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J-Ax torna con ReAle: "Sono un artista pop con le radici nel rap"



FANPAGE


J-Ax, artista pop con le radici nel rap: "Mio figlio Nicolas ormai capisce le hit prima di me"


Si definisce un artista che fa pop ma che ha le radici nel rap, J-Ax uscito con il suo ultimo album "ReAle", nuovo lavoro solista dopo il successo di "Comunisti col Rolex".



 Il rapper torna con un album lungo e variegato, con tanti feat, da Enrico Ruggeri e Paola Turci, a Chadia Rodriguez, Jake La Furia, Max Pezzali, Boomdabash etc: "Io scelgo le collaborazioni non in base a una scena, le scelgo come un regista sceglie i protagonisti di un suo film" spiega a Fanpage. J-Ax parla anche del figlio Nicolas e di come, ormai, intercetti le hit del padre, come avvenuto per "Ostia Lido", ma anche di "Beretta", un pezzo su femminicidio e utilizzo delle armi: "Il pezzo rimane in una zona grigia che è un po' la visione che ho io sulle armi".

FONTE: https://youmedia.fanpage.it/video/af/XjF5ReSwh8w3H2AA

Mani Pulite, parla Di Pietro: 'Volevo arrestare Andreotti, Craxi era solo uno dei tanti'


Di Salvatore Santoru

Durante una recente intervista su l'Espresso(1), l'ex pm e politico Antonio Di Pietro ha detto la sua sulla stagione di Mani Pulite e sulla fine dell'era craxiana.

Entrando nello specifico, Di Pietro ha raccontato alla giornalista Susanna Turco che Bettino Craxi non era il principale indiziato ma '"uno dei tanti". 

Inoltre, come riporta Fanpage(2), nella stessa intervista il politico ha sostenuto che il suo obiettivo era quello di arrestare Giuli Andreotti.

Tuttavia, stando sempre alle parole dell'ex magistrato, ciò non fu possibile a causa delle pressioni di alcuni giudici.

Durante l'intervista della Turco, Di Pietro ha anche detto che mirava ad indagare "sull'ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti", perché "Craxi era l'emergente, quello che faceva parte della Milano da bere".


NOTE E PER APPROFONDIRE:


(1) http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/01/17/news/antonio-di-pietro-bettino-craxi-giulio-andreotti-1.343057


(2) https://www.fanpage.it/politica/mani-pulite-di-pietro-rivela-avrei-arrestato-andreotti-se-gardini-non-si-fosse-ammazzato/


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FOTO: https://www.fanpage.it

