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Che cosa si sa di Banksy?

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Di Paolo Magliocco

Venerdì scorso, 5 ottobre, l’opera dell’artista Banksy «Ragazza con il palloncino», appena battuta all’asta da Sotheby’s per oltre un milione di sterline, si è autodistrutta. Poche ore dopo un video pubblicato sul profilo Instagram dello stesso artista ha mostrato come fosse stato nascosto il meccanismo nella cornice. Il video è ancora disponibile. 
L’identità di Banksy, il più famoso artista di strada del mondo, resta ufficialmente sconosciuta. È stato anche ipotizzato che potesse essere presente all’asta e che abbia azionato lui il meccanismo. 

Pare certo che sia nato e cresciuto a Bristol, città nel sudovest dell’Inghilterra, come ha implicitamente ammesso lui stesso, e avrebbe oggi 43 anni. Il giornalista del Guardian Simon Hattenstone lo ha incontrato a Londra nel 2003 in una rara intervista faccia a faccia. Nell’articolo Hattenstone lo ha descritto «bianco, di 28 anni, casual e trasandato, in jeans e maglietta, con un dente, una catenina e un orecchino d’argento». 
Dallo stesso articolo si ricava che Banksy avrebbe cominciato a disegnare graffiti a 14 anni, che ha avuto problemi a scuola fino a essere espulso e che è stato anche in prigione per piccoli reati, certamente per il suo lavoro di artista di strada ma prima di diventare noto come Banksy. 

In altre occasioni l’artista ha detto di avere cominciato a disegnare graffiti sulla scia del lavoro di Robert Del Naja, artista di Bristol noto come 3-D, fondatore del collettivo musicale dei Massive Attack. 

Ha iniziato a usare la tecnica dello stencil che lo ha reso famoso quando aveva 18 anni, per diventare più rapido nel realizzare le sue opere dopo essere stato inseguito dalla polizia ed essere rimasto nascosto per ore per sfuggire all’arresto, come ha raccontato nel libro Wall and Piece. 
Anche se non ci sono fotografie o video che mostrino il suo volto di oggi, esistono alcune sue immagini. La più remota sarebbe un filmato della BBC del 1995 registrato per un programma intitolato “Shadow People” che alcuni siti hanno riproposto negli ultimi anni.  

Filmati più recenti lo mostrerebbero mentre realizza alcune delle sue opere lungo il muro che separa la Palestina da Israele . 
A proposito di una sua fotografia che lo ritrae a Betlemme e che è circolata lo scorso anno ha dichiarato in una intervista: «Non l’ho vista, ma escludo categoricamente di essere io. Soprattutto se lo sono». 

Secondo una inchiesta molto citata del Daily Mail condotta nel 2008 attraverso una lunga serie di interviste, Banksy si chiamerebbe Robin Gunningham e vivrebbe a Bristol. L’ipotesi sarebbe confermata da una ricerca condotta da studiosi della Queen Mary University di Londra con i metodi delle indagini di criminologia.  

Altri identificano Banksy con il fondatore dei Massive Attack Robert Del Naja. Questa ipotesi sarebbe sostenuta dallo studio della coincidenza tra l’apparizione delle opere dell’artista e gli spostamenti del gruppo musicale.  

In Italia Banksy ha realizzato due graffiti, entrambi a Napoli. Il primo, una rivisitazione dell’Estasi della beata Ludovica Albertoni, in via Benedetto Croce, è stata cancellata nel 2010. Il secondo, Madonna con la pistola, in piazza dei Girolamini, è oggi protetta da un vetro. Poiché Del Naja è tifoso del Napoli ed è stato più volte a seguire la squadra, questo è considerato un indizio del fatto che lui e Banksy sarebbero la stessa persona. Del Naja ha smentito più volte. 

Distrugge copia di Banksy per aumentarne il valore: adesso vale 1 sterlina




Di Angela Buscaino
Ispirato da quanto successo durante l'asta di alcuni giorni fa a Londra, un anonimo ha fatto a pezzi una copia originale dell'opera di Banksy sperando di raddoppiarne il valore.
Ma il povero sconsiderato non ha fatto i conti col fatto che l'opera adesso vale solamente una sterlina.
Nel mondo esistevano solamente 600 copie originali dell'opera di Banksy "Girl with a Balloon", ma adesso, grazie all'anonimo in cerca di fortuna, saranno 599.
L'aveva pagata 40mila sterline e sperava di fare un affare e di riuscire a mettere via un bel gruzzoletto, riporta il Corriere.
Per distruggere la preziosa opera d'arte, si sarebbe servito di un taglierino. Poi ha chiamato la casa d'aste Sotheby’s per sapere a quanto ammontasse il valore della copia dopo il "suo intervento"e gli è stato risposto che vale solo una sterlina e che da questo momento è etichettato come un vandalo per aver distrutto una delle 600 copie originali.
L'azzardato gesto voleva emulare quello dello stesso ignoto artista. Durante l'asta infatti la sua opera raffigurante una bambina con un palloncino rosso si è autodistrutta, proprio dopo essere stata venduta per 1,2 miliardi dollari. All'interno del dipinto infatti era nascosto un tritacarte azionato forse dallo stesso artista che si era mischiato tra la folla. L'opera, dopo l'autodistruzione, ha triplicato il suo valore.
Un gesto che ha voluto ribadire ancora una volta il credo dell'anonimo artista: l'arte deve essere libera.

