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La competizione globale ai tempi del coronavirus


INTERVISTA DI OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE A MARCO GIACONI.

Il coronavirus sta enormemente impattando la globalizzazione così come la conosciamo. Del tema parliamo oggi con il professor Marco Giaconi. Giaconi, pisano classe 1954, è studioso di geopolitica e questioni internazionali, è stato consulente per diverse istituzioni politiche nazionali e ha pubblicato diversi testi su temi che spaziano dalla criminalità organizzata all’organizzazione politica della Cina. Oggi conversiamo con il professor Giaconi delle conseguenze geopolitiche del Covid-19. Buona lettura!.
Professor Giaconi, grazie mille per la sua disponibilità. L’attuale fase ci fa pensare quanto fosse vero l’augurio degli antichi cinesi a considerare una maledizione l’invito a vivere “tempi interessanti”. Siamo in una fase di aperta accelerazione dei processi del mondo globalizzato, forse il coronavirus potrebbe portarli a un punto di rottura. Qual è la sua opinione?
“Che tu possa vivere in tempi interessanti” è una antica e maliziosa maledizione cinese, che implica la complessità (i tempi nuovi e quindi interessanti) e, soprattutto, si riferiva ai tanti periodi di guerra passati dalla Cina, in tempi nemmeno troppo lontani da noi, se ragioniamo con i giusti ritmi geopolitici. Credo che il coronavirus e la sua pandemia stiano portando, tutti noi, comunque verso la crisi del progetto globalizzatore semplice e stupido che si è formalizzato nelle more della crisi finale del sistema sovietico. Perché? In primo luogo, è cresciuta la terziarizzazione, anche delle economie che, per esempio ai tempi dell’epidemia di SARS del 2003, erano infinitamente più chiuse di quanto non lo siano oggi. La Cina ha una economia in cui il terziario è cresciuto del 40% tra le due grandi infezioni, del 2003 e del 2020. Le chiavi per capire quanto accade sono il calo, colossale e ovvio, della domanda cinese, che colpirà duro e a lungo in tutte le economie occidentali. E Pechino lo utilizzerà come arma selettiva, il calo. Le Catene Globali del Valore dirette oggi dalla Cina valgono il 14%, così ci dice l’OSCE, del PIL dell’EU a 28, il 24% del PIL negli USA, il 7% della Corea del Sud e l’8% del Giappone. Stiamo parlando, qui, solo delle Reti GVC dell’elettronica, dei computer e dei sistemi elettrici. E le GVC sono estremamente fragili, come ha dimostrato proprio oggi, per la prima volta, la pandemia di Covir-19. La Cina è responsabile poi, del valore aggiunto dei beni intermedi globali, per il 27% dell’elettronica e del 13% del settore automobilistico. E’ ovvio, poi, che il semplice rimpatrio delle imprese dentro i territori nazionali dei Paesi “finali” del consumo, ora impoveriti, peraltro, o anche “intermedi” delle stesse GVC, è un rimedio impossibile o, spesso, ancor più deleterio del blocco delle intere GVC. Quindi, la globalizzazione vecchio stile, un po’ semplicista, è finita, almeno nei termini in cui l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, ma il “neo-nazionalismo” di molti economisti della domenica non sta nemmeno lui molto bene, parafrasando Woody Allen. Certo, è finita l’ideologia, nel senso marxiano del termine, della globalizzazione come la sostanza delle future “magnifiche sorti e progressive”, per dirla con il Leopardi che prende acremente in giro una frase di suo cugino Terenzio Mamiani. Ma, dall’ideologia, non deriva nient’altro che il certificato di morte di un mito liberalizzatore rozzo come non mai, non la sua sostituzione con altri tipi realistici di produzione globale. Certo, è morta la UE, se non si sveglierà rapidamente, ma ci credo poco, dal suo ozio dogmatico da manuale di economia anni ’50, una UE che peraltro non è stata capace di risolvere, in un modo o nell’altro, l’immigrazione africana e asiatica, la crisi economica del 2006-2008, oggi la