La storia di Victor Grossman, il soldato americano che disertò per la Ddr

Intervista di Madi Ferrucci a Victor Grossmann

Di Madi Ferrucci

Victor Grossman è nato nel 1928 a New York, oggi ha 91 anni e vive nella vecchia Berlino est, sulla Karl Marx Allee a pochi metri dallo storico Cafè Moskau. È uno dei pochissimi soldati ebrei statunitensi ad aver disertato la U.S Army per fuggire nella Repubblica democratica tedesca della Germania Est, e come lui ci tiene a raccontare è anche “uno dei pochi uomini al mondo ancora in vita ad aver conseguito una laurea ad Harvard e alla Karl Marx Universitaet della Ddr”. Per tutta la vita ha fatto il giornalista.
Il suo vero nome è Stephen Wechsler, ma a Berlino tutti lo hanno sempre conosciuto come Victor. Si iscrive al partito comunista nel 1945 quando frequenta ancora l’Università di Harvard. “Era una delle poche organizzazioni a combattere il razzismo e ad essere contraria alla bomba atomica, per questo mi sono iscritto”, racconta. In quegli anni inizia a leggere Marx e si innamora della musica dei grandi cantautori folk: Peter Seeger, Guthrie e Leadbelly sono solo alcuni dei suoi preferiti. Appena laureato va a lavorare come operaio in due fabbriche a Buffalo e prende parte ai movimenti dei lavoratori che in quel periodo erano sotto attacco.
Nel 1947 il senatore J.R McCarthy sale alla presidenza della commissione d’inchiesta voluta dal Congresso statunitense per dare la caccia ai sovversivi “antiamericani”: il partito comunista è nella lista nera. Tre anni dopo il giovane Wechsler viene chiamato alla leva ma prima di potersi arruolare gli viene sottoposto un foglio da firmare. “Dovevo dichiarare di non aver mai preso parte ad alcuna organizzazione sovversiva. Lessi la lista delle organizzazioni proibite, facevo parte di almeno sette o otto di quelle elencate”. Se avesse detto la verità avrebbe certamente rischiato un processo, così decide di mentire. “Ebbi paura e firmai, sperando che non si accorgessero mai della verità”.
Viene spedito con le forze dell’esercito americano nella Germania Ovest occupata dagli statunitensi. Ma nel ’52 arriva una lettera dal Pentagono in cui gli viene chiesto di presentarsi al Tribunale militare entro 6 giorni. Si erano accorti che era un comunista. A quel punto decide di scappare.
Come è arrivato nella Germania Est?
Due giorni prima della scadenza scappai in Austria attraversando il Danubio a nuoto. Arrivai nella zona austriaca ancora occupata dai sovietici e chiesi rifugio. Mi tennero in una cella per due settimane per capire cosa fare di me. Per fortuna avevo in tasca il documento del Pentagono con tutte le organizzazioni sovversive comuniste e socialiste di cui avevo fatto parte e quindi mi credettero. Fui mandato nella Germania Est, a Potsdam dove spedivano tutti gli stranieri. C’erano moltissimi giovani come me che venivano dal Nord Africa e dagli Stati Uniti. Mi diedero il nome di Victor Grossman. Lavorai lì in una fabbrica per un breve periodo e poi mi fu permesso di andare a Lipsia a studiare.
Che cosa ha studiato?
Giornalismo. Quando dissi che mi volevo iscrivere all’Università mi fecero un test per capire se sapevo il tedesco e se avevo già un’educazione. Volevano capire che tipo ero politicamente. Poi mi chiesero cosa volevo studiare. Io dissi: “Quello che c’è”. E mi dissero che c’era posto nella classe di giornalismo, pensai che era interessante e accettai.
Come funzionava l’Università nella Ddr? Che ricordi ne ha?
Ricordo che eravamo una classe di 25 ragazzi e facevamo tutto insieme. Vivevamo inseme, studiavamo e mangiavamo in gruppo e frequentavamo gli stessi corsi, qui conobbi la mia compagna di vita. Era una buona Università ma c’erano anche professori che non amavo. Il professore di “marxismo” era troppo dogmatico. Non mi piaceva molto il suo corso, non c’era dibattito, dovevamo solo ascoltare quello che ci veniva detto e non avevamo molta libertà di discussione, il che non rendeva le lezioni particolarmente affascinanti. Era piuttosto noioso. All’Università non ho imparato molto sul giornalismo però ho avuto dei bravissimi insegnanti di Storia della Germania e di Letteratura tedesca, erano persone di grande cultura che avevano combattuto contro il nazismo e che erano stati per questo a lungo imprigionati.
