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GRETA IN LACRIME ALL'ONU: 'Avete rubato la mia infanzia' - VIDEO


Di Salvatore Santoru

Recentemente Greta Thunberg ha fatto un discorso al Palazzo di Vetro dell'Onu, durante il summit sul clima
In tale discorso, la giovane ragazza di origine svedese ha sostenuto che i 'grandi della terra' avrebbero rubato l'infanzia di lei e della sua generazione e non si starebbero impegnando abbastanza nella lotta contro i cambiamenti climatici.

I toni della giovanissima attivista ambientalista sono stati sia indignati che visibilmente emozionati e, inoltre, la stessa Greta ha pianto durante il discorso.
Il video del discorso è diventato virale e il mondo del web, così come dell'opinione pubblica in generale, si è diviso tra i sostenitori e i critici della Thunberg.

Cosa ha detto Greta Thunberg al summit Onu sul clima


Di Giulia Giacobini

Ieri, 23 settembre, si è svolto a New York il summit Onu sul clima. L’incontro era la ragione principale per cui Greta Thunberg, l’attivista svedese che ha ispirato le proteste mondiali sul clima, si era recata negli Stati Uniti, affrontando un lungo viaggio nell’Atlantico in barca a vela.

Il discorso di Greta

Come di consueto, Thunberg è salita sul palco, ha ricordato gli allarmi degli scienziati a proposito del cambiamento climatico e ha rimproverato aspramente i leader mondiali, accusandoli di non prendere sul serio l’emergenza climatica. Contrariamente alle altre volte, però, non ha parlato con la solita calma. I suoi occhi erano lucidi, la sua voce più arrabbiata. “Avete rubato la mia infanzia e i miei sogni con le vostre parole vuote eppure io sono una delle persone più fortunate”, ha detto. “Le persone stanno soffrendo, le persone stanno morendo, interi ecosistemi sono al collasso… e tutto quello di cui riuscite a parlare sono i soldi, le favole su una continua crescita economica. Come vi permettete?”.
Secondo Thunberg, i leader non la ascoltano. “Se davvero capiste la situazione e continuaste a non agire, significherebbe che siete persone malvagie. Io mi rifiuto di crederlo”. Questo non è però un motivo sufficiente per esonerarli dalle loro responsabilità, a detta dell’attivista. “Gli occhi delle generazioni future sono puntate su di voi. Se ci deludete, non vi perdoneremo mai”.
Il discorso che Thunberg ha pronunciato ieri a New York non era molto diverso da quello che aveva preparato per il vertice delle Nazioni Unite tenutosi lo scorso 12 dicembre a Katowice in Polonia, né da quello che ha recitato in piazza a Roma in occasione di una grande manifestazioneorganizzata il 19 aprile. Riflette però una maggiore frustrazione: è un anno che l’attivista porta avanti la sua battaglia, ma né le sue parole né gli appelli degli scienziati sembrano aver alcun impatto sulla politica. Lo stesso summit si è rivelato un fallimento.

Com’è andato il summit

Alcuni stati si sono impegnati a ridurre le emissioni di carbonio entro il 2050 ma molti di loro non hanno chiarito come intendono farlo. La Cina ha dimostrato di non essere ancora disposta ad abbandonare i combustibili fossili, l’India di non voler rinunciare al carbone, e gli Stati Uniti di non avere intenzione di rispettare gli obblighi del trattato di Parigi (da cui hanno deciso di ritirarsi il 1° giugno del 2017).
Donald Trump non ha partecipato al meeting. Ha solo fatto una breve comparsa durante l’intervento di Thunberg, che ha poi commentato con un tweet molto sarcastico.
La scarsa stima sembra reciproca, tuttavia. In queste ore circola sui social una foto che ritrae Trump in primo piano e Thunberg, sullo sfondo, che lo guarda con rabbia.