L’Isis distrugge l’arte per provocare l’Occidente

Risultati immagini per mosul before and after isis

Di Francesca Paci

C’e sempre una nota amara nel portare alla ribalta il patrimonio culturale di quella Siria dove da sette anni si muore al buio. È come se preoccuparsi delle statue creasse di per sé una distanza asettica dalla sorte degli uomini. Eppure, nota l’archeologo Paolo Brusasco, la sofferenza dell’arte è complementare a quella della popolazione, tanto che spesso, insegna la Storia, «il genocidio si coniuga con il mnemocidio», lo sterminio della memoria collettiva. 




Nel suo libro Dentro la devastazione. L’Isis contro l’arte di Siria e Iraq (La Nave di Teseo) Brusasco ricostruisce la distruzione della millenaria civiltà mesopotamica che, contrariamente ai bollettini giornalistici, non è iniziata il 29 giugno 2014 a Mosul con la proclamazione del Califfato e non si è interrotta tre anni dopo, con la liberazione della città dal giogo islamista. 

Molti ricorderanno i filmati YouTube in cui, in diretta mondiale, gli sgherri di Al Baghdadi picconavano le meraviglie del Mosul Cultural Museum, uno dei più importanti del mondo. Era il 26 febbraio 2015, quattordici anni dopo la polverizzazione dei Buddha di Bamiyan nell’Afghanistan del mullah Omar. In mezzo c’è una stagione di sangue e macerie che solo in Iraq annovera la seconda guerra del Golfo, la controffensiva saddamista, l’ascesa e il declino di Zarqawi, l’espansione dell’Isis su un territorio dove il Dipartimento delle Antichità di Baghdad cataloga 4 mila siti archeologici, dalla preistoria all’età ottomana. Poi, la Siria: la rivolta inizialmente pacifica del 2011, la repressione, il terrorismo, la frantumazione di un popolo e di un Paese punteggiato di moschee, chiese bizantine e castelli crociati che frana pezzo a pezzo sotto i colpi di governativi, ribelli, jihadisti, e seppellisce con i cadaveri la memoria. 

Il libro, dedicato agli eroi sconosciuti come il prete Yousif Sakat, che mentre l’Isis avanzava sotterrò, salvandoli, 400 manoscritti in siriaco e aramaico, non fa sconti allo scempio culturale che ha preceduto il Califfato, nell’Iraq invaso dalle truppe Usa e nella Siria post 2011. Riviviamo così il devastante saccheggio del museo di Baghdad nel 2003. E i raid dell’esercito di Damasco sui ribelli della prima ora e sulle loro roccaforti, la celebre moschea al-Omari a Daraa, il minareto ommayade di Aleppo, il maniero medievale del Krak dei Cavalieri, il sito di Palmira, trasformato in base militare a ridosso del feroce carcere anti-oppositori di Tadmor prima che i jihadisti mettessero mano alle ruspe. Né si fanno sconti al «surreale concerto» organizzato nel 2016 per la liberazione della Regina del deserto alla presenza di russi e alti papaveri di Damasco (niente abitanti della zona però, fuggiti in Turchia), una liberazione seguita da saccheggi e di breve durata. Ma il giudizio è netto: il Califfato, con la sua distruzione intenzionale del patrimonio culturale e delle identità etnico-confessionali e con i video che la documentano scientificamente, marca una differenza radicale rispetto ai danni collaterali, ancorché gravissimi, delle guerre precedenti. L’annichilimento dell’arte diventa un’arma e come tale viene utilizzata (anche contro i nemici «interni», giacché oltre il 60% dei bersagli riguarda capolavori di arte islamica).  

È un viaggio duro quello in cui, pagina dopo pagina, siamo portati a visitare quanto la furia dei fondamentalisti d’ispirazione wahabita ha lasciato dell’eredità yazida, islamica, cristiana, sufi, delle necropoli romane di al-Qatora e Shash Hamdan vicino ad Aleppo, delle vestigia ellenistiche di Hatra o delle bibliche capitali d’Assiria nella piana di Ninive, Khorsabad, Nimrud, dove Agatha Christie scrisse alcuni dei suoi gialli. Un deserto analogo a quello che gli archeologi stanno scoprendo in Iraq, l’antica culla del sincretismo delle fedi svuotatasi prima dei suoi abitanti, a partire dai musulmani, e poi dei suoi simboli, in un crescendo culminato nella piana di Ninive con il silenzio delle campane la notte del 25 dicembre 2014. 

Resta da rimboccarsi le maniche con la consapevolezza che si tratta di una guerra di simboli, ma non solo. Brusasco non è convinto del messaggio iconoclasta dell’Islam primitivo, perché non rileva nel Corano una vera stigmatizzazione delle immagini. Crede piuttosto che decapitare le statue di Nimrud sia un guanto di sfida lanciato dal Califfato all’Occidente, ai suoi valori, all’idea di museo che nel mondo laico e materialista ha sostituito, con feticismo artistico, le chiese. Ben venga allora la replica semantica che associa diritti umani a patrimonio culturale, a partire dalla risoluzione Onu 33/20 in cui si chiede agli Stati di rispettare il diritto alla fruizione della cultura. Per l’Iraq, per la Siria, per tutti. 