Pandemia di Covir-19, per non parlare delle questioni balcaniche, della tensione in Crimea e in Georgia prima e poi in Ucraina, del jihad della spada già interno ai maggiori Paesi dell’Unione, della riforma dello statuto della BCE, e di una serie di altre questioni geo-economiche e strategiche che sono in cima (il mio computer, sapiente, come diceva Savinio della sua macchina da scrivere, aveva scritto “in coma”) a tutte le agende di tutti gli Stati che contano. Certo, occorrerà ripensare il Welfare Stateinvece che ritenerlo semplicemente “obsoleto”, come predisse alcuni anni fa proprio Mario Draghi; ma, in ogni caso, la assoluta libertà del movimento globale dei capitali certamente rimarrà, ma rimarrà anche la iperproduzione di contratti derivati, rimarrà inoltre anche l’idea che i vantaggi della liberalizzazione compensano, se non sono addirittura maggiori, i vantaggi paralleli della protezione sociale e a spesa pubblica delle classi subalterne. Insomma, vorrei vedere una trasformazione ideologica e operativa del mondo contemporaneo, ma temo che la durezza, biblica, delle cervici delle élites attuali sarà tale da mantenere le attuali grandi infrastrutture finanziarie, deboli e sempre più costose, del nostro Brave New World. Il futuro? Una de-globalizzazione delle menti di vaste popolazioni e un rallentamento, ma non certo una fine, della globalizzazione. Ci saranno altri “oli lenitivi” che caleranno sulle masse die “cinesini”, come li chiamava Nietzsche in uno dei suoi ultimi appunti. Caso mai, ci sarà una lotta senza limiti per chi la dovrà di nuovo comandare, le masse globali, dopo la fine della pandemia. Ma, in ogni caso, il tutto avverrà con un pacchetto ideologico aggiornato. E, comunque, durerà sempre meno del previsto.
Sulla trama della pandemia si è aggiunto l’ordito di una strisciante ripresa della competizione tra le potenze. Che effetti avrà l’attuale fase di incertezza sulla rivalità tra potenze
Certo, la crisi globale partita dalla diffusione rapidissima del Covid-19 si è subito allargata, e non parlo certo della sola malattia, allo scontro strisciante tra le varie Potenze. La Cina ha, forse, generato la pandemia, con la gestione, certo efficace ma non del tutto, dello scoppio della epidemia di Covid-19 da Wuhan e dallo Hubei. Si è creato, nella crisi economica globale, uno spazio di conquista, da parte delle Potenze attuali, delle aree intermedie, nella tranquilla vacanza, soprattutto, della UE. Pechino, nella crisi pandemica, ha tentato di sedurre le aree marginali, le rimland europee, africane, maghrebine, balcaniche, e oggi soprattutto l’Italia, punto finale di un progetto che la Cina ha messo in Costituzione, la “Nuova Via della Seta”. Fino a qualche anno fa, la primissima visita che facevano i neo-insediati ambasciatori cinesi in Italia era a Venezia, in ricordo del loro antico amico. La crisi economica riguarda, però, tutti i settori economici in contemporanea, il che potrebbe generare effetti anche di tipo “rivoluzionario” tradizionale. La vacanza della rappresentanza genera mostri. Se una cosa non potrà non finire, nelle more della pandemia, è il partito politico “modernissimo” che rappresenta solo il suo leader molto fotogenico e il suo banale e ripetitivo sciame elettorale. D’ora in poi, se i partiti vorranno sopravvivere, dovranno reinsediarsi tra gli interessi stabili e concreti di parti non trascurabili di storici “abbandonati dalla rappresentanza”. Negli Usa già si prevedono 47 milioni di posti di lavoro a rischio. Metà della popolazione mondiale è oggi in isolamento. Anche dal punto di vista strettamente psicologico, quanto sarà possibile mantenere questa situazione? Il Fondo Sovrano Norvegese, la loro solidissima assicurazione sul futuro del Welfare, ha perso già oltre 114 miliardi di Usd. Anche la Germania, che attende come un gatto aspetta il sorcio la crisi dei suoi vicini, ha avuto già oggi una contrazione della