Si iscrisse subito al Sed (il Partito di Unità Socialista di Germania che governava la Germania Est)?
No, non mi sono mai iscritto al Sed.
Perché?
Ci provai, ma mi piaceva la musica folk, ascoltavo moltissimo la radio americana e ai membri del Sed non era permesso ascoltare le radio capitaliste occidentali. Quando me lo dissero pensai: “Magari  mi iscrivo un altro giorno”. E poi c’era un altro problema. Bisognava avere un comportamento molto codificato e io volevo avere la possibilità di pensare in maniera indipendente. Questo per i dirigenti della sezione giovanile della Sed non era comprensibile. Così decisi di supportarlo dall’esterno. Ero straniero e non mi fecero troppe pressioni perché entrassi a farne parte.
Quali sono gli aspetti di quegli anni che ricorda positivamente?
Apprezzavo molto il fatto che nella Germania Est ci fosse stato un profondo processo di denazificazione. A chi era stato nazista veniva tolta la possibilità di avere posizioni di potere, furono estromessi dalla scuola, e rimossi dalla dirigenza delle aziende e dei servizi. Molti se ne andarono a Ovest. Chi rimase fu messo a lavorare ma non poteva avere incarichi di responsabilità e gli era proibito sostenere pubblicamente le proprie idee. Nella scuola quasi tutti gli insegnanti erano nazisti e questo creò anche di problemi perché vennero a mancare professori. Allora reclutavano anche i giovani alle prime armi, un mio amico che sapeva giocare un po’ a calcio diventò di botto insegnante di football e di geografia. In secondo luogo li ho supportati perché furono in grado di cacciare via tutte le grandi multinazionali, furono sequestrate le loro proprietà e dovettero andarsene a Ovest. La Ddr aveva creato un sistema dove nessuno aveva paura di perdere il lavoro. La disoccupazione ad esempio era illegale. Nessuno aveva paura di rimanere senza casa, era illegale sfrattare qualcuno se non gli era stata prima affidata un’altra abitazione. Gli asili nido erano gratis e anche la scuola e l’educazione. La proprietà era di tutti. Non esistevano piccoli gruppi di miliardari che guadagnavano moltissimo denaro dal lavoro di migliaia di lavoratori, questo fu il loro più grande risultato.
E che cos’è che invece non le piaceva nella Ddr? Che cos’ha sbagliato secondo lei la dirigenza del Partito?
La leadership del Partito non imparò mai a parlare con la gente. Non sapevano come discutere con le persone per spiegare qual era il loro progetto. Per questo molti non li capirono. Vedevano le comodità dell’Ovest e volevano goderne. I politici della Ddr non impararono mai ad usare i media. Non riuscivano a mettere in piedi degli show televisivi attraenti o a scrivere in maniera coinvolgente. Erano poco affascinanti. Sottovalutare questo aspetto fu un grave errore. Non hanno mai capito come arrivare al cuore delle persone, come divertire. In un certo senso non erano dei bravi giornalisti. L’Ovest invece era abilissimo nel persuadere, sapeva comunicare molto bene con i media i vantaggi del benessere.
Ha mai avuto problemi nel suo lavoro di giornalista?
Non quando scrivevo. Io dovevo scrivere degli Stati Uniti e nel farlo non ebbi particolari problemi. Ebbi qualche rogna nel parlare pubblicamente, perché criticavo alcuni aspetti dell’azione di governo, soprattutto la sua modalità di comunicazione. Ad alcuni questo non piacque, in alcuni luoghi non mi chiamarono più a parlare.
Ha mai avuto rapporti con la Stasi?
Sono entrato in contatto con loro tre volte, quando l’ambasciata statunitense aprì negli anni ’70 mi chiesero di diventare amico delle persone che erano lì, ma non ci andai. Un’altra volta mi chiesero se potevo metterli in contatto con persone negli Stati uniti, ma non erano interessati né agli anziani né a chi era già comunista, e io conoscevo solo persone che rientravano in queste due categorie. E poi in maniera indiretta perché un mio amico del college ne faceva parte e credeva nel fatto che fosse un sistema di autodifesa dello Stato.

