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Una riduzione dell’arsenale nucleare degli U.S.A. può aiutare a ridurre il deficit


US nuclear warheads
Di Walter Pincus
http://www.washingtonpost.com/
Più di tre anni fa a Praga Obama disse che voleva “mettere fine al pensiero della Guerra Fredda…[e] ridurre il ruolo delle armi nucleari nella nostra strategia di sicurezza nazionale.” Insieme col presidente russo Vladimir Putin, Obama fece un primo passo quando entrambi firmarono il New Strategic Arms Reduction Treaty il 8 Aprile 2010 a Praga. Il Senato lo approvò a Dicembre di quell’anno.

Il trattato prevedeva di ridurre entro il 2018 il numero di testate nucleari schierate a 1550 e il numero di missili balistici intercontinentali (ICBM), schierati e non schierati, e di bombardieri a 800. Non poneva un limite al numero di testate nucleari non schierate e di bombe; gli Stati Uniti ne hanno più di 2500. Il trattato inoltre non riguardava le armi nucleari tattiche a raggio più corto e i missili da crociera.

Una delle ironie nelle negoziazioni di Obama con i Repubblicani per ottenere il loro appoggio sul trattato fu il suo consenso a spendere fino a 200 miliardi di dollari per rimodernare il sistema di produzione di armi nucleari e costrutire una nuova generazione di sottomarini strategici, bombardieri e ICBM che sarebbero durati almeno altri 30 anni. Per ridurre il numero di armi nucleari nell’immediato dovette promettere di essere in grado di costruirne altre in futuro. Ciò richiederebbe una ulteriore spesa di 150 miliardi di dollari nell’arco di 10 anni per gestirle e mantenerle.

Mentre i Repubblicani hanno criticato la dichiarazione di Obama a Praga, che gli Stati Uniti perseguono “un mondo senza armi nucleari”, hanno tralasciato ciò che ha aggiunto quando l’applauso finì. “Non sono ingenuo,” ha detto. “Questo obiettivo non sarà raggiunto velocemente – forse non in questa vita.”

Il programma nucleare statunitense lo conferma.

Alla data del 1 settembre, secondo il Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti avevano 1722 testate schierate, 806 ICBM da terra o da sottomarini e bombardieri strategici schierati, e 228 sistemi di lancio non schierati. I russi ne avevano molte di meno: 1499 testate schierate, 491 sistemi di lancio schierati e 393 non schierati.

La competizione durante la Guerra Fredda, su chi era più forte in termini di testate nucleari strategiche, è finita. Come dice un nuovo rapporto del Rand Corporation, è tempo di “riconsiderare la direzione strategica di difesa US.A.” Mentre la maggior parte di questo interessante studio tratta i tagli alla difesa, riguardanti l’esercito, la marina e l’aeronautica, viene anche fatto notare che “la Russia rappresenta sempre meno un fattore importante nella scelta e nel conseguimento della strategia di difesa USA o nella spesa per la difesa statunitense”

Inoltre descrive le forze nucleari russe come “in declino…che sta tentando di arrestare.”

La Cina, scrive il rapporto, è differente. “I suoi obiettivi, la sua strategia e la sua condotta limiteranno progressivamente le scelte degli U.S.A. e modelleranno i requisiti della sua difesa,” nota Rand..

Ma la Cina ha solo 50 ICBM che possono raggiungere gli Stati Uniti; la maggior parte dei suoi circa 250 missili nucleari armati sono a corto raggio, molti dei quali diretti verso Taiwan. La sua manciata di sottomarini capaci di lanciare missili sono anche a corto raggio, sebbene entro due anni sono previsti sottomarini in grado di colpire gli Stati Uniti.

A parte la Cina e la Russia, secondo l’associazione no profit Arms Control Association, “nessun altro paese armato nuclearmente ha l’abilità di produrre armi nucleari o missili da crociera in grado di raggiungere gli Stati Uniti. L’arsenale della Corea del Nord è limitato per dimensioni (ha materiale fissile sufficiente per 10 bombe) e assortimento.”

Il semplice fatto è che durante la crisi missilistica cubana del 1962, sia i leader americani che quelli russi temevano l’uso anche di una sola arma nucleare. Robert McNamara, l’allora segretario della difesa, mi disse tempo dopo che aveva sempre pensato che 500 armi nucleari erano sufficienti, anche se Mosca ne aveva migliaia.

Quindi perchè abbiamo bisogno di 1000 o più testate da guerra? Perché avere tre tipi di sistemi di sgancio – la triade di sottomarini, bombardieri e missili di terra – che hanno tutti bisogno di essere rimodernati? In origine la triade serviva per scoraggiare un primo attacco da parte dei sovietici – un attacco che, ora sappiamo, non avevano mai contemplato e non sarebbero mai stati in grado di eseguire.

Il modo di pensare della Guerra Fredda è l’unica giustificazione del fatto che gli Stati Uniti avessero più delle 500 armi volute da McNamara. Sono armi di terrore, usate più per prestigio politico e diplomatico piuttosto che per la guerra.