sua economia del 15%. Insomma: la Cina sta facendo una operazione di suasion nella Europa del Sud, certa che l’UE si masturberà all’infinito sui suoi manuali economici anni ’50, la Russia ha mandato i suoi tecnici-esperti-intelligence in Italia e altrove, in cerca di dati efficaci sul coronavirus e sulle sue risposte standard; e sfruttando anche il silenzio, da chiusura jeffersoniana, degli Usa, che hanno comunque mandato anche loro notevoli aiuti in Italia, perché vogliono che rompa ancora le palle in area euro, fino allo scoppio di questo brutto brufolo-moneta. La Francia ha già 4000 morti e gli ospedali ormai al collasso, e giorni fa il ministro degli Interni ha detto che, probabilmente, si ricorrerà alla “fine del confinamento dei suoi cittadini”. Su base locale e regionale, ma comunque si intende bene che, grazie alla sua, francesissima, manipolazione dei media, che peraltro lo ha spedito al potere, Macron non vuole cadere nella melma dei Paesi “Latini” UE e quindi vuole fare parte dell’asse, franco-appunto-germanico, che prenderà in mano l’UE, l’obiettivo vero dell’egemonia francese attuale. C’è chi ama i cadaveri. L’Economist, mettendo fine alla canea degli economisti, che sono ormai i veri facitori leopardiani di oroscopi, ha parlato recentemente di una crescita della Cina all’1%, dell’Italia -7%, del Giappone -1,5% la Russia al -2%; e meno male che Mosca non ha aderito al programma saudita di riduzione massiccia dei prezzi del barile, la stessa Arabia Saudita al -5%, il Regno Unito al -5%, ancora, infine con gli Usa al -2,8%. Gli Usa perdono, oggi il banco cinese vince. Vince, infatti, chi produce la narrazione migliore della sua crisi, non il Paese che si arrende alla narrazione che gli cuciono addosso gli altri. Si pensi a quante volte gli Stati Uniti hanno pagato, la sconfitta, non del tutto scontata, in Vietnam. Ma quella era la guerra per l’egemonia globale nel Sud-Est asiatico. Che gli americani hanno perso dal loro fronte interno. Da questo punto di vista, non è detto che la disastrosa comunicazione del nostro Governo, che pure ha fatto cose buone, non sia stata nemmeno del tutto fallimentare. Un Paese che si spende usque ad effusionem sanguinis, per la salute della sua popolazione, con molti errori, ma con un grande cuore, può valere molto nel nuovo Global Order che nascerà dalla fine del Covid-19. Soprattutto quando si scoprirà il bluff franco-tedesco.
Come giudica la scarsa coordinazione la scarsa coordinazione nella reazione della Unione Europea al coronavirus? L’Europa sembra confermarsi, sempre di più, come utopia antipolitica.
            Si ricomincia a parlare di nazionalizzazioni, perfino in Usa, dove l’uso stesso della parola avrebbe fatto correre alle labbra, proprio all’attuale Presidente, il sibilante aggettivo di “comunista”. In Germania, che già è bene abituata a coprire le sue nazionalizzazioni di fatto con i rigiri tra norme dei Länder e quelle dello Stato Federale, e anche tra la loro KfW, l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti, i cui finanziamenti non risultano nei bilanci statali come perdite, si parla di altre e ulteriori nazionalizzazioni, mentre in Francia il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, non le esclude, esplicitamente, affatto. Finisce, per mano degli stessi propagandisti di un decennio fa, la storia di quelli che “privatizzare è bello”, soprattutto quando i nuovi privati riempiono di soldi te e il tuo partito, come è accaduto in Italia dopo la sceneggiata, eterodiretta, di “mani pulite”. Ora il clima è oggettivamente diverso, e sono ritornati tutti allievi di Leontiev e di Enrico Mattei. E poi, il capo del KfW, Scholz, ha detto senza infingimenti che “abbiamo la forza finanziaria per trattare questa crisi”, mentre i casi di coronavirus in Germania sono, stranamente, “rari”, e solo, per via della manipolazione statistica, arrivano a 2369, e siamo al giorno 13/3/2020.
