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La Sovranità e lo scontro tra economia e politica, intervista a Carlo Galli


Intervista di Ivan Giovi a Carlo Galli per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE *

OG: Professor Galli nel suo saggio “Sovranità” appare emblematica espressione “Sovranità è democrazia? Oggi si”: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?
CG: La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche, economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un paese e anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’Euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo   Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati. Lo stato non è più signore della propria moneta. Una volta che si sia aderito all’Euro non si può più stampare moneta; possiamo unicamenteemettere titoli di debito (entro una certa soglia) e in ogni caso quando emetti debito devi sperare che qualcuno te lo compri, i mercati. Questo incide sulla sovranità di bilancio: anche se formalmente lo Stato italiano è sovrano nel determinare il proprio bilancio, con tutte queste restrizioni di fatto non lo è; detto in altri termini non ci sono mai abbastanza soldi. Che è una cosa strana perché lo Stato i soldi li dovrebbe poterseli stampare.
OG: Perché tutto questo?
CG: Questo è il passo più avanzato che è stato fatto verso una Unione europea che è un Unione a vari livelli: giuridici, economici, culturali, ecc. sempre però tra stati Sovrani. La moneta unica è invece la proiezione del marco tedesco, fondata sulla sua medesima filosofia politico-economica: l’economia sociale di mercato detta anche “Ordoliberalismo”, andata al potere nella Germania federale nel secondo dopoguerra (alla quale Schroeder ha introdotto elementi di neoliberismo con le riforme del 2003-2004). La sua teoria di fondo è: l’economia di mercato è in equilibrio, a condizione che non intervengano fattori distorsivi della concorrenza. Tuttavia, è necessario uno Stato forte, uno Stato gendarme, che deve garantire il buon funzionamento delle dinamiche di mercato – anche se nella realtà lo Stato tedesco è tra i più interventisti. Poi ci deve essere un forte legame tra la finanza e l’economia produttiva e un decentramento politico forte: i Laender infatti hanno grande autonomia.  C’è poi una teoria di fondo che è la vecchia teoria organicistica tedesca: l’idea che la società sia un corpo unitario: su questo punto la cultura tedesca di distacca dal neoliberismo austriaco di Mises e Hayek. Il loro pensiero originario (il marginalismo) è una risposta alla teoria del valore-lavoro marxista: il prezzo delle merci non è determinato dal lavoro in esse contenuto ma dal libero gioco della domanda e dell’offerta, dalle scelte dei consumatori informati e razionali.
OG: Lei fa riferimento a Menger, Walras Marshall, ecc?
CG: Esattamente. Il neoliberismo deriva dal marginalismo e incrocia la linea austriaca con la linea monetarista di Chicago. E qui c’è un vero paradosso perché questo paradigma liberista non è mai stato applicato fino a che il paradigma concorrente, quello Keynesiano che aveva come obbiettivo la sconfitta della disoccupazione, non è andato a pezzi. Era insomma un paradigma di riserva, basato sulla sconfitta dell’inflazione. Il secondo dopoguerra si strutturò invece su paradigmi grossomodo keynesiani, per dare una risposta alla disoccupazione e poi alle necessità della ricostruzione postbellica. Questo paradigma però unicamente incentrato sul ruolo del lavoro, prevede la possibilità dell’intervento statale nell’economia e la possibilità dei bilanci a deficit. Ma soprattutto, cosa più importante, conosce il conflitto intrinseco della società. È un paradigma che oltre al lavoro e allo Stato coinvolge anche il capitale e dà così vita al compromesso socialdemocratico dei Trenta Gloriosi. Uno dei paradossi dei primi decenni della nostra repubblica fu che l’interprete del paradigma keynesiano era la DC mentre il PCI aveva un’idea avara dell’economia, e credeva che il debito fosse qualcosa di spaventoso.
OG: Concezione marxista del debito come colpa!