La vita delle scienze


Giancarlo Cinini* intervista Bruno Latour**

I filosofi sono sul sentiero di guerra”, c’è scritto sulla maglietta che indossa Bruno Latour. Come sia fatto questo sentiero di guerra è la domanda che non gli abbiamo fatto, ma ci viene da pensare a quei percorsi che un tempo, tra il ’15 e il ’18, si inerpicavano sopra i monti dell’Adamello e dell’Ortles e sui quali si confondevano i soldati, le nevi, le ferrate, la roccia e le pallottole: l’antropologo francese il suo sentiero filosofico l’ha percorso proprio dove i segni della natura e della cultura si sono sempre mescolati. Si è occupato soprattutto delle pratiche con le quali gli occidentali costruiscono la conoscenza su ciò che chiamano oggetti della natura, indagando come un etnografo i modi e i miti del fare scienza.
È l’autore della Actor-network theory, la teoria secondo cui ogni fatto sociale e ogni oggetto scientifico è il prodotto di un’intricata rete di relazioni e alleanze, tra umani e non-umani. Ha cominciato nel 1979, con Laboratory Life, studiando una particolare tribù del mondo occidentale: i neuroendocrinologi del Salk Laboratory di La Jolla, in California. La ricerca etnologica fu condotta a quattro mani con il sociologo Steve Woolgar e mirava a ricostruire i protocolli di ricerca, le tecniche di misura, gli strumenti, i miti dei ricercatori, che si mescolavano agli oggetti studiati.
Dieci anni dopo scriverà il suo primo saggio teorico, un’introduzione alla sociologia della scienza: La scienza in azione(1987), dove propose di “aprire la ‘scatola nera’ di Pandora” e di entrare nelle pratiche della tecnoscienza, un calderone fatto di laboratori, istituzioni e peer-review di riviste internazionali. Si è occupato del caso di Louis Pasteur in Microbi – Un trattato scientifico-politico (1984). Il grande scienziato Pasteur, racconta Latour, è un uomo abile, capace di spostarsi dai problemi dell’igiene pubblica alla fermentazione delle birre industriali, dalle malattie negli allevamenti alla pastorizzazione; Latour ne descrive il gioco di alleanze dentro e fuori le scienze, il modo in cui Pasteur trova ogni volta nuovi alleati, microbi, politici, allevatori, urbanisti preoccupati per l’igiene della città, produttori di birra.
È a partire da queste riflessioni sulla costruzione della conoscenza naturale che Latour è arrivato a uno dei suoi testi più conosciuti, Non siamo mai stati moderni (1991). La distinzione tra Natura e Cultura, secondo Latour, è frutto di un costante lavoro di depurazione che distingue oggetti della natura e soggetti della società: di qua le cose, di là le persone e una grande barriera in mezzo. Su questo si fonda la costituzione dei Moderni. Ma, scrive Latour, moderni non lo siamo mai stati per davvero, perché abbiamo sempre creato ibridi tra natura e cultura: campi coltivati, pacemaker, fiumi canalizzati. Latour propone un’antropologia simmetrica che studi specularmente da un lato la cultura e dall’altro la produzione di tecniche, conoscenze e oggetti della natura, come qualsiasi antropologo occidentale farebbe con una tribù degli Achuar d’Amazzonia, descrivendone assieme società, politica e cosmogonia.
Oggi Bruno Latour ha 71 anni e si occupa, sempre come un etnografo, di quelle comunità di studiosi che lavorano sulle scienze climatiche e del sistema Terra, scienze esposte a conflitti e a pressioni sociali e politiche, mentre i segni dell’uomo si imprimono e si moltiplicano con maggiore estensione sull’epidermide della Terra, nel tempo che alcuni chiamano Antropocene.
Incontro l’antropologo in una chiesa sconsacrata di Mantova, durante Festivaletteratura dello scorso anno. Latour è venuto a curiosare in uno spazio particolare del festival, chiamato Scienceground, dove alcuni giovani scienziati hanno organizzato una serie di dibattiti e laboratori per capire meglio il loro mestiere e in che modo le scienze siano ficcate dentro ciò che chiamiamo società. Quando arriva, si forma spontaneamente un gruppo di persone interessate, soprattutto giovani ricercatori, che cominciano a fare domande. Latour si siede sul divano e risponde, e quella che era una chiacchierata informale diventa un’intervista collettiva.
* * * *
Un libro che continua ad avere successo tra gli scienziati è Imposture intellettuali (1996) di Bricmont e Sokal, due fisici che se la prendono con diversi filosofi e pensatori per come, da non scienziati, parlano di scienza. Li scherniscono dando loro dei “postmoderni” o addirittura degli intellectual impostors, impostori che fingono di parlare di scienza e invece parlano di fuffa. In quella lista nera c’era pure lei. Ha mai avuto un confronto con loro?
Sì, una volta in un teatro nel centro di Londra. Ottocento persone che urlavano, metà contro di me e metà contro Sokal. Bricmont che era tra il pubblico si alzava e dibatteva. Sokal è una persona piacevole, ma in quel momento stava difendendo l’ultimo atto della vecchia epistemologia. Qualche anno dopo abbiamo tutti quanti compreso che la loro era una pessima difesa della scienza: la scienza come razionalità inattaccabile. Una difesa epistemologica che è inutile, per esempio, contro i negazionisti climatici o i complottisti: quando sei seriamente attaccato da un negazionista hai bisogno di un’altra versione della scienza.
È quello che è successo a me quando ho incontrato a un cocktail party alcune persone del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico(IPCC) francese: Bruno – mi hanno detto – abbiamo bisogno del tuo aiuto. Siamo attaccati da altri scienziati, soprattutto fisici, persino premi Nobel, che criticano le nostre ricerche! Ho risposto: Beh, è divertente perché noi abbiamo cercato di darvi una mano per trent’anni ma la sola vostra risposta era che eravamo relativisti. Oggi potrebbe essere tardi, ma dobbiamo aiutarli.
Quando ho cominciato a studiare queste cose, quarant’anni fa, venivo accusato di criticare gli scienziati solo perché descrivevo i loro metodi di lavoro. I modi coi quali la scienza viene prodotta: persone, istituzioni, soldi, colleghi, strumenti, esperimenti, pubblicazioni… e poi, le pratiche quotidiane degli scienziati e pure le loro aspettative personali, che sono essenziali.
Nel Ventesimo secolo, quando tentavamo di descrivere questo, si pensava che la scienza fosse il paradiso e quello che facevamo era visto come una critica. All’epoca, perciò, dovevamo rompere, per così dire, l’egemonia dell’autorità scientifica. Oggi ci troviamo di fronte a una questione del tutto diversa: riorganizzare la civilizzazione. Ovvero: in che modo la scienza può ancora avere credito ed essere seguita dalle persone? Pensiamo agli Stati Uniti, dove le persone sono completamente svuotate di qualsiasi pensiero scientifico. L’unica maniera di difendere la scienza è fare esattamente quello che facevamo allora e ora che sono vecchio continuo a fare lo stesso tipo di studi e lo stesso tipo di cose ma con altri scienziati: i geochimici e gli scienziati del sistema Terra.

