Gianroberto Casaleggio e perfezionato dal figlio Davide Casaleggio per realizzare il sogno di una democrazia diretta attraverso la rete.
Passato ai raggi x dei tecnici dell’Authorithy, Rousseau ne è uscito con le ossa rotte. Il Garante ha adottato un provvedimento in cui prescrive per filo e per segno le misure necessarie per aumentare il livello di sicurezza del sistema operativo.
Si parte dalla procedura di voto. Il Garante suggerisce di rivedere il sistema di “e-voting” “in modo da minimizzare i rischi per i diritti e per le libertà delle persone fisiche”. Tra le misure indicate la cancellazione dei dati personali trattati (compreso il numero di telefono), una volta terminate le operazioni di voto.
I siti che compongono la galassia dei cinque stelle, prescrive ancora il Garante, dovranno sottoporsi a una valutazione della sicurezza informatica. Le password degli utenti dovranno essere più sicure, come anche il protocollo per l’accesso ai contenuti del sito.
Per mettersi in regola i cinque stelle dovranno fare una corsa contro il tempo. Il 3 gennaio scade il termine per la presentazione delle candidature per partecipare alle parlamentarie, che Beppe Grillo e Davide Casaleggio avevano intenzione di tenere entro un paio di settimane.
Per fortuna dei cinque stelle, si stanno stemperando le polemiche sul nuovo codice per le candidature, che tra le altre cose prevede la possibilità di candidare anche gli indagati. Oggi l’ala ortodossa del movimento ha negato dissensi e mugugni: secondo Roberto Fico, che dell’ala “dura e pura” è ormai l’esponente più in vista, ha bollato le voci sull’esistenza di uno scontro interno come “bugie della stampa”. Le polemiche arrivano invece dal Pd: Michele Anzaldi plaude all’intervento del Garante e dice che “la piattaforma Rousseau non soltanto risponde a una società privata ma è pure fuorilegge”.

La foto della donna senza velo in Iran non c’entra con le proteste di questi giorni

Da qualche giorno sui giornali e sui social network circola la fotografia di una donna iraniana con la testa scoperta mentre tiene in mano un bastone sul quale è appoggiato il suo velo bianco a modi di bandiera. La fotografia è stata usata per raccontare un pezzo delle proteste che si stanno tenendo in Iran da giovedì scorso (e che sono spiegate in breve qui), ma quella foto è stata scattata in un momento diverso e la donna ritratta non c’entra nulla con le manifestazioni degli ultimi giorni.

La fotografia è stata scattata il 27 dicembre a Teheran, la capitale dell’Iran, ed è stata pubblicata per la prima volta su Facebook e Instagram da Masih Alinejad, 38enne attivista iraniana che da anni vive in esilio tra Londra e New York. La donna ritratta nella foto stava protestando contro le rigide regole di abbigliamento imposte dal regime iraniano, tra cui l’obbligo di coprirsi la testa e indossare il velo, e probabilmente è stata arrestata poco dopo dalla polizia. Il 30 dicembre sull’account Instagram di Masih Alinejad è stata pubblicata l’immagine stilizzata della donna che sventole il velo, che in poco tempo è diventata l’immagine simbolo sia delle richieste di maggiori libertà per le donne iraniane, sia delle recenti proteste.

Le manifestazioni degli ultimi giorni, però, non c’entrano con la protesta della donna senza velo a Teheran. Le manifestazioni sono iniziate in maniera improvvisa il 28 dicembre a Mashhad, una città nell’est dell’Iran, e sono arrivate a Teheran solo due giorni dopo, sabato 30. La fotografia della donna senza velo è stata scattata mercoledì 27. Inoltre le manifestazioni di Mashhad sono state probabilmente promosse dagli ultraconservatori, che volevano mettere in difficoltà il governo del presidente Hassan Rouhani, un moderato; la protesta della donna era rivolta proprio contro di loro, che sono i principali sostenitori delle rigide regole di abbigliamento vigenti in Iran.
È importante tenere a mente queste differenze, come ha spiegato bene su Twitter l’analista Michael Horowitz, per non confondere le recenti proteste con un movimento progressista e di natura politica. Alle manifestazioni di questi giorni stanno partecipando per lo più persone povere e giovanissimi che chiedono un miglioramento delle loro condizioni economiche. Ci sono anche diverse donne, la maggior parte delle quali provengono però da settori della popolazione conservatori e religiosi, molto lontani da quelli a cui fa riferimento la donna fotografata senza velo a Teheran. I settori più progressisti si sono dimostrati invece riluttanti a partecipare alle proteste, che continuano a essere svincolate da precisi orientamenti politici. In altre parole: si sta parlando di due cose diverse, e a metterle insieme si finisce per fare una grande confusione.

