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"Orgoglio", è uscito il nuovo singolo di EMA


Il nuovo singolo di EMA, "Orgoglio" nasce da una storia vissuta in prima persona dall'autore.
In un mondo in cui la freddezza e l'egoismo sono spesso al primo posto, è importante ricordarsi che per far sì che un legami duri nel tempo è fondamentale mettere da parte i sentimenti negativi, cercare di capire l'altro e usare la comunicazione per risolvere i conflitti. 
Così ha preso vita Orgoglio, brano che racconta di come una storia di amicizia sia finita proprio a causa di questo sentimento.
Il cantautore ricorda i bei momenti passati insieme, ma sottolinea con dolcezza il dolore della perdita:
"un ginocchio sbucciato fa meno male del vuoto che porto dentro"
Il video che accompagna il singolo si sposa perfettamente con il testo del brano e racconta di come tornare sui propri passi a volte può essere utile per cercare di capire i propri sbagli.
Per questa occasione come location è stato scelto un posto dalle ambientazioni magiche come il lago di Braies.

 
Emanuele Prisano nasce il 24 Aprile 1989 a Tivoli, in provincia di Roma.
Dopo aver capito che la musica è il suo mezzo di comunicazione, decide di iscriversi a una scuola di canto all'età di 19 anni.
Nello stesso periodo partecipa al concorso canoro “Una Canzone per l'estate “ dove, oltre ad aggiudicarsi il primo posto, ottiene l'accesso diretto alle semifinali Castrocaro.
Visto il bisogno di esprimere le proprie emozioni decide di iniziare una collaborazione con la casa discografica Cantieri Sonori a Roma e pubblica così il suo primo Singolo "Adesso che".
Successivamente si chiude in studio per produrre il suo primo "EP" intitolato "Ci Vuole Coraggio" disponibile su tutte le piattaforme digitali da settembre 2019.
Attualmente sta lavorando al suo prossimo "EP", di cui è prevista l’uscita nel 2020, e nel frattempo continua a perfezionare le sue tecniche di canto ed interpretazione secondo la tecnica del Vms Italia di Loretta Marinez, oltre a perfezionare la scrittura dei suoi brani.

Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese



Oggi l’Osservatorio ha il piacere di presentarvi il quarto capitolo del dossier “Coronavirus: sfide e scenari”, dedicato alla discussione con Alessandro Aresu della difesa degli asset strategici del sistema-Paese italiano nel pieno della crisi sanitaria ed economica del coronavirus. Aresu, nato a Cagliari nel 1983, è consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e capo della Segreteria Tecnica del Ministro del Sud e della Coesione Territoriale. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano i saggi “L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia” (con Luca Gori, Il Mulino, 2018) e “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” (La Nave di Teseo, 2020)
Intervista di Andrea Muratore e Ivan Giovi a Alessandro Aresu.
Tra “economia di guerra” e discussioni su possibili guerre economiche nelle ultime settimane la discussione politico-mediatica su cosa è da definire “asset strategico” per il sistema Paese è tornata d’attualità. Dalla Consob al Copasir, tra allarmi per rischi di scalate straniere e blocchi delle vendite allo scoperto a Piazza Affari, assistiamo a un incremento del perimetro dei settori messi sotto osservazione. Come giudica questi sviluppi?
Vivevamo già in una “corsa globale ai sistemi di controllo degli investimenti esteri”, come definita in un bel libro curato da Giulio Napolitano. Una corsa che ha coinvolto l’Italia. L’evento cruciale rimane l’intervento sulla normativa nel 2017, per il caso Vivendi – Tim. In quel caso il governo ha applicato il concetto più pervasivo dei poteri speciali a una vicenda intraeuropea.
Nei miei lavori su golden power e asset strategici (su Limes, nel saggio sulla comparazione della “geopolitica della protezione” che ho curato con Matteo Negro, nello scritto per la pubblicazione sul tema del Dis, in altri testi) ho sempre sottolineato quest’elemento, che è cruciale: il paradosso è che uno strumento normativo nato per adattarsi alle regole europee individua, dal punto di vista geopolitico, alcuni nodi conflittuali interni all’Unione Europea. Questi nodi, invece di ridursi, aumentano: quindi vanno riconosciuti e affrontati.
Secondo aspetto: l’Italia si trova nel mezzo della grande questione della nostra epoca, la competizione tra Stati Uniti e Cina. La corsa al controllo degli investimenti esteri è parte di una più ampia “corsa alla sicurezza nazionale”, che si colloca all’interno di questo conflitto. Questo ha implicazioni sulle telecomunicazioni, sul 5G, sulle forniture. Ha comportato un altro adattamento normativo.  
Terzo aspetto: l’Italia è più debole quando è colpita da una crisi, per ragioni finanziarie. Chiaramente, anche in una crisi cosiddetta “simmetrica”, conta da che posizione ci arrivi, come i mercati giudicano la tua posizione e la solidità complessiva del sistema in cui sei collocato. Altra discussione, altro adattamento. Più pressante.
Su questi temi, nel corso di questa legislatura, il Copasir ha lavorato con uno spirito di ampia condivisione, all’unanimità, con Guerini prima, con Volpi ora. Questo è un punto positivo, che rafforza il suo operato.
A tornare è sempre il tema del primato della protezione sugli affari, della proiezione geopolitica dei sistemi-Paese sull’economia. Ne parla nel suo saggio più recente, di cui in futuro discuteremo su queste colonne. I “cigni neri” delle ultime settimane accelereranno questa tendenza?
Sono processi già in corso, appunto, per cui la crisi attuale funziona come acceleratore. Una crisi che in termini di valori azionari ma soprattutto di operatività delle aziende ha un impatto enorme, che credo sarà molto più ampio della crisi di più di un decennio fa.
Inoltre, la crisi ha avuto una cronologia diversa, un calendario differente nei vari Paesi. Ha visto svilupparsi conflitti geopolitici su aiuti, contratti e doni; polemiche sui dati e sulla loro raccolta; battaglie sul tracciamento; ripercussioni sulle catene globali del valore; allargamento della sicurezza nazionale intesa come “sicurezza nazionale sanitaria”. E, oltre alla “corsa” per il vaccino e per altri aspetti del settore biomedicale, vedremo molti altri acceleratori di conflitti, negli scontri industriali. Ne parlerò anche nel prossimo numero di Limes. Quindi bisogna mantenersi lucidi per analizzarli e comprenderne le implicazioni.
Non è facile, peraltro. È un momento difficile, duro. Personalmente, nei primi giorni non riuscivo a riflettere bene su questi temi, perché sentivo la sopraffazione del peso di quello che ci sta capitando. Poi ci si ferma un secondo e si riconosce che ci sono sempre tanti temi appassionanti su cui concentrarsi, e si continua a vivere. 
In Italia da tempo studiosi come Giuseppe Berta sottolineano come il capitalismo nazionale debba cercare nuovi paradigmi. La necessità di uno “scudo” strategico in momenti di crisi segnala la debolezza dei nostri campioni nazionali? Come veniamo a patto con la nostra fragilità finanziaria in questi frangenti?
È uscito su “L’Industria” un bel saggio di Ugo Pagano che discuto anche sull’ultimo numero di “Pandora“. Pagano aiuta a vedere un paradosso della stagione di privatizzazioni. In realtà, le grandi imprese quotate con controllo pubblico hanno mantenuto e aumentato il loro rilievo, rispetto all’impresa privata. Pagano ne loda anche la governance. La grande impresa italiana pubblica quotata è forte, rispetto alle aziende private italiane. Sono invece piccole rispetto ai competitor, con parziali eccezioni. Nei momenti di crisi, questo è un tema da considerare.