Se guardiamo ai conflitti in cui la scienza entra nel dibattito politico, spesso molti, per difendere la ricerca scientifica, provano ancora a giocare la carta della scienza come razionalità.
Non importa quante volte si ripeta che la scienza è razionalità: non cambia nulla nella testa degli scettici. All’epoca del dibattito con Sokal ancora si sosteneva: Dobbiamo difendere il legame tra scienza e razionalità e chiunque lo discuta, in verità, sta smentendo la scienza stessa. Noi, dall’altra cercavamo di dire: No, dovete piuttosto insegnare il modo in cui la scienza è prodotta, in modo realistico, e i frutti si vedranno col tempo. Più si spiega come la scienza è prodotta, meglio è. Prima di tutto per gli scienziati stessi: non c’è paragone tra l’idealizzazione della scienza che viene ancora venduta da qualche parte e la pratica che ogni dottorando impara sul campo. È come imparare il sesso durante l’epoca Vittoriana: arrivi alla notte di nozze e ci sono molte cose da fare che non immaginavi.
La seconda ragione è che è meglio per il pubblico, perché dopo aver spiegato come si produce la scienza si può ripartire dalle basi del concetto di autorità, e la fiducia nella ricerca può tornare a crescere. Questa è la scommessa, ma nella situazione odierna è difficile capire cosa accadrà. Perché in alcuni ambienti accademici, molte persone hanno ancora un’idea di scienza come di qualcosa di etereo e perfetto, ed è molto difficile dire cerchiamo di avere un’idea laica, o per così dire “mondana”, della scienza. Eppure la scienza non è fatta di idee filosofiche cristalline, è fatta di molte piccole cose, dati sperimentali e puzzle nelle teste di migliaia di persone, cose che permettono di far sì che quello che studi convinca gli altri. È un sistema davvero affascinante e che non ha nulla a che vedere con l’idea pura di “razionalità”.

D’altra parte anche la filosofia della scienza pare aver lasciato perdere una spiegazione della scienza nella sua interezza: piuttosto oggi si parla per esempio di filosofia della biologia, di filosofia della matematica.
Ho un amico, Thomas Pradeau, che parlando di sé dice: Sono un filosofo in biologia, non della biologia! Io non sono un filosofo della scienza e di proposizioni generali sulla scienza non mi occupo da anni, ma in passato abbiamo costruito il campo di indagine dei Science and technology studies proprio contro le proposizioni generali. Perché non abbiamo bisogno di visioni generali della scienza. D’altra parte, cosa lega un fisico delle particelle a uno scienziato del suolo? Solo che entrambi pubblicano articoli scientifici.

E qual è secondo lei la comunità di scienziati più interessante da studiare?
Non saprei rispondere, ma posso dire su quali comunità sto lavorando. Una è composta da quei geochimici che si occupano della cosiddetta critical zone: la fascia della Terra che va da qualche chilometro sotto i nostri piedi a qualche chilometro sopra la nostra testa. Poi ci sono gli studiosi di Gaia, specialisti della scienza del sistema Terra. E, infine, sto facendo ricerca con persone che si interessano di virus. I virus sono dovunque, sono davvero bizzarri e sono un mio vecchio interesse.
Le prime due comunità sono molto spaventate dal discredito e dai fraintendimenti del pubblico, in modo diverso rispetto ai fisici: ci sono scienziati per così dire “protetti”, e fondamentalmente i fisici lo sono perché nessuno riuscirà mai seriamente a scocciarli cercando di proporre una qualche versione alternativa della meccanica quantistica, per esempio. Invece oggi chi si occupa di critical zone – un geochimico che parla del suolo, di un fiume, di un vulcano, di un albero, mettiamo –, sarà immediatamente criticato, costretto a discutere con altri ricercatori e con il pubblico che ha altri interessi e altre priorità, o con attori che hanno tutt’altro interesse, come lobby di vario genere. Studiando fisica si può restare nel Ventesimo secolo, ma non è così per chi studia queste altre scienze.

Sono scienze che toccano questioni politiche.
È il mondo in cui viviamo! Ripeto, se studi qualche pianeta extrasolare, puoi magari incontrare qualche lunatico che ne neghi l’esistenza, ma non ti saranno mai così addosso come invece accade per le scienze della Terra che hanno una diversa epistemologia e perciò richiedono un modo diverso di essere presentate e spiegate. E la scienza va difesa, non dimentichiamolo. Non parliamo solo di comprensione pubblica della scienza, oggi: la scienza è talmente sotto minaccia che potrebbe sparire, il 45 % degli americani crede che il cambiamento climatico sia orchestrato. In questi campi dunque non si tratta neanche più di comunicare la scienza, ma di difenderla.

