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Chi era Bettino Craxi


Di Mario Macchioni

Nel 1976 il Partito Socialista Italiano se la passava piuttosto male. A giugno c’erano state le elezioni politiche, in cui aveva preso poco meno del 10 per cento, un risultato sotto le aspettative, e la guida del vecchio segretario Francesco De Martino era stata messa in discussione dai militanti e dai quadri intermedi. Secondo molti era ora di cambiare, e si decise quindi di convocare il Comitato centrale (l’organo collegiale del PSI) per il 15 luglio all’hotel Midas di Roma, sulla via Aurelia. Bisognava cercare una soluzione di transizione fuori dalla corrente maggioritaria di De Martino, ma era complicato: oltre ai demartiniani c’erano infatti i lombardiani, i manciniani e gli “autonomisti” del leader storico Pietro Nenni, tutte correnti con lo stesso peso all’interno del partito.
Poco prima dell’elezione uno dei capi-corrente, Giacomo Mancini, chiamò il demartiniano Giovanni Mosca e gli chiese di sondare le possibilità di Bettino Craxi, un giovane della corrente di Nenni, vicesegretario del partito proprio insieme a Mosca. Craxi non era conosciuto a livello nazionale e Mancini pensava fosse perfetto per traghettare brevemente la segreteria. Anche Mosca la pensava così, e infatti gli rispose: «Craxi conta un cazzo, perciò può mettere d’accordo tutti». Gli altri leader socialisti, convinti di poterlo rimuovere in pochi mesi, lo votarono e Craxi fu eletto segretario. Non andò proprio secondo le previsioni. Craxi avrebbe mantenuto il ruolo per i sedici anni successivi, arrivando nel frattempo a guidare uno dei governi più lunghi della storia repubblicana prima degli scandali giudiziari, della fuga dall’Italia e della morte il 19 gennaio di vent’anni fa.

Prima di diventare segretario

Benedetto Craxi nacque a Milano nel 1934, in pieno fascismo. La sua famiglia era ostile al regime — suo padre Vittorio si sarebbe poi candidato al Parlamento con il PSI — e all’inizio della guerra fu mandato in un collegio religioso in provincia di Como, sia per tenerlo lontano dal pericolo che per contenere il suo carattere turbolento: in almeno due occasioni, infatti, causò disordini insieme ad alcuni amici coetanei, una volta insultando un corteo di “balilla” (i giovani fascisti) e un’altra rompendo a sassate i vetri di una Casa del fascio, cioè la sede locale del partito fascista. Entrambi gli episodi causarono preoccupazioni in famiglia, perché avvennero prima della liberazione del 25 aprile 1945, in un periodo in cui gli strascichi di violenze portati dalla guerra erano ancora frequenti.
Dopo essersi diplomato al liceo Carducci di Milano, che si trova ancora oggi vicino a piazzale Loreto, Craxi decise di iscriversi a giurisprudenza per seguire la strada del padre, che aveva uno studio legale a Milano da cui passarono molti illustri personaggi dell’antifascismo, tra cui il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nello stesso periodo si iscrisse al PSI, senza farne parola con suo padre. La famiglia voleva che diventasse avvocato, ma dopo aver dato parecchi esami decise infine di lasciare gli studi per dedicarsi completamente alla vita di partito.
Negli anni Cinquanta Craxi cominciò a frequentare gli ambienti culturali milanesi e si accorse che i comunisti erano molto più influenti e presenti, soprattutto grazie al contributo di Rossana Rossanda, che sarebbe poi diventata responsabile culturale del PCI e fondatrice del quotidiano Il Manifesto. Nel frattempo Craxi cominciò a collaborare con vari giornali dell’area socialista, tra cui l’Avanti!, e rimase colpito dall’organizzazione del partito messa in moto da Rodolfo Morandi, segretario del PSI a fine anni Quaranta. Grazie a lui il partito si espanse e diventò un vero partito di massa: aprirono diverse sezioni locali, soprattutto al Sud, e gli iscritti diventarono più di 700mila.