Sacchetti bio, “stangatina” tra i 4 e i 12 euro a famiglia. E sui social si scatena l’ironia



Oscillerà fra 4,17 e 12,51 euro il prezzo che ogni famiglia dovrà aggiungere quest’anno alla spesa alimentare fatta in supermercati e ipermercati. Da ieri, infatti, si pagano i sacchetti biodegradabili e compostabili per frutta, verdura, carne e pesce. A fare la stima su questo ulteriore peso al budget familiare è l’Osservatorio di Assobioplastiche. Questo ha compiuto una prima ricognizione nella grande distribuzione, in occasione dell’entrata in vigore, ieri appunto, della legge 123/2017, il cosiddetto decreto Mezzogiorno, approvato lo scorso agosto, in cui si indica che queste buste non possono essere gratis. 

Nella ricognizione compiuta dall’Osservatorio in una dozzina di grandi magazzini alimentari, il costo di ogni singolo sacchetto è risultato compreso fra 1 e 3 centesimi. Assobioplastiche ricorda che il consumo di buste si aggira tra i 9 e i 10 miliardi di unità, per un consumo medio di ogni cittadino di 150 sacchi all’anno. 
Secondo i dati dell’analisi Gfk-Eurisko presentati nel 2017, le famiglie italiane fanno in media 139 spese all’anno nella grande distribuzione. Ipotizzando che ogni spesa comporti l’utilizzo di tre sacchetti per frutta/verdura, il consumo annuo per famiglia dovrebbe attestarsi a 417 sacchetti, per un costo complessivo compreso tra 4,17 e 12,51 euro (considerando appunto un minimo rilevato di 0,01 e un massimo di 0,03 euro). 

«Queste prime indicazioni di prezzo ci confortano molto - spiega Marco Versari, presidente di Assobioplastiche -, perché testimoniano l’assenza di speculazioni o manovre ai danni del consumatore». Peraltro, i sacchetti «sono utilizzabili per la raccolta della frazione organica dei rifiuti - aggiunge - e quindi almeno la metà del costo sostenuto può essere detratto dalla spesa complessiva». 

Sul pagamento di questi sacchetti si è subito aperta la polemica. Per il Codacons è «un nuovo balzello che si abbatterà sulle famiglie italiane, una nuova tassa occulta a carico dei consumatori». Per Legambiente, invece, «non è corretto parlare di caro-spesa. L’innovazione ha un prezzo, ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purché sia garantito un costo equo, che si dovrebbe aggirare intorno ai 2-3 centesimi a busta. Così come è giusto prevedere multe salate per i commercianti che non rispettano la vigente normativa». Le proteste, ovviamente, si sono riversate anche sui social network. L’hashtag #sacchetti è in cima alla classifica di Twitter, mentre molti propongono di etichettare arance e mele una ad una per evitare di dover pagare il già odiato balzello.  

C O R E A D E L N O R D, IL DISCORSO DI INIZIO ANNO DI KIM JONG: 'Abbiamo completato la nostra forza nucleare, sulla scrivania ho il pulsante'



Di Salvatore Santoru

Durante il consueto discorso di inizio anno alla nazione Kim Jong-un è tornato a parlare dello sviluppo della forza nucleare della Corea Del Nord.
Kim Jong ha sostenuto che ormai il paese asiatico ha completato la sua forza nucleare e che sulla sua scrivania c'è un 'pulsante nucleare'. 

Come riportato da La Stampa(1), il presidente nordcoreano ha anche dichiarato che  «L’intera area degli Stati Uniti continentali è sotto il raggio d’azione nucleare» ha specificato avvertendo: «Che gli Usa non inizino mai una guerra contro di me o il mio Paese». 