Veniamo ora all’Italia. Come giudica della nostra classe dirigente nella gestione politica, economica, e sociale dell’emergenza?
  La gestione politica italiana della crisi pandemica è stata rapsodica e ambigua. Certo, c’è stato l’interesse squisitamente politico, da parte del Governo, di mettere in non buona luce Lombardia e Veneto, oltre che Liguria e Friuli-Venezia Giulia, in quanto colpevoli di sordido leghismo. Ma le regioni del Nord, tutte, hanno avuto una buona immagine di ritorno, e la Lega Nord è più poliarchica di quanto non immaginino i suoi detrattori. Matteo Salvini è ovviamente il leader nazionale, ma è vero anche che i leader locali lo tengono per le palle, come è sempre accaduto in Lega. La forza e il limite della Lega è questo, appunto. Fratelli d’Italia è molto più omogeneo come partito, e questo lo favorisce nell’immagine attuale dell’elettorato. Le proposte della Meloni e la sua vis polemica la mantengono sugli scudi dei mass-media ma con un profilo, corretto, di solidarietà critica con l’attuale Governo. Forza Italia, in mano al suo Ultimo Fattore, per dirla con Gioacchino Belli, sta in silenzio aspettando il MES, il Fondo Salva-Stati, che certamente la Germania ci farà digerire, in un modo o nell’altro. O, magari, anche qualche altro inghippo EU, che però sarà gestito dai silenziosi assensi del duopolio Francia-Germania. Berlino si prenderà, se tutto va bene, il suo amato Nord-Italia, per fare concorrenza alle catene del valore globali, di cui la Germania solo in parte è oggi un elemento dominante, e la Francia si prenderà le PMI promettenti e i settori che più la interessano: l’agroalimentare di qualità, certi settori del turismo, alcuni sistemi locali dell’elettronica. Noi non pensiamo strategicamente, lo sanno benissimo i nostri concorrenti strutturali dentro la UE, e quindi si compreranno, molto probabilmente e per il classico tozzo di pane, le nostre PMI più promettenti. Sul piano della comunicazione, niente è stato peggiore. Un to-and-fro continuo, in cui nessuno sa cosa il nostro Governo potrà fare domani, nessun segnale ai mercati che “lo faremo da soli” il che sarebbe anche possibile, ma una preghiera lagnosa, talvolta insopportabile, ai friends abroad. Una logica da governo turistico, un pochino accattone. Il complesso classico da neorealismo cinematografico, che giustamente il censore di film Andreotti non amava. Poi, mancano nel progetto di Roma gli alleati e i nemici. Vuoi essere un amico di Pechino? Fallo fino in fondo. Vuoi ringraziare, sapendo però cosa vuol dire, l’aiuto americano? Bene, ma sappi che è l’esatto contrario di quello che vogliono i cinesi. Niente geopolitica, niente strategia, solo il dato immediato, come accade agli insetti quando vagano nei campi. Sul sociale, pochi soldi, per paura della solita UE, ma organizzato con il massimo rumore possibile e senza preordinare nulla, come se fossimo in una commedia dell’arte, in cui si decide tutto all’ultimo momento. E, nelle more del coronavirus, si decide unicamente la distribuzione dei poteri in UE e nel resto del mondo. Altro che “Grande Fratello”!
Nelle scorse settimane, il tema della minaccia agli asset strategici del Paese per effetto della crisi economico-finanziaria è tornato preponderante. Ritiene efficace la diga messa in campo dal governo, dal Copasir e Consob? Chi sono i nostri rivali?