Come ha sottolineato lo storico Luigi Musella, autore di una delle più complete biografie su Craxi, l’insegnamento di Morandi rimase impresso nel giovane Craxi: l’idea secondo cui fosse necessario costruire un’identità politica autonoma, che si differenziasse dagli altri partiti e in particolare da quello comunista, sarebbe stata poi in effetti un tratto distintivo dell’azione di Craxi segretario.
Per tutti gli anni Sessanta Craxi ricoprì una serie di ruoli a livello locale, da assessore al comune di Milano a segretario provinciale del partito, poi nel 1968 fu eletto deputato, ma mantenne sempre uno stretto contatto con i compagni di partito milanesi, tra cui il cognato e futuro sindaco Paolo Pillitteri, formandosi una rete di collaboratori fidati prima a livello locale e poi nazionale, che negli anni Ottanta sarebbe stata definita da Eugenio Scalfari «la banda». Nel 1970 divenne vicesegretario del partito con il compito di curare i rapporti internazionali, cosa che gli permise di aumentare le sue conoscenze anche all’estero. Nonostante questo, al momento dell’elezione al Midas del 1976, Craxi era poco conosciuto e sottovalutato: sull’Unità Mario Melloni – più noto con lo pseudonimo di Fortebraccio – lo definì “Nihil, il signor nessuno”, e anche sugli altri giornali dell’epoca se ne parlò come di un personaggio di rango minore.
La distanza dal PCI
Da segretario di partito, Craxi dovette affrontare almeno due grandi problemi, collegati fra loro: la perdita di rilevanza del PSI e la sua scarsa performance elettorale. La causa di questi due problemi era chiara ed evidente a tutti, e fu sintetizzata molto bene dal filosofo Norberto Bobbio durante un convegno: «Nel nostro paese un forte partito socialista c’è; ma non è il partito socialista». Il riferimento era evidentemente al Partito Comunista Italiano, il cui consenso era costantemente in crescita, al punto che si temeva che fosse sul punto di sorpassare la Democrazia Cristiana, mandando all’aria il precario equilibrio su cui si era retta la repubblica nei trent’anni precedenti.
Craxi era socialista ma anti-comunista, e per questo era visto con favore anche dagli americani: era espressione di una sinistra di tipo europeo e lontana da Mosca, e provò a mettere in discussione l’egemonia del PCI nella sinistra italiana attraverso una serie di iniziative, tutte volte a ribadire l’autonomia socialista: innanzitutto si oppose con forza al cosiddetto “compromesso storico”, che stava avvicinando democristiani e comunisti e rischiava di estromettere i socialisti, e usò come base d’appoggio intellettuale la “strategia dell’alternativa”, cioè l’idea secondo cui la sinistra doveva alternarsi alla DC in una sorta di bipolarismo, e non farci un’alleanza; poi teorizzò il superamento del marxismo, in particolare attraverso un famoso saggio scritto sull’Espresso nel 1978 in cui, tra gli altri, veniva citato il filosofo francese Pierre Joseph Proudhon, che definiva il comunismo «una “assurdità antidiluviana”». Infine, l’attacco definitivo al PCI avvenne tramite il riavvicinamento con la DC a partire dal 1979.
Craxi si distanziò dal PCI persino durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, nel 1978: fu l’unico a sostenere pubblicamente la necessità di aprire una trattativa con le Brigate Rosse, cosa che effettivamente provò a fare in segreto (si è poi ipotizzato che il suo contatto tra i brigatisti fosse un vecchio professore ex compagno di partito, Corrado Simioni).