Conte all’Onu per lanciare il Green New Deal italiano. Tregua con Di Maio sul caso merendine



Alla vigilia dell summit Onu sul clima, il segretario generale António Guterres ha invitato i sessanta capi di stato che parleranno a lasciare i «bei discorsi» a casa e presentarsi con dei piani concreti. Tra loro ci sarà anche il premier Giuseppe Conte, volato a New York per presentare il piano italiano per la transizione a un’economia sostenibile dopo un weekend in cui le proposte da lui accennate al festival di Atreju a Roma hanno ricevuto diverse critiche da alleati, presenti e passati.

Il piano italiano (che non rispetta gli obiettivi Ue)

Al di là delle specifiche politiche pensate dal nuovo esecutivo per favorire una transizione a un’economia verde e ridurre le emissioni di gas serra, Conte dovrà prima fare chiarezza su una serie di punti di principio che riguardano impegni assunti dai precedenti governi. A partire dagli oneri italiani per gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, approvata dalle Nazioni Unite nel 2015.
L’agenda comprende una serie di obiettivi e traguardi tanto idealistici quanto, spesso, vaghi, su temi che spaziano dall’alleviamento della povertà all’inquinamento e alla produzione energetica. Un esempio per tutti: i firmatari si impegnano «entro il 2030, aumentare notevolmente la quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale».
I capisaldi del piano italiano sono contenuti però nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, presentato a Bruxelles nel gennaio del 2019. Piano che dovrebbe servire all’Italia per rientrare negli obiettivi dell’Unione europea per la riduzione di gas serra. Obiettivi ambiziosi sul nascere, diventati ancora di più con la proposta della nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen di chiedere ai Paesi membri di ridurre del 45% (e non del 40% come stabilito in precedenza) le emissioni di gas serra entro il 2030.
Decarbonizzazione dell’economia, efficienza e sicurezza energetica, ricerca, innovazione: questi alcuni dei temi principali del piano che, più concretamente, prevede una riduzione di emissioni di gas serra del 33% entro il 2030. Meno quindi rispetto alle direttive dell’Unione europea. Nel valutare il piano italiano (Raccomandazione del 18 giugno), l’Ue ha sottolineato come, al di là dei target sulle emissioni, il governo non avesse programmato una riduzione soddisfacente delle sovvenzioni alle fonti fossili di energia, una considerazione non secondaria.

Slitta il decreto ‘Greta’. Mancano i fondi?

Il nuovo governo giallorosso voleva mettere al centro della propria azione dei provvedimenti per un Green New Deal – che prende il nome dall’ambizioso programma ideato negli Stati Uniti che propone investimenti massicci per incentivare l’economia verde e, contemporaneamente, ridurre le disuguaglianze – ma la nuova bozza per il decreto “emergenza climatica”, noto anche come “decreto Greta” in onore dell’attivista Greta Thunberg, non è approdato in consiglio dei ministri.
Le critiche nei confronti della bozza sono diverse – a partire dai sindacati che si sono lamentati di non essere stati coinvolti – come lo sono anche le ragioni per il suo slittamento, sia ufficiali, sia ufficiose. La motivazione principale pare essere l’insufficienza di fondi – i tecnici sarebbero al lavoro sul testo per trovare soluzioni per reperire coperture necessarie – ma ci sarebbero malumori anche per quanto riguarda il punto spinoso della riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi.
La Repubblica invece, ci vede la mano delle lobby a cui non piaceva una norma prevista sull’end of waste. Ipotesi smentita dal ministro Costa su Facebook: «Sono giorni in cui si sta analizzando e definendo il #DecretoClima e sto leggendo di tantissime preoccupazioni da parte di alcuni settori produttivi. Ma sono infondate! Temono tutti l’articolo 6». L’articolo sulla riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, appunto.