Il premier Conte, che due anni fa faceva il Professorino Ignoto all’università di Firenze, non sa ancora cosa sono i Servizi e a cosa servono. Venendo da una cultura da cattolico di sinistra, temo che li veda come li hanno disegnati tutte le storie della “deviazione”, che era, appunto, la vera deviazione delle classi politiche nei rapporti con gli “altri”, non necessariamente i nostri nemici sistemici della guerra fredda, ma comunque gli “altri”. Una infiltrazione pericolosa e stabile in Italia, di alleati fessi, una lunga ignoranza strategica delle nostre classi politiche, una eccessiva sottomissione delle élites militari al mondo parlamentare, spesso con aggiunte accettazioni pericolose dei “nemici”, tutto ha contribuito a un depotenziamento, unico in occidente, dei nostri Servizi. E da qui tante cose: la completa penetrazione delle nostre classi parlamentari, la disattivazione delle nostre reti migliori di contro-spionaggio, vedasi il caso di Stay Behind, di cui il PCI sapeva quasi tutto, sia da fonti sovietiche che da fonti interne, poi la incapacità di aggiornamento sulla guerra economica, sulla intelligence economica, sulle operazioni che non riguardano le posizioni di qualche Divisione, che non fregano, in tempi di satelliti, niente a nessuno. Quindi, depotenziamento assoluto dei Servizi. Che continua con la riforma del 2007. “Tutelare le realtà strategiche e finanziarie del Paese”, ha detto oggi chiaramente il Copasir. Ci sono certo operazioni predatorie, di banche tedesche in Italia, anche nelle piccole reti delle Banche Popolari, alcune operazioni sui grandi aziende, soprattutto metalmeccaniche, c’è una operazione avversa per una ottima rete di supermercati, e, come dicono i marinai, “alla via così”. Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.
Ci sono state avvisaglie di guerra economica nel corso della evoluzione della crisi?
Ovvio. Come dicevo supra, operazioni di guerra economica contro operazioni di finanziamento, da enti pubblici e privati, del deficit italiano, in una prima fase, che è già stata in gran parte compiuta, poi azioni specifiche contro certi  nostri “campioni nazionali”, operazioni favorite soprattutto dalla nostra sconsiderata politica libica, e che genererà una cascata di effetti in tutto il Medio Oriente, in particolare per l’ENI e le sue società collegate, poi alcune operazioni contro società interne al gruppo Cassa Depositi e Prestiti, che si presume il Governo potrebbe “liberalizzare” per carenza di liquidi, alcune società private, molto capitalizzate ma del tutto integrate nelle catene del valore tedesco, infine alcune altre società dell’agroalimentare italiano che potrebbero lavorare, via Francia, per il grande mercato europeo. La caccia è aperta. Ma la nostra classe politica non è adatta a usare il fucile.
In conclusione, vorremmo chiederle una sua opinione sugli scenari che l’attuale fase di caos apre per le grandi organizzazioni criminali internazionali, di cui è studioso. Come evolverà l’evoluzione delle grandi reti criminali internazionali, consustanziali alla globalizzazione, di fronte alle dinamiche delle ultime settimane?
Tutti i criminali stanno sfruttando la fase ambigua della risposta, tardive inevitabilmente, degli Stati al coronavirus. Tutti: singoli hackers, falsi test al coronavirus venduti via Rete, consueto caso in questo tipo di truffe di massa, poi la vendita di pseudo-farmaci contro il virus, una grande diffusione di BEC ovvero Business Email Compromise, una nuova serie di attacchi di phishing, ovvero di furto di e-mail, perfino una crescita colossale di azioni di abuso di minori. Nel dark web, certi prodotti illegali divengono oggi più cari, con dei “corona goods” che invece divengono più abbordabili. C’è, e ci sarà ancora di più, una serie di operazioni contro i mercati legali del coronavirus.