CG: In ciò i comunisti italiani erano liberali ortodossi. Il debito è disordine: se c’è debito c’è qualcosa che non va. Sta di fatto che il paradigma keynesiano va in crisi nei primi anni Settanta con la crisi del dollaro che ha portato alla fine degli accordi di Bretton Woods. In parallelo c’è anche una crisi politica degli stessi USA che perdono la guerra in Vietnam, per sostenere la quale hanno generato ed esportato inflazione. Arriviamo così alla stagflazione di metà anni Settanta, un tipo di crisi che nel modello keynesiano è intrattabile. È allora che viene recuperato il paradigma neoliberista di riserva. I segnali sono questi: nel 1974 il premio Nobel ad Hayek e nel 1976 a Friedman, poi la Thatcher e Reagan vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi. Ed è così che il neoliberismo passa a diventare dominante. Il neoliberismo è sostanzialmente deflattivo, e va bene per sconfiggere l’inflazione. Ma ciò avviene colpendo i salari e la spesa pubblica. Il risultato è la grave sconfitta delle sinistre, che ci capiscono poco, solamente che vanno fatti dei sacrifici. Da qui infatti la linea Berlinguer dell’austerità e la grande sconfitta sulla scala mobile e sulla marcia dei quarantamila. Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, cioè fatta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher “There is no such a thing as a society”, la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale.
L’economia si pone come scienza regina e ogni altra scienza deve servire a consentire all’economia di funzionare. Le strutture economiche sono sottratte alla valutazione e alla critica, per usare ancora le parole della signora Thatcher “There is no alternative”. La società è l’economia e viceversa: non vi è alcuno spazio nella società che si discosti dalla dinamica economica. Chi è vicino all’università se ne è accorto: a un certo punto siamo stati investiti da un modello aziendale, da un’ondata di valutazioni senza fine. Il sistema di valutazione in cui ci troviamo ha l’obbiettivo di non farti mai sentire al sicuro. Di renderci semi-flessibili, come gli altri lavoratori. 
OG: Ci deve sempre essere concorrenza, insomma.
CG: Esatto. Come l’impresa è sempre sottoposta alla spietata legge del mercato, il professore è sottoposto alla legge della valutazione. La cui parola d’ordine è flessibilità e formazione continua. Ciò è collegato alla interpretazione della società come “capitale umano”.  Il capitale va necessariamente impiegato, attivato, mobilitato. Si prepara così uno sviluppo delle università verso il pensiero utile e non verso il pensiero critico.
OG: Questo implica la scomparsa della politica come funzione sociale?
CG: Ciò implica non la scomparsa della politica ma una ridefinizione dell’agenda della politicaL’economia teme la potenza della politica, teme che si imponga su di essa, nella forma comunista, corporativa, ecc. Il comando politico è visto come la mancanza di libertà, così come il grande nemico è anche il nemico socialdemocratico, le enormi macchine burocratiche dello Stato sociale. L’economia deve dettare l’agenda alla politica, ma questa non deve scomparire: deve prendere ordini e mettere in ordine. 
OG: Tutto questo in Italia si è configurato con il vincolo esterno?
CG: In Italia i ceti alto borghesi si sono disperati, hanno pensato che il paese fosse incontrollabile e che il ceto politico fosse incapace di governare. I processi (le elezioni) e i soggetti democratici (i partiti) sono parsi inadeguati alle sfide che il neoliberismo doveva affrontare. Così si sono indeboliti i partiti, trasformati in soggetti poco strutturati, guidati non da élite politiche ma da leader acchiappavoti. E oggi si parla apertamente di ridurre la democrazia: le elezioni sono troppo frequenti, le proposte radicali vanno eliminate, insomma bisogna proporre agli elettori partiti sostanzialmente identici.
Quindi se il ceto politico è incapace, la cosa importante – l’economia – va tenuta al sicuro con il “vincolo esterno”, attaccandoci ai tedeschi egemoni in Europa. Dalle durezze e dalle contraddizioni del neoliberismo sono poi nati i movimenti di protesta, populisti e sovranisti, che chiedono che lo Stato ritrovi la sua sovranità, cioè comandi sull’economia e protegga la società. Anche se poi questi movimenti sovranisti mettono tutta la loro energia nella caccia al migrante e sono poi più neoliberisti addirittura dei loro avversari (ma è un particolare che pare sfuggire ai più).
Ovvio che il vincolo esterno, benché molto doloroso, non è l’unico nostro male; sicuramente però non ci permette di curare tutti gli altri. Coloro che lo hanno adottato adesso dicono che chiaramente avrebbe dovuto seguire una unione politica, ma la costruzione di una unione politica implica anche la messa in comune dei debiti e questo nessuno lo vuole. Ogni Stato è sovranista. Soprattutto non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti, lotte, rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.