La pace sulle merendine

Nel frattempo Giuseppe Conte ha avuto modo, durante il weekend, di sondare il terreno per eventuali misure aggiuntive volte a trovare nuovi finanziamenti per il Green New Deal italiano e, contemporaneamente, ridurre le emissioni. Parliamo delle tasse sui voli aerei, bibite e merendine proposte dal ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti.
Derise da Matteo Salvini, bocciate da Confindustria, criticate da Matteo Renzi e Luigi Di Maio, sembravano avere vita corta. Invece potrebbe non essere così, soprattutto vista la nuova tregua tra Di Maio e Conte. «Ci vedete in attrito? Non credo», ha dichiarato il ministro degli Esteri anche lui volato a New York per raggiungere il premier in vista del summit. Qualcosina in più per il piano potrebbe esserci dunque: certo non tanto quanto i 100 miliardi di euro messi in conto dalla Germania di Angela Merkel – pari quasi al totale annuo di evasione fiscale in Italia – ma comunque meglio che niente.

All'Onu via libera al Global Compact con l'astensione dell'Italia

Mentre l'Assemblea generale dell'Onu approva il Global compact con l'astensione dell'Italia, la maggioranza rinvia ogni decisione. L'Aula della Camera ha approvato la mozione di M5S e Lega che impegna il governo a "rinviare la decisione in merito all'adesione dell'Italia" "in seguito ad una ampia valutazione con riferimento alla sua effettiva portata" al 'Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare', adottato il 12 dicembre dalla Conferenza Intergovernativa di Marrakech in Marocco con i "si" di 164 paesi e presentato come la più ampia iniziativa strategica di revisione dei flussi migratori e della loro gestione. Bocciate, invece, tutte le altre mozioni, che prevedevano di impegnare il governo da subito a sottoscrivere o meno l'accordo.
L'opposizione protesta per questa scelta attendista, decisa dalla maggioranza per sopire le divisioni al suo interno tra la Lega che si oppone alla firma e una parte del Movimento Cinque Stelle che, a partire dal presidente della Camera Roberto Fico, chiede che l'Italia si sieda al tavolo dell'accordo, "per collaborare e poter firmare un patto che renda il fenomeno migratorio culturalmente con approccio globale che è la posizione dell'Italia".
Se le bocche di M5S e Lega sono cucite, se non per confermare la richiesta di rinvio di ogni decisione, l'opposizione, pur se con ragioni diametralmente opposte, protesta. Per il capogruppo Pd Graziano Delrio, che vuole la firma dell'accordo, lo stop è "un altro duro colpo assestato alla credibilità internazionale dell'Italia. Tra ministri che dicono cose diametralmente opposte, partiti della maggioranza che evitano di entrare nel merito del documento avendo posizioni divergenti e il governo che ritira la penna della firma un attimo prima della conferenza di Marrakech dopo aver dato ampie assicurazioni diventa davvero difficile trovare una linea chiara e comprensibile". E Giorgia Meloni, che ha promosso la prima mozione per non firmare l'accordo sulla migrazione: "Fratelli d'Italia si batterà fino alla fine perchè l'Italia dica no al Global Compact e continuiamo a non capire la posizione della maggioranza e in modo particolare della Lega che finora ha sempre detto di voler difendere i nostri confini".

Salvini in Israele: "Sull'Onu ho la stessa visione di Netanyahu"