Io, rispetto a Beppe Berta, che è un amico e un maestro, sono più statalista. Ho sempre sostenuto che per l’Italia il “fantasma dell’Iri” sarebbe tornato. Perché abbiamo un problema di competenze manageriali e industriali che la fine dell’Iri ha lasciato aperto. Se avessimo il management di Telecom nei primi anni ’90, sarebbe meglio. Purtroppo, non esiste più. D’altra parte, lo statalismo deve essere sempre realista, e in relazione con i capitali privati. Non è che arriva un’entità statale o parastatale che si compra tutto, in modo indiscriminato: sarebbe folle, oltre che irrealistico, considerando che dobbiamo anche attirare investimenti esteri. Il problema decisivo italiano è quello della dimensione di impresa, su cui occorre quadrare il cerchio tra risparmio e investimento. Tra la forza del risparmio italiano e gli investimenti necessari per crescere. Secondo me – ma non sono obiettivo, sono cose alle quali ho lavorato – era importante la strada di strumenti come Pir, Spac, su cui purtroppo c’è stata eccessiva incertezza normativa.
Sapete quanto fattura l’azienda italiana che fa respiratori (alla quale dobbiamo essere grati) rispetto al “campione” tedesco di quel settore? Circa un trecentesimo.
Il “golden power” sulle acquisizioni è un esempio di strumento di cui si parla per tutelare con organicità il sistema produttivo. Quali sono le prospettive di rafforzamento dei “poteri speciali”?
Fino a qualche mese fa eravamo in pochi a parlare di “golden power”, mentre ora è un tema all’ordine del giorno e coinvolge un dibattito più ampio. È un bene. Gli interventi del governo, secondo la mia personale opinione di analista, hanno la giusta ratio e vanno nella giusta direzione. Corrispondono alle prospettive delineate dalla comunità di studiosi del tema. La discussione sull’ambito finanziario e assicurativo c’è da tempo, la crisi ha aggiunto un’attenzione specifica per filiere logistiche, alimentari, sanitarie, nonché una preoccupazione per interventi a prescindere dal processo formale di notifica.  È importante l’attenzione alla catena del valore biomedicale, oltre a una migliore definizione del concetto di minaccia anche nell’ambito intraeuropeo. Si verificherà al meglio dal punto di vista giuridico che nessuno possa minacciare l’Eni, che chiaramente in questo scenario dell’energia affronta sfide enormi. Anche se non sono convinto che un’azienda francese o olandese possa veramente cercare di scalare l’Eni in modo ostile. Un’operazione ostile del genere verso l’Italia, in qualunque situazione, sarebbe una cosa enorme dal punto di vista diplomatico: una minaccia alla sovranità nazionale che nessuno nel nostro Paese dovrà mai accettare.     
Vorrei dire però che tutto questo ha senso solo se facciamo altri due ragionamenti.
Il primo è il passaggio “e dopo?”. Mi spiego.
Blocchi un investimento. E dopo? Prescrivi condizioni sull’acquisizione di una società. E dopo? Entri in quella società con un veicolo pubblico. E dopo?
Per esempio, in Tim i passi “speciali” sono stati fatti. E ora, l’azienda crea valore in modo soddisfacente, valore per gli azionisti, valore sociale, valore tecnologico? È importante porsi queste domande.  
Bisogna sempre chiedersi “e dopo?” quando si agisce su un asset. Occorre quindi avere una cultura diffusa che consenta di farlo. Fare analisi di scenario, ragionare in termini anticipatori, non solo reattivi, rafforzare la cultura industriale e la consapevolezza geopolitica, per sapere cosa bisogna fare. Il golden power è uno strumento giuridico basato sull’individuazione di minacce, poi ci sono le politiche industriali, la strategia di un Paese, c’è il capitalismo italiano come è realmente, c’è il modo con cui ci si pone rispetto ai grandi shock.
Gli shock possono cambiare il senso dei settori strategici, in alcuni casi limitati. Per esempio, in anni precedenti a me è sempre sembrato sbagliato che i veicoli di Cassa Depositi e Prestiti dovessero intervenire in Parmalat (non è avvenuto) oppure, come hanno fatto, acquistare quote “segnaletiche” delle società alimentari. I soldi del risparmio postale sono limitati, perché li devo spendere in chi fa cibo (per non parlare degli alberghi) se poi non investo con attenzione nella filiera dell’automotive, nell’aerospazio, nelle scienze della vita, in altri settori ad alta tecnologia di grande importanza? Ci sono aziende alimentari private importanti (anche in diversi distretti meridionali), non è che deve arrivare un’entità statale a prendersi la quota cosiddetta “segnaletica”. Oggi, l’importanza della filiera alimentare, l’accumulazione di riserve alimentari degli Stati, la competizione su questi temi, può indurre a ripensare questa convinzione.
In ogni caso, se tutto è strategico, nulla è strategico. Dobbiamo mantenere una consapevolezza delle differenze tra i settori. Non è che facciamo intervenire il governo o l’intelligence su tutti i mobilifici d’Italia. Anche perché le risorse sono limitate: le stesse risorse umane della sicurezza nazionale, sicurezza economica e sicurezza fisica. Sul fronte economico, bisogna pensare seriamente a rafforzare alcune capacità in materia di ristrutturazione aziendale, perché a un certo punto quel mercato diventerà molto forte e lì potrebbero esserci fenomeni predatori diffusi. Poi lo Stato secondo me deve stare sempre attentissimo alla penetrazione della ‘ndrangheta. Anche in Lombardia, dove potrebbe espandersi rispetto al suo radicamento, già molto rilevante: una delle cose più importanti per la sicurezza nazionale nell’Italia di oggi è leggere il libro di Antonio Talia “Statale 106”.     
Il secondo punto è che il rafforzamento degli “scudi” può arrivare solo fino a un certo punto. Io penso che ci voglia soprattutto il rafforzamento delle strutture amministrative.