In ogni caso, nella Ue (meglio, nell’eurozona) ci sono solo Stati sovrani che hanno in comune la moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente.
OG: Che è quello che sta succedendo adesso con il MES? Dove una parte politica insistentemente ne richiede utilizzo?
CG: Chiaro! Ma qui il punto non che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza, attuerebbe la “monetizzazione del debito”, comperando i titoli di debito dei vari Stati.  Certo, in un’Europa politica (federale) sarebbero ancora più evidenti le egemonie di fatto, tedesca e francese (ma contro questa circostanza non ci sono rimedi, tranne quello che anche l’Italia cresca e si rafforzi).
OG: E non è quello che accade già?
CG: No, è proprio questo il punto. I tedeschi non vogliono comandare in Europa. La Germania non si sente coinvolta da problemi italiani o francesi o greci, non ha alcuna intenzione di prendersi delle responsabilità aperte, anche se di fatto è il paese più prospero economicamente ed ha un primato politico. La Germania cerca e ottiene potere indiretto, non diretto.
Una delle conseguenze del fatto che l’Europa non è politicamente unita (se lo fosse, sarebbe una superpotenza), ma invece è frammentata (tranne che per la moneta) è che è debole (o non forte come potrebbe) davanti agli interessi di altre potenze come gli USA, la Russia e la Cina. 
OG: Un’unione politica debole, e un’unione economica forte, quindi?
CG: Sì. Ma attenzione. L’unione economica forte è strutturata attorno all’euro e al paradigma ordoliberista. E ciò rallenta lo sviluppo economico, dato che l’Europa è ossessionata dal timore dell’inflazione, e dalla coazione all’esportazione (mercantilismo): lo sviluppo non dipende dalla domanda interna. Prima della pandemia la Ue era l’area del globo che cresceva di meno. Perché il suo sistema è una macchina politica economica essenzialmente conservatrice, che cerca essenzialmente stabilità. 
L’alternativa potrebbe essere di puntare a un sistema neoliberista puro (non ordoliberista), che però è comunque insostenibile, per la quantità enorme di rischio insito nel sistema, cosa che una società non può sopportare. Una società avanzata può sopportare unicamente un sistema socialdemocratico equilibrato. 
In ogni caso, la Ue adottando l’euro ha voluto creare una sorta di “fortezza” o di isola all’interno di un oceano neoliberista mondiale. Quella fortezza ha però al proprio interno una debolezza: moneta unica ma non sovranità unica. In tal modo o tutti diventiamo come la Germania azzerando gli spread (cosa impossibile) oppure le divergenze aumentano e la Germania prevale sugli altri paesi.
Ciò è dato dal fatto che l’euro è uno strumento squilibrato (non è un’area monetaria ottimale) e dove l’unico equilibrio possibile sarebbe quello che proviene dalla politica unitaria. 
OG: Siamo di fronte ad un bivio perciò?
CG: Sì. E il dilemma si risolve con la politica, con la sovranità: o quella di ciascun singolo Stato oppure quella della Ue finalmente divenuta federale. 
Ma sia ben chiaro che nel nostro paese i problemi non sono solo quelli derivanti dall’euro. L’Euro ha reso evidenti problemi che esistevano da prima: abbiamo una giustizia e una pubblica amministrazione totalmente farraginose, e un sistema educativo e una sanità pubblica troppo disuguali sul territorio. 
OG: E forse vediamo anche adesso dopo trent’anni i problemi: prima tangentopoli e la crisi della politica, poi la crisi dei governi instabili e la crisi attuale della magistratura, scossoni che hanno mostrato come sia fragile il nostro sistema.
CG: Appunto, anche se non avessimo la moneta unica avremmo bisogno di un sistema politico di grande saggezza, sapienza e serietà, che spendesse i soldi nella maniera e nel modo giusto. Ovviamente è meglio avere i soldi che non averli; ma soprattutto bisogna saperli spendere, evitando sprechi e clientelismi.
OG: A cui si aggiungono le regioni, che sono forse fattori di squilibrio piuttosto che di stabilità, rispecchiando le fragilità del nostro Stato e del nostro Governo.
CG: Sicuramente l’Italia governata dai prefetti era più omogenea, anche le scuole erano più omogenee. Ma l’unità è stata una delle vittime del neoliberismo: flessibilità vuol dire anche diversificazione. Basti pensare alla riforma del Titolo V che fa dello Stato una parte della Repubblica, è chiaro che qui c’è un’idea di fondo di indebolimento del potere centrale, che è funzionale alle logiche neoliberistiche. Non a caso l’Europa immaginata dagli economisti (ma non dai politici) è un Europa senza Stati e fatta di macroregioni.