NOTA:

(1) http://www.lastampa.it/2018/01/01/esteri/kim-jongun-completata-la-nostra-forza-nucleare-sulla-scrivania-ho-il-pulsante-Aopmla4RxxjeOJxXfWxb7J/pagina.html

Quel mistero delle navi cinesi dietro il traffico con la Nord Corea

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Di Lorenzo Vita
“La Cina ha sempre rispettato in modo completo e severo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. Non si fa attendere la reazione di Pechino alle accuse del presidente Usa, Donald Trump, riguardo alla vendita di petrolio tra navi cinesi e navi nordcoreane al largo del Mar Giallo.
Le accuse di Trump sono state provocate dalla pubblicazione di un articolo del giornale sudcoreano Chosun Ilbo, in cui erano mostrate delle foto scattate da satelliti spia americani, che immortalano navi cinesi impegnate a trasferire petrolio su navi nordcoreane nonostante l’embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha risposto affermando che il governo cinese sta già indagando su quanto riportato dal giornale di Seul, ma ha negato che Pechino sia coinvolta in alcuna violazione delle sanzioni (votate dalla Cina). Inoltre, Hua ha anche riportato un particolare riguardante le foto scattate dai satelliti Usa che “scagiona” le autorità cinesi, e cioè che una delle navi immortalate dalle foto del 16 ottobre scorso, non fa scalo in porti cinesi da agosto. “Se questa nave abbia fatto scalo in altri Paesi, noi non lo sappiamo”, ha concluso, promettendo però anche che la Cina “adotterà severe misure punitive” qualora l’inchiesta avviata dalle autorità cinesi dimostri una violazione dell’armatore del blocco al petrolio verso la Corea del Nord. “Fare polemiche senza fondamento tramite media non contribuisce a rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione” ha poi ribadito Hua.
Una tesi sostenuta anche dal Global Times, il quotidiano internazionale del Partito comunista cinese, che ha definito “traballanti” le accuse di Donald Trump sul traffico di petrolio cinese in Corea del Nord. “La Cina è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e ha votato a sostegno delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord”, ricorda l’editoriale del Global Times, che prosegue: “dalle foto non si può concludere che la Cina stia fornendo petrolio alla Corea del Nord ignorando le risoluzioni. È universalmente noto che la proprietà di una nave non può essere determinata dal logo e dalle bandiere su di essa. È affrettato affermare che la nave sia collegata alla Cina solo in base al suo aspetto. Inoltre, se si trattasse effettivamente di contrabbando, è molto probabile che la nave usasse vessilli falsi”. Ed in effetti, se un governo fosse realmente coinvolto in una violazione palese delle sanzioni internazionali, difficilmente userebbe una flotta battente bandiera del proprio Stato. Lo potrebbe fare un armatore privato, ma si fatica a ritenere credibile l’azione così ingenua da parte di un governo che avrebbe tutto da perdere dalla scoperta di un possibile contrabbando di petrolio. E perderebbe non solo dal punto di vista d’immagine internazionale, ma anche dal punto di vista del rapporto con i partner asiatici come Corea del Sud e Giappone.
Proprio sul fronte dei rapporti bilaterali fra Cina e Corea del Sud, nei giorni scorsi Seul ha rivelato di aver sequestrato a novembre la petroliera “Lighthouse Winmore”, battente bandiera di Hong Kong, sospettata di aver trasbordato 600 tonnellate di petrolio a un battello nordcoreano il 19 ottobre scorso.
Secondo quanto riportato dalle fonti del governo sudcoreano, la petroliera è entrata nel porto di Yeosu, costa sudorientale della Corea del Sud, l’11 ottobre per imbarcare un carico di prodotti petrolchimici, per poi ripartire quattro giorni dopo. Una volta entrata in acque internazionali nel Mar Giallo, il 19 ottobre, si sarebbe incontrata con la nave nordcoreana “Ryesonggang 1”, come testimoniano le immagini satellitari.