Se riducessimo il numero di armi nucleari, potremmo ridurre la triade ad un duo – bombardieri e sottomarini da lancio – ed eliminare i ICBM basati sulla terraferma.

21 anni fa il presidente George H.W. Bush annunciò unilateralmente l’eliminazione di migliaia di armi nucleari tattiche di terra posizionate in Europa, e la fine dello schieramento di armi nucleari tattiche sui ponti delle navi, su sottomarini da attacco e su aerei della marina basati a terra. Miliardi sono stati spesi negli anni su tali armi, ma non c’erano mai stati piani reali su come usarle. Da allora molte sono state disarmate, e gli Stati Uniti non sono più deboli di allora.

Anche Obama ha la possibilità di ridurle ulteriormente, - non zero o poco più. Ma potrebbe operare un taglio consistente e ridurle a 500.

Lo scopo delle armi nucleari statunitensi è “di scoraggiare attacchi nucleari non solo sul nostro paese, ma anche sulle nostre truppe oltreoceano, e sui nostri amici e alleati,” secondo la direttiva presidenziale desecretata del 25 Luglio 1980 del Presidente Jimmy Carter sulla “Politica sull’impiego di Armi Nucleari.”

L’arsenale U.S.A. non scoraggia i terroristi, ne l’Iran sta tentando di procurarsi delle armi. Obama è libero di rinunciare alla necessità di mire nucleari, e così dovrebbe fare. Gli Stati Uniti hanno solo bisogno di numeri che fungano da deterrente.

La sua guida presidenziale volge al termine. Quest’anno non solo si potrebbe scoraggiare una guerra nucleare, ma ciò potrebbe anche aiutarci ad evitare il precipizio fiscale.

Fonte:http://www.washingtonpost.com/world/national-security/cutting-the-us-nuclear-arsenal-can-help-cut-the-deficit/2012/11/12/350ddd1e-2ac2-11e2-b4e0-346287b7e56c_story.html

Traduzione di Rossana Grilli

http://www.peacelink.it/disarmo/a/37269.html

Banche a confronto: è la finanza etica che sostiene l'economia reale



banca
Le Banche Sostenibili destinano al finanziamento dell'economia reale quasi il doppio rispetto alle banche “too big to fail”

La Global Alliance For Banking On Values (GABV) è una rete indipendente che riunisce 20 tra le principali Banche Sostenibili che operano in tutto il mondo, tra cui per l'Italia Banca popolare Etica.
La Gabv ha presentato oggi a Berlino uno studio che mette a confronto i risultati economici di alcune delle principali banche di sistema internazionali (le così dette banche “too big to fail”) con quelli di un gruppo di banche sostenibili che operano in diversi Paesi. 
Proporzionalmente ai rispettivi bilanci, le Banche Sostenibili destinano al finanziamento dell'economia reale quasi il doppio rispetto alle banche “too big to fail”.
Il rapporto, che prende in esame la performance delle banche negli ultimi dieci anni (2002-2011), mostra che le principali grandi banche prestano meno, attraggono meno depositi e hanno una base di capitale più debole rispetto alle banche sostenibili.
Lo studio rivela invece che le banche sostenibili a livello internazionale investono di più, in una società più verde e più giusta, sostengono l'economia reale, forniscono rendimenti stabili e che il loro modello di business è più robusto e resistente. 
I dati principali
Prestiti / Total Assets
· Banche Too Big To Fail    40,7 %
· Banche Sostenibili 72,4% 
Depositi/Total Assets
· Banche Too Big To Fail   42%
· Banche Sostenibili 72,5% 
Equity/Assets
· Banche Too Big To Fail   5,3%
· Banche Sostenibili 7,5% 
Tier 1 Capital/ Risk Wighted Assets
· Banche Too Big To Fail  10%
· Banche Sostenibili   12,2% 
Return on Equity
· Banche Too Big To Fail  10,8%
· Banche Sostenibili   9,7% 



