L’incontro tra Putin e Ahmed al-Sharaa a Mosca è una fotografia nitida del dopo-Assad: ideologie e alleanze “eterne” evaporano, restano gli interessi. La Russia era il pilastro del vecchio regime; il nuovo potere siriano nasce anche contro quel sistema. Eppure, a un anno dal rovesciamento di Assad, i due si parlano con un linguaggio da normalizzazione: “ripristino delle relazioni interstatali”, “integrità territoriale”, “lavoro economico già fatto”. È diplomazia di ricostruzione, ma con un capitolo non scritto in conferenza stampa e decisivo dietro le quinte: il futuro delle basi russe.
Per Mosca, Hmeimim e Tartus sono più di due installazioni. Sono l’ultima prova materiale che la Russia può ancora stare nel Mediterraneo come potenza militare e logistica, non solo come attore diplomatico. Per Damasco, quel che conta è il prezzo politico: quanto vale concedere continuità a Mosca senza apparire ostaggio del passato, mentre Assad resta in Russia come spettro che avvelena ogni “nuova relazione”.
Hmeimim è la chiave aerea, Tartus è la chiave navale. Insieme garantiscono alla Russia ciò che le manca altrove: profondità operativa nel Levante, capacità di rifornimento, punto di appoggio per intelligence, sorveglianza e influenza. Sono anche un segnale verso la NATO e verso gli attori regionali: la Russia non è stata espulsa dal Mediterraneo orientale, al massimo è stata ridimensionata.
Al-Sharaa invece ha un problema opposto: deve unificare un Paese frantumato e trasformare un successo militare in uno Stato. L’offensiva contro le SDF e la riconquista dell’Est dell’Eufrate vengono celebrate da Putin non per generosità, ma perché coincidono con un interesse russo: un potere centrale siriano più forte riduce l’incertezza e rende più negoziabili, “contrattualizzabili”, le condizioni della presenza russa. Una Siria stabile è una Siria dove le basi diventano legittime; una Siria instabile è una Siria dove le basi sono vulnerabili.
La riduzione del dispiegamento russo da Qamishli va letta come un segnale calibrato. Mosca rinuncia a un punto che irritava Damasco e che, per la nuova Siria, odorava di ambiguità: presenza russa in un’area curda, con legami storici e operativi che potevano essere interpretati come interferenza. Ritirandosi, la Russia compra buona volontà e manda un messaggio a al-Sharaa: non vi useremo come leva contro di voi.
È una mossa tipica della diplomazia militare: sacrificare un avamposto secondario per salvare i due principali. Se devi preservare Hmeimim e Tartus, devi dimostrare di poter essere “utile” e non “intrusivo”.
L’elemento più esplosivo è l’ipotesi di una presenza russa di polizia militare a Quneitra come cuscinetto contro incursioni israeliane. Qui si capisce che al-Sharaa non cerca solo riconoscimento: cerca anche un ombrello minimo, un deterrente “a basso profilo” che non implichi un ritorno a una Siria completamente dipendente.
Per Mosca sarebbe un ritorno di influenza tattica: porsi come interfaccia con Israele, riacquistare un ruolo di gestione dei confini sensibili. Ma è anche un rischio: mettere uomini in un’area così elettrica significa esporsi a incidenti e a una partita che dipende molto più da Gerusalemme, Washington e Teheran che da Damasco stessa. Se la Russia torna a fare da “cuscinetto”, deve essere sicura che quel cuscinetto non venga schiacciato.
Putin insiste sul lavoro “specialmente nel campo economico” e sull’aumento degli scambi. Tradotto: la Russia non può più permettersi la Siria come pura spesa geopolitica; ha bisogno di trasformare la presenza in ritorni, contratti, accesso, influenza economica. Damasco, dal canto suo, ha bisogno di capitali e di una rete di partner che non lo riduca a una pedina di un solo blocco.
Qui entra il tema Trump: l’elogio di al-Sharaa e la disponibilità americana a “incoraggiare investimenti” indicano che Washington sta ricalibrando. Se gli Stati Uniti smettono di considerare la Siria solo attraverso la lente curda e iniziano a trattare con il nuovo potere centrale, l’intero mercato della ricostruzione diventa una partita competitiva. E in una partita competitiva, Mosca deve garantirsi le pedine chiave: basi, accessi, contratti strategici.
Al-Sharaa prova a far passare un messaggio: la Siria nuova è “aperta”, ma su base di interessi reciproci e rispetto. È il lessico con cui un potere in transizione cerca legittimità internazionale senza apparire subalterno. Putin, invece, prova a trasformare la continuità militare russa in continuità politica: relazioni profonde, ruolo storico, stabilità regionale.
Il punto è che entrambi hanno bisogno dell’altro, ma per ragioni diverse e con scadenze diverse. Mosca vuole fissare subito il futuro delle basi. Damasco vuole tempo: consolidare lo Stato, integrare forze, gestire il dossier curdo, contenere le tensioni con Israele, evitare il ritorno dello Stato Islamico. Queste agende non coincidono perfettamente, e lì si aprono le frizioni.
L’incontro di Mosca racconta una Siria che entra nella fase della contrattazione: chi garantisce sicurezza, chi garantisce riconoscimento, chi paga la ricostruzione. Le basi russe sono la moneta più concreta sul tavolo: per Putin sono la prova che la Russia resta potenza mediterranea; per al-Sharaa sono una leva negoziale per ottenere stabilità, margini e legittimità. Il vero tema non è se la Russia resterà in Siria, ma a quali condizioni, e con quale prezzo politico interno per un governo che deve dimostrare di essere “nuovo” senza rinunciare agli strumenti del vecchio realismo: usare le potenze esterne una contro l’altra, per tenere insieme il Paese.

Commenti
Posta un commento
Partecipa alla discussione