Di Renato Zuccheri
Matteo Salvini è perfettamente in linea con Benjamin Netanyahu sul fronte delle risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo Israele: "Ne ho parlato con Netanyahu abbiamo la stessa visione".
Il vicepremier e ministro dell'Interno ha dato questa risposta a un rappresentante della comunità italiana che gli ha chiesto come si ponesse sul tema delle "risoluzioni Onu anti-Israele". Al termine della visita al museo dell'Olocausto, tappa del viaggio in Israele, Salvini ha detto: "Settecento me ne ha contate di risoluzioni contro Israele". "Ci sarà un deciso cambiamento in questo senso", ha aggiunto rispondendo a chi gli domandava di un "appiattimento italiano sulla posizione Ue".
Al termine della visita allo Yad Vashem, il ministro dell'Interno ha dichiarato: "Ribadisco l'impegno mio e del governo italiano da uomo e da papà prima ancora che da ministro a fare tutto quello che è umanamente possibile perché non solo non si ripeta ma che non si possa neanche mai più pensare in futuro a crimini come quelli, che sono fortunatamente testimoniati e che arrivano dal passato, perché tutti i bimbi sorridano, e ci metteremo tutto l'impegno, il cuore, la testa e l'amore possibile". Poi Salvini ha concluso: "La prossima volta conto di tornarci con i miei figli".
Su Gerusalemme e sulla possibilità di considerarla la capitale di Israele, il discorso di Salvini è stato: "Sapete come la penso: step by step. C'è un governo di coalizione e quindi devo ascoltare anche i partner". "Per quanto riguarda il negazionismo e l'antisemitismo verrà combattuto in ogni sua forma: fortunatamente sono pochi e sono fuori dal mondo", ha concluso il vice premier.

ONU, si è dimessa l'ambasciatrice degli USA Nikki Haley

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Di Salvatore Santoru

L'ambasciatrice statunitense all'Onu Nikki Haley si dimetterà dal suo incarico.
Come riporta il Sole 24 Ore(1), il presidente degli USA Donald Trump ha accettato le sue dimissioni. 

Inoltre, lo stesso Trump ha sostenuto che la Haley lascerà l’incarico alla fine del 2018.

NOTA:

(1) https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-10-09/nikki-haley-ambasciatrice-usa-all-onu-si-dimette-ora-incontra-trump--162036.shtml

Trump parla all'Onu e tuona contro l'Iran, ma l'Assemblea gli ride in faccia

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Di Lorenzo Vita
"Oggi sono davanti all'Assemblea generale delle Nazioni unite per condividere il progresso straordinario che abbiamo fatto. In meno di due anni la mia amministrazione ha raggiunto più di quasi nessun'altra amministrazione nella storia del nostro Paese", e scatta una risata collettiva per tutta l'Assemblea Generale.
Inizia così il discorso di Donald Trump alle Nazioni Unte.
Ed è il primo segnale che qualcosa si è definitivamente spezzato fra la Casa Bianca e le nazioni rappresentate nel Palazzo di Vetro. "Non mi aspettavo questa reazione ma va bene lo stesso" chiude Trump commentando le risatine degli altri leader. Ma è chiaro che l'immagine pesa eccome sul discorso del presidente degli Stati Uniti.
Superato il momento di imbarazzo, Trump riprende il suo discorso. Ed è un elenco di tutti i punti chiave della sua politica estera, incentrata su Corea del Nord, Siria, Iran e guerra commerciale.