Le Regioni in Italia sono dei grossi centri di potere burocratico e clientelare, benché alcune siano centri di governo e programmazione reale del territorio; nel complesso, non sono certo l’esperimento istituzionale meglio riuscito della nostra storia. Secondo me il depauperamento delle funzioni delle provincie è stato un errore, motivato dal fatto che si diceva che ci sono troppi livelli di governo. Ma la Regione tende a comportarsi come un piccolo Stato, vi è un forte spirito di accentramento regionale, perfino in una regione policentrica come l’Emilia-Romagna. Vi sono poi regioni impresentabili, sia per colpa dell’istituto, sia perché in certi contesti (soprattutto in alcune zone del Sud) la società è devastata dalla malavita. Quelle sono, inoltre, società povere di relazioni, dove le persone non si fidano le une delle altre. Non c’è legame sociale: i legami sono solo clientelari e personali, e la produzione di ricchezza è scarsa e spesso finisce nelle mani sbagliate.
Questo è uno dei grandi problemi. Oggi della questione meridionale non si parla più perché si parla soltanto di quella settentrionale: ci si chiede come facciamo a stare dentro il neoliberismo, come facciamo a stare in Europa. Ma non potremo mai starci se non risolviamo le nostre questioni interne. E la soluzione non è certamente il “liberi tutti”, la libertà per ogni regione di fare quello che vuole. Oggi il paese ha bisogno di unità e non di pluralità divergente. Anche perché molte difficoltà vengono già lette in chiave di divisione: la Lega ha smesso i discorsi di divisione ma li ha fatti per decenni; e il meridione vive un eterno senso di rivincita verso il nord. La traduzione dei problemi in rivalità interna è tipica ma anche sbagliata perché non li risolve. E non si può neppure dire che i problemi di sperequazione regionale vanno risolti a livello europeo. Ci sono sì i fondi europei per lo sviluppo delle aree depresse; ma se questi non vengono inseriti in una catena del valore diventano episodi, incapaci di creare ricchezza. 
Sfiducia e debolezza della società è ciò che rende il sud ancora bisognoso di sostegno. Forse si è ragionato troppo in grande scala: la grande acciaieria, la grande industria, ecc.; forse se si cambia impostazione si possono ottenere migliori risultati. E questo è ancora compito dello Stato, perché le Regioni sono troppo forti e al tempo stesso troppo deboli: propongono politiche a volte troppo accentrate ma hanno una forza economica e amministrativa troppo ridotta, spesso insufficiente. 
* Politologo e professore di storia delle discipline politiche all’Alma Mater-Università di Bologna e già deputato nella XVII legislatura.

Silvia Romano, la strategia della Turchia e il ruolo dell'intelligence: intervista a Lorenzo Vita


Intervista di Salvatore Santoru a Lorenzo Vita

Di Salvatore Santoru

Le modalità della liberazione di Silvia Romano hanno generato diversi interrogativi e, almeno al momento, la vicenda appare ancora avvolta da un certo 'mistero'.
Questa e altre tematiche sono state affrontate nell'intervista al giornalista Lorenzo Vita, analista di Inside Over e redattore del Giornale nonché esperto di geopolitica e politica internazionale.
L'intervista è stata, inoltre, originariamente pubblicata sul sito web del centro studi Osservatorio Globalizzazione”.

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La recente liberazione di Silvia Romano è stata, notoriamente, opera dell’intelligence italiana ed è avvenuta tramite la collaborazione con i servizi segreti della Turchia.
A tal riguardo, c’è anche da dire che alcuni media filo-governativi turchi hanno rivendicato la paternità dell’azione e, a partire dal sito web dell’agenzia “Anadolu”, è stata diffusa una foto che raffigurava la giovane cooperante con un giubbotto antiproiettile recante il simbolo della mezzaluna rossa. Tale immagine è stata considerata un falso da parte dei servizi segreti italiani e da numerosi media nazionali ma, tuttavia, intorno al coinvolgimento turco permangono ancora diversi “misteri”. Come valuti tale caso e, a tuo parere, quali sarebbero i possibili retroscena dietro la liberazione della Romano?