La grande mostra su Stephen Shore a New York



FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.ilpost.it/2017/11/27/stephen-shore-fotografia-moma-new-york/

Inizia oggi(nota del blog, ieri 27 ottobre 2017) al MoMA MoMa di New York, e resterà aperta fino al prossimo 28 maggio, una grande retrospettiva sul fotografo Stephen Shore, uno dei pionieri per la fotografia a colori, che raccoglie centinaia di immagini realizzate da inizio carriera a oggi: dalle prime stampe in gelatina d’argento ai lavori contemporanei su Instagram, insieme a libri e altri oggetti esposti in ordine cronologico.
Stephen Shore nacque a New York nel 1947 – oggi ha 70 anni – e iniziò a lavorare presto come fotografo. A 10 anni ricevette in regalo un libro del fotografo americano Walker EvansAmerican Photographs, che lo influenzò molto: quando aveva 14 anni Edward Steichen, allora curatore delle mostre di fotografia del MoMA di New York, comprò tre sue fotografie. Negli anni Sessanta frequentò Andy Warhol e il suo studio ritraendo le persone famose che ci gravitavano fino al 1967. Iniziò a utilizzare il colore dai primi anni Settanta, quando ancora era una scelta insolita; nel 1971, quando aveva 24 anni, il Metropolitan Museum of Art gli dedicò una retrospettiva: fu il secondo fotografo vivente ad avere una mostra personale nel museo.
Nel marzo del 1972 Shore iniziò a fotografare la sua vita quotidiana e i suoi viaggi on the road negli Stati Uniti: strade, camere d’albergo, schermi televisivi, persone, letti sfatti e piatti di cibo, vetrine e cartelloni pubblicitari. Le fotografie furono esposte alla Light Gallery di New York con il titolo American Surfaces. Shore continuò a fotografare oggetti e situazioni quotidiane e apparentemente banali nel suo lavoro successivo, uno dei più famosi: Uncommon Places, iniziato nel 1972 e terminato 10 anni dopo. Shore si è ispirato a movimenti artistici come il pop, l’arte concettuale e il fotorealismo; il suo modo di lavorare si distingue per la ricerca della massima chiarezza possibile, l’assenza di ritocco e il rispetto per la luce naturale, cercando di limitare il più possibile il numero di scatti.
Dall’estate 2014 Shore ha concentrato il suo lavoro su Instagram: sul suo account pubblica un’immagine quasi ogni giorno (nella mostra saranno visibili sui tablet).

Il nuovo mistero Da Vinci. Una "Gioconda" senza veli



Di Andrea Dusio

È un piccolo disegno a carboncino, una tecnica antichissima che consente di ottenere effetti di sfumato molto curati, giocando su di una gamma intera di grigi.

Rappresenta una donna nuda, dai tratti che in qualche modo possono richiamare quelli della Monna Lisa. Sino a oggi è stato guardato con interesse relativo dagli storici dell'arte. Ma oggi, a due anni dalle celebrazioni per il cinquecentenario nella morte di Leonardo, è diventato improvvisamente un reperto preziosissimo, indiziato di essere addirittura un autografo del genio di Vinci, come titolano nelle ultime ore i quotidiani francesi. È conservato infatti nel Musée Condé di Chantilly, a Nord di Parigi, raccolta famosa soprattutto per la collezione di miniature medioevali, tra cui il codice delle Très riches heures du Duc de Berry, quello che ispirò L'autunno del Medioevo di Johan Huizinga. Ma dal castello del Duca d'Orleans è stato trasferito nei laboratori del Centre de Research et de Restauration des Musées de France, struttura interno al Louvre. «In gran segreto», scrivono i giornali transalpini, ma in realtà l'operazione è stata studiata con grande attenzione dal punto di vista mediatico: nel 2019 il Domain di Chantilly -come metà delle istituzioni museali europee- ospiterà una mostra dedicata a Leonardo. E quale miglior lancio che possedere all'interno della collezione un capolavoro del maestro? La rassegna si titolerà Monna Vanna, che è poi la titolazione più appropriata di quella che in queste ore le agenzie stampa di mezzo mondo si sono affrettate a ribattezzare con la titolazione di Joconde Nue, Gioconda Nuda.
Il disegno, che è stato realizzato su di un doppio foglio incollato, per una dimensione complessiva di 72x54 cm, ricorda infatti un dipinto che venne realizzato da Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, allievo e uomo di fiducia di Leonardo, oggi al centro di una vera e propria riscoperta anche grazie alle finzioni letterarie della coppia di romanzieri Monaldi&Storti. Il Salaino realizzò attorno al 1515 quella che è tradizionalmente considerata una parodia della Gioconda, un pastiche di intonazione erotica, in cui viene ritratta una donna discinta che fisiognomicamente richiama la Lisa Gherardini immortalata nel capolavoro di Leonardo che sta al Louvre, e che però secondo alcuni studiosi nello stesso tempo avrebbe alcune caratteristiche dello stesso Caprotti. Questo quadro è appunto chiamato convenzionalmente Monna Vanna. Nel 2000 lo studioso americano David Brown scrisse che probabilmente l'opera del Salaì è una copia da un originale perduto del genio di Vinci, realizzato per Giuliano De Medici. A questa fragile ipotesi si attaccano ora gli studiosi francesi, nel voler riconsiderare alla luce delle più aggiornate tecniche diagnostiche il foglio del Museo Condè. Le analisi al radiocarbonio, che fanno parte della campagna di diagnostiche in corso da qualche settimana a Parigi, avrebbero confermato che il disegno è compatibile con una datazione compresa tra il 1485 e il 1638. Un arco di tempo molto ampio, che di fatto escluderebbe soltanto che si tratti di una derivazione tarda o di un falso, ma che è comunque già qualcosa, dal momento che il foglio non è documentato prima dell'Ottocento. Sembra inoltre che alcuni pentimenti confermino che si tratti di un originale e non di una copia. Ma da qui a parlare di «mano di Leonardo», come ha fatto Le Figaro, ne passa, anche in considerazione del fatto che oltre alla Monna Vanna del Salaì esistono circa una ventina di redazioni diverse di questo soggetto, nessuna delle quali presenta patenti caratteristiche qualitative tali da elevarla ad autografa.