L'intervista del presidente russo Putin con l’editore Lionel Barber del “Financial Times”


Traduzione a cura di Emilio di Somma (FSI Torino)
NdR: l’intervista risale al 27 giugno 2019
Lionel Barber: Signor Presidente, lei si sta dirigendo ad Osaka come statista di alto livello al G20. Nessun’altro è stato in così tanti incontri internazionali di questo gruppo e del G7 negli ultimi 20 anni mentre lei era a capo della Russia. Prima di parlare del programma del G20 e di ciò che spera di ottenere, sappiamo che ci sono crescenti tensioni tra America e Cina nel commercio, il rischio di conflitti nel Golfo. Le sarei molto grato se potesse parlare un po’ di come ha visto il mondo cambiare negli ultimi 20 anni mentre era al potere.
Presidente della Russia Vladimir Putin: Primo, non sono stato al potere per tutti questi 20 anni. Come forse sapete, sono stato Primo Ministro per quattro anni, e questa non è la massima autorità della Federazione Russa. Tuttavia, sono in giro da molto tempo nel governo e nelle alte sfere, quindi posso giudicare cosa sta cambiando e come. In effetti, l’ha appena detto lei stesso, chiedendo cosa è cambiato e come. Ha menzionato le guerre commerciali e gli sviluppi del Golfo Persico. Direi con cautela che la situazione non è cambiata in meglio, ma rimango ottimista in una certa misura. Ma, per dirla in parole povere, la situazione è decisamente diventata più drammatica ed esplosiva.
Lionel Barber: Crede che il mondo ora sia diventato più frammentato?
Vladimir Putin: Certo, perché durante la Guerra Fredda, la cosa brutta era la Guerra Fredda. È vero. Ma c’erano almeno alcune regole che tutti i partecipanti alla comunicazione internazionale seguivano o tentavano di seguire più o meno. Ora, sembra che non ci siano regole. In questo senso, il mondo è diventato più frammentato e meno prevedibile, che è la cosa più importante e deplorevole.
Lionel Barber: Torneremo su questo tema del mondo senza regole, frammentato, più transazionale. Ma prima, signor Presidente, ci dica cosa vuole raggiungere ad Osaka, in termini di rapporti con queste altre parti? Quali sono i suoi obiettivi principali per il summit?
Vladimir Putin: Mi piacerebbe molto che tutti i partecipanti a questo evento, e il G20, a mio parere, sia oggi un forum di sviluppo economico internazionale chiave, quindi vorrei che tutti i membri del G20 riaffermassero la loro intenzione – almeno un’intenzione – per elaborare alcune regole generali che tutti dovrebbero seguire e mostrare il loro impegno e dedizione al rafforzamento delle istituzioni finanziarie e commerciali internazionali.
Tutto il resto sono dettagli che completano gli argomenti principali in un modo o nell’altro. Sicuramente sosterremo la Presidenza giapponese. Per quanto riguarda lo sviluppo della tecnologia moderna, il mondo dell’informazione, l’economia dell’informazione e l’attenzione dei nostri colleghi giapponesi su questioni come la longevità e l’ambiente, tutto ciò è estremamente importante e sicuramente lo sosterremo e parteciperemo a tutte queste discussioni Anche se è difficile aspettarsi scoperte o decisioni importanti nelle condizioni attuali; oggi possiamo a malapena sperare in esse. Ma in ogni caso, c’è speranza almeno che durante queste discussioni generali e incontri bilaterali saremo in grado di appianare i disaccordi esistenti e gettare le basi, una base per un movimento positivo in avanti.
Lionel Barber: incontrerà Mohammad bin Salman ad Osaka. Possiamo aspettarci un’estensione dell’attuale accordo sulla produzione di petrolio? Limitazioni?
Vladimir Putin: Come sa, la Russia non è un membro dell’OPEC, anche se è tra i maggiori produttori mondiali. Credo che la nostra produzione giornaliera sia stimata in 11,3 milioni di barili. Gli Stati Uniti sono saliti davanti a noi, però. Tuttavia, riteniamo che i nostri accordi di stabilizzazione della produzione con Arabia Saudita e OPEC in generale abbiano avuto un effetto positivo sulla stabilizzazione del mercato e sulle previsioni.
Credo che sia i produttori di energia, in questo caso, i paesi produttori di petrolio, sia i consumatori siano interessati a questo, perché attualmente la stabilità è decisamente scarsa. E i nostri accordi con l’Arabia Saudita e altri membri dell’OPEC rafforzano indubbiamente la stabilità.