La liberazione di Silvia Romano è sicuramente una vittoria dell’intelligence italiana, ma dal punto di vista politico non c’è dubbio che la Turchia abbia avuto un tornaconto enorme.
La foto della cooperante con il giubbotto antiproiettile è stata un colpo da maestro che ha inviato un segnale chiarissimo: il Mit ha avuto un ruolo fondamentale. E per ora l’Aise ha detto che la foto “potrebbe essere un fake”: che non equivale esattamente a una smentita. La regia di Turchia (e Qatar) è chiara, ma i misteri restano ancora molti. Alcuni hanno parlato di un’offerta degli Emirati all’Italia per aiutarli nella liberazione (Emirati che hanno fortissimi interessi strategici in Somalia) in cambio di un aiuto in Libia.
Altri di un’irritazione americana per il presunto riscatto mentre Africom bombarda le postazioni di Al Shabaab. E sono in molti all’interno dei servizi segreti italiani ad aver storto il naso per il modo di agire del governo…
La partecipazione dell’intelligence turca è sintomatica della sempre più forte influenza di Ankara in Somalia e, più generale, in Africa. D’altronde, tale presenza è funzionale alla strategia geopolitica neo-ottomana portata avanti dall’entourage di Erdogan.
Come giudichi tale fatto e, inoltre, quali ritieni possano essere gli obiettivi strategici a lungo termine del governo turco?
Gli obiettivi a lungo termine sono chiaramente quelli dell’avere una leva contrattuale sempre maggiore in un momento di caso geopolitico come quello attuale. Erdogan sfrutta la confusione e l’eredità storico-culturale dell’Impero ottomano per sostituire gli Stati occidentali più deboli in Africa.
L’esempio somalo è perfetto: dopo una decolonizzazione italiana e il caso degli anni Novanta, negli ani Duemila Erdogan è giunto all’inizio con un carico di aiuti e il riconoscimento al lavoro del governo di Mogadiscio. Adesso ha una base militare in Somalia e un’influenza politica enorme. Tutto a vantaggio suo e a discapito di chi c’era prima.
Un altro aspetto importante dell’attuale strategia turca è il sostegno a certi influenti settori dell’Islam politico, a partire dalla Fratellanza Musulmana. Tale appoggio è particolarmente evidente in Siria e in Libia, dove la Turchia può contare anche su una decisa collaborazione del Qatar.
Come inquadri tale alleanza nel contesto della ‘lotta interna’ nel mondo islamista tra l’Arabia Saudita e le forze pro-Fratellanza e, oltre a ciò, quale ruolo ritieni possano giocare l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti?
Sono tutti attori diversi tra loro e con strategie molto particolari. La religione in questi casi è un mezzo, ma attenzione a confonderlo con il fine. Qatar e Turchia hanno la Fratellanza musulmana come collante, ma seguono due direttrici diverse: Ankara ha una pianificazione profonda erede di una cultura strategica millenaria, il Qatar non ha la stessa visione di lungo termine ma ha tre armi: soldi, idrocarburi e capacità di finanziare l’islam più affine alle sue esigenze.
Dove non può arrivare con diplomazia e forza militare, arriva con questi strumenti. Idem gli Emirati, che però, al contrario del Qatar, stanno puntando molto sulla loro proiezione militare, tanto che negli ambienti Usa è soprannominata la piccola Sparta. La sfida che si gioca tra potenza del Golfo non è eminentemente culturale-islamica, ma strategica: sunnismo (e sue correnti interne) e sciismo sono solo grandi anticamere culturali a guerre che si combattono per molto più “concreti”.
E qui entra in gioco anche l’Iran, che al pari della Turchia ha visione strategica decisamente superiore a quelle delle monarchie del Golfo. La storia è importante.
Ufficialmente il governo turco è impegnato da anni nella lotta contro formazioni terroristiche come Al Qaeda e l’Isis.
Tenendo conto che, comunque, il governo di Erdogan ha appoggiato strumentalmente determinate milizie jihadiste in Libia e Siria, ritieni che una maggiore presenza turca in certe zone dell’Africa possa costituire potenzialmente il rischio di ulteriori radicalizzazioni nell’area, tra l’altro particolarmente pericolose per Paesi occidentali come la stessa Italia?