finanza etica
Le banche etiche e sostenibili vedono i profitti come un mezzo e non come un fine
Lo studio della GABV ha anche messo in luce differenze rilevanti nei tassi di crescita registrati dai due gruppi di banche.
Tassi di crescita annui
Prestiti erogati
· Banche Too Big To Fail: 7,8%
· Banche Etiche e Sostenibili: 19,7% 
Depositi
· Banche Too Big To Fail: 10%
· Banche Etiche e Sostenibili: 19,6% 
Assets
· Banche Too Big To Fail: 10,4%
· Banche Etiche e Sostenibili: 19% 
Equity
· Banche Too Big To Fail: 11,5%
· Banche Etiche e Sostenibili: 20,1% 
Total Income
· Banche Too Big To Fail: 6,9%
· Banche Etiche e Sostenibili: 16,6%.
Gli esponenti della GABV e di Banca Etica sono convinti che questo studio dimostri quali sono i punti di forza della finanza etica e auspicano che i regolatori internazionali possano ispirasi al modello delle banche etiche e sostenibili per rendere il sistema bancario internazionale più resiliente e al servizio dell'economia reale. 
Peter Blom, presidente della GABV e CEO della Triodos Bank che opera in Olanda, Regno Unito e Spagna, dice: “Questo studio è cruciale perché evidenzia il fatto che le banche che oggi dominano il sistema finanziario erogano relativamente pochi prestiti all'economia reale e hanno posizioni di capitale relativamente basse. Le banche guidate da criteri di sostenibilità, invece, hanno sviluppato un diverso modello di business perché sono guidate prima di tutto da un approccio basato sui valori da promuovere e sul bene comune. Lo studio presentato oggi dimostra inequivocabilmente che il nostro modello si traduce in un maggior sostegno all’economia reale, una resilienza dimostrabile e remunerazioni stabili e ragionevoli.
La differenza sta nel fatto che le banche etiche e sostenibili vedono i profitti come un mezzo e non come un fine. Questo studio dimostra una volta per tutte come l'industria finanziaria si sia allontanata troppo dall'obiettivo per cui è nata che era quello di indirizzare risorse economiche verso i migliori progetti di imprese, ora ci auguriamo che le autorità finanziarie internazionali si muovano nella direzione di ricondurre la finanza alla sua mission originaria”, conclude Blom. 
Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica aggiunge: “Anche per l'Italia i dati dimostrano come l'orizzonte della finanza sostenibile e di Banca Etica in particolare  sia decisamente più positivo rispetto alle previsioni del mercato bancario italiano. Dopo solo 13 anni abbiamo volumi e trend di crescita che stanno raggiungendo e superando quelli delle esperienze più durature a livello mondiale: occorre concentrarsi quindi sul rafforzamento patrimoniale e sulla capacità di attuarlo anche grazie alla creazione di riserve. Un risultato che è sicuramente ottenibile grazie al modello partecipativo e cooperativo della nostra banca, che ci permette di collaborare con la società civile attiva sui territori”.

LE ELITE GLOBALI TERRORIZZATE DAL VOTO INDIPENDENTISTA CATALANO


«La secessione è un principio profondamente americano. Questo paese è nato attraverso la secessione» (Ron Paul)
Di Ron Holland

Domenica, gli elettori favorevoli all’indipendenza in Catalogna hanno ottenuto quasi i due terzi del parlamento regionale. Mentre la stampa istituzionale tenta di nascondere la vittoria secessionista ricordando solo che il più grande partito pro-indipendenza ha perso seggi parlamentari, questa è stata una grande vittoria per le forze indipendentiste.
C’è una ragione per la quale le élite globali e politiche  sono terrorizzate dalla secessione. Tutte le “ufficiali” lezioni di storia e i messaggi politici tentano di nascondere il fatto che i confini nazionali e la maggior parte delle giurisdizioni fiscali sono in costante evoluzione in tutto il mondo. Le élite vogliono far credere che tutti i governi sono permanenti e che di conseguenza il cittadino non ha alternative. Ma è sufficiente uno sguardo all’indietro a qualsiasi mappa dell’Europa di 25 o 50 anni fa e d’ogni secolo antecedente per vedere una situazione reale ben diversa. In realtà, nel corso della sua lunga storia la Catalogna è stata annessa o controllata dalla Grecia, da Cartagine, da Roma, dai Visigoti, dai Mori o dai musulmani, dai Franchi, dalla nazione d’Aragona, dagli Asburgo e infine dalla Spagna.
Leggendo un tipico lancio d’agenzia dell’Associated Press sulla votazioneL’idea dell’indipendenza dalla Spagna vacilla in Catalogna e il primo capoverso, sembra che «la spinta per un referendum per l’indipendenza nella regione spagnola della Catalogna è stato messo in dubbio dopo che il principale sostenitore del referendum è stato punito alle urne e costretto nella difficile posizione di dover cercare alleanze con altri partiti».
Questo perché il presidente catalano Artur Mas e la sua Convergència i Unió, o CiU, ha perso seggi a beneficio di partiti più radicali e secessionisti. In realtà, Mas e la CiU sono i più recenti sostenitori dell’indipendenza e in precedenza hanno sostenuto attivamente l’UE e il mandato bancario delle misure d’austerità che hanno solo danneggiato l’economia, con un taglio dei servizi ai catalani e il loro impoverimento attraverso un aumento delle imposte.
I partiti indipendentisti sono quattro e devono ancora sviluppare piani per un futuro referendum sulla secessione, il quale probabilmente sarà sostenuto dalla maggioranza dei cittadini della Catalogna. Sebbene i movimenti separatisti si stiano diffondendo in tutta Europa, qui al The Daily Bell  ci domandiamo perché le nuove nazioni ripristinate dovrebbero assumere una quota pesante dell’illegittimo debito sovrano quando lasceranno la loro unione con gli esistenti Stati nazionali.
http://www.independent.co.uk/incoming/article8175677.ece/ALTERNATES/w620/151771114.jpg
La maggior parte del debito sovrano è stato creato da élite bancarie distanti “incoraggiate” all’acquisto dai parlamenti che hanno aumentato i carichi di debito nazionale, il quale non potrà mai essere ripagato. Con le economie in crollo a causa del debito estero imposto ma mai approvato dai cittadini, perché le nuove nazioni dovrebbero assumersi questo carico illegittimo e distruttivo?.
In secondo luogo, naturalmente, tutti i parassiti fiscali delle amministrazioni centrali, come quelli della Spagna, minacciano una crisi costituzionale e pongono il veto, bloccando gli sforzi secessionisti ed indipendentisti. Ma un argomento eccellente per questa posizione draconiana e simile alla minaccia lincolniana è quello di dire quanto segue: “O ci permettete di secedere volontariamente  prendendoci una percentuale del debito sovrano o useremo la forza e abbatteremo il vostro governo liberandoci del tutto dai debiti. A voi la scelta!”.
Sembra che un crescente numero di produttivi, di gente laboriosa della Catalogna, sia stanca di finanziare il governo centrale spagnolo. Ritengo che alla fine diverranno indipendenti. I leader della Spagna farebbero bene a prendere in considerazione le loro opzioni, consentendo una transizione pacifica e amichevole verso l’indipendenza per non affrontare l’alternativa, che potrebbe abbattersi su di loro e su molti altri governi centrali in tutta Europa.
Traduzione di Luca Fusari