In primo luogo, in Italia c’è un enorme problema di risorse umane. È vero a tutti i livelli, in tutte le fasi della politica degli investimenti. Se parlate con chiunque, dalla BEI ai Comuni, sentite questa necessità. Nell’autunno del 2017 avviene un dibattito – che andrebbe riletto oggi – sull’opportunità di un ampio programma di nuove assunzioni pubbliche, legate ai pensionamenti: Sabino Cassese aveva lamentato i danni che potrebbero giungere dall’allargamento della PA, dopo le dichiarazioni dell’allora sottosegretario Rughetti. Per mostrare i limiti della posizione di Cassese interviene sul tema Giuseppe Provenzano, che al tempo era vicedirettore della Svimez. Provenzano è un mio amico, con cui collaboro, quindi premetto che non sono obiettivo, ma contano le idee. Per me in quel contesto aveva torto Cassese e aveva ragione pienamente Provenzano, il quale nel suo articolo diceva molte cose di totale buon senso, soprattutto sulla “ristrutturazione alla rovescia” subita dalle generazioni più giovani negli ultimi anni, che ha lasciato le nostre strutture molto indebolite, soprattutto su nuove, essenziali competenze. Certo, ci sono i colli di bottiglia burocratici e altri temi, ma questa debolezza di risorse umane è un punto essenziale dei problemi sugli investimenti in Italia.    
Ora, dobbiamo sapere che questa debolezza si ritrova anche nelle “alte sfere”: ci sono davvero poche persone in alcune direzioni ministeriali di primissima importanza, o in compiti di rilevanza strategica. Sono troppo pochi e ci sono pochi giovani. E la sicurezza economica, come la sicurezza cibernetica, passa dalle persone. L’importanza di rafforzare le amministrazioni dell’economia in Italia mi è stata trasmessa da molte conversazioni con uno dei civil servant più capaci del nostro Paese, Roberto Garofoli. Nei “poteri speciali”, ha un ruolo importante l’istruttoria del Gruppo di Coordinamento, che però non è un organismo stabile, non è una burocrazia stabile preparata per analizzare l’evoluzione tecnologica, la sicurezza nazionale, le catene del valore industriali, le dinamiche geopolitiche. È formata soprattutto da delegati dei ministeri, che non svolgono certo quel compito tutto il giorno, perché hanno altre funzioni da svolgere. Quindi quella struttura, in primo luogo, andrebbe istituzionalizzata e resa stabile, per lavorare più velocemente e soprattutto per farne un organismo di confronto sui temi che ho indicato, con competenze plurali. La sicurezza economica necessita di competenze variegate: io di questi temi ho capito qualcosa perché ho avuto la fortuna di confrontarmi sempre, oltre che con analisti geopolitici, con giuristi, investitori, economisti, fisici, scienziati. In tanti (recentemente Castellaneta e Pelanda) propongono un Consiglio Nazionale di Sicurezza, che potrebbe avere sotto di sé questa burocrazia stabile.  
Recentemente lei ha sottolineato la crescente interoperatività delle figure della sicurezza nel sistema economico anche nel caso italiano, in un contesto di aumento dei casi di sliding doors tra istituzioni e imprese: “Emerge sempre di più l’importanza della sicurezza nelle infrastrutture critiche, ed è evidente il loro allargamento a più settori. Ciò che era già “critico” diventa “più critico”. I veterani degli apparati di sicurezza sono nominati, con maggiore frequenza, nelle società di infrastrutture, telecomunicazioni, ma anche finanziarie”. Che scenari apre questa compenetrazione?
Sì, quell’osservazione del 2018 ha descritto quello che è successo in modo più frequente in seguito. Ripeto la mia impostazione di intelligence economica: siccome il caso fondamentale è stato Tim-Vivendi del 2017, da lì si poteva prevedere l’evoluzione, anche contando la generale corsa alla sicurezza nazionale nel mondo. Dalla cantieristica, ai cavi sottomarini, fino alle società finanziarie, alle infrastrutture di rete, sono importanti certe competenze e certi percorsi di carriera. Continueranno a esserlo. 
Il punto essenziale non è solo premiare persone che hanno svolto una importante carriera nelle forze dell’ordine, nelle informazioni per la sicurezza, nella diplomazia, nella difesa. Persone che sono chiaramente capaci anche grazie all’esperienza acquisita nelle strutture che hanno gestito (basta leggere un articolo di Massolo per capirlo). Il tema è valorizzare le competenze dei giovani, di chi è impegnato ora nella carriera e di chi lo sarà in futuro. Formare più ingegneri della sicurezza, più analisti dei dati informatici e geopolitici, lavorare meglio con le università, trasmettere la fiducia di lavorare nei corpi dello Stato. Soprattutto in tempi difficili.
In conclusione, vorremmo chiederle un parere sulla comparazione delle strategie anti-crisi poste in essere da Roma con quelle degli altri Paesi europei quali Francia e Germania: come stanno evolvendo le loro discipline queste nazioni?
In Francia i confini tra pubblico e privato non sono mai esistiti. Ci sono differenti cordate, ma gli imprenditori privati devono fare gli interessi della République, altrimenti non possono operare. Non è che, per esempio, sei un’azienda logistica francese che opera in Africa e agisci da “privato”. Non diciamo barzellette. La Francia è una potenza militare, al contrario degli altri Stati europei. La Francia preferisce la morte alla rinuncia allo Stato e ai suoi “corpi”.
In Germania si usa l’espressione “economia sociale di mercato” per perseguire un fondamentale obiettivo: non dire nulla. Questa espressione, che andrebbe studiata con più attenzione – segnalo le ricerche su questo tema di un mio allievo della Scuola di Politiche, Lorenzo Mesini – è diventata una frase fatta che si può appiccicare a tutto. Appunto, per non dire niente. È però avvenuto un cambiamento in Germania nel rapporto agli investimenti della Cina: a un certo punto – nella robotica, nella sistemistica, nel biomedicale, in altri settori – i tedeschi hanno colto una minaccia per il loro cuore capitalista, il Mittelstand delle medie imprese. Ora i tedeschi dicono chiaramente (il ministro Altmaier l’ha detto spesso) che agli stranieri non faranno comprare più nulla di rilevante, se il governo non vorrà. Ma avranno pure loro tante altre questioni critiche da affrontare, a partire dall’automobile, che già agita il sonno di Angela Merkel.  
Le opinioni qui espresse da Alessandro Aresu sono strettamente personali e non impegnano in alcun modo enti di appartenenza pro tempore.
(A cura di Andrea Muratore e Ivan Giovi)
4 – Continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. “Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.

