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Bansky presenta Lockdown/Social, l'urban exhibition firmata Ischia Street Art


Ischia Street Art presenta Mimmo Di Caterino in
Lockdown/Social

Il nuovo intervento urbano taggato Ischia Street Art

Con un testo critico di Banksy
30 maggio 2020 - Forio (Ischia)

Arriva a Forio d’Ischia il nuovo intervento urbano taggato Ischia Street ArtLockdown/Social, prima mostra “non-mostra” che fa del distanziamento sociale la sua ragione d’essere, mission e al contempo motivo stesso dell’exhibition.

Sabato 30 maggio a partire dalle ore 10, nel sottopassaggio di via Giacomo Genovino, nel suggestivo panorama della chiesetta del Soccorso di Forio d’Ischia, Salvatore Iacono allestirà la mostra che vede Domenico Mimmo Di Caterino protagonista dell’evento, con l’esposizione dei suoi ultimi lavori nati in pieno lockdown, frutto dei 60 giorni di quarantena dell’artista.

Lockdown/Social vede la luce in piena emergenza Covid-19 e si sviluppa da una serie di opere (tecnica mista su plastica) realizzate da Di Caterino con i pochi strumenti che aveva a disposizione in quel momento, quasi a significare come, nel bel mezzo del lockdown, l’unico strumento di comunicazione possibile, per l’artista, fosse il linguaggio dell’arte.
A realizzare l’allestimento, come in una galleria d’arte a cielo aperto, Salvatore Iacono, gallerista/attivista e fondatore di Ischia Street Art, discussa anti-galleria underground sita nel cuore dell’isola, che, con un’interactive performance che avrà inizio alle 10 di sabato 30 maggio, posizionerà, lungo tutto il muro del traforo di via Genovino, i pannelli di plastica dipinti da Di Caterino, separati da uno spazio centrale di oltre 5 metri, a creare una lavagna virtuale marcata da spray colorati con su scritto “Free Walls _ Interactive Walls”.

L’urban exhibition, presentata da un testo critico del celebre street artist inglese Banksy, ha lo scopo di realizzare il distanziamento sociale tra un lavoro e l’altro, lasciando uno spazio libero che potrà essere riempito dalle interazioni dei visitatori-passanti, i quali potranno lasciare la loro impronta; caratteristica questa, di tutti i progetti ideati da Salvatore Iacono con la sua Ischia Street Art Gallery, primo modello di galleria sociale e interattiva, una “non-galleria” o un “anti-galleria”, come definita dallo stesso Iacono, uno spazio aperto alle contaminazioni urbane e che da anni dà voce a numerosi street artist nazionali e internazionali.

I pannelli verranno incollati alla parete di cemento e non saranno più recuperati, lasciati al lavorio del tempo e alla naturale dissoluzione dei materiali, in uno spazio urbano che si trasforma continuamente, interagendo col tessuto culturale, sociale e tradizionale del posto.
Interazioni che avvengono seduta stante con il linguaggio dell’arte, un linguaggio che consente da sempre il distanziamento, tanto sociale quanto temporale, un distanziamento innato e proprio del linguaggio artistico.

La mostra realizza un intervento-installazione che pone interrogativi sullo stato dell’arte e sul futuro degli artisti, in particolare degli street artist, in questo delicato momento storico, proponendoli come se fossero all’interno di un social network: “Chissà cosa sarebbe stato se non ci fossero stati i social network e come sarebbe stata questa quarantena se vissuta con i soli linguaggi dell’arte, in un mondo esclusivamente tridimensionale” – si chiede Di Caterino – e “chissà quanto i linguaggi dell’arte contemporanea, oggi, siano realmente e solamente tridimensionali e siano davvero in relazione con lo spazio”.

La non-mostra intervento-installazione vuole porre queste e altre riflessioni con l’obiettivo di riappropriarsi della tridimensionalità del linguaggio artistico: “Cosa hanno da temere gli artisti in questo particolare momento storico? Nella pratica nulla, perché il linguaggio dell’arte esiste e persiste” (Mimmo Di Caterino).

LOCKDOWN/SOCIAL
30 MAG 2020 h.10,00
VIA GIACOMO GENOVINO – FORIO (ISCHIA)

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Raffaella Roberto

Giornata internazionale dei musei 2020, proposte didattiche- COMUNICATO CNDDU


L’ICOM ha istituito nel 1977 l’International Museum Day (Giornata internazionale dei musei),
celebrata ogni anno attorno al 18 maggio; Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti
umani trova tale ricorrenza molto significativa e stimolante per la crescita culturale dei giovani