 Una sequenza di attacchi, poi, contro gli ospedali, per un attacco operativo e disaggregante, ma anche per la raccolta di dati soggettivi. C’è stato anche un aumento delle vendite di prodotti contraffatti utili al contrasto della pandemia. Fino a oggi, Europol ha posto in atto 121 arresti, raccolto circa 13 milioni di euro di oggetti contraffatti relativi alla pandemia, 4,4 milioni di farmaceutici falsi, con 2500 links internet chiusi, infine ben 37 gruppi criminali smantellati. Ma la grande criminalità aspetta la grande crisi sociale, oltre a quella carceraria, della quale sfrutterà ogni anfratto; e andrà, come in altre fasi di crisi economica, a rastrellare imprese in crisi di liquidità, alcune ottime PMI con determinate caratteristiche, visibili quote di grandi aziende pubbliche e private da usare, soprattutto, come lavanderie.

Partiti ed Opere Pubbliche negli anni ’80: Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione


Di Giorgio Pirré

“… sors non est aliquid mali, sed res, in humana dubitatione, divinam indicans voluntatem” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione.

Guardiamo da un altro versante la questione della differenza tra le nazioni di cultura politica anglosassone e l’Italia circa la diversa legittimazione del successo politico e del suo uso. Giovanni Sartori distingue tra democrazie realiste (utilitariste) di tradizione anglosassone e democrazie di ragione (teleologiche) di tradizione continentale [Sartori 1993]. La distinzione si fonda non solo sui diversi valori diffusi all’interno dei differenti ordinamenti ma sul ruolo diverso della politica in relazione ai fatti economici e sociali ed alla loro regolazione. L’autore valuta più vicine al modello ideale di democrazia quelle utilitariste di derivazione anglosassone. Una riserva critica [Pasquino 1993] sembra essere il favore di Sartori per l’indipendenza del mercato da regole e restrizioni laddove invece avrebbe dovuto esserci una certa attenzione proprio agli aspetti ed ai soggetti destinati a regolarlo: Pasquino fa esplicito riferimento ad Anthony Downs [1988] ed alla sua teoria economica della democrazia come fonte del pensiero di Sartori.
Sembra riprodursi la differenza che evidenziavamo tra Lindblom ed Etzioni: interazione senza regole tra attori; o apposizione di regole alle interazioni? Rimanendo nel campo che ci è proprio ci sembra che la differenza attiene al diverso valore (e quindi alla supremazia) che viene assegnato all’un campo di regole rispetto all’altro: utilità ex ante (politica), utilità ex post (mercato).
La diversa origine dei sistemi politici nazionali rende ragione dell’utile distinzione operata da Sartori tra democrazie utilitariste e democrazie teleologiche. In Inghilterra lo Stato di diritto è nato di pari passo al capitalismo. Negli Stati Uniti l’intero edificio politico-istituzionale è costruito attorno alle attività economiche e l’azionariato diffuso è uno dei collanti che legittima i rapporti intra sistemici e ne qualifica l’interazione: quando le imprese decidono di quotarsi in borsa go public e cioè become a public company; e le compagnie assicurative svolgono un ruolo fondamentale nella definizione e la garanzia del tempo futuro attraverso le polizze vita e sanitarie. Se invece passiamo a considerare le democrazie continentali il primo pensiero va alla Rivoluzione Francese, alla Ragione, alla nascita della parola “sinistra”; se vogliamo, al periodo di Robespierre dove la riproposizione dei valori politici era ab-soluta eppure morale perché indirizzata a “valori più elevati”. Quindi, nel rapporto tra valore da assegnare agli spazi di mercato (utilità ex post) e valore da assegnare alla discrezionalità politica (utilità ex ante) sembra risiedere una delle differenze fondamentali tra democrazie occidentali. Ma anche, aggiungiamo, una delle più interessanti dialettiche da esaminare.