La guerra dei droni e degli omicidi mirati: 3mila vittime in dieci anni

Di Chantal Meloni
Molti articoli sono apparsi sui giornali, in particolare statunitensi, in questi giorni sul tema degli omicidi mirati.

Tra gli altri, va segnalata una lunga inchiesta del Washington Post che è stata ripresa da Internazionale di questa settimana, sotto il titolo “La lista segreta di Obama”. Vi si descrive come il governo Usa stia mettendo a segno in segreto la c.d disposition matrix, ossia “un sistema che renderà più facile individuare, catturare e uccidere i sospetti terroristi in ogni regione del mondo”. Il sistema si basa sull’uso massiccio di droni, ossia di aerei telecomandati a distanza. Il governo Obama ha molto intensificato il ricorso a tale strategia militare.

Il Washington Post stima che nei dieci anni trascorsi dal primo omicidio mirato portato a segno da un drone targato Usa contro presunti membri di Al-Qaeda in Yemen, oltre quattrocento operazioni sono state condotte dagli stessi droni in Pakistan, Yemen e Somalia. Circa tremila persone sarebbero già state uccise, inclusi “danni collaterali”, ossia civili innocenti, stimati nell’ordine delle centinaia.

La Süddeutsche Zeitung di ieri – in un articolo dal significativo titolo “Omicidi a piacimento” è più precisa sui numeri: il bilancio aggiornato sarebbe di 3375 morti, di cui almeno 885 civili e 176 bambini. Lo Special Rapporteur dell’Onu ha annunciato l’apertura di una indagine per il 2013, e una ricerca del Pew Research Centre del 2012 ha messo in luce che la maggioranza dell’opinione pubblica a livello internazionale disapprova questi attacchi.

Quel che è chiaro è che, anche negli Usa, la critica nei confronti di questa strategia sta crescendo proporzionalmente all’intensificarsi degli attacchi stessi.

Obama peraltro è il primo presidente americano che si è preso la responsabilità personale di esaminare le kill lists, approvarle e autorizzare gli attacchi (tranne che in Pakistan, dove, a quanto riportato, è il direttore della Cia a decidere quando e dove attaccare). L’amministrazione Obama si sta affannando negli ultimi tempi a trovare una base giuridica per tale strategia. I presupposti giuridici andrebbero ricercati nell’autorizzazione del Congresso, post 11 settembre 2001, all’uso della forza militare per fini antiterroristici ed il diritto all’autodifesa. E tuttavia tale giustificazione vacilla nel momento in cui gli obiettivi dei droni vanno ormai ben oltre il gruppo di cellule di Al-Qaeda responsabili degli attacchi dell’11 settembre.

La posizione prevalente tra i giuristi è nel senso che gli omicidi mirati compiuti dai droni non sono legittimi sotto il profilo del diritto internazionale. Nell’occhio del ciclone sono in particolare i c.d. signature strikes, ossia attacchi ove l’identità del bersaglio non è nota, ma l’operazione è autorizzata ugualmente sulla base di certe attività rilevate. In un recente articolo, Kevin J. Heller dell’Universitá di Melbourne descrive sulla base di una puntigliosa analisi dei precedenti in materia quattordici diversi tipi di attività che appaiono sufficienti per la Casa Bianca per autorizzare un omicidio mirato di qualcuno di cui non si conosce l’identità (un signature strike), tra cui: pianificare un attacco; trasportare armi; maneggiare esplosivi; essere in un compound o in un campo di addestramento di Al-Qaeda. Ma anche essere un uomo ‘in età militare’ in un’area in cui sono in corso attività terroristiche, essere in compagnia di miliziani o trovarsi a viaggiare armati in una zona della penisola arabica controllata da Al-Quaeda è sufficiente per diventare un ‘legittimo’ bersaglio dei droni.