I musei
sono il luogo privilegiato in cui scoprire le meraviglie dell’arte e del mondo: tradizioni; poesia;
linguaggio iconografico, anche tridimensionale, incanto, tecnica sono propri di tale ambiente e sono
funzionali alla creatività nonché all’acquisizione di competenze / conoscenze trasversali e specifiche.
La stessa struttura architettonica del museo è già magia e dice molto di un popolo. Internamente il
museo vive una continua ricerca logistica e metodologica. Solo osservando di mese in mese i
cambiamenti e gli spostamenti delle opere si può viaggiare nell’idea progettuale di chi lo dirige, spesso
animato da spirito pioneristico e visionario.
Sempre più le mostre diventano dei veri happening in cui si fondono insieme diverse esperienze
sensoriali; tale approccio risulta molto efficace per avvicinare i giovanissimi e introiettare il seme del
Bello.
Anche chi non è un esperto può rimanere affascinato dalle curiosità e dalle nozioni che i vari itinerari
museali propongono.
Il tema di quest’anno è “Musei per l’eguaglianza: diversità e inclusione”; tale slogan ci permette di
sottolineare che tutti hanno diritto di attingere a un inestimabile tesoro: l’ingegno umano nelle forme più
alte.
Il CNDDU propone nella settimana inerente alla Giornata ai docenti di tutte le scuole di ogni ordine e
grado di postare l’immagine di un museo sulle Classroom o aule digitali e invitare gli studenti a
curiosare nell’ambiente museale. Gli insegnanti potranno inviare i risultati al nostro indirizzo mail
(coordinamentodirittiumani@gmail.com). #artedituttiartepertutti.

Prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

La pandemia e la rinascita: quarantena, il tempo della riflessione.


Di Attilio Sodi Russotto

Viviamo un tempo terribile, poco c’è da aggiungere riguardo a questo. Un flagello invisibile, un orribile morbo si è abbattuto sulla nostra Italia e sulla nostra Europa, sulle nostre città, sulle nostre famiglie e sulla nostra routine, costringendoci, in ossequio alle vigenti disposizioni sanitarie per il contrasto al Covid-19, a rimanere chiusi nelle nostre case, in ansia per i nostri cari più deboli, che si tratti di nonni o figli piccoli. 
Distanti, ed inesorabilmente soli; una solitudine non solo spaziale (c’è chi è rimasto isolato dai propri cari, altri invece hanno la fortuna di essere riuniti in famiglia ad affrontare questa situazione), ma, prima di tutto, esistenziale. Ci si sente come topi sperduti, chiusi fra le mura domestiche, senza sapere quando finirà e come finirà l’emergenza; ci si trova, per calmare l’angoscia, a compulsare nervosamente televisori e radio, internet e social networknella speranza di trovarvi il dato positivo, il segnale ambito, l’auspicata traccia di una fine ormai imminente del dramma e di un ritorno alla normalità. 
E’ del tutto comprensibile, in dati frangenti, trovarsi a passare molto tempo alle prese con i mezzi virtuali; io stesso scorro ben più del solito il mio profilo Facebook, lo ammetto. Ciò che non è ammissibile è invece dimenticare la nostra natura di esseri umani, dotati di natura senziente, e lasciarsi dominare da quei mezzi che invece saremmo noi stessi a dover dominare. Come detto, la pestilenza ha colpito la nostra routine, il nostro vorticoso quotidiano fatto di incessanti impegni, di corse, di traffico e di rapporti umani che pur affastellandosi in modo caotico, sovente rimangono superficiali. Ci troviamo di colpo costretti ad una stasi forzata, ad una quiete imposta, a degli arresti domiciliari in assenza di reato, e questo ci sconvolge, ci turba, ci destabilizza, perché va ad intaccare una forma mentale che ormai si era inserita in automatico nel nostro modo di affrontare le cose. 
L’Arte, tengo alla maiuscola, è la mia vita.  Lo è come campo di lavoro e di studio, ma lo è soprattutto come disposizione d’animo verso il Bello, ancora con la maiuscola, e verso ciò che è alto ed ineffabile. Questa quarantena può costituire, come per me lo fu un’altra stasi forzata ormai molti anni orsono, un’inaspettata occasione per leggere il nostro cuore, ripensare sé stessi, e riportare alla luce una tensione interiore che una vita spesso troppo rumorosa ha sommerso. 
Prendete il vostro IPod, contenente la vostra playlist di canzoni pop, e riponetelo nel cassetto; non vi servirà per un po’. Entrate invece nella quiete della vostra camera, aprite YouTube o inserite il CD nello stereo, e fate partire quel brano di sinfonia o di opera che magari avete udito in una pubblicità o in una colonna sonora, e poi il successivo e quello dopo ancora. Non ascoltatelo come semplici consumatori di musica, ma lasciate la vostra anima liberare la propria ricettività; fatevi condurre dalla Johannespassion, dal Lohengrin o dal Requiem in Re minore verso una Bellezza beata, inebriandovi di ogni nota che si libra leggera nel silenzio. 
Allo stesso modo sfruttate quanto di sublime la Settima Arte può offrirvi. Lo strapotere di Netflix e di Amazon Prime ha anche nel cinema instaurato un’idea pervasiva di consumo, sublimata in negativo dall’invasione di miriadi di serie tv, conformiste nei contenuti e discutibili nella qualità tecnica, che utenti abituati all’insignificanza sono soliti consumare durante le notti di insonnia o la mattina, facendo colazione. E’ la vostra occasione, il cinema d’autore è lì a tendervi le braccia. Quel film di due ore e mezzo che non avete mai avuto tempo di vedere, quell’autore d’essai, quel capolavoro dal sapore antico: premete il tasto play, non abbiate paura. Von Trier e Lanthimos, Dreyer e Bergman, Herzog, Kitano e Kim Ki-duk saranno lì a lasciarvi suggestioni visive, immagini potenti, emozioni indimenticabili che vi porterete nel cuore e che mai più vi abbandoneranno. In generale, usate questa sosta obbligata per apprezzare il valore del silenzio e per migliorare il vostro gusto. Alzate l’asticella, chiedete di più da voi stessi, scegliete letture più complesse ed impegnative. Seguite con la vostra immaginazione il mito faustiano, la tuba di Thomas Buddenbrook rotolare nel fango, pensate a quel lampo di indicibile vergogna nell’ultimo refolo vitale di Josek K. (“Wie ein Hund!”), al padiglione d’oro arso da fiamme terribili appiccate dal Mizoguchi di Mishima. Intrattenetevi con eroi e santi, ninfe del bosco ed antichi Dei, guerrieri e uomini comuni, apprezzate le figure retoriche, il valore della parola, il potere della metafora. Riscoprite la poesia, contemplate, meditate, riflettete. 
State bene attenti, però. Se avrete seguito il mio consiglio, e vi sarete riavvicinati all’Arte, non permettete che questa diventi per voi soltanto un rinomato pezzo d’argenteria da mostrare alle amiche all’ora del tè. L’Arte sia per voi motore di cambiamento interiore, di rinascita, di elevazione, in ogni aspetto della vostra esistenza. 