Saldi, si parte. Un italiano su due è pronto a prendere d'assalto i negozi

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Il 2018 parte con gli sconti di fine stagione. Tra domani e sabato scattano in tutta Italia i saldi invernali, appuntamento particolarmente atteso dai consumatori, ma anche dalle imprese, che sperano di rifarsi dopo l'ennesimo anno difficile. Apre la Basilicata, segue la Valle d'Aosta e poi venerdì gran parte delle regioni avviano le vendite scontate.
Quasi un consumatore su due è già pronto a partecipare ai saldi, che quest'anno partono da subito con riduzioni dei prezzi più alte della media.
A tracciare il profilo dei prossimi saldi è la Confesercenti, che in un'indagine con Swg, stima una partecipazione particolarmente elevata di negozianti e consumatori. Gli sconti saranno applicati da circa 280 mila attività commerciali (ovvero uno su tre degli oltre 800 mila negozi italiani), inclusa praticamente la totalità dei negozi di moda e di tessili.
Inoltre, circa un italiano su due (il 47%) approfitterà dell'occasione per fare almeno un acquisto; un altro 41% valuterà le occasioni di risparmio prima di decidere se acquistare o meno.
L'aumento di interesse dei consumatori viene confermato anche dalle intenzioni di spesa: chi ha già deciso di acquistare prevede in media un budget di 150 euro a persona, e l'86% si dice pronto a spendere come o più dello scorso anno. Quest'anno, inoltre, sarà particolarmente alto lo sconto medio di partenza: il 56% dei negozi partirà con il 30%, mentre il resto praticherà riduzioni iniziali comprese tra il 40 ed il 50%. "Un'occasione di risparmio per i consumatori, ma anche di vendita per le imprese, che cercano l'inversione di tendenza dopo l'ennesimo anno fiacco", spiega il presidente di Fismo Confesercenti Roberto Manzoni, ricordando che "anche le vendite di Natale, seppure positive, sono state sotto le attese" e che "nel 2017 sono spariti altri 2.400 negozi di moda, più di 6 al giorno".
Questi saldi saranno invece un "ennesimo flop" per il Codacons, secondo il quale solo il 40% degli italiani conta di approfittarne per fare qualche acquisto e che il budget dedicato agli affari di fine stagione si ridurrà ad una media di 168 euro a famiglia (-7% rispetto allo scorso anno).

Scatta il mini-aumento per le pensioni: dopo 2 anni di blocco torna la rivalutazione degli assegni

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Per i pensionati arriva un piccolo aumento e per chi vuole smettere di lavorare diventano pienamente operativi sia l'anticipo pensionistico volontario, che dovrebbe scattare a gennaio, sia quello 'social' con i costi a carico dello Stato. Quest'ultimo si allarga a più categorie: anche a disoccupati e a chi assiste familiari invalidi o disabili. C'è poi un anticipo ad hoc, al massimo di 2 anni, per le mamme lavoratrici. Sono queste, in campo previdenziale, le principali novità che scattano con il nuovo anno.
SUBITO LA RIVALUTAZIONE: Con la rata di pagamento del 3 gennaio torna l'indicizzazione dei trattamenti, dopo due anni di blocco. Gli assegni saranno rivalutati in base all'inflazione del 2017 che è per ora provvisoriamente stimata pari all'1,1 per cento.
APE SOCIAL SI ALLARGA: Si allarga la platea di chi può accedere all'anticipo pensionistico - Ape social - a carico dello Stato. Una prima tranche di lavoratori ha già potuto accedere a questo strumento e ha appena ricevuto questa indennità. Ma ora si ampliano i confini di utilizzo. A beneficiarne possono essere 15 categorie di lavoratori (prima erano 11) che hanno svolto attività considerate gravose ma anche per coloro che hanno 63 anni e sono disoccupati, oppure invalidi, oppure impegnati nella cura di parenti disabili.
MAMME, L'APE SOCIAL GUARDA AI FIGLI: Per le mamme lavoratrici la possibilità di accedere all'anticipo pensionistico a carico dello Stato viene "pesato" in base ai figli. È previsto uno 'sconto' sull'età per andare in pensione pari ad un anno per ogni figlio, con un tetto complessivo di 2 anni.
APE VOLONTARIA IN RITARDO, MA ARRIVA: Doveva partire a maggio ma, con i ritardi accumulati, dovrebbe partire a gennaio l'ape volontaria, dopo la firma delle convenzioni con banche e assicurazioni. L'Ape volontaria è la possibilità di anticipare l'andata in pensione attraverso una sorta di prestito da restituire. Il meccanismo, che vale per tutti i lavoratori, funziona così: si può andare in pensione dai 63 anni ottenendo un reddito che poi va restituito in 20 anni a valere sulla futura pensione.
EQUIPARAZIONE UOMO-DONNA: si conclude nel 2018 il percorso iniziato sei anni fa che ha portato ad un allineamento dell'età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne che si attesta ora a 66 anni e 7 mesi per poi salire a 67 anni nel 2019. Il balzo è di un anno per le dipendenti del settore privato - che fino al 2017 potevano uscire a 65 anni e 7 mesi - mentre è di sei mesi per le lavoratrici autonome, che potevano uscire a 66 anni e 1 mese.