Il Futurismo e la velocità verticalizzata

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Di Guido Santulli 
Il tema che più di ogni altro caratterizza il futurismo è certamente la velocità. Ma cos’è la velocità per il movimento artistico fondato da Marinetti? Innanzitutto va sottolineato che il semplice andar veloce esclusivamente materiale, porta con se dei limiti incapacitanti ai quali l’uomo futurista non avrebbe potuto sottostare. Colui che può guardare solo avanti, incapace di alzare lo sguardo al cielo, fa della sua vita ciò che Dante chiama un correre alla morte, viene cioè relegato ad uno spazio e ad un tempo, partecipando così a una inutile corsa orizzontale; al contrario i futuristi affermavano la necessità di oltrepassare lo sguardo romantico teso all’orizzonte sostituendolo con lo slancio d’animo che esorta a penetrare gli spazi verticali nelle profondità dal cielo.
Da una parte il mesto tramonto all’orizzonte, dall’altra la luce abbagliante del sole alto di mezzogiorno. D’altronde lo stesso Manifesto Futurista tratteggia questa verticalità evocando l’immagine plastica del promontorio estremo dei secoli, laddove la velocità acquista un carattere metafisico tanto da poter affermare:Il tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, perché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
Il tema della velocità quindi, affrontando e varcando i limiti imposti da ritmi e forme, si eternizza in una dimensione universale. A questo punto l’uomo futurista non è più un corpo meramente materiale ma acquista una componente spirituale nuova e invulnerabile che fa dire ai futuristi:
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!
L’immagine verticale della cima del mondo è indicativa di quanto il concetto di velocità sia il giusto mezzo per giungere ad un vertice assiale, sul quale l’uomo futurista è finalmente libero di mostrare la sua intelligenza attiva e dunque: creare.

Digitalife, quando gli algoritmi e la realtà virtuale diventano arte

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Di Viola Brancatella
https://www.left.it/

I percubi riflettenti, cascate d’acqua robotiche, danze meccaniche e nebbie allucinatorie è quello che vi aspetta nello spazio espositivo La Pelanda – Macro Testaccio da oggi al 27 novembre all’interno della settima edizione di Digitalife nella sezione del Romaeuropa Festival.

Più di un mese di esposizioni, concerti, spettacoli teatrali e conferenze che riflettono sull’uso dei nuovi linguaggi tecnologici usando la tecnologia stessa, decostruendola, esasperandola e reinventandola, in un altrove di sperimentazione, utopia e analisi in cui il tempo e lo spazio cambiano natura e lo spettatore si relaziona con la scienza e con l’arte in modo interattivo ed esperienziale.

“Immersive Exhibit” accoglie le opere di quattro progetti artistici internazionali, a cominciare da St/ll, cascate d’acqua prodotte in tempo reale dalla macchina 3D Water Matrix azionata da 900 valvole robotiche, realizzata da Shiro Takatani, uno dei fondatori del collettivo giapponese DumbType famoso per le sperimentazioni digitali dal 1984.
Di ritorno a Digitalife dopo sei anni, Christian Partos presenta a Roma, dopo una prima alla Citè des sciences et de l’industrie a Parigi, The Sorcerer’s Apprentice, un’opera che usa il Water Matrix per creare danze fluide e indecifrabili.

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La perdita dei confini fisici e spaziali è la cifra dominante di Zee, l’opera di Kurt Hentschläger – il creatore del progetto Granular Synthesis – che conduce lo spettatore in una nebbia allucinatoria e labirintica in cui perdersi e rinunciare ad orientarsi.