Coronavirus: chiusi musei, parchi archeologici, teatri, cinema in tutta Italia



Causa Coronavirus, chiudono in tutta Italia a partire da oggi 8 marzo musei, parchi archeologici, archivi biblioteche, cinema e teatri su decisione della presidenza del Consiglio. Lo fa sapere il Ministero per i Beni e le attività culturali e il turismo e non serrano i battenti solo le istituzioni statali.
Vale per anche per luoghi privati come il complesso di Santa Maria del Fiore di Firenze (duomo, campanile, battistero e museo normalmente pieni di visitatori, ma i fedeli potranno andare in chiesa a pregare) o la collezione Peggy Guggenheim di Venezia, tanto per dare un paio di esempi di chiusure, entrambe fino al 3 aprile salvo cambiamenti.

“Da oggi in tutta Italia saranno chiusi cinema, teatri, concerti, musei. Una scelta necessaria e dolorosa – twitta il ministro Dario Franceschini - . Ma la #cultura può arrivare nelle case. Chiedo alle tv di programmare musica, teatro, cinema, arte e a tutti gli operatori culturali di usare al massimo i loro social e siti”.

Di seguito il comunicato diramato dal Mibact.

“La presidenza del consiglio ha adottato a partire dall’8 marzo 2020, nuove misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica COVID-19 nelle cosiddette zone rosse e sull’intero territorio nazionale.
In tutta Italia è prevista:
- la sospensione di manifestazioni, eventi e spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato;
- la sospensione del servizio di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura di cui all’’art. 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (sono quindi inclusi musei, archivi, biblioteche, aree e parchi archeologici)”. È quanto si legge da questa mattina sul sito e su tutti i canali social del ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Alla ricerca dei misteri di Parigi: L'Arcadia e Il segreto di Saint Sulpice


Di Massimo Agostini

San Sulpicio nacque a Vatan, nel Berry, da una famiglia gallo-romana. Si formò alla corte Merovingia di Gotrano, nipote di ClodoveoVescovo di Bourges, fondò il primo Ospedale della città.

Il fatto che questo misterioso tempio di Parigi sia stato dedicato ad un santo devoto servitore dei re merovingi, porterebbe a confermare le tante ipotesi che legano Saint Sulpice alla "Linea della Rosa", al Priorato di Sion e all'ARCADIA
La chiesa di Saint Sulpice sorge nell'antico  borgo di Saint Germain, che prese origine da un'importante abbazia, costruita sulle rive della Senna su una fondazione del 542 voluta dal re Childeberto, figlio di Clodoveo.
Forse è proprio per questo legame con la stirpe dei re taumaturgi (Rex Deus) che a Saint Sulpice, al pari di altri templi legati al mito del Graal, sia dominante l'immagine del femminino sacro.