Craxi presidente del Consiglio

L’attivismo e la capacità di Craxi di sparigliare le carte in una politica ingessata e immobile – la Democrazia Cristiana governava dalla fine della guerra, il Partito Comunista non potevaandare al governo – diede al Partito Socialista un ruolo centrale nonostante le sue dimensioni ridotte, e questo permise a Craxi, dopo il successo elettorale del 1983, di ottenere la presidenza del Consiglio alleandosi con la Democrazia Cristiana, diventando il primo socialista ad avere questo incarico. La coalizione che sosteneva il governo era formata dai cinque partiti maggiori esclusi i comunisti, e rimase poi famosa con il nome di “Pentapartito”.
Craxi interpretò la presidenza del Consiglio con un piglio nuovo e diverso rispetto al passato: durante il suo governo il numero di decreti aumentò considerevolmente, suscitando peraltro grandi polemiche. Se oggi è frequente che buona parte delle leggi provengano da proposte del governo, e che poi vengano trasformate in legge dal Parlamento, in quegli anni fu una novità. Craxi cercò anche di riformare le istituzioni, fallendo, e chiese più volte di modificare le regole sul voto segreto per mettere al riparo la sua maggioranza dai cosiddetti “franchi tiratori” (modifica che arrivò soltanto nel 1988, quando Craxi non era più al governo). Il suo fu, per certi versi, un modello accentratore e “presidenziale” che anticipò molto la tendenza dei decenni successivi, sia da parte del centrodestra che del centrosinistra.
In politica estera Craxi confermò l’appartenenza al blocco occidentale e proseguì il tradizionale europeismo che aveva caratterizzato l’Italia fino a quel momento. Questa tendenza si era già palesata nel 1979 con la questione dei missili Cruise, che gli Stati Uniti volevano installare in Europa per rispondere a un ammodernamento dell’arsenale sovietico: la Germania ne aveva già fatti installare alcuni, mentre inglesi e francesi, forti della loro dotazione nucleare, non erano alternative percorribili. Lo stallo fu risolto dall’assenso di Craxi e del suo partito, su richiesta del democristiano Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio.
L’evento che però influenzò di più il giudizio sulla politica estera di Craxi, e uno dei più citati soprattutto dai suoi apologeti, è la crisi di Sigonella. L’episodio avvenne il 10 ottobre 1985, a seguito del dirottamento di una nave da crociera italiana, la “Achille Lauro”, da parte di quattro militanti radicali palestinesi. Nel dirottamento fu ucciso e gettato in mare un turista americano disabile, e per questo motivo il presidente Ronald Reagan decise di intervenire nonostante nel frattempo il governo italiano fosse riuscito a mediare con i dirottatori grazie all’intervento del leader palestinese Arafat. Mentre i quattro venivano trasportati su un Boeing egiziano, due aerei militari americani, modello C-141, si affiancarono al Boeing. Reagan a quel punto chiamò Craxi e gli chiese il permesso di atterrare all’aeroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Subito dopo l’atterraggio un gruppo di Carabinieri circondò il Boeing, mentre dai C-141 scese un gruppo di soldati della Delta Force, una forza speciale dell’esercito americano, che circondò a sua volta i Carabinieri: i due schieramenti erano uno di fronte all’altro, in cerchio e armati.
Dopo un breve scambio tra i rispettivi vertici militari nessuno cedette, e allora Reagan telefonò di nuovo a Craxi annunciando di voler chiedere l’estradizione per i responsabili della morte del turista americano. Craxi rifiutò, spiegando che i reati erano stati commessi in acque internazionali e su una nave italiana, e perciò «dovevano essere configurati come atti criminosi perpetrati in territorio italiano».
«Non volarono parole grosse, semmai parole ferme», avrebbe commentato tempo dopo Craxi in un’intervista al programma Mixer di Giovanni Minoli. Alla fine furono gli Stati Uniti a cedere: sia i quattro dirottatori che i due mediatori furono trasferiti a Roma, e la crisi rientrò.
La politica economica dei governi Craxi non ha aneddoti altrettanto memorabili, ma conseguì comunque qualche successo. Uno di questi fu la lotta all’inflazione, uno dei problemi maggiori dell’economia italiana di quegli anni. Si riuscì a ottenere buoni risultati in parte grazie al decreto che tagliava la cosiddetta “scala mobile”, con cui si disinnescò la spirale dell’inflazione: la “scala mobile” era un sistema per cui gli stipendi erano indicizzati automaticamente all’aumento dei prezzi, cioè all’inflazione; in sostanza, quando i prezzi aumentavano, aumentavano anche i salari (il che portava però a un nuovo aumento dei prezzi, lasciando invariato il potere d’acquisto).
Questa riforma di Craxi, benché concordata con i sindacati, fu criticata duramente dal PCI e causò un’intensa polemica. Poco dopo l’introduzione del decreto, al congresso socialista di Verona nel 1984, avvenne il famoso episodio dei fischi a Berlinguer: il segretario comunista era ospite con una delegazione del suo partito, e al suo ingresso fu accolto con fischi e grida dai partecipanti. Craxi commentò il comportamento della platea prima dispiacendosi della mancanza di ospitalità (in un modo che oggi suonerebbe alieno alla nostra politica), ma poi attribuendogli un significato politico: «So bene che non ci si indirizzava a una persona, ma a una politica. […] E se i fischi erano un segnale politico, che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare», disse, causando un boato di approvazione.
Lo scontro sul taglio della “scala mobile” si risolse perché il PCI fece campagna per un referendum abrogativo, che però non passò: il decreto del governo rimase in vigore. Su altri fronti, come deficit e debito pubblico, il governo Craxi e in generale i governi degli anni Ottanta non ottennero altrettanti successi: tra il 1980 e il 1990 il rapporto debito/PIL passò dal 55 per cento al 95 per cento, mentre il deficit rimase quasi sempre al di sopra del 10 per cento del PIL (per avere una misura pensiamo alla famosa “regola del 3 per cento”, cioè la quota massima di deficit introdotta dal trattato di Maastricht nel 1992).

La fine

Dopo la caduta del suo secondo governo, nel 1987, Craxi non avrebbe più ricoperto incarichi istituzionali e si concentrò soprattutto a mantenere le posizioni di potere che il PSI si era guadagnato. Del resto, i suoi avversari erano molti: innanzitutto il segretario della DC Ciriaco De Mita, espressione della sinistra democristiana e da sempre ostile verso i socialisti, e poi una parte della stampa, in particolare La Repubblica di Eugenio Scalfari, sempre molto critico nei confronti della gestione del potere di Craxi e dei suoi. Per arginare De Mita, Craxi adottò una tattica piuttosto efficace: si alleò con i suoi avversari interni, in particolare con Andreotti e Forlani, formando intorno al 1989 quello che fu definito dai giornali “il patto del CAF” (dalle loro iniziali).
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Xenobot, il robot fatto di cellule