A prescindere dall’essere stato identificato come terrorista/nemico. Sebbene, a parere dell’autore, in alcuni casi il ricorso agli omicidi mirati anche sotto forma di signature strikes potrebbe essere legalmente giustificato, la maggior parte degli attacchi non lo sarebbe. Questa posizione appare blanda rispetto allo studio pubblicato dall’ Università di Stanford lo scorso settembre che concludeva nel senso che il diritto internazionale umanitario (ossia quello che sia applica in tempo di guerra) permette l’uso intenzionale della forza letale solo quando strettamente necessario e proporzionato e che quindi ‘gli omicidi mirati’ come tipicamente intesi (nel senso di omicidi intenzionali e premeditati) non sono legali in diritto internazionale umanitario.

Quanto poi al diverso scenario, che non si tratti di un’operazione di guerra, bensì di un atto di ‘polizia’, al di fuori quindi di un conflitto armato riconosciuto come tale (come sarebbe, a parere di molti, la ‘guerra al terrorismo’ condotta dagli Usa), lo Special Rapporteur dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie nel suo Report del 2010 affermava: “In base al diritto dei diritti umani, un omicidio mirato, nel senso di un omicidio intenzionale, premeditato e deliberato eseguito da forze di polizia non può mai essere legale perché, a differenza che in un conflitto armato, non è mai permesso che il solo obiettivo dell’operazione sia l’uccisione”.

Negli Usa sono già partite le prime azioni legali per condannare il ricorso ai targeted killings. Purtroppo questa strategia militare, che era stata iniziata da Israele nei confronti di sospetti terroristi palestinesi, e che ancora dieci anni fa sembrava del tutto illegale, sta prendendo sempre più piede e mietendo sempre più vittime in zone remote e difficilmente raggiungibili anche ai media: oltre ai ‘presunti terroristi’ (privati del diritto a difendersi), centinaia di civili innocenti di cui peraltro mai conosceremo neanche il nome.

L’ONU vuole il controllo di Internet

La prossima settimana sarà decisiva per il futuro di Internet. Le Nazioni Unite hanno reclamato il potere di controllo centralizzato delle rete globale di comunicazione attraverso il proprio ente di riferimento (ITU) sollevando un vespaio di proteste e di mozioni a sfavore da parte di membri del parlamento europeo. Si è mosso persino un gigante del web come Google, perchè le sue tasche potrebbero essere colpite duramente: parte della proposta è infatti quella di tassare il traffico internet spiccando parte degli introiti verso le compagnie telefoniche. A serio rischio anche la libertà della rete, se dovesse essere riconosciuto il diritto di censura sul web ai governi nazionali che l’hanno richiesto. Lòthlaurin
L’appuntamento è a Dubai, dal 3 al 14 dicembre. Alla World Conference on International Telecommunications 2012 (WCIT 2012) si deciderà il destino della Rete. O per lo meno si affronteranno alcuni dei temi che da mesi agitano l’universo del web e che hanno per oggetto le regole alla base della grande rete telematica. Ad agitare i lavori è arrivata in queste ore una mozione a firma di alcuni parlamentari europei per opporsi al trasferimento all’ITU, l’International Telecommunications Union (l’organismo per le telecomunicazioni dell’ONU), dei poteri di controllo di Internet, al momento esercitati dall’ICAAN.
La petizione proposta all’Assemblea della UE, che ricalca nella sostanza l’opposizione alle possibili risoluzioni dell’ITU eretta da Google, chiede agli Stati membri di rifiutare le modifiche ai regolamenti ed è finalizzata ad evitare che vengano meno la libera circolazione delle informazioni in Rete e le relazioni d’affari, nonché il funzionamento e la gestione di Internet.
Ufficialmente, le proposte che verranno presentate al vaglio del consiglio e del segretario generale dell’ITU, sono ancora top secret. Qualche documento, a quanto riporta il sito wcitleaks.org, è stato però svelato in anticipo e fra questi ce n’è uno (datato 13 novembre) che vedrebbe la Russia, paradossalmente, avanzare la richiesta di maggiore democrazia per il controllo della Rete. Più precisamente: «Gli Stati membri dovrebbero avere gli stessi diritti per gestire Internet, anche in relazione alla ripartizione, assegnazione, numerazione e denominazione degli indirizzi e all’identificazione delle risorse, nonché per il supporto allo sviluppo dell’infrastruttura di base di Internet». Messaggio che ha per destinatari, di fatto, il Ministero del Commercio USA e il governo di Washington, rei di avere eccessivo peso nella giurisdizione delle regole del web.
Altro argomento centrale della WCIT 2012 è quello della ventilata tassazione degli operatori Over the Top”, e cioè i colossi dei contenuti digitali che viaggiano sulle reti mobili come Google, Facebook o Apple. Il tema è oggetto di contenzioso da tempo, con il carrier Telco a batter cassa (Telecom Italia e Deutsche Telekom i paladini di questa linea in Europa) nei confronti dei content provider per ottenere una parte degli introiti generati dal traffico dati (per il download e l’upload di video, apps e altro) che viaggia sulle loro infrastrutture. Oltre alla questione economica, a Dubai si dovrà discutere di quella relativa alla censura dei contenuti online, che alcuni Stati pare vogliano richiedere come diritto.
Alcuni esperti ipotizzano in tal senso, nella peggiore delle ipotesi, il pericolo di una separazione della Rete, eventualità molto peggiorativa rispetto alle attuali restrizioni all’accesso di alcuni siti in Paesi (la Cina per esempio) dove vige uno stretto controllo del web da parte delle autorità governative. Per questo Google è scesa in campo con Take Action, campagna online il cui intento è quello di sensibilizzare la community Internet mondiale sull’eventuale aggiornamento delle regole che riguardano il web e in particolare quelle che interessano gli Over the Top. Lo slogan coniato per l’occasione da Mountain View è il seguente: Un mondo libero e aperto dipende da un web libero e aperto”.