Entrando  nel tempio, ci si trova immediatamente attratti dalla splendida statua  della Madonna con bambino che, posta nell'abside, al centro del tabernacolo, sembra esprimere la Shekhinah, la manifestazione del divino, concessa solo ai Sommi Sacerdoti del Tempio di Salomone.
Per i cultori del Graal, e di una spiritualità che trae origine dal culto di Iside e Osiride, appare inevitabile associare quell'immagine al mistero di Maria Maddalena e di Cristo.
Un mistero indicato anche come "linea della rosa" Rose-line ( non è forse un caso che anche a Rosslyn Chapel domini la stessa immagine).


Forse è proprio per questo che Saint Sulpice sembra essere legata anche alla linea dell’antico meridiano di Parigi, che parte dalla città di Dunkerque, raggiungendo Parigi, dietro la chiesa di San Sulpice, poi nei pressi della piramide di vetro del Louvre, e quindi sotto l’Osservatorio di Parigi, per proseguire il suo itinerario verso il meridione della Francia, correndo a pochi chilometri di distanza dalla città di Bourges e poi terminare nei Pirenei, nella località di Les Pontils, a circa 300 metri dal sarcofago d’Arcadia, quello dipinto dal pittore Nicolas Poussin, nel quale si legge la famosa frase latina “Et in Arcadia ego”.
Chi possedeva la Linea Rosa, era il figlio degli Dei, colui che ha superato il ciclo perpetuo di morte e rinascita, il neheh degli antichi Egizi.
Non a caso la linea meridiana di Francia passava nei pressi della tomba d’Arcadia, una località situata vicino a un’antica commenda dell’Ordine del Tempio.
Non è neanche un caso che all'interno di Saint Sulpice sia presente uno gnomone che permette di stabilire con precisione il tempo dell'equinozio di primavera, un tempo fondamentale per tanti riti iniziatici.
Massimo Agostini