Quegli ex ufficiali della Cia alla corte degli Emirati Arabi

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Di Roberto Vivaldelli
Gli Emirati Arabi si affidano ad ex agenti della Cia per creare la loro agenzia d’intelligence su modello occidentale e addestrare il personale. Gli ex funzionari del governo degli Stati Uniti e dell’intelligence americana sono particolarmente attratti, come rivela Foreign Policy, dalla possibilità di intraprendere carriere redditizie nel Golfo Persico. I corsi avvengono principalmente in un edificio non lontano dal porto nord-orientale di Zayed ad Abu Dhabi, in una lussuosa villa con piscina, e in un altro luogo situato a circa 30 minuti dal centro della capitale chiamato “The Academy”, che ricorda la “Farm” della Cia a Camp Peary, un centro di addestramento situato nel sud-est della Virginia. “I soldi erano tanti”, ha confermato uno degli ex funzionari coinvolti. “Prendevo circa 1000 dollari al giorno e potevo vivere in una villa o in un hotel a cinque stelle ad Abu Dhabi”.

Gli uomini della Cia alla corte del principe

Chi sta aiutando gli Emirati Arabi in quest’attività? Secondo la rivelazione di Foreign Policy la figura chiave dietro questa crescente attività di addestramento dell’intelligence è Larry Sanchez, un ex ufficiale dei servizi segreti Usa, esperto di terrorismo. È conosciuto per aver dato il via a una collaborazione tra la Cia e il Dipartimento di polizia di New York per contrastare la radicalizzazione, arrestando numerosi potenziali terroristi nelle moschee, centri di aggregazione e in altri luoghi nella grande mela. Veterano di lunga data di servizi clandestini e missioni segrete della Cia, Sanchez ha lavorato per sei anni alla corte del principe ereditario di Abu Dhabi per costruire un’agenzia di intelligence praticamente da zero. E non è l’unico ex militare Usa coinvolto. 
Come racconta il New York TimesErik Prince, venduta la Blackwater nel 2010, ha fondato un’altra agenzia, la Frontier Services Group, e si è trasferito negli Emirati come consulente per la sicurezza, creando inoltre un battaglione di soldati stranieri al servizio del principe ereditario. Come lui anche Richard Clarke, già a capo dell’antiterrorismo alla Casa Bianca e ora consulente di lunga data del principe in qualità di amministratore delegato della Good Harbor Security Risk Management.

Chi è Larry Sanchez

Nel corso della sua carriera alla Cia, Sanchez ha lavorato come agente sotto copertura in altre agenzie e organizzazioni. Nel 2002, poco dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, George Tenet, allora direttore dell’intelligence centrale, mandò Sanchez a lavorare a New York con David Cohen, il vice commissario dell’intelligence presso la polizia di New York. Nella grande mela Sanchez fornì alle forze dell’ordine informazioni sui contatti di al Qaeda in città. Il Nypd, a sua volta, inviò gli ufficiali a infiltrarsi nelle moschee e nelle comunità musulmane, così come in ogni altro posto indicato dagli informatori. L’obiettivo era quello di prevenire un altro 11 settembre.
In quel periodo, il Dipartimento di New York aveva una relazione insolita con gli Emirati, i quali donarono alla polizia newyorkese un milione di dollari per consentire al Dipartimento di “mettere in campo detective in tutto il mondo per lavorare con le forze dell’ordine locali e contrastare il terrorismo”. Proprio in quegli anni Sanchez diventò amico di alti funzionari arabi, come Sheikh Khalifa bin Zayed Al Nahyan, il governatore di Abu Dhabi.
Secondo un’indagine della interna Cia del 2011, benché non siano state riscontrate particolari violazioni della legge, questo rapporto controverso tra la principale agenzia di spionaggio della nazionale e un dipartimento di polizia locale stava erodendo la fiducia pubblica. E ora negli Usa ci si interroga se sia opportuno che ex agenti dell’intelligence facciano formazione in un paese straniero: in gioco ci sono informazioni riservate e soprattutto l’interesse nazionale degli Stati Uniti. 

AUGURI DI BUON 2018 !

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Informazione Consapevole vi augura un felice e sereno nuovo anno.
Che il 2018 sia un anno migliore e pieno di successi rispetto a quello appena passato.

Con affetto, Salvatore Santoru
http://www.informazioneconsapevole.com/

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