Sul fronte coreano, il presidente Usa ha ringraziato Kim Jong-un per i progressi compiuti fino a questo momento. Il titolare della Casa Bianca ha dichiarato che negli ultimi mesi, "i test nucleari sono stati fermati, gli ostaggi sono stati rilasciati e i missili non volano più dalla Corea del Nord al confine con la Corea del Sud". Tutti segnali per cui il presidente Usa si ritiene ampiamente soddisfatto e di cui ringrazia non solo Pyongyang ma anche i governi che hanno reso possibile l'accordo con la Nordcorea e in cui non è stata menzionata la Russia.
Dalle parole concilianti nei confronti della Corea del Nord, verso cui il presidente Usa ribadisce, nonostante tutto, il mantenimento delle sanzioni fino alla completa denuclearizzazione, si passa all'Iran. E qui i toni diventano durissimi.
Trump non ha usato mezzi termini nei confronti del governo iraniano. E sembra essere tornati nelle fasi più calde dello scontro fra Teheran e Washington. Secondo il leader americano, quello che è al potere in Iran è un "regime brutale e sanguinario". "I suoi leader saccheggiano risorse del loro paese per diffondere caos in tutto il Medio Oriente" ha detto Trump all'Assemblea generale. E pur confermando la volontà di aiutare il popolo iraniano, il presidente Usa di fatto continua ad avallare l'ipotesi di un regime change, pure se i vertici del Pentagono e del Dipartimento di Stato tendono a smentire questa eventualità.
Ma se Trump difende, a suo dire, il popolo dell'Iran, dall'altro lato annuncia anche nuove sanzioni "se la situazione non migliorerà". Sanzioni che per Trump sono indirizzate a colpire il potere iraniano, ma che di fatto costringono l'intero Paese in una spirale di crisi economica e sociale e, di conseguenza, politica. Una pressione che rischia di portare al collasso il sistema.
Quella di Teheran, ha aggiunto Trump, è una "dittatura che ha utilizzato questi fondi per compiere omicidi e massacri in Siria e Yemen. Gli Stati Uniti hanno portato avanti una campagna per negare fondi all'Iran. Non possiamo permettere a Paesi del mondo di sponsorizzare il terrorismo, né permettere a un regime che ha minacciato morte gli Stati Uniti e Israele di avere i mezzi per costruire testate nucleari in grado di distruggere il mondo". Parole che sembrano negare qualsiasi possibilità di accordo con Teheran. Ma non bisogna dimenticare anche l'escalation verbale avuta con la Corea del Nord prima che si raggiungesse il patto di Singapore.
E per quanto riguarda il Medio Oriente, e quindi anche l'Iran, interessante anche il passaggio sulla guerra in Siria. Il presidente Usa ha ribadito che gli Stati Uniti continueranno a combattere "per risolvere il conflitto in Siria, che mi spezza il cuore. Chiediamo alle Nazioni unite di guidare e rinvigorire il processo di pace", che porti a una "soluzione politica". E ha riconfermato la volontà americana di bombardare l'esercito siriano in caso di utilizzo di armi chimiche.
Una guerra in cui sono coinvolti anche i Paesi arabi, a cui Trump tende di nuovo la mano, dicendo che si sono impegnati a livello finanziario per la popolazione siriana. 