PSICOGEOGRAFIA E VIDEOGIOCHI


Di Matteo Lupetti
All’Internazionale Situazionista sarebbero interessati i videogiochi. L’Internazionale Situazionista nacque nel 1957, quando Guy Debord fuse la precedente Internazionale Lettrista con il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, ed ebbe una grande importanza nel porre le basi del Sessantotto europeo, nella speranza di una «immaginazione al potere». Ma nei primi anni applicò soprattutto marxismo e filosofia hegeliana per pensare un nuovo modo di costruire e vivere le città, perché la rivoluzione potesse avere spazi altrettanto rivoluzionari. I Situazionisti erano insoddisfatti con l’edilizia dell’epoca e con il funzionalismo dell’architettura di Le Corbusier. «Lasciamo volentieri al signor Le Corbusier il suo stile, adatto a fabbriche e ospedali. E anche alle prigioni del futuro, certo: non sta forse già costruendo chiese?», scrive Gilles Ivain nel 1953 (ma il testo sarà pubblicato nel primo numero della rivista Internazionale Situazionista nel 1958 in una versione edita da Guy Debord stesso).
L’obiettivo dei Situazionisti era prima di tutto la creazione di «situazioni», momenti «costruiti deliberatamente dall’organizzazione collettiva di un ambiente unitario [cioè nato dalla combinazione di ogni arte] e da un gioco di eventi». Il luogo in cui questo sarebbe dovuto succedere non poteva che essere la città, lo spazio dove gli uomini vivono, ma per riuscirci serviva una nuova teoria urbanistica, un «Urbanismo Unitario», cioè «l’uso combinato di ogni arte e di ogni tecnica nella costruzione integrale di un ambiente dinamicamente connesso con esperienze comportamentali». E per studiare come le città avevano sinora influito sulle persone e per ideare la loro città del futuro, i Situazionisti si affidarono a una disciplina chiamata «psicogeografia», lo studio degli «effetti, volutamente pianificati o no, del contesto geografico sul comportamento degli individui» (tutte queste definizioni vengono dall’Internazionale Situazionista del 1958). A sua volta, lo studio della psicogeografia, cioè degli effetti della città sull’uomo, poteva essere svolto con la pratica nota come «deriva», definita già nel 1954 sulla rivista Potlatch come «una tecnica di locomozione priva di obiettivi e che dipende dagli influssi dei luoghi». Vagando a caso e senza meta (e spesso ubriachi o drogati) i membri dell’Internazionale Situazionista si spostavano nella città solo sotto l’influenza della città stessa, e in questo modo potevano capire dove la città li portasse e gli effetti dei suoi luoghi. Potevano capirne, insomma, la psicogeografia.
Apparentemente, gli spazi digitali dei videogiochi sembrano i luoghi cercati dai Situazionisti, luoghi costruiti unendo tutte le arti in un’unica disciplina e progettati davvero per il gioco, per la nascita di situazioni e per far emergere comportamenti. «L’architettura si conforma alla funzione: mangio qui e dormo là. Qui lavoro e là leggo. L’architetto lo ha attentamente studiato. Tutto serve al suo scopo. Ma dove è che dovrei ridere o piangere? Dove è il posto per odiare o per respirare?» si chiede nel 1965 l’architetto Günther Feuerstein. I videogiochi sembrano la risposta: le loro città e le loro stanze non sono fatte per mangiare, per dormire o per lavorare ma solo per giocare, per piangere, per avere paura. I videogiochi offrono esperienze collettive (nei «multiplayer») e luoghi pronti a sorprendere, alcuni sfruttano algoritmi per creare mappe sempre diverse, altri danno la possibilità ai giocatori di modificare la geografia secondo il sogno situazionista di una città sempre mutevole e magari mutabile per opera dei suoi stessi abitanti.
«Una delle ragioni per cui le città sono tanto importanti nei giochi e che sono importanti nella vita reale», spiega Konstantinos Dimopoulos, esperto di città virtuali e autore del volume Virtual Cities: An atlas & exploration of video game cities. «E sono tanto importanti nella vita reale, soprattutto nel capitalismo, perché sono gli snodi economici e geografici della produzione e del consumo. Sono campi di battaglia politica e ideologica di immensa importanza.»
«[…] Non direi però che le città siano centrali nei videogiochi quanto lo sono nella vita reale», aggiunge Dimopoulos. «Sono presenti, certo, ma molti giochi sono felici di ignorarle». Anche quando i videogiochi non presentano spazi urbani la loro non è comunque una vera «natura», un territorio selvaggio: tutto quello che appare nel gioco è programmato e in qualche misura pianificato dai suoi sviluppatori, è uno spazio umano e pensato per umani (per chi gioca). La città chiamata City 17 del videogioco d’azione in prima persona Half-Life 2 ci guida con graffiti, con l’attento posizionamento delle munizioni da recuperare e dei nemici da sconfiggere, ma anche con il volo di stormi di corvi che attirano e spostano il nostro sguardo. Lo sviluppatore può muovere e manipolare l’intera realtà digitale, e i videogiochi hanno imparato ad applicare tutti gli strumenti studiati dalla psicogeografia. Geometrie, architetture, colori, suoni e luci indirizzano chi gioca verso i suoi obiettivi e creano emozioni e narrazioni, mentre i personaggi non giocanti (cioè quelli controllati dal software) sostituiscono ciò che nel mondo reale è la polizia, ostacolandoci o dirigendoci secondo la volontà dell’autorità. All’inizio di Half-Life 2 il mio compito è proprio muovermi nella città evitando la polizia e i suoi posti di blocco.
C’è però un’importante differenza tra città videoludica e città reale: la città reale è una creazione stratificata. Secoli di potere l’hanno costruita e demolita per necessità diverse, a volte in completa contraddizione l’una con l’altra. In alcuni paesi europei, come l’Italia, è spesso ancora possibile riconoscere la struttura del campo militare romano con cardo e decumano, a cui si sovrappongono o affiancano i labirintici quartieri medievali centrati sullo spazio comune della piazza/Chiesa, a cui a loro volta si sovrappongono centinaia di anni di stravolgimenti, ricostruzioni dopo eventi catastrofici e, più vicino a noi, le conseguenze del boom economico del secondo dopoguerra. «Tutte le città sono geologiche, ed è impossibile fare tre passi senza incontrare fantasmi che portano con loro tutto il prestigio delle loro leggende», scrive Gilles Ivain nel testo già citato e pubblicato nel primo numero della rivista Internazionale SituazionistaIl videogioco offre in questo senso un’occasione difficile da trovare nelle città reali: l’esplorazione psicogeografica di uno spazio costruito e gestito da un’unica autorità.

500 anni se ne andava Leonardo Da Vinci

Di Salvatore Santoru
Cinquecento anni fa se ne andava Leonardo da Vinci. In occasione di tale ricorrenza, ci sono state diverse celebrazioni ed eventi.
Inoltre, riporta l'ANSA, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella è andato  in Francia al castello di Amboise ( sulla Loira).
Lì è stato accolto da Emmanuel Macron

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Sopra, un video di 'Vatican News' sulla presentazione del restauro dell’arazzo ispirato alla sua “Ultima” Cena di Milano.

L'artista più pagato del mondo ha 82 anni, fuma 40 sigarette al giorno e dipinge con l'iPad


Di Nicoletta Orlandi Posti

David Hockney ha messo a segno un altro colpo. Quando il martelletto del battitore di Christie's a New York ha chiuso l'asta a 90.312.500 di dollari (79.708.155 di euro) assegnando a un anonimo collezionista il suo dipinto Portrait of an artist (pool with two figures), l'ottantaduenne pittore britannico è diventato l'artista vivente più caro al mondo. Nessuno aveva mai raggiunto una cifra simile: Jeff Koon, che poteva vantare fino a giovedì sera il titolo, si era fermato ai 58,4 milioni di dollari tirati fuori dal portafogli nel 2013 dal miliardario americano Peter Brant per Orange balloon dog, un enorme cane arancione in acciaio inossidabile largo quattro metri e alto tre creato nel 1994.