Senza dubbio. Ma attenzione a non individuare un solo colpevole: Erdogan è il leader più sfacciato in questo senso (basta vedere le sue azioni a Idlib, Afrin, e altri cantoni siriani), ma anche altri alleati dell’Occidente come le monarchie del Golfo hanno per anni supportato le milizie jihadiste e quello che fu lo Stato islamico.
Un aiuto che va di pari passo con la miopia di alcune decisioni degli Stati Uniti e della Coalizione internazionale che combatteva l’Isis lasciando però spazio alle milizie ribelli che in molti casi altro non erano che costole di organizzazioni jihadiste che hanno sparso sangue in tutta la Siria. Ecco, gli stessi errori si sono visti in Libia. E non è detto che non possano ripetersi nel caos somalo o nel Sahel.
La stessa Fratellanza Musulmana risulta essere divisa in varie correnti, alcune maggiormente aperte al dialogo democratico e altre decisamente più vicine e/o contigue al mondo del radicalismo salafita o anche del jihadismo propriamente detto.
Tenendo conto che, specialmente in passato, anche l’Arabia Saudita ha sostenuto strumentalmente organizzazioni estremiste di matrice wahabita, ritieni che la già citata “guerra civile” all’interno dell’Islam politico possa avvantaggiare o, al contrario, limitare la proliferazione del terrorismo islamista?
Sicuramente la avvantaggia in quanto molto spesso sono le uniche vere forze che hanno questi Stati per combattersi a vicenda. Naturalmente tutto dipenderà anche dagli interessi delle vere grandi potenze, anche extra mediorientali.
Queste potenze regionali si muovono in maniera autonoma, ma devono sempre “rendere conto” a chi li protegge e a coloro con cui fanno affari.
Cambiando argomento e passando al tema del Covid-19, come giudichi la reazione politica dell’UE e le mosse adottate dall’asse franco-tedesco?
L’Ue ha reagito male e chi dice che ne uscirà rafforzata pecca in realtà di presunzione. È bastato l’avvento dei primi focolai per disciogliere ogni vincolo di solidarietà tra Paesi, annullando in pochi giorni accordi sulla libera circolazione, mercato unico e cooperazione.
Adesso provano a intervenire con la crisi economica ma con ricette farraginose, miopi e soprattutto con l’obiettivo di rafforzare il controllo sui Paesi in crisi. Anche l’asse franco-tedesco non ne esce molto rafforzato, visto che Macron e Merkel hanno mostrato spesso punti di vista diversi… ma si sa che alla fine Francia e Germania trovano sempre un accordo (per adesso conviene a entrambe).
La stessa emergenza legata al Covid ha contribuito al peggioramento delle già critiche relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina. A riguardo c’è chi parla di strisciante “Nuova Guerra Fredda” e, inoltre, anche la stessa Italia risulta essere al centro della contesa sino-statunitense da alcuni anni, specialmente a causa degli accordi per la Nuova Via Della Seta e la questione del 5G.Come reputi la stessa posizione dell’Italia in questo scenario e, al contempo, consideri la questione degli aiuti anti-Coronavirus centrale in ciò?
Gli aiuti sono stati l’immagine plastica di una guerra ben più profonda e che va avanti da anni, non da ieri. Lo scontro in Italia si è visto già l’anno scorso con la firma da parte dell’allora governo giallo-verde del Memorandum sulla Nuova Via della Seta.
È stato quello il vero momento di frizione tra Roma e Washington, ben più degli aiuti umanitari, che invece sono un tema di ordine diplomatico e propagandistico.
Passando alla Russia, come ritieni possa evolvere il suo ruolo nell’ambito della crisi
Cina-Stati Uniti ? Inoltre, reputi possibile un ipotetico riavvicinamento con la Turchia in
funzione anti-UE e anti-NATO o diversamente, essendo comunque la Turchia un
importante paese dell’Alleanza Atlantica, pensi che le relazioni russo-turche possano
diventare maggiormente conflittuali ?
La Russia gioca una partita molto complessa. Da un lato ha nell’Asia (e nella Cina) mercati enormi in cui vendere gas e petrolio e scambiare tecnologie. Dall’altro lato non ha una visione strategica perfettamente in linea con quella di Pechino e gli Usa possono servire come limite all’espansionismo cinese, soprattutto in Asia centrale e Africa.
