Il voto dell’Onu sulla Libia conferma l’asse Roma-Washington

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Di Lorenzo Vita
Il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite boccia la strategia francese del voto in Libia il 10 dicembre. La risoluzione proposta dal Regno Unito parla di elezioni da tenere il prima possibile, ma “a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Qualcosa di molto diverso rispetto alle tempistiche volute da Emmanuel Macron, che con l’incontro di Parigi tra le varie fazioni libiche, aveva proposto la data del voto come immagine della sua leadership sulla Libia.
E infatti, passato il voto nel Consiglio di Sicurezza, dal Quai d’Orsay sono arrivate parole rispetto ma da cui traspariva irritazione: “La Francia continuerà, insieme ai suoi partner, a sostenere gli sforzi delle autorità libiche e dell’Onu per garantire la continuazione del processo politico ed in particolare assicurare le condizioni per lo svolgimento delle elezioni entro la fine dell’anno”. Insomma, Macron non si dà per vinto.
La scelta di indicare un giorno preciso in cui votare è stata da sempre tema di forte contrasto con l’Italia. Il governo di Giuseppe Conte non ha mai negato di considerare estremamente sbagliata la scelta di indicare una data prima della reale pacificazione della Libia. I ministri italiani coinvolti nel dossier libico hanno più volte affermato di considerare le elezioni una necessità per il Paese nordafricano  ma non prima che ci fosse una situazione di sostanziale calma in cui potessero realizzarsi con quelle garanzie richieste, oggi, dallo stesso Consiglio di Sicurezza.
La strategia italiana si è rivelata, nel tempo, vincente. Le violenze di Tripoli, la fragilità di Fayez al Sarraj e l’attivismo delle milizie legaste al generale Khalifa Haftar hanno reso evidente che non si potesse giungere a un voto entro dicembre. Troppe le incognite sul futuro del Paese. E le divisioni tribali non permettono una scadenza certa.
L’Italia però aveva bisogno di un appoggio. E questo sostegno è arrivato dagli Stati Uniti durante l’incontro fra Donald Trump e Giuseppe Conte alla Casa Bianca. Il presidente americano, in quell’occasione, assegnò all’Italia il ruolo di Paese leader della transizione libica, di fatto scalzando la Francia dalla posizione che Macron aveva raggiunto attraverso la sua lunga strategia politica fra Tripoli, Bengasi e Misurata.
La “cabina di regia” per il Mediterraneo allargato proposta all’Italia e il sostegno politico alla conferenza internazionale voluta da Roma sulla Libia avevano dimostrato la sinergia fra Italia e Stati Uniti. Ma serviva, almeno fino a questo momento, una manifestazione chiara di quest’asse fra Mediterraneo e Atlantico.
E la dimostrazione si è avuta oggi con il voto delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, attraverso le parole del vice ambasciatore al Palazzo di Vetro, Jonathan Cohen, hanno sostanzialmente confermato la strategia teorizzata dal governo italiano. Il funzionario americano ha dichiarato, a margine della votazione del Consiglio, che la definizione di una data precisa per il voto libico si sarebbe ritorta contro i suoi stessi sostenitori.
E il blocco statunitense all’interno del Consiglio di Sicurezza è stato probabilmente decisivo per l’approvazione della risoluzione britannica con cui di fatto, oltre ad ampliare di un anno la missione militare Onu in Libia, si contraddice quanto proposto da Parigi.
L’asse Roma-Washington si conferma dunque concreta. All’Italia serviva necessariamente il sostegno di una superpotenza per portare avanti le sue tesi sulla Libia. Soprattutto adesso che, con la sostanziale caduta di Sarraj, sembrava imminente l’assunzione da parte della Francia della leadership sulla transizione del Paese nordafricano.
Chiaramente tutto ha un prezzo. La benedizione di Trump nei confronti di Conte e delle idee italiane sulla Libia è stata contemporanea all’approvazione pubblica del gasdotto Tap durante la conferenza stampa alla Casa Bianca. E nel frattempo, sono aumentate a livello record le importazioni di petrolio dagli Stati Uniti così come è stato confermato il programma F-35, inviso a larga parte dell’elettorato della maggioranza parlamentare.
L’Italia non partiva da una posizione di vantaggio. E questo ha avuto chiaramente un peso nelle scelte finali del governo. Ma per evitare che Parigi prendesse il sopravvento su Roma, non si potevano scegliere strade alternative. E adesso, la strategia elettorale italiana, dopo l’incontro di Bengasi fra Haftar e il ministro Enzo Moavero Milanesi, sembra aver prodotto una piccola breccia anche in Cirenaica.
Secondo alcune fonti, lo stesso Maresciallo libico avrebbe confermato al ministro degli Esteri che in Libia non ci sarebbero le condizioni per andare a votare il 10 dicembre, secondo il calendario approvato alla conferenza di Parigi del maggio scorso. Del resto è stato lo stesso uomo forte di Tobruk, nell’incontro con i capi tribù a Bengasi, ad avvertire che se le elezioni in Libia non saranno “trasparenti”, il suo esercito le avrebbe “fatte naufragare”. Un messaggio che aveva chiaramente due destinatari: Italia e Francia.

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