Tre metri è anche lunga la tela di Hockney: realizzata nel 1972 per la critica è forse l'opera più rappresentativa di tutta la sua produzione. Il dipinto raffigura due uomini: uno che nuota in una piscina e l'altro vestito in piedi sul bordo della vasca che lo osserva, immersi in un paesaggio verde che ricorda quello del sud della Francia. Il personaggio in piedi è il fidanzato dell'artista, il pittore statunitense Peter Schlesinger con il quale ruppe proprio durante la realizzazione dell'opera; quello in acqua è lo stesso Hockeny che visse male la fine della relazione portandolo verso un periodo di solitudine e depressione. Emblematica anche la piscina: soggetto ricorrente nelle opere dell'artista britannico è simbolo della vita edonistica delle ville americane che aveva frequentato, ma anche specchio e punto di partenza per affrontare temi ben più complessi, come, ad esempio la libertà e l'omosessualità. La sua è una sfida al modo occidentale di rappresentare il mondo: con uno stile apparentemente semplice ostenta la spensierata atmosfera californiana e fissa sulla tela un istante che diventa eterno; così la vita di Hollywood si trasforma in natura morta.


Il capolavoro è stato messo in vendita dal miliardario Joe Lewis, proprietario anche della squadra di calcio inglese del Tottenham Hotspur (che vanta una collezione di opere di Pablo Picasso, Henri Matisse, Francis Bacon e Lucian Freud), dopo essere stato esposto tra il novembre 2017 e il febbraio 2018 al Metropolitan Museum of Art di New York in occasione di una retrospettiva dedicata al maestro di Bradford. Il record stabilito giovedì sera da Christie's allinea Hockney alle quotazioni degli scomparsi grandi artisti americani della Pop Art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein
Ma guai a definirlo un artista pop: è un'etichetta che gli va stretta. Del resto il pittore è pure illustratore, incisore, disegnatore, tipografo, fotografo, scenografo ed ha sempre cercato strade nuove per fare arte testando se stesso e costringendo chi guarda a considerare ciò che è tradizionale in modo innovativo. E a 82 anni, quaranta sigarette al giorno («solo Davidoff, me le portano dalla Germania»), non si è ancora stufato di esplorare il mondo dell'ispirazione artistica: dagli studi sperimentali sull'uso degli specchi e lenti nella pittura antica è passato al fax, alla Polaroid, alla fotocopiatrice e più recentemente all' iPhone e all'iPad che usa come fosse la tela su cui dipinge usando le dita (spesso la mano sinistra, nonostante sia destrorso, per dare al dipinto uno stile particolare) a mo' di pennello intinto nei colori virtuali. All'inizio era un gioco: inviava le immagini realizzate con il cellulare agli amici e ai collaboratori per sapere cosa ne pensassero. Ma con il tempo, colpito dall' immediatezza del gesto e dalla velocità delle reazioni dei destinatari ci ha preso gusto a dipingere sul tablet ed ha iniziato a creare vere e proprie opere d'arte, molte delle quali fatte en plein air come gli impressionisti, che sono finite in gallerie e musei.
Ovviamente il risultato tra una tela dipinta e una disegnata sul tablet è diverso, ma per Hockney, «una cosa non esclude l'altra».
«La tecnologia», sostiene l'artista, « ha sempre cambiato il senso delle immagini e le immagini sono il potere. Se l'arte fa a meno delle immagini, perde ogni possibilità, ogni potere».
Lui di certo non perderà quello di ribaltare le regole del mercato: con l'arte virtuale non esiste più la differenza di prezzo tra egli "originali" e le "riproduzioni", così come cambia - vista la velocità di esecuzione - il valore estetico ed economico del lavoro.
È l'inizio di una rivoluzione.


FONTE: https://nicolettaorlandiposti.blogspot.com/2018/11/lartista-piu-pagato-del-mondo-ha-82.html

Che cosa si sa di Banksy?

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Di Paolo Magliocco

Venerdì scorso, 5 ottobre, l’opera dell’artista Banksy «Ragazza con il palloncino», appena battuta all’asta da Sotheby’s per oltre un milione di sterline, si è autodistrutta. Poche ore dopo un video pubblicato sul profilo Instagram dello stesso artista ha mostrato come fosse stato nascosto il meccanismo nella cornice. Il video è ancora disponibile. 
L’identità di Banksy, il più famoso artista di strada del mondo, resta ufficialmente sconosciuta. È stato anche ipotizzato che potesse essere presente all’asta e che abbia azionato lui il meccanismo. 