Per quanto riguarda l’estensione dell’accordo, lo scopriremo nei prossimi giorni. Ho avuto un incontro su questo tema con i massimi dirigenti delle nostre più grandi compagnie petrolifere e membri del governo proprio prima di questa intervista.
Lionel Barber: Sono un po’ frustrati. Vorrebbero produrre di più. È corretto?
Vladimir Putin: hanno una politica intelligente. Non si tratta di aumentare la produzione, anche se questa è una componente importante nel lavoro delle grandi compagnie petrolifere. Riguarda la situazione del mercato. Hanno una visione completa della situazione, nonché delle loro entrate e spese. Certo, stanno anche pensando di rilanciare il settore, investimenti tempestivi, modi per attirare e utilizzare la tecnologia moderna, oltre a rendere questo settore vitale più attraente per gli investitori.
Tuttavia, forti aumenti o crolli dei prezzi non contribuiranno alla stabilità del mercato e non incoraggeranno gli investimenti. Questo è il motivo per cui abbiamo discusso di tutti questi problemi nella loro totalità oggi.
Lionel Barber: Signor Presidente, lei ha osservato quattro presidenti americani da vicino e forse cinque, lei ha avuto esperienza diretta. Allora, come è diverso il signor Trump?
Vladimir Putin: Siamo tutti diversi. Non ci sono due persone uguali, proprio come non ci sono serie identiche di impronte digitali. Chiunque ha i suoi vantaggi e lascia che gli elettori giudichino i loro difetti. Nel complesso, ho mantenuto relazioni sufficientemente buone e stabili con tutti i leader degli Stati Uniti. Ho avuto l’opportunità di comunicare più attivamente con alcuni di loro.
Il primo presidente degli Stati Uniti con cui entrai in contatto fu Bill Clinton. In generale, ho considerato questa esperienza positiva. Abbiamo stabilito legami sufficientemente stabili e professionali per un breve periodo di tempo perché il suo mandato stava già volgendo al termine. All’epoca ero solo un giovane presidente che aveva appena iniziato a lavorare. Continuo a ricordare come abbia stabilito relazioni di partenariato con me. Gliene sono molto grato per questo.
Ci sono stati altri tempi e abbiamo dovuto affrontare vari problemi con tutti gli altri colleghi. Sfortunatamente, questo spesso ha comportato dibattiti e le nostre opinioni non coincidevano su alcune questioni che, a mio avviso, possono essere chiamate aspetti chiave per la Russia, gli Stati Uniti e il mondo intero. Ad esempio, questo include il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato sui missili anti-balistici che, come abbiamo sempre creduto, e di cui sono ancora convinto, era la pietra angolare dell’intero sistema di sicurezza internazionale.
Abbiamo discusso a lungo questa questione, abbiamo discusso e suggerito varie soluzioni. In ogni caso, ho fatto dei tentativi molto energici per convincere i nostri partner statunitensi a non ritirarsi dal Trattato. E, se la parte statunitense voleva ritirarsi dal Trattato, avrebbe dovuto farlo in modo tale da garantire la sicurezza internazionale per un lungo periodo storico. L’ho suggerito, l’ho già discusso in pubblico, e ripeto che l’ho fatto perché ritengo che la questione sia molto importante. Ho suggerito di lavorare insieme su progetti di difesa missilistica che avrebbero dovuto coinvolgere Stati Uniti, Russia ed Europa. Stabilivano parametri specifici di questa cooperazione, definivano pericolosi approcci missilistici e prevedevano scambi di tecnologia, l’elaborazione di meccanismi decisionali, ecc. Quelle erano proposte assolutamente specifiche.
Sono convinto che il mondo sarebbe un posto diverso oggi, se i nostri partner americani avessero accettato questa proposta. Sfortunatamente, questo non è accaduto. Possiamo vedere che la situazione si sta sviluppando in un’altra direzione; nuove armi e tecnologie militari all’avanguardia stanno venendo alla ribalta. Bene, questa non è la nostra scelta. Ma, oggi, dovremmo almeno fare di tutto per non aggravare la situazione.
Lionel Barber: Signor Presidente, lei è uno studente di storia. Ha avuto molte ore di conversazione con Henry Kissinger. Quasi certamente legge il suo libro, World Order. Con il signor Trump, abbiamo visto qualcosa di nuovo, qualcosa di molto più transizionale. È molto critico nei confronti di alleanze e alleati in Europa. Questo è qualcosa che è a vantaggio della Russia?