La crisi del coronavirus: che ne sarà di noi?



Terza puntata del dossier “Coronavirus: sfide e scenari”. Oggi abbiamo il piacere di presentare il contributo di Gustavo Boni, funzionario europeo che parla con noi delle prospettive economiche per l’Italia di fronte alle evoluzioni degli scenari comunitari.

E non mi chiedere come farò
Io non lo so perché l’unica risposta che ora sento è una domanda
Che ne sarà di noi
Che ne sarà di quel che ieri eri tu
Forse sarà che poi
Perdendoci ci ritroviamo
Gianluca Grignani

Di Gustavo Boni

Premessa

Era il 2004, Gianluca Grignani era in radio con questa canzone. Ricca di riferimenti anche la trama dell’omologo film di Muccino dell’anno successivo, in cui alcuni ragazzi, durante la vacanza della maturità, in poco tempo devono prendere decisioni su cui sono impreparati, ma dal cui esito dipenderà il loro futuro.

Uno sguardo di sintesi

Noi non ci troviamo in un film, e molti di noi hanno perso anche il desiderio di cantare. La situazione è ormai chiara anche a chi inizialmente manifestava superficialità e scetticismo nei confronti del Covid-19. Si tratta di un virus pandemico, probabilmente trasmesso dal mondo animale a quello umano a partire dalla città di Wuhan, un importante polo commerciale della Cina centrale, e da lì diffuso in tutto il Mondo.
La diffusione di un virus su tale scala è difficilmente arginabile da un punto di vista sanitario: le strutture non sono progettate per gestire eventi di tali dimensioni. Analoga è la situazione da un punto di vista socio-economico e politico.
La legittima paura e le pressioni che ci accomunano in questo momento, rendendoci folla irrazionale, non devono tuttavia portarci a prendere decisioni avventate o a sovra-reagire; devono al contrario farci arroccare intorno alla scienza, ai suoi principi, e ai numeri.
Proprio dai numeri si è partiti per simulare quali scenari gli Italiani si possono ragionevolmente attendere in termini di conti nazionali in seguito all’impatto del Covid-19. Come detto in Premessa, cosa sarà del nostro futuro dipenderà inesorabilmente dalle scelte che verranno adottate nei mesi di aprile e maggio; queste poche settimane potrebbero avere un riverbero molto lungo. Per pochi, ma chiari motivi:
  • L’Italia è un paese fondatore dell’Unione Europea, la sua terza economia e seconda manifattura, un partner strategico per tutti paesi membri e, inesorabilmente, il maggiore portatore di debito pubblico. Pensare di risolvere la situazione al di fuori dal quadro comunitario è poco serio. Da come l’Italia uscirà dalle sedi decisionali, pertanto, dipenderanno il peso internazionale e i futuri rapporti bilaterali;
  • Indebitamento pubblico: l’ISTAT ricorda che il rapporto debito pubblico/PIL è del 134.8% a fine 2019, in linea con il 2018, con oltre EUR 560mld di debito lordo delle amministrazioni pubbliche in scadenza nel solo 2020. Questo implica minori spazi di manovra e maggiore accortezza nelle misure da adottare;
  • Le imprese della penisola, prevalentemente di dimensioni inferiori rispetto a quelle di altri paesi, sono inserite pienamente nelle catene di valore globali dei processi di trasformazione, con i grandi gruppi tedeschi e francesi a rappresentare i principali anelli di prossimità[1]. La rottura improvvisa di tali catene per via dell’isolamento reciproco richiederebbe troppo tempo per essere assorbita, soprattutto per realtà con margini operativi inferiori (per via della posizione spesso da “terzista” di grandi gruppi, si pensi all’automotive o alla cosmesi, due “casi di scuola”) e con strutture finanziarie più deboli (a causa delle dimensioni medie inferiori), rispetto agli altri operatori lungo la catena;
  • L’industria ricettiva e quella dell’intrattenimento sommano insieme oltre EUR 80mld di valore aggiunto, il 5% del totale (fonte ISTAT, dati stabili sia per il 2018, sia per i 2019). Si tratta di numeri considerevoli, ma forse non sorprendono, dato il brand Italia. Questo è forse il punto. Nonostante i numeri in gioco siano rilevanti, l’impatto del Covid-19 può riservare esternalità negative con un riverbero anche su altri settori. Nello specifico, sono da temere impatti sull’attrattività del sistema paese e sulla sua value proposition consumer-oriented verso il Mondo (qualità della vita, stile e cultura come porta-bandiera).