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Unica opera italiana in mostra, Deep Dream_Act II del collettivo artistico NONE (Gregorio de Luca Comandini, Mauro Pace e Saverio Villirillo) è un ipercubo di specchi che bombarda lo spettatore con un flusso visivo e sonoro di dati condivisi (video, foto, gif) raccolti nei mesi scorsi nell’archivio Open Archive o condivisi sul momento dall’utente, in un’esperienza di voyeurismo e di riflessione critica sulla realtà virtuale.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.left.it/2016/10/07/digitalife-quando-gli-algoritmi-e-la-realta-virtuale-diventano-arte/

SGARBI: 'IN 50 ANNI HANNO DISTRUTTO IL PATRIMONIO ARTISTICO ITALIANO'

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Di Monica Pucci
«Una mattina si alza un professore di buon senso e dice “mettiamo il fotovoltaico e le pale eoliche”. Oggi il Molise è completamente coperto di pale eoliche. Andando verso sud, quando arrivate a Foggia c’è una quantità di pale eoliche paurose che ha fatto mettere il nostro Vendola  l’ex governatore della Puglia, ndr). Lui aveva questo sogno di uccelli volanti. Il risultato è che abbiamo un paesaggio cancellato per sempre. Avete visto qualcuno che abbia reagito? Niente». Lo ha detto Vittorio Sgarbi intervenendo ieri sera, al Castello di Fumone (Frosinone), alla presentazione del suo libro, scritto a quattro mani con il costituzionalista Michele Ainis, “La Costituzione e la bellezza”, su iniziativa dell’associazione culturale castello di Fumone presieduta da Fabio de Paolis. «In cinquant’anni – ha aggiunto sgarbi – abbiamo dissolto metà del nostro patrimonio artistico. Oggi la nostra periferia è indegna di qualunque epoca di umanità fino al Fascismo, che è l’ultimo momento in cui l’Italia ha dato la testimonianza, forse un po’ troppo monumentale ma riconoscibile. I costruttori, i corrotti, i ladri e i mafiosi hanno devastato l’Italia per costruire edifici di cemento. A Ruvo di Puglia, ad esempio, per arrivare al centro storico, che è bellissimo, girate venti minuti di orripilanti costruzioni di condomini fatti non si capisce per chi. Ecco, urge che la bellezza sia difesa».

Il libro di Sgarbi sulla Costituzione

Michele Ainis e Vittorio Sgarbi, in sedici capitoli, uno per ciascuno dei dodici princìpi fondamentali e dei quattro titoli in cui s’articola la prima parte della Carta, parlano degli aspetti estetici e istituzionali della Carta. Il punto di vista del giurista Ainis si accompagna a una lettura illustrata da Sgarbi attraverso le opere d’arte evocate dal testo costituzionale, un dialogo che rivela la bellezza di un documento a cui lavorarono filosofi, studiosi e intellettuali come Croce, Marchesi e Calamandrei, interpreti moderni delle istanze risorgimentali di Mazzini e Cavour, e indietro fino a Beccaria.

Quando la luce è un'emozione: l'evento "CasadellaLuce2016"






Emozionare con la luce e il colore attraverso il filtrosuggestivo del vetro, è questo l’obiettivo dell’installazione nata tra lacollaborazione artistica tra Enzo Catellani e Giuliano Gaigher, per “Casa dellaLuce 2016”, in via Ventura 5

Di Eugenia Fiore
Emozionare con la luce e il colore attraverso il filtrosuggestivo del vetro, è questo l’obiettivo dell’installazione nata tra la collaborazione artistica tra Enzo Catellani e Giuliano Gaigher, per “Casa dellaLuce 2016”, in via Ventura 5.



Lo spettatore si ritrova immerso nel buio,accompagnato solo da riflessi colorati che prendono forma sulle pareti e unamusica lenta e spettrale che fa tremare a ritmo i grandi occhi luminosi che sivengono a formare davanti a lui.

Le luci sono le vere protagoniste di questa edizione delfuori salone. Per un altro viaggio seducente basta spostarsi in Via Tortona 58,dove il Design Center ospita un’installazione interattiva firmata Asus, in cuiil visitatore è - oltre che protagonista - attivatore di luce. Il Glow Of Life è una piccola foresta in cuila natura prende forma nelle sculture arboree. Con il flash o la torcia dellosmartphone, una volta avvicinato il telefono, la luce si trasforma in linfa, percorre il corpo dell’albero e si tuffasulle pareti assumendo forme libere e sfuggenti.


Gli splendidi paesaggi Naturali Americani dipinti sulle sezioni degli Alberi caduti da Alison Moritsugu

Di Matteo Rubboli
L’artista Alison Moritsugu è una pittrice che vuole rendere al meglio l’essenza della Natura mediante paesaggi e scene naturali nei dipinti sulle sezioni di alberi caduti. Le pitture utilizzano gli alberi non solo come supporto per il colore, ma anche come soggetti dei dipinti stessi.