Di Anna Romano

Dal computer (anzi, supercomputer) alle cellule viventi: il lavoro pubblicato questa settimana su PNAS descrive la creazione di un nuovo sistema di vita, un robot nato dal riassembramento di alcune cellule staminali di X. laevis e basato sui modelli proposti da un supercomputer. Questi nuovi robot, chiamati xenobot, sono quindi cellule epiteliali e cardiache artficialmente "montate" dai ricercatori per poter svolgere alcune azioni, come muoversi o spostare piccoli oggetti. Oltre a fornire un'importante possibilità di studio sulla base di forma e funzione degli organismi viventi, è possibile pensare per gli xenobot una vasta gamma di applicazioni.
Nll'immagine: la manipolazione dei ricercatori sulle cellule. Crediti: Douglas Blackiston, Tufts University
«Non sono robot tradizionali e neppure una specie nota di animali. Sono una nuova classe di artefatti: organismi viventi e programmabili». Così Joshua Bongard, informatico ed esperto di robotica dell'Università del Vermont, descrive quanto lui e i suoi colleghi hanno realizzato: sono gli xenobot, cellule staminali provenienti da embrioni di Xenopus laevis e assemblate, su istruzioni di un supercomputer, in una forma di vita completamente nuova. Il loro lavoro è stato pubblicato questa settimana sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Dall'in silico all'in vitro

Non è facile imporre a un sistema vivente di attuare un comportamento dettato dall'esterno: è per questa ragione che la maggior parte delle tecnologie attuali sono fatte di materiali sintetici. Eppure, scrivono gli autori del nuovo studio, se i sistemi viventi potessero essere rapidamente progettati e impiegati per svolgere determinate funzioni, la loro innata resistenza potrebbe consentire loro di superare rapidamente le potenzialità delle nostre tecnologie più promettenti. Da qui, gli xenobot.
I ricercatori hanno fatto girare sul supercomputer DeepGreen un algoritmo per la creazione di una diversa forma di vita con determinate caratteristiche, come la capacità di spostarsi in una direzione. Durante i mesi di processamento, il Deep Green ha simulato l'aggregazione e il riaggregazione di qualche centinaio di cellule, basandosi su alcuni semplici principi biofisici forniti dagli scienziati e riguardanti le proprietà delle cellule epiteliali e cardiache. Alla fine, sono state selezionate le opzioni migliori, impiegate per i test sulle cellule reali. Queste ultime sono staminali prelevate da embrioni della rana africana Xenopus laevis, un organismo modello ampiamente impiegato in ricerca (dalla specie deriva anche il nome dei nuovi robot).
Dopo aver separato e lasciato incubare le singole cellule, i ricercatori le hanno tagliate e "rimontate" secondo le istruzioni fornite dal supercomputer, ossia cercando di attuare gli obiettivi previsti. Un micro-lavoro (immaginate la dimensione degli strumenti necessari per lavorare sulle singole cellule) che ha portato a un macro-risultato: le cellule hanno effettivamente iniziato a lavorare insieme, muovendosi in modo coerente per esplorare l'ambiente circostante grazie alle contrazioni delle cellule cardiache. Le cellule hanno mostrato proprietà di auto-organizzazione e perfino la capacità di manipolazione, spostando piccolissime palline. Inoltre, «Abbiamo tagliato il robot quasi a metà e lui si è rimesso insieme e ha ripreso a funzionare», racconta Bongard.

Ricerca di base e applicazioni degli xenobot

Da una parte, gli xenobot possono insegnare molto sui sistemi viventi. «La grande questione, in biologia, è capire quali algoritmi determinano forma e funzione degli organismi», spiega il co-autore Michael Levin. «Abbiamo mostrato che cellule di rana possono essere usate per creare forme di vita completamente diverse da quelle iscritte nel loro programma di default». E questo potrebbe fornire informazioni più approfondite su come sono organizzati gli organismi, e su come immagazzinano e processano le informazioni. Dall'altra parte, gli xenobot potrebbero avere importanti applicazioni in diversi campi. Ad esempio, la loro capacità di manipolare o trasportare piccoli oggetti potrebbe essere la base per pensarli, per esempio, impiegati nel drug delivery intelligente. «Possiamo immaginare per questi robot molte applicazioni che per altre macchine sono impossibili, come cercare inquinanti o contaminanti radioattivi, raccogliere le microplastiche negli oceani, viaggiare nelle arterie per ripulirle dalle placche ateriosclerotiche», aggiunge Levin.
A tutto ciò, sottolineano i ricercatori, si aggiunge il fatto che gli xenobot sono biodegradabili, essendo interamente composti da cellule. «Quando dopo sette giorni hanno terminato il loro lavoro, sono semplicemente cellule morte», commenta Bongard. E le loro capacità rigenerative le rendono particolarmente interessanti: nessuno smartphone si ripara da solo se proviamo a tagliarlo in due.
Nell'immagine: la manipolazione dei ricercatori sulle cellule. Crediti: Douglas Blackiston, Tufts University