Sul fronte turco, Mosca ha chiaramente interesse ad avere una Turchia vicina: controlla il Bosforo che è essenziale per avere accesso al Mediterraneo, ha un ruolo fondamentale in Medio Oriente e Africa ed è una porta d’accesso del proprio gas verso l’Europa in alternativa alla turbolente Europa orientale.
Ma è sempre un Paese Nato: elemento che non va ami sottovalutato nella partita dell’intelligence internazionale. Diciamo che ora nessuno ha interesse ha farsi una guerra, ma le cose cambiano in fretta.
Tornando al Coronavirus, come valuti l’iniziale reazione dell’establishment politico e economico/finanziario occidentale? Pensi che ci siano stati dei colpevoli ritardi nell’affrontare l’emergenza e che, d’altro canto, siano stati commessi errori parzialmente evitabili?
Di errori ce ne sono stati moltissimi, dalla prima sottovalutazione (con una Oms responsabile) all’eccesso successivo scatenando una vera ondata di panico. Difficile valutare ora che siamo in piena emergenza.
Chiaro che i governi si siano trovati di fronte a una sfida nuova: ma tutti gli Stati occidentali avevano piani pandemici e tutti hanno ricevuto in questi anni allarmi continui sulla possibilità dell’avvento di una pandemia (anche espressamente di un coronavirus).
La prova è stata evidentemente non superata dalle classi politiche Dal punto di vista economico bisognerà vedere nei prossimi mesi, per ora la crisi è alle porte e il mondo appare ancora poco consapevole del possibilmente cambiamento generale, a partire dall’avvento del digitale e della nuova globalizzazione che vede la riscoperta della realtà nazionale per le aziende strategiche.

Le sfide economiche della crisi: conversazione con Emanuele Felice



Quali sono le maggiori sfide per l’economia italiana in questa fase di grave crisi e instabilità sistemica? Ne abbiamo parlato con Emanuele Felice, economista, docente di Economia politica all’Università di Chieti-Pescara e dal febbraio 2020 responsabile Economia e Lavoro nella segreteria nazionale del Partito Democratico. Felice, nato a Lanciano nel 1977, è autore di diversi testi, tra cui figurano le seguenti (tutte pubblicate da “Il Mulino”): “Perché il Sud è rimasto indietro” (2013), “Ascesa e declino. Storia economica d’Italia” (2015) e “Storia economica della felicità” (2017). Recentemente, Felice ha pubblicato per la medesima casa editrice “Dubai, l’ultima utopia”.
Buongiorno professor Felice e grazie per la sua disponibilità. Quali sono a suo parere le maggiori sfide che la crisi apre per l’Italia e l’Europa?
Le sfide sono numerose: in primo luogo, in relazione all’Europa bisognerà vedere se passeranno i piani di maggiore spesa attualmente in discussione, l’aumento del bilancio europeo dall’1 al 2% del Pil e gli altri aiuti: Bce, Bei, eventualmente il Mes. Arriveranno tanti soldi, e bisognerà essere in grado di spenderli. Il che può essere un problema serio: noi nel decreto di aprile sulle banche abbiamo già avuto una prova di questo. Credo anzi sia la maggiore sfida che abbiamo di fronte. Una sfida che, per certi punti di vista, può essere anche una grande opportunità per adeguare il nostro apparato amministrativo a una maggiore efficienza e capacità di spesa.
Riuscire a spendere in infrastrutture, o anche in aiuti alle imprese, utilizzando i finanziamenti che arrivano dall’Europa significa dover tornare a fare una seria politica industriale. L’Europa consentirà di nuovo gli aiuti di Stato, sia che si tratti di garantire liquidità alle imprese che di acquistarne eventualmente quote: però bisogna essere in grado di fare una politica industriale per non buttare via tutto questo in interventi a pioggia o peggio in sussidi opportunistici.
Come dovrebbe, a suo parere, strutturarsi una politica industriale di questo tipo?
Bisogna, per fare un paragone col nostro passato, evitare di fare una Gepi (finanziaria pubblica costituita per il salvataggio, la ristrutturazione e la successiva vendita delle aziende private in difficoltà e operativa fino al 1997, ndr). Piuttosto bisognerebbe fare l’Iri. Ma per fare l’Iri servono capacità.
Siamo davanti a un’opportunità storica per evitare il declino dell’Italia, ma dobbiamo essere in grado di coglierla perché potrebbe essere l’ultima. Secondo me il grosso della sfida riguarda dunque il rapporto dell’Italia in relazione all’Europa. Mi preoccupa la scarsa capacità dell’Italia di adeguarsi alla fase “espansiva” in termini di politica economica, di visione come pure di interventi di aggiustamento concreti.