 La Moritsugu, che è di origine Hawaiana, esplora la bellezza dei paesaggi naturali dell’America, come si trovavano durante l’epoca dei nativi americani. Prima dell’industrializzazione, prima dell’urbanizzazione e della desertificazione di grandissime aree del continente, l’America era un paese selvaggio e magnifico, imponente e vastissimo e per questo assolutamente affascinante.
L’essenza della dualità fra pittura e supporto è uno dei punti cardine del lavoro della Moritsugu, che afferma: “Mi piace la giustapposizione e la tensione creata dall’avere un’immagine della natura su una sezione o un campione della natura reale“. Questo contrasto rende le pitture della Moritsugu un lavoro di pregevole fattura non solo artistica ma anche di significato, forzando lo spettatore nella riflessione su quanto l’uomo abbia influenzato la natura e viceversa.

Come la Street Art ha cambiato le regole (e le città)

TAKI183, tutto ebbe iniziò così. Taki era un’abbreviazione di Demetaki, ovvero il nome di origine greca Demetrios, mentre il numero che seguiva era l’indirizzo al quale il giovane viveva, 183rd Street, Washington Heights. Questo ragazzino, che si guadagnava qualche dollaro facendo il corriere in bicicletta, tappezzò letteralmente i muri di New York con il suo nome scritto con un pennarello. Non una vera e propria firma ma quello che in seguito prese il nome di tag. Grosso modo così, l’arte dei graffiti fece la sua prima apparizione nei primi anni Settanta.
street art
Taki183 è riconosciuto come il primo street artist
Circa quarant’anni più tardi e più precisamente il primo ottobre 2013, dalle parti di Chinatown su un muro decisamente anonimo, comparve un’opera di street art che, d’un tratto, mobilitò folle da tutta la città. Banksy, probabilmente il writer più famoso al mondo, era sbarcato a New York e lì, per tutto il mese, avrebbe svelato una nuova opera ogni giorno, in angoli inaspettati e imprevedibili della città. Ma se quel muro era solo il primo di una lunga lista e questo evento solo una delle tante trovate del genio di Bristol, l’intera operazione rappresentava invece una sorta di manifesto di ciò che la street art era ormai divenuta. Del resto la grande mela, che come abbiamo raccontato diede i natali a questa forma d’arte, era il luogo ideale per sancire l’inizio della nuova era. E sì, perché tra questi due precisi momenti e questi due nomi, Taki183 e Banksy, la street art come oggi la intendiamo è nata, si è evoluta e, in un certo senso, è morta.