Pare certo che sia nato e cresciuto a Bristol, città nel sudovest dell’Inghilterra, come ha implicitamente ammesso lui stesso, e avrebbe oggi 43 anni. Il giornalista del Guardian Simon Hattenstone lo ha incontrato a Londra nel 2003 in una rara intervista faccia a faccia. Nell’articolo Hattenstone lo ha descritto «bianco, di 28 anni, casual e trasandato, in jeans e maglietta, con un dente, una catenina e un orecchino d’argento». 
Dallo stesso articolo si ricava che Banksy avrebbe cominciato a disegnare graffiti a 14 anni, che ha avuto problemi a scuola fino a essere espulso e che è stato anche in prigione per piccoli reati, certamente per il suo lavoro di artista di strada ma prima di diventare noto come Banksy. 

In altre occasioni l’artista ha detto di avere cominciato a disegnare graffiti sulla scia del lavoro di Robert Del Naja, artista di Bristol noto come 3-D, fondatore del collettivo musicale dei Massive Attack. 

Ha iniziato a usare la tecnica dello stencil che lo ha reso famoso quando aveva 18 anni, per diventare più rapido nel realizzare le sue opere dopo essere stato inseguito dalla polizia ed essere rimasto nascosto per ore per sfuggire all’arresto, come ha raccontato nel libro Wall and Piece. 
Anche se non ci sono fotografie o video che mostrino il suo volto di oggi, esistono alcune sue immagini. La più remota sarebbe un filmato della BBC del 1995 registrato per un programma intitolato “Shadow People” che alcuni siti hanno riproposto negli ultimi anni.  

Filmati più recenti lo mostrerebbero mentre realizza alcune delle sue opere lungo il muro che separa la Palestina da Israele . 
A proposito di una sua fotografia che lo ritrae a Betlemme e che è circolata lo scorso anno ha dichiarato in una intervista: «Non l’ho vista, ma escludo categoricamente di essere io. Soprattutto se lo sono». 

Secondo una inchiesta molto citata del Daily Mail condotta nel 2008 attraverso una lunga serie di interviste, Banksy si chiamerebbe Robin Gunningham e vivrebbe a Bristol. L’ipotesi sarebbe confermata da una ricerca condotta da studiosi della Queen Mary University di Londra con i metodi delle indagini di criminologia.  

Altri identificano Banksy con il fondatore dei Massive Attack Robert Del Naja. Questa ipotesi sarebbe sostenuta dallo studio della coincidenza tra l’apparizione delle opere dell’artista e gli spostamenti del gruppo musicale.  

In Italia Banksy ha realizzato due graffiti, entrambi a Napoli. Il primo, una rivisitazione dell’Estasi della beata Ludovica Albertoni, in via Benedetto Croce, è stata cancellata nel 2010. Il secondo, Madonna con la pistola, in piazza dei Girolamini, è oggi protetta da un vetro. Poiché Del Naja è tifoso del Napoli ed è stato più volte a seguire la squadra, questo è considerato un indizio del fatto che lui e Banksy sarebbero la stessa persona. Del Naja ha smentito più volte. 

Distrugge copia di Banksy per aumentarne il valore: adesso vale 1 sterlina




Di Angela Buscaino
Ispirato da quanto successo durante l'asta di alcuni giorni fa a Londra, un anonimo ha fatto a pezzi una copia originale dell'opera di Banksy sperando di raddoppiarne il valore.
Ma il povero sconsiderato non ha fatto i conti col fatto che l'opera adesso vale solamente una sterlina.
Nel mondo esistevano solamente 600 copie originali dell'opera di Banksy "Girl with a Balloon", ma adesso, grazie all'anonimo in cerca di fortuna, saranno 599.
L'aveva pagata 40mila sterline e sperava di fare un affare e di riuscire a mettere via un bel gruzzoletto, riporta il Corriere.
Per distruggere la preziosa opera d'arte, si sarebbe servito di un taglierino. Poi ha chiamato la casa d'aste Sotheby’s per sapere a quanto ammontasse il valore della copia dopo il "suo intervento"e gli è stato risposto che vale solo una sterlina e che da questo momento è etichettato come un vandalo per aver distrutto una delle 600 copie originali.
L'azzardato gesto voleva emulare quello dello stesso ignoto artista. Durante l'asta infatti la sua opera raffigurante una bambina con un palloncino rosso si è autodistrutta, proprio dopo essere stata venduta per 1,2 miliardi dollari. All'interno del dipinto infatti era nascosto un tritacarte azionato forse dallo stesso artista che si era mischiato tra la folla. L'opera, dopo l'autodistruzione, ha triplicato il suo valore.
Un gesto che ha voluto ribadire ancora una volta il credo dell'anonimo artista: l'arte deve essere libera.

L’Isis distrugge l’arte per provocare l’Occidente

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Di Francesca Paci

C’e sempre una nota amara nel portare alla ribalta il patrimonio culturale di quella Siria dove da sette anni si muore al buio. È come se preoccuparsi delle statue creasse di per sé una distanza asettica dalla sorte degli uomini. Eppure, nota l’archeologo Paolo Brusasco, la sofferenza dell’arte è complementare a quella della popolazione, tanto che spesso, insegna la Storia, «il genocidio si coniuga con il mnemocidio», lo sterminio della memoria collettiva. 