Andrea Vianello e il ritorno in Tv dopo l’ictus di un anno fa: “Incredibilmente emozionante”


Di Andrea Parrella

Era il febbraio del 2019 quando Andrea Vianello annunciava pubblicamente, in modo compito e telegrafico, la fine anticipata dell'esperienza di Rabona, programma televisivo di Rai3 dedicato al calcio con il quale era tornato a fare il conduttore dopo l'esperienza da direttore di Rai3. "Come durante una stagione può capitare a un calciatore, mi trovo alle prese con un infortunio. Torneremo presto in forma, con Rabona e con il resto. Grazie a tutti, non perdiamoci di vista". Così aveva scritto il conduttore, senza accenno alcuno all'ictus che gli ha tolto la parola per diversi mesi e da cui oggi sembra aver recuperato pienamente.

Un'esperienza, quella del recupero, che torna a raccontare attraverso un libro, "Ogni parola che sapevo" nel quale ha raccontato tutto quello che ha vissuto nell'anno di lontananza dalla televisione. La presentazione del libro è stata l'occasione per il suo emozionante ritorno in Tv a distanza di un anno dall'accaduto, ospite di "Le Parole", programma condotto da Massimo Gramellini su Rai3: "è la prima volta che torno in uno studio – ha detto in diretta Tv – e neanche la vera prima volta ero così emozionato".

Non pensavo potesse succedere, devo dire non era neanche così importante, perché quando mi sono svegliato e non riuscivo a parlare non è stata la prima cosa a cui ho pensato. L'ictus è stato devastante, una bomba. Ho imparato di nuovo a parlare e non riuscendoci avevo difficoltà anche a scrivere, quindi questo libro è diventato per me un esercizio. Io sono stato fortunato perché non ho avuto dei problemi fisici, le persone hanno vergogna di farsi vedere e anche io, nonostante non avessi dei danni evidenti, sul volto, dentro io mi sentivo così. Ancora adesso ho qualche difficoltà, ma sono qui per dire che si può fare, si può recuperare.

Un'esperienza, quella del ritorno sul piccolo schermo, dove ha condotto programmi come Enigma, Mi manda Raitre e, per diverse stagioni, la striscia di informazione mattutina Agorà, che Andrea Vianello ha poi commentato via Twitter, con un dettaglio riferito proprio al giorno del malore:

Tornare in tv è stato incredibilmente emozionante. Grazie a tutti i messaggi, davvero, in particolare quello via Messenger di Lucia, l'infermiera del 118 che mi ha soccorso a casa quel 2 febbraio. Grazie, Lucia

FONTE: https://tv.fanpage.it/andrea-vianello-e-il-ritorno-in-tv-dopo-lictus-di-un-anno-fa-incredibilmente-emozionante/

Libia: dal ricatto petrolifero a quello terroristico


Di Alberto Negri

Chi non vorrebbe la pace in Libia, l’obiettivo per cui si riunisce oggi la Conferenza di Berlino? I protagonisti libici, Sarraj e Haftar, hanno continuato fino all’ultimo a giocare sulla loro presenza all’appuntamento come Nanni Moretti in Ecce Bombo: mi si nota di più se vado o se non vado? Nel dubbio le due parti hanno dato via libera ai ricatti per far capire che possono procurare guai a tutti.

Facendo intuire che forse sarebbe il caso per il futuro della Libia trovare altri personaggi, cosa per la verità più facile a dirsi che a farsi. Ma pensare che con questa coppia si possa riunificare l’ex colonia italiana divisa tra Tripolitania e Cirenaica, oltre che tra mille fazioni, appare irrealistico.

Così il generale Khalifa Haftar, cittadino americano, ex generale di Gheddafi sconfitto in Chad, sostenuto da Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche beniamino dei francesi, si è giocato la carta del petrolio, una di quelle più sensibili nel poligono libico. Trincerandosi dietro a un’azione delle milizie popolari, ha quindi fatto chiudere i terminali per l’esportazione del greggio alla Sirte.

Mossa fondamentale perché da lì vengono gli unici proventi dell’economia libica incassati dalla Banca centrale che li distribuisce sia alle fazioni della Tripolitania che a quelle della Cirenaica.

Haftar, per l’embargo, non può esportare il «suo» petrolio. Assai irritante per il generalone che deve fare pure «campagna acquisti» tra le fazioni.
Il suo resta un avvertimento pesante: nell’assedio di Tripoli tiene per il manico il coltello che taglia alcune fette consistenti della torta petrolifera. Certo non può mettere ancora le mani sui pozzi dell’Ovest e sul terminale del gas Eni di Mellitah, che insieme all’eventuale cattura dell’aereoporto della capitale, lo porterebbero a controllare la Libia.