Se in origine le strade e i muri erano semplicemente lo scenario, o meglio, la cornice di un graffito illegale, oggi la città ha iniziato a modificare le proprie dinamiche sia sociologiche che urbane sfruttando il lavoro degli artisti quasi al pari di quello dei progettisti. Del resto se una delle colpe spesso rimproverate all’architettura contemporanea è quella di essere solo un accattivante esercizio “di facciata”, si deve ammettere che l’arte urbana che di fatto vive proprio sugli edifici possa essere considerata anche attraverso la sua componente urbanistico-architettonica. Ma come può un’opera, per importante che sia, influenzare addirittura l’evoluzione urbana di una metropoli? Bisogna chiarire cosa si intende quando si dice street art. Oggigiorno quando ci si riferisce alla street art spesso non si intende più quel movimento di controcultura underground fortemente osteggiato dall’opinione pubblica, al contrario questa forma d’arte è ormai diventata quasi ovunque un’espressione consolidata del mainstream ed è anzi sempre più spesso una risorsa alla quale le autorità stesse ricorrono. E poi c’è l’aspetto economico. Non appena infatti le quotazioni di questi artisti hanno iniziato a crescere,  hanno iniziato anche ad influenzare il mercato del Real Estate.
Facciamo degli esempi. Proprio in questi ultimi giorni tutti i giornali hanno raccontato il controverso caso bolognese di Blu, uno degli street artist più importanti al mondo e originario proprio del capoluogo emiliano, che ha cancellato alcune delle sue opere nella città, per protestare contro la mercificazione dell’arte. Lo stesso artista un paio di anni fa aveva compiuto un gesto simile, quella volta a Berlino e più precisamente a Kreuzberg dove si era reso protagonista di un’analoga “eutanasia artistica”. Il motivo era anche allora la gentrificazione in atto in quell’area. Il quartiere, e in particolare gli edifici su cui aveva realizzato le sue grandi opere, originariamente occupati ed epicentro della cultura underground cittadina, erano diventati (in parte proprio grazie alle opere dell’artista) di gran moda col passare del tempo e stavano per essere integrati in una massiccia operazione immobiliare speculativa. Blu, allora come oggi, coerente con la sua feroce e sempre più isolata critica per lo sfruttamento dell’arte e della cultura con finalità capitalistiche, ha sacrificato la sua arte in nome della sua ideologia. Ovviamente questo gesto è stato tanto osannato quanto negativamente additato.
street art blu
Un’opera dello street artist Blu, a Roma
In effetti osservando la vertiginosa ascesa delle quotazioni della street art negli ultimi quindici anni più di qualcuno tra galleristi e speculatori deve essersi sfregato le mani immaginando le grandi opportunità generate da queste opere che comparivano spesso in zone degradate, su muri che fino al giorno prima rispondevano alle normali quotazioni di mercato della zona ma che  improvvisamente, la mattina dopo, diventavano preziosissimi. Ma se quello berlinese fu un episodio non troppo noto, non si puù dire lo stesso di quanto avvenne a New York il 19 novembre 2014. Durante la notte un squadra di operai cancellò, coprendoli di vernice bianca, circa 19.000 metri quadri di opere eseguite da alcuni degli artisti più importanti dell’ultimo ventennio. 5Pointz, questo il nome di quel luogo, era stata fino ad allora la Mecca della street art, una sorta di antologia spontanea di quanto di meglio ci fosse in circolazione, una palestra dove tutti, ma proprio tutti, sognavano di misurarsi.
street art 5pointz
Vista dei 5Pointz dal binario della metropolitana
Dal punto di vista prettamente catastale si trattava in realtà di una vecchia fabbrica a ridosso della linea sopraelevata della metropolitana, a pochi passi da dove oggi sorge il PS1, succursale “underground” del MoMA. Un punto strategico che permetteva alle opere la massima visibilità e agli artisti stessi offriva uno spazio in cui realizzare i propri atelier. La proprietà ha tollerato e persino incoraggiato questa situazione per oltre trent’anni. Poi all’improvviso, nel 2013 decise, avendone tutto il diritto, di realizzare un condominio di lusso. Purtroppo per loro però, negli anni, le pareti di quel fabbricato fatiscente, la cui demolizione un tempo non avrebbe scandalizzato nessuno, erano divenute la più importante testimonianza di arte urbana al mondo. Iniziò allora un ardito tira e molla tra i difensori dell’arte (tra cui Banksy che fece un appello) e coloro i quali avrebbero voluto sacrificarla alla ragion di stato; sta di fatto che per uscire da questa impasse i proprietari cancellarono, notte tempo, tutti i graffiti cosicché la demolizione poi sarebbe stata una pura formalità.
Paradossalmente la street art, considerata un tempo espressione del degrado, viene oggi cancellata perché responsabile di far schizzare alle stelle il valore degli immobili sulla quale viene realizzata. La catarsi si può dire conclusa, anzi ribaltata. Da quando  questa tendenza si è affermata non ha ovviamente risparmiato Roma. La città eterna è stata da sempre uno degli epicentri europei della street art ma anche qui da noi si è ben presto capito che con questa forma espressiva ormai largamente accettata ed apprezzata si può anche ottenere un discreto tornaconto. Quando questo fu chiaro, persino la politica, notoriamente espressione del establishment più conservatore e reazionario, cavalcò il carro della street art dimenticando che solo fino a poco tempo prima l’aveva considerata una piaga da debellare.
Bisogna essere abili a capire in che direzione tira il vento. Fu così che, giusto un anno, fa l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, incapace di risolvere la questione delle Torri delle Finanze dell’Eur pensò bene di rivolgersi proprio agli street artist. In origine le torri erano uno splendido complesso di grattacieli (nell’accezione romana del termine, si intende) modernisti ideati negli anni Sessanta dall’architetto Giuseppe Ligini. Ai tempi della giunta Veltroni ne fu decisa, incredibilmente, la demolizione per rimpiazzarli con un complesso di appartamenti di lusso. Iniziati i lavori ci si accorse che l’operazione sarebbe stata un fallimento e tutto si fermò lasciando tristemente in piedi solo la struttura in cemento armato delle vecchie torri. Eppure quegli scheletri non potevano rimanere in quello stato, tanto più che accanto stava (a dire il vero sta ancora) nascendo la Nuvola di Fuksas e per non scoraggiare eventuali investitori disposti a finanziare l’ambizioso centro congressi occorreva nascondere quei ruderi. Così Marino ebbe un lampo di genio e dichiarò orgogliosamente “copriremo quegli scheletri con delle opere di street art”. Del resto l’operazione avrebbe avuto un costo irrisorio consentendo al tempo stesso un ritorno d’immagine clamoroso. Le cose andarono diversamente, la giunta Marino si sgretolò di lì a poco e si offrì quello che rimaneva delle torri ad una nota azienda con l’impegno di ricostruirle ex novo per farne la propria nuova sede. Il sindaco intanto però c’aveva provato.
A ben vedere però quello economico, seppur dominante, non è l’unico effetto per così dire collaterale legato all’arte urbana un secondo, ancor più sorprendente sviluppo, lo abbiamo apprezzato, su larga scala, proprio a New York durante il mese in cui Banksy quotidianamente scopriva una sua nuova opera. In quei giorni i suoi followers accorrevano nei posti più disparati della città per fotografare i lavori del genio di Bristol prima che venissero rimossi dalle autorità o rubate da personaggi senza scrupoli; In pochi giorni la cosa raggiunse proporzioni ragguardevoli, dando origine ad una sorta di flusso migratorio che attraversava schizofrenico i Five boroughs portando la gente ad inoltrarsi in luoghi della città ai quali probabilmente non avrebbero mai pensato di avvicinarsi fino ad allora. Il risultato è stata una scoperta urbana e soprattutto un confronto sociale. Del resto anche la sociologia ha trovato una definizione per questa nuova tendenza coniando l’acronimo FOMO che sta per Fear Of Missing Out.
Pensando a questo si può affermare che anche a Roma, nella millenaria città museo, sia successo qualcosa di simile da quando, grazie soprattutto all’impegno di alcuni galleristi, è stato realizzato una sorta di percorso a cielo aperto che finalmente attira il turista anche al di fuori del canonico tour archeologico/barocco toccando quartieri come Ostiense Garbatella e persino Tor Marancia, un luogo dal quale anche molti romani si tenevano alla larga.