Nel suo libro Dentro la devastazione. L’Isis contro l’arte di Siria e Iraq (La Nave di Teseo) Brusasco ricostruisce la distruzione della millenaria civiltà mesopotamica che, contrariamente ai bollettini giornalistici, non è iniziata il 29 giugno 2014 a Mosul con la proclamazione del Califfato e non si è interrotta tre anni dopo, con la liberazione della città dal giogo islamista. 

Molti ricorderanno i filmati YouTube in cui, in diretta mondiale, gli sgherri di Al Baghdadi picconavano le meraviglie del Mosul Cultural Museum, uno dei più importanti del mondo. Era il 26 febbraio 2015, quattordici anni dopo la polverizzazione dei Buddha di Bamiyan nell’Afghanistan del mullah Omar. In mezzo c’è una stagione di sangue e macerie che solo in Iraq annovera la seconda guerra del Golfo, la controffensiva saddamista, l’ascesa e il declino di Zarqawi, l’espansione dell’Isis su un territorio dove il Dipartimento delle Antichità di Baghdad cataloga 4 mila siti archeologici, dalla preistoria all’età ottomana. Poi, la Siria: la rivolta inizialmente pacifica del 2011, la repressione, il terrorismo, la frantumazione di un popolo e di un Paese punteggiato di moschee, chiese bizantine e castelli crociati che frana pezzo a pezzo sotto i colpi di governativi, ribelli, jihadisti, e seppellisce con i cadaveri la memoria. 

Il libro, dedicato agli eroi sconosciuti come il prete Yousif Sakat, che mentre l’Isis avanzava sotterrò, salvandoli, 400 manoscritti in siriaco e aramaico, non fa sconti allo scempio culturale che ha preceduto il Califfato, nell’Iraq invaso dalle truppe Usa e nella Siria post 2011. Riviviamo così il devastante saccheggio del museo di Baghdad nel 2003. E i raid dell’esercito di Damasco sui ribelli della prima ora e sulle loro roccaforti, la celebre moschea al-Omari a Daraa, il minareto ommayade di Aleppo, il maniero medievale del Krak dei Cavalieri, il sito di Palmira, trasformato in base militare a ridosso del feroce carcere anti-oppositori di Tadmor prima che i jihadisti mettessero mano alle ruspe. Né si fanno sconti al «surreale concerto» organizzato nel 2016 per la liberazione della Regina del deserto alla presenza di russi e alti papaveri di Damasco (niente abitanti della zona però, fuggiti in Turchia), una liberazione seguita da saccheggi e di breve durata. Ma il giudizio è netto: il Califfato, con la sua distruzione intenzionale del patrimonio culturale e delle identità etnico-confessionali e con i video che la documentano scientificamente, marca una differenza radicale rispetto ai danni collaterali, ancorché gravissimi, delle guerre precedenti. L’annichilimento dell’arte diventa un’arma e come tale viene utilizzata (anche contro i nemici «interni», giacché oltre il 60% dei bersagli riguarda capolavori di arte islamica).  

È un viaggio duro quello in cui, pagina dopo pagina, siamo portati a visitare quanto la furia dei fondamentalisti d’ispirazione wahabita ha lasciato dell’eredità yazida, islamica, cristiana, sufi, delle necropoli romane di al-Qatora e Shash Hamdan vicino ad Aleppo, delle vestigia ellenistiche di Hatra o delle bibliche capitali d’Assiria nella piana di Ninive, Khorsabad, Nimrud, dove Agatha Christie scrisse alcuni dei suoi gialli. Un deserto analogo a quello che gli archeologi stanno scoprendo in Iraq, l’antica culla del sincretismo delle fedi svuotatasi prima dei suoi abitanti, a partire dai musulmani, e poi dei suoi simboli, in un crescendo culminato nella piana di Ninive con il silenzio delle campane la notte del 25 dicembre 2014. 

Resta da rimboccarsi le maniche con la consapevolezza che si tratta di una guerra di simboli, ma non solo. Brusasco non è convinto del messaggio iconoclasta dell’Islam primitivo, perché non rileva nel Corano una vera stigmatizzazione delle immagini. Crede piuttosto che decapitare le statue di Nimrud sia un guanto di sfida lanciato dal Califfato all’Occidente, ai suoi valori, all’idea di museo che nel mondo laico e materialista ha sostituito, con feticismo artistico, le chiese. Ben venga allora la replica semantica che associa diritti umani a patrimonio culturale, a partire dalla risoluzione Onu 33/20 in cui si chiede agli Stati di rispettare il diritto alla fruizione della cultura. Per l’Iraq, per la Siria, per tutti. 

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