Fallita quella in Siria, dove grazie al ritiro di Trump ha fatto massacrare i curdi nostri alleati contro l’Isis, ma è stato fermato dalla Russia e da Assad, adesso ci riprova in Libia che l’impero ottomano perse nel 1911 con l’occupazione italiana insieme al Dodecaneso.

Non solo: ha fatto firmare a Sarraj una carta per lo sfruttamento del gas nella «zona esclusiva» di Cipro greca dove si prepara ad assegnare le «sue» concessioni. E qui fa arrabbiare Italia, Francia e Usa ma anche Israele – che ha inviato i suoi droni a Nicosia – e persino l’Egitto interessato alla costruzione del gasdotto East-Med, concorrente del Turkish Stream appena inaugurato da Mosca e Ankara.

Si spiega così il suo a appello a favore di Sarraj la cui caduta porterebbe secondo Erdogan a una ripesa del terrorismo. In realtà il terrorista è lui che usa i mercenari jihadisti impiegati in Siria, oltre ai suoi soldati, per difendere Tripoli. Erdogan, che ricatta l’Europa con i profughi siriani e ha acquistato armi dalla Russia, sbarrando di fatto la base di Incirlik agli americani, gioca tra le contraddizioni occidentali e del mondo arabo.

Putin lo può contrastare ma Erdogan gli serve per gli affari nel gas e la penetrazione nel Mediterraneo. È un suo avversario ma anche un alleato perché giustifica il ruolo di Mosca in tutta la regione. Trump, nella visita a Washington del leader turco, si è dichiarato pubblicamente un «tifoso» di Erdogan. Perché come lui se ne frega degli accordi e della legalità internazionale e tratta gli europei a pesci in faccia.

L’Italia, dopo il lungo sonno dell’ex ministro Moavero e la propaganda anti-migranti di Salvini, si accorge in questa fase di obbligato attivismo diplomatico del nuovo governo di non avere nessuna arma negoziale, né con Sarraj, né con Haftar, perché i loro rispettivi alleati sono avversari o partner a seconda delle situazioni. Se sostieni uno irriti l’altro. A Trump, per esempio, piace Haftar, aiutato da Paesi arabi che sono anche i maggiori clienti di armi degli
Usa. Vediamo se a Berlino ci beviamo ancora la favoletta americana della «cabina di regia» in Libia. Di Maio una particina in Ecce Bombo, ai tempi, non gliela toglieva nessuno.

Ma deve dimostrare agli alleati che è in grado di avere risorse economiche, visto che è indebitato con i russi – che gli hanno stampato carta moneta in dinari e fornito mercenari – e con gli egiziani che puntano alla Libia come a una cassaforte energetica e a un bacino dove scaricare qualche milione di disoccupati.

Ma prima il generale Al Sisi deve «ripulirla», in accordo con Arabia Saudita ed Emirati, dai Fratelli Musulmani e dai gruppi islamici ostili, i veri nemici di questo blocco arabo, una sorta di Nato «minore» che ha ormai sostituito quella vera che aveva bombardato Gheddafi nel 2011 provocando con Francia, Gran Bretagna e Usa un disastro di cui l’Italia si è poi fatta complice partecipando ai raid contro il suo maggiore alleato nel mediterraneo.

Il «campione» tripolino Sarraj ha invece trovato la sponda del suo principale sponsor: Erdogan, il quale ha spazio per un’altra avventura neo-ottomana.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://ilmanifesto.it/quando-il-barile-raschia-la-pace/

VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articoli/libia-dal-ricatto-petrolifero-a-quello-terroristico

E SU https://www.alganews.it/2020/01/19/libia-dal-ricatto-petrolifero-a-quello-terroristico/

Il ruolo strategico del Qatar nella crisi libica


Di Salvatore Santoru

L’attuale conflitto libico si inserisce in un contesto geopolitico che vede contrapposti gli interessi di alcune grandi potenze internazionali e, allo stesso tempo, di diverse potenze regionali particolarmente attive nello scacchiere nordafricano e medio-orientale.
Tra di esse bisogna indubbiamente menzionare la Turchia guidata dall’AKP di Erdogan, artefice di una politica estera imperniata su una strategia di chiara matrice ‘neo-ottomana’(1). Tale strategia ‘neo-imperiale’ risulta essere decisamente esplicita nell’ambito della guerra civile siriana e nella stessa crisi libica, scenari che vedono il governo turco impegnarsi anche nel sostegno e nel finanziamento di formazioni legate all’islamismo di tendenza sunnita(2).
Oltre la Turchia, altri attori geopolitici particolarmente influenti nello scenario libico risultano essere alcune delle principali monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita, gli Emirati e il Qatar guidato dall’emiro Tamir bin Hamad Al Thani. Proprio lo stesso Qatar risulta essere, al pari della Turchia, un importante alleato del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj.