Fonte: www.ilsole24ore.com

Articolo correlato (in lingua inglese): www.bbc.co.uk/news


http://hearthaware.wordpress.com/2012/11/27/lonu-vuole-il-controllo-di-internet/

Il regno di Dio c'è già



Intervista di
 Paolo Bartolini a Padre Alberto Maggi

Padre Maggi*, nei suoi libri e nei suoi discorsi ricorre un’immagine di Gesù Cristo radicalmente alternativa alle logiche del potere religioso di ogni epoca. Qual è, invece, la relazione che Gesù instaura con la dimensione del potere politico e militare?
Invitando i suoi discepoli a non imitare i modelli di potere esistenti nella società, Gesù dice loro: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi spadroneggiano…”L’opinione di Gesù nei confronti dei potenti e del potere è negativa. Il potere è un demòne: gli uomini sono convinti di possederlo mentre in realtà ne sono posseduti. (Mc 10,42).
Può sorprendere nei vangeli il silenzio di Gesù verso la dominazione romana: neanche una parola contro gli occupanti. Perché questo silenzio? Perché ogni uomo desideroso di libertà poteva vedere l’ingiustizia dell’occupazione, e non c’era bisogno dell’intervento di Gesù. C’era invece un potere più subdolo, e per questo più pericoloso, ed è su questo che Gesù concentra la sua attenzione e i suoi sforzi: il potere religioso. Quando un uomo esercita il potere, da questi ci si può difendere, fuggire, ma quando a esercitare il potere è Dio stesso, l’uomo ne esce sconfitto e non c’è alcun luogo dove possa nascondersi.
Gesù presenta Dio come amore che si pone al servizio degli uomini, per questo è incompatibile con ogni forma di potere. Quanti pretendono rappresentare questo Dio devono servire e non comandare, donare e non chiedere, proporre e mai obbligare.
Dinnanzi alle ingiustizie profonde e alle sperequazioni che caratterizzano il nostro tempo, che sprone può offrirci la fede senza cadere nel disimpegno e nell’attesa passiva del regno che verrà?
Il regno di Dio c’è già. Non deve ancora venire, ma solo espandere il suo raggio di azione. Per regno di Dio s’intende una società alternativa dove ai tre verbi maledetti dell’avere, salire, comandare, che suscitano negli uomini la rivalità, l’odio e l’inimicizia, si sceglie il condividere, scendere, servire, comportamenti che favoriscono la vita degli uomini creando rapporti di solidarietà, di giustizia e di fratellanza. Questo è il regno di Dio che Gesù ha annunziato, e per il quale si richiede, per accedervi, la conversione, cioè un diverso modo di pensare e di agire: anziché vivere per se stessi orientare la propria esistenza per il bene degli altri. Dal momento che alcuni uomini accolgono questo invito di Gesù, il regno esiste già, e deve solo allargarsi, estendersi a ogni uomo.
È un regno che non è condizionato da confini religiosi, razziali, sessuali, ma una dimensione di amore nella quale ogni uomo può sentirsi accolto, amato e rispettato. E Dio, quale re, non governa i suoi emanando leggi che devono essere rispettate, ma infondendo negli uomini il suo stesso Spirito, la forza divina che li rende capaci di amare gratuitamente e incondizionatamente così come si sentono amati. Un regno che anche al momento del suo massimo sviluppo non attira l’attenzione per il suo splendore: Gesù infatti lo paragona al modesto arbusto della senape, che cresce nell’orto di casa. La senape è una pianta insignificante come apparenza, ma imbattibile nella propagazione dei suoi minuscoli semi, che, trasportati dal vento, giungono ovunque attecchendo e germogliando (Mc 4,30-32).
Oggi sta prendendo campo – e penso qui ai contributi straordinari di personalità quali Raimon Panikkar, Bernard Besret, Ernesto Balducci, Vito Mancuso, Romano Màdera e molti altri – una spiritualità nuova e a-dogmatica, capace di condurre credenti, atei e agnostici verso un’evoluzione dello spirito che sia all’altezza dei processi di globalizzazione in atto e dell’emergenza planetaria a cui ci espone la follia del sistema economico capitalistico. Lei pensa che il risveglio delle coscienze attraverso un nuovo modo di vivere lo Spirito, potrà contribuire a frenare le forze distruttive scatenate dal dio denaro e dai suoi sacerdoti?