All’Europa, dunque, è richiesta coesione e coordinamento; all’Italia la parte strategico-operativa della messa in campo dei piani. Il richiamo all’Iri, in tal senso non è più anatema, se pensiamo che alcuni mesi fa c’era chi lo associava allo “Stato-rigattiere”.
Esattamente, anche se ribadisco che accanto all’opportunità “Iri” c’è anche il rischio “Gepi”, il rischio di fare un carrozzone in perdita incapace di sviluppare una politica industriale. E noi abbiamo avuto negli ultimi vent’anni un indebolimento dell’apparato amministrativo pubblico e della sua capacità operativa. La riforma dell’amministrazione è un problema serio che va affrontato: in questi due anni è prioritario per noi assumere circa 500mila nuove persone per completare gli organici, da scegliere con cura, non solo per le loro competenze specifiche ma anche per le competenze organizzative-gestionali e di sistema.
Capitale economico e capitale umano: le istituzioni, in fin dei conti, sono fatte in primo luogo dagli uomini che le animano.
Certo. In un certo senso la crisi accelera il nostro incontro con la questione chiave del nostro mancato sviluppo: il malfunzionamento delle regole, la debolezza dell’amministrazione, la formazione del capitale umano. Problemi da affrontare in maniera sempre più urgente, perché la crisi richiede capacità amministrative all’altezza.
Ci sono, in questo contesto, i Mattei, i Vanoni e i Menichella pronti a guidare l’economia italiana a un nuovo sviluppo?
Speriamo di poterli trovare al più presto: voglio sperare chle persone di tale calibro si formino ed emergano proprio in relazione a queste sfide.
Passando al dibattito politico-istituzionale, legato al suo ruolo di responsabile economico del Partito Democratico, come si sta sviluppando il dibattito tra le forze politiche, gli apparati economici come Confindustria, i sindacati?
Nella maggioranza mi pare che il Pd sia l’unica formazione ad avere consapevolezza di questi problemi. I Cinque Stelle, fatta eccezione per alcune figure come Conte e Patuanelli, non sembrano all’altezza, e Italia Viva ha una posizione molto ostile all’idea di una politica industriale pubblica. Confindustria ha fatto delle proposte, alcune anche interessanti, come la spinta alla ricerca scientifica e il potenziamento degli investimenti in innovazione, altre francamente difficilmente comprensibili, come l’idea di creare un consiglio del lavoro senza i sindacati per governare le relazioni industriali nella fase d’emergenza. I sindacati sono più preparati a questa fase, con loro si lavora meglio.
In questa fase viene fuori, in effetti, l’importanza del lavoro per la ripresa del Paese. Sarà il tema del lavoro la chiave per la rinascita?
Si, anche se comunque il lavoro buono non si crea per legge, ma con la crescita e lo sviluppo economico. La legge ha il compito di prevenire l’esistenza e lo sviluppo del lavoro “cattivo”.
Sul “lavoro negativo” ci sono stati sviluppi: si è presa consapevolezza sul tema della tutela del lavoro a rischio sfruttamento dalle mafie e dal lavoro nero?
Si, e la crisi apre altre questioni: ad esempio sarà lanciato il reddito d’emergenza per tutelare le persone vittima del lavoro nero o intrappolate nel lavoro grigio, che ci permetterà di avere un’idea della dimensione di questi fenomeni per farli poi emergere.
In questo contesto, come si inserisce l’obiettivo di rafforzare la coesione tra Nord e Sud nella strategia per la ripresa del Paese?
Questa crisi fa emergere problemi del Sud come il divario digitale col resto d’Italia. La banda larga è arrivata molto meno che al Nord, poi c’è la questione dell’istruzione, che fatta a distanza tende a sfavorire chi viene da un background familiare più problematico. Questi sono i due fattori di divaricazione principali, poi non c’è dubbio che questa crisi ha colpito maggiormente il Nord. Per ragioni strutturali il Sud è più debole, per ragioni contingenti il Nord è attualmente più in affanno. Le imprese del Nord, integrate a lungo nelle catene del valore di matrice tedesca, possono essere messe a rischio dalle evoluzioni della crisi del manifatturiero.

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