Il ‘ruolo mediatore’ del Qatar e lo scontro tra Haftar e Erdogan 

Nelle ultime settimane la già precaria situazione libica è tornata a farsi incandescente e, stando ad alcuni opinionisti, si è avuto il rischio di una nuova guerra. Particolarmente influenti nel riacutizzarsi della crisi sono state la ‘radicalizzazione’ politica e comunicativa del generale Haftar e, al contempo, il decisionismo interventista di Ankara(3).
A tal riguardo, bisogna segnalare la proclamazione della jihad anti-turca lanciata dallo stesso generale(4), proclamazione che è stata seguita da un discorso altrettanto minaccioso di Erdogan. Più specificatamente, nell’ambito dello stesso discorso, il presidente turco ha voluto ricordare che la nazione nordafricana è di strategica importanza per la nazione euroasiatica e d’altronde “è stata una parte importante dell’impero Ottomano”(5).
Tuttavia, c’è da dire che negli ultimi giorni si è avuta una relativa ‘distensione’ diplomatica e militare nonostante le ‘reticenze’ di Haftar. Nell’ambito di tale “distensione” un ruolo di primaria importanza è stato svolto, insieme ad altre potenze mondiali e regionali, dalla Russia con la collaborazione dello stesso Qatar.
Entrando nei particolari, l’emiro al-Thani si è dimostrato favorevole nei riguardi della mediazione russo-turca e durante una telefonata con Vladimir Putin ha espresso il suo sostegno alla necessità di porre fine alle ostilità presenti nella nazione del Nordafrica(6).In tal modo, il Qatar ha ribadito il suo approccio ‘moderato’ nell’ambito del sostegno dato alle forze di al-Serraj, mentre il governo turco oscilla tra pulsioni “belliciste” e approcci più cauti e distensivi.

La relativa ‘distensione’ tra l’Arabia Saudita e l’emirato

Il conflitto libico risulta essere fondamentale nella ‘guerra fredda’ che interessa l’emirato guidato da Tamid al-Thani e la principale potenza del Golfo, ovvero sia l’Arabia Saudita.
La rottura tra i due paesi arabi risale al 2017 e, come ricordato da Ferdinando Calda sul sito dell’ISPI(7), in quello stesso anno venne imposto a Doha un embargo da parte dell’Arabia e di alcuni suoi importanti alleati locali come gli Emirati, il Bahrein e l’Egitto.

Importanti segnali di distensione, argomenta Calda, sono stati segnalati alla viglia del meeting annuale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, tenutosi nel dicembre del 2019 senza la partecipazione di Tamim Al Thani. Al posto dell’emiro era presente il primo ministro qatriota, Abdullah bin Nasser bin Khalifa al-Thani, e ciò fa capire che la tensione tra le due potenze rimane comunque decisamente alta.
Comunque sia, pur tra ovvie difficoltà, il processo di riavvicinamento tra le due monarchie arabe sembra essere sempre più vicino e ciò potrebbe portare a notevoli cambiamenti nello scacchiere mediorientale e nordafricano.
Questi mutamenti, riporta Mauro Indelicato su Inside Over(8),  potrebbero interessare anche le relazioni tra il Qatar e la Fratellanza Musulmana.

I Fratelli Musulmani, l’asse turco-qatariota e la polveriera libica

Nel già citato articolo di Inside Over, Indelicato riporta che l’avvicinamento tra sauditi e Qatar potrebbe portare all’abbandono, da parte di Doha, degli stessi Fratelli Musulmani.
In tal modo, i vertici della storica organizzazione islamista di origine egiziana, notoriamente sostenuti dall’emirato(9), potrebbero rafforzare i già ottimi rapporti con la Turchia e contribuire a rendere Ankara come il ‘centro geopolitico’ fondamentale dell’Islam politico mondiale.