Gli scenari per il 2020

Compresa la delicatezza della situazione, si è provato a immaginare un possibile scenario per il PIL italiano del 2020, sulla base di quattro fasi temporali:
  • As is: i primi due mesi del 2020 sono attesi in linea con quelli del 2019;
  • Lock-down: nella fase più dura, ipotizzata di tre mesi, si stima una profonda contrazione di investimenti ed export, unita a una minore, seppur marcata, contrazione dei consumi e dell’import. La bilancia commerciale è prevista in sofferenza, principalmente per la minore capacità di servire i mercati esteri, uniti alla contrazione della loro domanda per i nostri prodotti. L’import è previsto in linea con i consumi;
  • Recovery: i tre mesi estivi sono previsti in moderato recupero. Tempi e forza di reazione dipenderanno dalle decisioni governative e istituzionali prese durante il lock-down, e da come verrà pianificata la riapertura del paese. In questa fase, il rischio maggiore consiste in nuovi focolai sul territorio, che potrebbero innescare un secondo lock-down e minare la credibilità interna ed esterna del sistema paese;
  • Reaction: nell’ultima fase dell’anno è prevista una piena ripresa delle principali dinamiche macro-economiche del paese, con una leggera sovra-reazione sul fine anno.







Le spese per i consumi finali si intendono riferite a famiglie residenti e privati.

L’approccio adottato, pertanto, non tiene conto degli impatti delle decisioni istituzionali e politiche (che non si conoscono, come poco si sa sulle eventuali reazioni). È un criterio modulabile e che, pertanto, può essere calibrato in funzione delle tempistiche e della magnitudo di tali decisioni. Si è cercato di implementare uno scenario, per quanto possibile di continuità, senza profondi elementi di rottura. Le spese per consumi finali si intendono riferite a famiglie residenti e privati.
L’output di questo scenario è crudo, e parla di una contrazione del PIL del 15%, oltre EUR 270mld in termini nominali, pari al 85% degli investimenti fissi lordi, e al 38% dei redditi interni da lavoro dipendente. Questi numeri sarebbero sufficienti per agire con estrema perizia nel definire le azioni.
Per valutare la consistenza di tali risultati, è stata condotta un’ulteriore analisi in termini di valore aggiunto, di cui ISTAT produce dati aggregati per settore industriale. Dal momento che esso rappresenta stabilmente il 90% del PIL, è da intendersi come una grandezza coerente con quanto rappresentato nella prima analisi. Per valutare i risultati sopra esposti, una analoga simulazione è stata condotta sulla base di tale data set, scandendo il 2020 nelle medesime quattro fasi temporali.
L’allegato 1 mostra i dettagli di input della simulazione condotta.
L’output prevede una contrazione del valore aggiunto del 13.4%, equivalente a EUR 215mld, pari all’80% di quanto riconducibile all’industria manifatturiera, a quanto prodotto dalle attività immobiliari o a quasi una volta e mezzo il valore aggiunto relativo ai servizi professionali. Tale risultato corrisponde a una contrazione in termini di PIL del 13.7%.
Unendo i risultati dell’analisi di questo fenomeno da due prospettive differenti, ed allargando il range del possibile outcome, possiamo ragionevolmente sostenere che le analisi sopra condotte si aspettano una contrazione dell’economia italiana tra il 12.5% e il 15% per il 2020.
Quale sarebbe l’impatto sul famigerato rapporto “Debito/PIL”? Senza entrare nei dettagli della scarsa significatività di tale indicatore (unito al gemello “Deficit/PIL”) sulla sostenibilità del debito pubblico, tale valore deve in ogni caso essere tenuto in considerazione per via delle altrettanto famigerate “profezie auto-avveranti”, per cui se gli investitori iniziano a ritenere un debito pubblico non sostenibile, esso inizierà ed essere così costoso da diventarlo (sia per via diretta, sia per i problemi che avrebbero le banche, le compagnie assicurative, i fondi previdenziali e le società di gestione del risparmio del paese stesso).
Ancora una volta, è difficile fare previsioni accurate (si diffida a credere in chi sia in grado di farlo, soprattutto in questa fase ricca di incertezze) perché non si conoscono le effettive risposte istituzionali.
Ipotizzando (semplicisticamente!!!) che l’Italia (i) rifinanzi integralmente il debito pubblico in scadenza nel 2020 a costi invariati, (ii) aumenti per via inerziale lo stock di debito di solo la metà di quanto fatto in media nell’ultimo quinquennio (ca. EUR 21mld), e (iii) fornisca ammortizzatori sociali corrispondenti a un terzo dei salari complessivi del 2019, per 3 mesi e alla metà della popolazione (ca. EUR 30mld), il rapporto debito pubblico/PIL potrebbe sfondare il 160%, quasi il doppio del valore consolidato dell’EU, e di poco inferiore al valore della Grecia.