Banksy, risolto il mistero. Un gruppo di studiosi ne svela l'identità



http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Il-misterioso-Banksy-ha-un-volto-studio-scientifico-rivela-la-sua-identita-d31e62e7-c2ad-4299-b17f-7484bc57012f.html

L'enigma Banksy sembra essere stato risolto. Secondo gli studiosi della Queen Mary University di Londra, l'artista britannico, noto in tutto il mondo per i suoi graffiti, sarebbe Robin Gunningham, come aveva ipotizzato nel 2008 il Daily Mail, che aveva condotto una lunga e approfondita inchiesta per "smascherare" la sua identità. In questo caso però ci sarebbe la prova "scientifica". È stata infatti impiegata una tecnologia di localizzazione geografica, mutuata dalla lotta al crimine, che ha permesso di trovare una serie di corrispondenze fra i luoghi a Londra e Bristol dove sono apparse le opere attribuite al "writer" e una serie di indirizzi associati a Gunningham. Lo studio, pubblicato nell'ultimo numero della rivista Journal of Spatial Science, è partito dall'analisi di oltre 140 luoghi in cui il graffitaro ha lasciato le sue opere. Gli studiosi hanno creato così una mappa con i cosiddetti "punti caldi", cioè i luoghi in cui Banksy si muove di frequente. Paragonando i dati ottenuti da questo "profilo geografico" con le informazioni pubbliche disponibili, hanno trovato che c'erano diverse compatibilità con gli spostamenti di Gunningham. Secondo lo studio, Banksy si reca ripetutamente in un pub, un parco e un appartamento a Bristol, così come in tre residenze di Londra. ''Sarei sorpreso se non fosse così - ha detto Steve Le Comber, uno degli autori dello studio - la nostra analisi ha dato ulteriore sostegno a quanto già si diceva. Se si cercano su Google Banksy e Gunningham si trovano 43.500 risultati''. Secondo gli studiosi, la stessa tecnica potrebbe avere un importante utilizzo nell'anti-terrorismo, ad esempio per analizzare i luoghi frequentati da estremisti, come quelli in cui si distribuiscono volantini o fanno graffiti contro le autorità, in modo da individuare e seguire potenziali attentatori, sebbene tutto questo sollevi diversi dubbi per quanto riguarda il rispetto della privacy. In passato erano state fatte molte ipotesi sull'identità dell'artista, si era detto che poteva essere una donna, o un collettivo formato da diversi writer riuniti sotto lo stesso nome. O ancora che si trattasse di un certo Robin Banks, di professione macellaio. L'università londinese conferma i risultati dell'inchiesta fatta dal Daily Mail che aveva intervistato decine di persone in qualche modo legate a Banksy. Già allora era emerso il nome di Robin Gunningham, che oggi avrebbe circa 42 anni, ed è cresciuto a Bristol in una famiglia middle class. I conti sembrano tornare anche con i racconti della sua infanzia fatti dall'artista nel corso di alcune interviste anonime. Mettendo insieme i frammenti del mosaico il giornale aveva scoperto che verso il 2000 Banksy, al pari di Gunningham, aveva lasciato Bristol e si era trasferito a Londra dove una serie di murales realizzati di notte negli angoli più disparati della metropoli britannica gli hanno dato una fama eccezionale e lo hanno portato all'attenzione di collezionisti, pronti a pagare centinaia di migliaia di sterline per aggiudicarsi una sua creazione, gallerie e musei di tutto il mondo.  A gennaio Banksy ha lasciato quella che finora è la sua ultima impronta pubblica, un murales in una parete davanti all'ambasciata francese a Londra in cui criticava l'uso dei lacrimogeni in un campo rifugiati vicino Calais, in Francia appunto. Nel disegno, a piangere per le condizioni dei profughi era Cosette, una delle protagoniste dell'opera 'I miserabili'.

100 anni fa venne chiesto agli artisti di raffigurare l’anno 2000. Ecco il risultato

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En L’An 2000 è una serie di vignette futuristichecreate da Jean-Marc Côté ed altri artisti francesi ai quali venne chiesto come pensavano sarebbero stati gli anni 2000.
Furono realizzate nel 1899 in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900 e negli anni successivi. Inizialmente furono stampate come vignette e inserite all’interno dei pacchetti di sigarette e successivamente divennero vere e proprie cartoline.
Le illustrazioni non vennero mai stampate in larga scala e, ad oggi, ne esiste un solo set completo, composto da 87 pezzi e che è appartenuto anche al celebre scrittore di fantascienza Isaac Asimov che nel 1986 ne divulgò l’esistenza nel libro “Futuredays: A Nineteenth Century Vision of the Year 2000″.
51 delle 87 illustrazioni sono disponibili su Wikimedia Commons.
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