Ciò porterebbe all’inasprirsi del “conflitto sotterraneo” che si sta svolgendo all’interno del mondo islamista di matrice sunnita, ‘conflitto’ che ha come principali attori i settori filo-turchi della Fratellanza e le principali monarchie del Golfo e che vede il Qatar in veste di relativo ‘paciere’.
Tuttavia, bisogna ricordare che proprio la Fratellanza ospita diverse correnti al suo interno e risulta divisa tra fazioni più moderate per così dire “unioniste” e frange minoritarie che strizzano l’occhio al radicalismo di matrice salafita.
Questo aspetto risulta di fondamentale importanza nel contesto libico, dove la Fratellanza gioca un ruolo tutt’altro che secondario e risulta legata all’asse turco-qatariota. D’altronde, la stessa rilevanza locale dell’organizzazione islamista internazionale è ritenuta sempre più strategica e, d’altro canto, sia gli Stati Uniti che l’Egitto ritengono prioritaria la lotta al radicamento in Libia del movimento fondato da Hasan al-Banna(10).
Comunque sia, c’è da dire che il graduale processo di riavvicinamento tra Qatar e Arabia Saudita e, al contempo, un eventuale mutamento delle relazioni dell’emirato con Turchia e Fratelli Musulmani potrebbe portare a delle ripercussioni anche in Libia.
NOTE:
(1) https://aawsat.com/english/home/article/2085451/salman-al-dossary/libya-turkey%E2%80%99s-neighbor
(2) http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-tripoli-presenti-anche-miliziani-islamisti-siriani-1811630.html
(3) https://www.agi.it/estero/erdogan_di_maio_libia-6749191/news/2019-12-17/
(4) https://ilmanifesto.it/haftar-chiama-alla-guerra-santa-contro-la-turchia/
(5) http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/01/14/erdogan-haftar-compie-pulizia-etnica_3aa27b16-d6d4-4eee-aa76-ceb0d2c5eca2.html
(6) https://www.agenzianova.com/a/0/2763068/2020-01-11/libia-cremlino-putin-discute-situazione-attuale-nel-paese-con-emiro-del-qatar-al-thani-2
(7) https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/larabia-saudita-apre-al-dialogo-con-il-qatar-24644
(8) https://it.insideover.com/politica/il-qatar-abbandona-i-fratelli-musulmani.html
(9) http://english.alarabiya.net/en/features/2019/08/07/Qatar-s-history-using-banks-to-aid-Brotherhood-terror-groups-in-other-countries.html
(10) https://www.ilmessaggero.it/mondo/libia_guerra_trump_america_haftar_ultime_notizie_oggi_16_gennaio_2020-4985870.html
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ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Il paradosso del cervello di Boltzmann


Il cervello di Boltzmann è un’ipotetica entità consapevole di sé, nata a causa di fluttuazioni casuali da uno stato di caos.

Boltzmann ha anche avanzato l’ipotesi che l’universo conosciuto fosse nato da una fluttuazione casuale, ovvero nello stesso modo in cui potrebbero sorgere i cervelli di Boltzmann ma con un elevata e più rara possibilità.




Il concetto sorge dal bisogno di chiarire il perché osserviamo un alto grado di organizzazione nell’universo
Il secondo principio della termodinamica dichiara che l’entropia totale in un universo chiuso non diminuisce mai. Possiamo pensare che lo stato più probabile dell’universo sia quello ad entropia alta, e dunque senza ordine. 
Allora perché l’entropia osservata è così bassa?

Più in dettaglio, Boltzmann immaginò che una possibile soluzione fosse nascosta nel caso.

Con un’eternità a disposizione, anche da un sistema in equilibrio può di tanto in tanto saltare fuori dell’ordine. 
Il classico esempio che si pone in queste situazione è quelle della scimmia, dove essa premendo a caso dei tasti su un computer, e avendo abbastanza tempo a disposizione (infinito), può scrivere per puro caso la divina commedia o la saga di Twilight (no ok è impossibile che si possa partorire questo aborto, infatti non capisco come il nostro universo non sia già imploso dopo che l’autore finì di scriverlo), allora la disposizione in modo casuale di un insieme di atomi può, aspettando per l’eternità e tutte le infinite combinazioni, dare vita a una regione con le caratteristiche che osserviamo nel nostro universo.

Il punto adesso è che è molto più probabile che noi siamo questo ipotetico cervello solitario, piuttosto che un osservatore che vede intorno a sé un intero universo dotato di ordine e struttura qual è il nostro.

Boltzmann ha supposto che noi e il nostro mondo di entropia bassa siamo una fluttuazione casuale in un universo di entropia alta.
Più ordine crea, più rara è la fluttuazione.

Assumere che la bassa entropia del nostro universo è dovuta alla necessità di permettere la vita intelligente, si porta dietro una conseguenza piuttosto forte: dovremmo infatti trovarci in un universo corrispondente alla fluttuazione più piccola possibile che consenta lo sviluppo della vita

E la più piccola fluttuazione compatibile con la vita non è altro che un cervello di Boltzmann: nel mare dell’equilibrio termodinamico, per caso una fluttuazione raccoglie qualche grado di libertà dell’universo a formare un cervello cosciente con giusto quel minimo di apparati sensoriali per poter guardarsi intorno e giusto per quell’attimo sufficiente per arrivare a quel grado di consapevolezza e poi sparire nuovamente nel quieto e noioso bagno entropico.

Ma quanto rara sarà mai una tale fortuita fluttuazione?!?

Sicuramente molto più probabile della fluttuazione che invece crea un intero universo come il nostro capace di ospitare la vita.

La teoria di Boltzmann porta a un paradosso, nel quale l'assunto, assai scientifico, che possiamo fidarci di ciò che osserviamo porta alla conclusione che non possiamo fidarci di ciò che osserviamo ...



Per approfondire: 



VISTO ANCHE SU https://crepanelmuro.blogspot.com/2020/01/paradosso-del-cervello-di-boltzmann.html

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FOTO: https://medium.com

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