Come il potere, il denaro è un demòne che distrugge quanti lo adorano. La denuncia degli evangelisti è chiara e netta: per i ricchi non c’è posto nel regno di Dio. Il regno è composto di signori, ma non da ricchi. Il signore è colui che dona quel che ha, il ricco è colui che trattiene per sé quel che ha. Crede di possedere i propri beni, ma in realtà ne è posseduto. Dall’insegnamento di Gesù si apprende infatti che si possiede solo quel che si dona. Quel che si trattiene per sé non si possiede, ma possiede l’uomo. Nel Nuovo Testamento, fede ed economia vanno di pari passo. La primitiva comunità cristiana non rendeva testimonianza della risurrezione del Signore Gesù attraverso la dottrina o il culto, ma con la pratica della condivisione dei beni: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso”(At 4,34). Laddove nessuno è bisognoso lì c’è la presenza del Signore.
La cupidigia, la brama di possedere, è collocata da Gesù tra gli atteggiamenti che rendono l’uomo impuro, cioè lo chiudono all’azione divina e alla comunione con il Signore. Per San Paolo la cupidigia è una forma di idolatria che attira la disapprovazione divina (Col 3,5-6). Gesù non è certo contrario al benessere, ma questo non può essere un privilegio di pochi a scapito del malessere di molti.
Il suo attento lavoro di esegesi biblica, ed in particolare lo studio originale del Nuovo Testamento, ha suscitato spesso nei suoi confronti reazioni scomposte e virulente. Come se lo spiega?
Il compito dello studioso non è quello di ripetere gli elementi della dottrina, ma di formulare il suo contenuto in forme sempre nuove e più comprensibili, come insegna il Concilio Vaticano II, “perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta” (GS 44). Per questo lo studioso è sempre l’uomo del nuovo, e la sua attività si scontra a volte con una struttura ecclesiastica che tende a essere rigida e immobile, sempre sospettosa di qualunque novità possa incrinare il deposito dottrinale del quale è la zelante custode. Ma custodire la fede non significa mummificarla, bensì mantenerla sempre viva e vivificante. Da qui nasce spesso il conflitto tra lo studioso e la gerarchia, ma c’è solo da avere pazienza e quel che oggi viene rifiutato e condannato, poi, col tempo, è compreso e accettato.    
Quando circa quarant’anni fa affermavo che per le azioni compiute da Gesù, gli evangelisti evitavano la parola miracolo ma adoperavano segno, o che Gesù non parla mai di inferno ma di regno dei morti (il greco Ade)… apriti cielo…! Poi nell’ultima edizione del Nuovo Testamento della CEI non si trova miracolo ma segno, non inferno ma regno dei morti…
Il criterio che deve guidare lo studioso della Scrittura è il frutto che il suo lavoro può produrre. La verità di una dottrina non dipende dall’autorità che la emana, ma dai frutti che produce: se questi comunicano vita, arricchiscono la vita, provengono senz’altro da Dio, il creatore della vita.    
Infine: quale messaggio può portare la figura di Cristo a una società che – a mio avviso giustamente – non vuole rinunciare alle conquiste della ragione moderna, ma sente il bisogno di aprirsi alla trascendenza per non soffocare nelle spire del materialismo e del consumismo?
Non c’è nulla nel messaggio di Gesù che possa essere visto in contrapposizione alla ragione umana. Infatti il Signore non violenta l’intelligenza degli uomini, ma la dilata, il suo messaggio non reprime, ma libera. È un fatto che i progressi della società e della scienza, anziché contraddire il messaggio di Gesù, ne hanno visto la realizzazione: più la società diventa umana, più i diritti degli uomini vengono riconosciuti, e più si realizza quel che Gesù aveva detto e fatto duemila anni orsono.
La massima aspirazione degli uomini coincide con la volontà di Dio: che l’uomo sia pienamente felice. Una felicità che non è un premio promesso in una vita futura, ma una possibilità in questa esistenza. La felicità, infatti, può essere immediata e piena, perché come ha insegnato Gesù, questa non consiste in quel che si ha, ma in quel che si dona (At 20,35), e questo rientra nelle capacità di ogni persona.
 