Vladimir Putin: Sarebbe meglio chiedere quale sarebbe il vantaggio dell’America in questo caso. Il signor Trump non è un politico di carriera. Ha una visione del mondo distinta e una visione degli interessi nazionali degli Stati Uniti. Non accetto molti dei suoi metodi quando si tratta di affrontare i problemi. Ma sa cosa penso? Penso che sia una persona di talento. Sa molto bene cosa si aspettano i suoi elettori da lui.
La Russia è stata accusata e, per quanto strano possa sembrare, è ancora accusata, nonostante il rapporto di Mueller, di mitiche interferenze nelle elezioni americane. Cosa è successo nella realtà? Trump ha esaminato l’atteggiamento dei suoi avversari nei suoi confronti e ha visto dei cambiamenti nella società americana, e ne ha approfittato.
Io e lei stiamo parlando prima dell’incontro del G20. È un forum economico e indubbiamente avrà discussioni sulla globalizzazione, il commercio globale e la finanza internazionale.
Qualcuno ha mai pensato a chi ha effettivamente beneficiato e quali benefici sono stati ottenuti dalla globalizzazione, lo sviluppo della quale abbiamo osservato e ne abbiamo partecipato negli ultimi 25 anni, a partire dagli anni ’90?
La Cina ha fatto ricorso alla globalizzazione, in particolare, per liberare milioni di cinesi dalla povertà.
Cosa è successo negli Stati Uniti e come è successo? Negli Stati Uniti, le principali società statunitensi – le società, i loro manager, azionisti e partner – hanno fatto uso di questi benefici. La classe media non ha quasi beneficiato della globalizzazione. Coloro che vivono del loro stipendio, negli Stati Uniti (probabilmente parleremo più tardi dei redditi reali in Russia, che richiedono un’attenzione particolare da parte del governo), la classe media negli Stati Uniti non ha beneficiato della globalizzazione; è stata lasciata fuori quando questa torta è stata divisa.
La squadra di Trump ha percepito questo molto acutamente e chiaramente, e lo hanno usato nella campagna elettorale. È dove dovreste cercare le ragioni dietro la vittoria di Trump, piuttosto che in qualsiasi presunta interferenza straniera. Questo è ciò di cui dovremmo parlare qui, incluso quando si tratta di economia globale.
Credo che questo possa spiegare le sue decisioni economiche apparentemente stravaganti e persino i suoi rapporti con i suoi soci e alleati. Crede che la distribuzione delle risorse e dei benefici della globalizzazione negli ultimi dieci anni sia stata ingiusta verso gli Stati Uniti.
Non ho intenzione di discutere se sia giusto o meno, e non dirò se ciò che sta facendo è giusto o sbagliato. Mi piacerebbe capire le sue motivazioni, che è quello che mi hai chiesto. Forse questo potrebbe spiegare il suo comportamento insolito.
Lionel Barber: Voglio assolutamente tornare all’economia russa. Ma quello che ha detto è assolutamente affascinante. Ecco qui, il presidente della Russia, a difendere la globalizzazione insieme al presidente Xi mentre il presidente Trump sta attaccando la globalizzazione e sta parlando di America First. Come spiega questo paradosso?
Vladimir Putin: Non penso che il suo desiderio di mettere l’America al primo posto sia un paradosso. Io voglio che la Russia sia la prima, e questo non è percepito come un paradosso; non c’è niente di strano lì. Per quanto riguarda il fatto che sta attaccando alcune manifestazioni della globalizzazione, ho già sottolineato questo punto. Sembra credere che i risultati della globalizzazione potrebbero essere stati molto migliori per gli Stati Uniti di quanto non siano. Questi risultati della globalizzazione non stanno producendo l’effetto desiderato per gli Stati Uniti, e lui (Trump) sta iniziando questa campagna contro alcuni elementi della globalizzazione. Ciò riguarda tutti, specialmente i principali partecipanti al sistema di collaborazione economica internazionale, compresi gli alleati.
Lionel Barber: Signor Presidente, lei ha avuto molti incontri con il presidente Xi, e la Russia e la Cina si sono decisamente avvicinate. Sta mettendo troppe uova nel cestino della Cina? Perché la politica estera russa, anche sotto la sua guida, ha sempre ritenuto una sua virtù il parlare con tutti.
Vladimir Putin: Prima di tutto, abbiamo abbastanza uova, ma non ci sono molti cesti in cui queste uova possono essere collocate. Questo è il primo punto.
Traduzione di Emilio di Somma per http://appelloalpopolo.it

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