I prossimi passi

Questi scenari mostrano un output comparabile a un conflitto bellico; se da un lato le infrastrutture sarebbero preservate, lo stesso potrebbe non valere per le consuetudini sociali, di consumo e per le scelte di programmazione e investimento. Tali cambiamenti, per definizione non dipendenti solo dall’Italia, non sono gestibili in un contesto nazionale.
Quali le possibili vie di uscita? Questa è la domanda che molti, da diverse prospettive, si pongono incessantemente in questi giorni. Condividere soluzioni taumaturgiche, in questa fase, come abbiamo visto appare poco serio. Proviamo allora a rappresentare alcuni approcci che potrebbero apparire ragionevoli:
  • Gestire l’uscita dalla fase di lock-down ed entrare nella fase di Recovery quanto prima. Questo articolo non ha evidentemente velleità mediche o sanitarie per mancanza di competenze specifiche del suo autore. Tuttavia, adottare un approccio scientifico che consenta di (ri)aprire, progressivamente, il paese, dovrebbe essere tenuto in seria considerazione. Secondo i modelli sopra presentati, ogni settimana di anticipo della fase di Recovery potrebbe corrispondere a un incremento di PIL da EUR 4.5mld a EUR 10mld. È evidente che tale scelta compete alle autorità sanitarie e, ragionevolmente, sarà progressiva (per esempio per fasce di età, occupazione, salute, l’aver o meno sviluppato anticorpi, ecc). È altrettanto evidente, tuttavia, che è fondamentale prendere una scelta in tale scenario, perché il non scegliere è veramente costoso.
  • Stiamo battendo un terreno nuovo per tutti, quindi aggiungere ulteriori novità potrebbe non essere l’idea corretta per reagire. Pensare che il Covid-19 possa essere il Cavallo di Troia per far accettare la mutualizzazione dei debiti nazionali a livello comunitario è pura utopia. È in aggiunta strategicamente sbagliato perché richiederebbe troppo tempo, negoziazioni molto complesse, e collocherebbe l’Italia in una posizione negoziale molto debole (leggasi contropartite). Una soluzione alternativa, come suggerito dal Prof. Cottarelli (nell’analisi qui consultabile) potrebbe trovarsi in seno all’attuale architettura europea, in modo da reagire in tempi rapidi con strumenti e meccanismi già oliati. I risultati non sarebbero difformi, sia in termini di risorse finanziarie, sia per condizioni economiche. Istituzioni come EIB, CEB e MES, per esempio, potrebbero emettere bond per centinaia di miliardi di euro con rating molto pregiati (che beneficerebbero di condizioni di pricing ulteriormente favorevoli alla luce del cd. fly-to-quality tipico di queste fasi), con durate molto lunghe (idealmente superiori ai 30 anni, beneficiando anche di una curva dei tassi piuttosto piatta, se non invertita, su tali scadenze). Le risorse raccolte sarebbero destinate a specifici interventi (coordinati a livello comunitario) da monitorare nella loro implementazione. I singoli stati, se necessario, potrebbero apportare proporzionalmente un aumento di capitale a tali istituzioni, al fine di scongiurare un eventuale downgrade. Il cosiddetto “effetto leva” dal citato aumento di capitale sarebbe tale da rendere lo sforzo iniziale sostanzialmente indolore: ciascun paese, infatti, in questo modo potrebbe finanziare il proprio sostegno all’economia attraverso condizioni estremamente competitive, sia in termini di struttura (durata e costo non altrimenti accessibili), sia per la tipologia del finanziatore (difficile pensare che un’istituzione europea, di cui l’Italia è principale azionista, assuma un atteggiamento di rigidità o, peggio ancora, speculativo).
  • Opportunismo comparativo. L’Italia, tra i paesi occidentali, è stata colpita per prima dal Covid-19, e lo è stata nelle sue regioni più produttive. A parità di curve di contagio e di tempi di risoluzione, esiste pertanto un vantaggio temporale di alcune settimane rispetto agli altri stati, che consentirebbe alle imprese italiane di avere accesso a nuovi mercati senza un’effettiva competizione.

Per concludere

Lo stesso cantante che ha aperto questo articolo, nel 1995 cantava con successo Destinazione Paradiso. È un augurio da farci, e un sogno a cui abbiamo bisogno di aggrapparci. Passare in mezzo a una tormenta rende più forti, stiamo solo attenti ad imboccare la strada giusta, e a non lasciare il gruppo per avventurarci da soli su sentieri inesplorati.