* Frate dell’Ordine dei Servi di Maria Alberto Maggi è direttore del Centro Studi Biblici “G. Vannucci” di Montefano (MC). I suoi incontri di lettura e commento del Vangelo coinvolgono persone provenienti da tutta Italia. Molti materiali scritti e video di Padre Maggi sono consultabili sul sito www.studibiblici.it. Tra i suoi libri più noti e apprezzati ricordiamo “Versetti Pericolosi” (Campo dei Fiori, 2011), “La follia di Dio” (Cittadella, 2010), “Parabole come pietre” (Cittadella, 2007), “Nostra signora degli eretici” (Cittadella, 2004), “Come leggere il Vangelo e non perdere la fede” (Cittadella, 2004).

Gli USA pianificarono di far esplodere la Luna durante la Guerra Fredda!


Gli Stati Uniti pianificarono di far esplodere la luna con una bomba nucleare al fine di vincere la guerra fredda e vantare diritti sull’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti speravano in un enorme bagliore che avrebbe intimorito l’URSS a seguito del lancio di una bomba atomica nel 1959. Il piano venne poi scartato a causa di un possibile pericolo per gli abitanti del Pianeta Terra.
Può sembrare la trama uscita da un romanzo di fantascienza, ma la missione degli Stati Uniti che prevedeva di far esplodere la luna per mezzo di una bomba atomica era più che reale nel 1950.
Al culmine della corsa alla conquista dello spazio, gli Stati Uniti erano intenzionati a far esplodere una bomba atomica sulla luna per dimostrare la forza della potenza americana all’interno della guerra fredda.
Il progetto segreto, innocuamente chiamato “Uno studio di ricerca di voli lunari” e soprannominato “Progetto A119″, non fu mai realizzato.
Tuttavia la sua pianificazione includeva i calcoli dell’astronomo Carl Sagan, allora studente neolaureato, riguardanti il comportamento di polvere e gas che sarebbero stati generati dall’esplosione.




I cervelli dell’operazione: l’astronomo Carl Sagan, a sinistra, fu coinvolto nel pianificare la missione e il fisico Leonard Reiffel, a destra, era il responsabile.


Osservando il bagliore nucleare dalla Terra, questo avrebbe potuto intimidire l’Unione Sovietica e accrescere la sicurezza degli Stati Uniti in seguito al lancio dello Sputnik, come rivelò all’Associated Press il fisico Leonard Reiffel in un’intervista del 2000.
Sagan, che in seguito divenne famoso per divulgazione scientifica in televisione, morì nel 1996.
L’autore di una delle biografie di Sagan ha suggerito che questi potrebbe aver commesso una violazione della sicurezza nel 1959, dopo aver rivelato il progetto durante un test accademico per una borsa di studio. Reiffel concordò con questa affermazione.

In base allo scenario, un missile che trasportava un piccolo dispositivo nucleare doveva essere lanciato da una località sconosciuta e viaggiare 238,000 miglia (383,000 chilometri) sulla luna, dove sarebbe stato fatto esplodere al momento dell’impatto.I progettisti hanno deciso che avrebbe dovuto essere una bomba atomica perché una bomba a idrogeno sarebbe stata troppo pesante per il missile.Reiffel affermò che l’allora giovane programma spaziale della nazione, probabilmente avrebbe potuto offrire gli strumenti al fine di realizzare la missione nel 1959, quando l’Air Force schierò missili balistici intercontinentali.I funzionari delle forze armate apparentemente abbandonarono l’idea a causa del pericolo per le persone sulla Terra nel caso in cui la missione avrebbe fallito.Gli scienziati hanno anche registrato preoccupazioni riguardo la contaminazione della luna con materiale radioattivo, dichiarò Reiffel.Quando venne contattata dalla AP, la US Air Force rifiutò di commentare il progetto.


Fonte:http://www.dailymail.co.uk/news/article-2238242/Cold-War-era-U-S-plan-bomb-moon-nuclear-bomb-revealed.html

Traduzione di Marta Cocciolo per Dionidream

Conferma di quanto detto sopra si trova anche su Wikipedia alla voce Project A119:Project A119, è stato un progetto top-secret elaborato alla fine del 1950 dalla United States Air Force. L’obiettivo del progetto era di far esplodere una bomba nucleare sulla Luna per alzare il morale dell’opinione pubblica negli Stati Uniti dopo che l’Unione Sovietica era nettamente in anticipo nella corsa allo spazio. L’esistenza del progetto è stata rivelata nel 2000 da un ex dirigente della National Aeronautics and Space Administration (NASA), Leonard Reiffel, che ha guidato il progetto nel 1958. Un giovane Carl Sagan ha fatto parte del team responsabile per prevedere gli effetti di una esplosione nucleare in bassa gravità.




Per approfondimenti vedi anche
Project A119 su Wikipedia.org


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