Onu, Trump elenca i paesi “non buoni”: c’è anche la Germania

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LA STAMPA

Nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, non ha mai citato la Russia. Trump ha invece diviso i Paesi che ha citato in due grupopi, distinguendo tra «posti buoni» e posti «non buoni». Nella prima categoria ha inserito India, Arabia Saudita e Polonia. Più folto il secondo raggruppamento, formato da Iran, amici dell’Iran, Nicaragua, Paesi Opec, Siria, Paesi che non rispettano l’America. Nel gruppo dei posti «non buoni», Trump ha inserito anche la Cina e la Germania.  

Il voto dell’Onu sulla Libia conferma l’asse Roma-Washington

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Di Lorenzo Vita
Il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite boccia la strategia francese del voto in Libia il 10 dicembre. La risoluzione proposta dal Regno Unito parla di elezioni da tenere il prima possibile, ma “a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Qualcosa di molto diverso rispetto alle tempistiche volute da Emmanuel Macron, che con l’incontro di Parigi tra le varie fazioni libiche, aveva proposto la data del voto come immagine della sua leadership sulla Libia.
E infatti, passato il voto nel Consiglio di Sicurezza, dal Quai d’Orsay sono arrivate parole rispetto ma da cui traspariva irritazione: “La Francia continuerà, insieme ai suoi partner, a sostenere gli sforzi delle autorità libiche e dell’Onu per garantire la continuazione del processo politico ed in particolare assicurare le condizioni per lo svolgimento delle elezioni entro la fine dell’anno”. Insomma, Macron non si dà per vinto.
La scelta di indicare un giorno preciso in cui votare è stata da sempre tema di forte contrasto con l’Italia. Il governo di Giuseppe Conte non ha mai negato di considerare estremamente sbagliata la scelta di indicare una data prima della reale pacificazione della Libia. I ministri italiani coinvolti nel dossier libico hanno più volte affermato di considerare le elezioni una necessità per il Paese nordafricano  ma non prima che ci fosse una situazione di sostanziale calma in cui potessero realizzarsi con quelle garanzie richieste, oggi, dallo stesso Consiglio di Sicurezza.
La strategia italiana si è rivelata, nel tempo, vincente. Le violenze di Tripoli, la fragilità di Fayez al Sarraj e l’attivismo delle milizie legaste al generale Khalifa Haftar hanno reso evidente che non si potesse giungere a un voto entro dicembre. Troppe le incognite sul futuro del Paese. E le divisioni tribali non permettono una scadenza certa.
L’Italia però aveva bisogno di un appoggio. E questo sostegno è arrivato dagli Stati Uniti durante l’incontro fra Donald Trump e Giuseppe Conte alla Casa Bianca. Il presidente americano, in quell’occasione, assegnò all’Italia il ruolo di Paese leader della transizione libica, di fatto scalzando la Francia dalla posizione che Macron aveva raggiunto attraverso la sua lunga strategia politica fra Tripoli, Bengasi e Misurata.
La “cabina di regia” per il Mediterraneo allargato proposta all’Italia e il sostegno politico alla conferenza internazionale voluta da Roma sulla Libia avevano dimostrato la sinergia fra Italia e Stati Uniti. Ma serviva, almeno fino a questo momento, una manifestazione chiara di quest’asse fra Mediterraneo e Atlantico.
E la dimostrazione si è avuta oggi con il voto delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, attraverso le parole del vice ambasciatore al Palazzo di Vetro, Jonathan Cohen, hanno sostanzialmente confermato la strategia teorizzata dal governo italiano. Il funzionario americano ha dichiarato, a margine della votazione del Consiglio, che la definizione di una data precisa per il voto libico si sarebbe ritorta contro i suoi stessi sostenitori.
E il blocco statunitense all’interno del Consiglio di Sicurezza è stato probabilmente decisivo per l’approvazione della risoluzione britannica con cui di fatto, oltre ad ampliare di un anno la missione militare Onu in Libia, si contraddice quanto proposto da Parigi.
L’asse Roma-Washington si conferma dunque concreta. All’Italia serviva necessariamente il sostegno di una superpotenza per portare avanti le sue tesi sulla Libia. Soprattutto adesso che, con la sostanziale caduta di Sarraj, sembrava imminente l’assunzione da parte della Francia della leadership sulla transizione del Paese nordafricano.
Chiaramente tutto ha un prezzo. La benedizione di Trump nei confronti di Conte e delle idee italiane sulla Libia è stata contemporanea all’approvazione pubblica del gasdotto Tap durante la conferenza stampa alla Casa Bianca. E nel frattempo, sono aumentate a livello record le importazioni di petrolio dagli Stati Uniti così come è stato confermato il programma F-35, inviso a larga parte dell’elettorato della maggioranza parlamentare.
L’Italia non partiva da una posizione di vantaggio. E questo ha avuto chiaramente un peso nelle scelte finali del governo. Ma per evitare che Parigi prendesse il sopravvento su Roma, non si potevano scegliere strade alternative. E adesso, la strategia elettorale italiana, dopo l’incontro di Bengasi fra Haftar e il ministro Enzo Moavero Milanesi, sembra aver prodotto una piccola breccia anche in Cirenaica.
Secondo alcune fonti, lo stesso Maresciallo libico avrebbe confermato al ministro degli Esteri che in Libia non ci sarebbero le condizioni per andare a votare il 10 dicembre, secondo il calendario approvato alla conferenza di Parigi del maggio scorso. Del resto è stato lo stesso uomo forte di Tobruk, nell’incontro con i capi tribù a Bengasi, ad avvertire che se le elezioni in Libia non saranno “trasparenti”, il suo esercito le avrebbe “fatte naufragare”. Un messaggio che aveva chiaramente due destinatari: Italia e Francia.

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