[1] L’Italia è stabilmente l’ottavo paese esportatore nel Mondo (2.8% dell’export complessivo) e il tredicesimo importatore (2.5% dell’import totale). I principali mercati di sbocco sono Germania (12.5% del totale export), Francia (10.5%) e USA (9.4%); quelli di approvvigionamento sono Germania (16.4% del totale import), Francia (8.6%) e Cina (7.6%); fonte: https://www.mise.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/completo.pdf

Allegato 1


3 – continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.

Come l’austerità ha affondato la sanità italiana


Di Matteo Samarani

A seguito dell’emergenza Covid-19 i sistemi sanitari – sia quello nazionale che quelli europei e globali – sono divenuti gli attori chiave a cui è affidato l’arduo compito di limitare al massimo il valore del danno atteso in termini di vite umane. Infatti, il suddetto valore è strettamente legato alla loro capacità di reggere la crisi evitando il collasso.
Partendo da questo presupposto l’autore ha ritenuto indispensabile svolgere un’analisi di “ampio respiro” al fine di comprendere i principali eventi che hanno inciso sull’evoluzione del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) sin dalla sua nascita. Dato il carattere pubblico della sanità italiana, il punto di partenza è quello di comprendere quali sono le ragioni che spingono, a livello teorico, lo Stato ad intervenire nel mercato sanitario. Lo studio prosegue con l’analisi delle principali riforme che si sono succedute dagli anni Novanta sino ai nostri giorni, evidenziando in particolare le conseguenze delle nuove modalità di finanziamento del SSN – riconducibili al federalismo fiscale – sulle disparità territoriali. Nella parte successiva dello scritto ci si concentra, invece, sulle ripercussioni della doppia crisi – che ha investito il “Vecchio Continente” nell’ultimo decennio – sul SSN. In questa sezione, si presta attenzione soprattutto alle cause che hanno condotto alla seconda crisi, la cosiddetta Crisi dell’Eurozona, e sulle conseguenze che le politiche di consolidamento fiscale hanno manifestato sulla spesa sanitaria italiana. Infine, si sono analizzate gli effetti di tali politiche di consolidamento – la cosiddetta austerity – attraverso un confronto con i principali paesi dell’area Ocse.
Basandosi sul rapporto tra il saldo tra entrate e spese dello Stato precedenti il pagamento degli interessi sul debito (il cosiddetto “saldo primario”) e l’evoluzione della spesa sanitaria per il periodo che va dal 1999 al 2018 lo studio ha dimostrato statisticamente che ogni volta che si è incrementato il saldo primario in relazione al Pil di un punto percentuale, il rapporto spesa sanitaria/Pil si è ridotto, in media, di circa 0,3 punti percentuali
Il filo conduttore, che deve guidare il lettore lungo lo scritto, deve essere quello di cercare di comprendere le conseguenze delle scelte politiche ed economiche che sono state prese nel recente passato, al fine di avere una giusta prospettiva per valutare gli interventi economici e sanitari che verranno presi per contrastare la crisi coronavirus.

GADJOS- "GROOVE" E' IL SINGOLO D'ESORDIO DAL TEMA ATTUALE.


GROOVE è l’antipasto del nuovo progetto inedito dei GADJOS, che in questo nuovo lavoro hanno deciso di mettersi in gioco esplorando nuove direzioni nello stile sonoro e di scrittura. 
Un sound immediato e fresco per la prima volta entra nel dna della band: dove c’è GROOVE, c’è vita, c’è speranza, c’è amore!
Alla luce di tutto ciò che sta succedendo nel mondo, dove il clima di angoscia, preoccupazione e incertezza incombe ogni giorno nella nostra NUOVA quotidianità, GROOVE assume un colore spensierato ed ottimista. 
BASTA AVERE UN PO' DI GROOVE”, ovvero liberarsi dai veleni tramite la musica, qualunque essa sia senza limitazioni di genere o altro. La musica come grande cura e unico vero messaggio di distrazione di massa.
GROOVE è una canzone solare in tempi di nubi perché per noi musicisti, artisti e sognatori, il groove tornerà a battere presto su tutti i palchi d’Italia  e non ci sarà virus al mondo a debellare la nostra passione e l’amore per la vita!
GADJOS sono un quartetto pop-rock italiano nato da un'idea di Luca Raguseo  nel 2007 e consolidatosi nel tempo dopo vari cambi di formazione.
All'attivo hanno un album di nove inediti dal titolo "Il Viaggio" uscito nel 2013, da cui è stato estratto il primo singolo e videoclip "Generazione" e un EP "Bordellandia" (2015), dal quale sono stati presentati due videoclip ufficiali "Iride" e "Rebecca, zingara dell'Est".
Nell'intensa attività live, caratterizzata da una scaletta di successi italiani talvolta condita da interessanti mash-up e da qualche standard storico internazionale, e di promozione, spiccano i palchi condivisi con Luca Persico in arte O'Zulù (99posse) e con i Litfiba.
La band ha recentemente firmato con Sorry Mom!, con la quale pubblicherà il prossimo lavoro in studio.

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