Si può utilizzare la qualità del rapporto con il mercato (il luogo dove i soggetti dovrebbero tendere ad avere comportamenti il più possibile efficienti e di concorrenza) come uno degli indicatori per qualificare partiti e sistemi politici. Quanto più le scelte politiche tendono a prefigurare le utilità migliori\auspicabili in un’arena (o in più arene) tanto più si tende a togliere spazio a soggetti economici che agiscono per utilità diretta ed immediata. La differente valutazione (meglio\peggio) dei due sistemi di valutazione (legittimità dell’utilità a monte dell’interazione; dell’utilità a valle) chiarisce le posizioni. Il mix tra i due estremi diviene un’altra delle variabili: per qualificare le posizioni del singolo attore, per valutare una interazione semplice, per valutare il risultato di un sistema di interazioni. Per questa via è possibile dire che la confluenza all’interno di soggetti formalmente solo politici di utilità direttamente economiche (tramite le imprese cooperative ed il sistema delle imprese pubbliche) tende a prefigurare soggetti con una ideologia tendenzialmente totalizzante, che mira cioè a coprire con le sue razionalità a priori quanti più ambiti sociali (e quindi logici; cognitivi) possibili.
Il maggior spazio che viene dato ai (o viene preso dai) soggetti economici che agiscono in regime di mercato concorrenziale corrisponderebbe ad una progressiva sottrazione degli spazi politico-discrezionali. Durante questa progressiva perdita d’importanza dell’etica a priori un indicatore importante è il ruolo che viene dato all’istituzione statale in qualità di soggetto terzo, in grado di far rispettare le regole del gioco ai contendenti. Nell’interazione tra politica ed economia l’amministrazione pubblica dovrebbe essere, in teoria, il soggetto in grado di regolare con procedure chiare ed evidenti il rapporto tra valori (tendenzialmente assoluti) ed utilità (necessariamente parziali). L’assenza di questo livello di garanzia porta, come si è detto, all’appiattimento delle scelte istituzionali su fini intra organizzativi, cioè dei partiti; e al potenziale uso discrezionale intra organizzativo di risorse formalmente pubbliche.
 Alcuni casi europei sembrano confermare l’assunto. Colpisce in particolare il caso della burocrazia francese. Tradizionalmente considerata tra le migliori del mondo, ha conosciuto negli anni ’80 un impoverimento tecnico e di legittimità, parallelamente all’estendersi della pratica della nomina politica e partigiana da parte del partito socialista. Nello stesso periodo in Francia sembra essersi diffusa sempre di più una cointeressenza tra mondo politico, mondo degli affari, amministrazione[1]. Diventa difficile dare giudizi di sintesi su questioni così complesse; tuttavia si può rilevare che la prassi del partito socialista francese, fondata sul controllo diretto di molte leve della burocrazia e dell’amministrazione, sembra aver posto le premesse per una generale impunità. Accentuata dalla dipendenza del pubblico ministero francese dall’esecutivo, dall’indipendenza da molte regole procedurali dei leader politico-istituzionali locali, dal periodo particolarmente lungo di presidenza mitterrandiana. Giudizi analoghi possono essere dati sul caso spagnolo anche se, ovviamente la costruzione della democrazia dopo il franchismo ha posto problemi di tipo molto diverso.[2]L’impressione, comunque, è che ogniqualvolta si tende a far prevalere le utilità ex-ante (discrezionalità politica) sulle procedure formali e visibili il pur nobile obiettivo di superare ostacoli ed impacci finisce col giustificare qualsiasi prassi che si autolegittima. Si può aggiungere che i fenomeni di appropriazione di risorse pubbliche sono tanto più dannosi quanto più legati ad organizzazioni in grado di esercitare una discrezionalità parecchio distorsiva delle curve di utilità degli altri attori. In questa direzione il parere di Matte Blanco[3] [1987] che rifletteva sul rapporto tra Polis e Psiche: sosteneva che la corruzione dei singoli (appropriazione di risorse altrui) fosse meno pericolosa perché meno distorsiva della allocazione delle risorse rispetto alla corruzione (sottrazione illecita di risorse) esercitata da soggetti organizzati. È la stessa logica sottesa alle normative antitrust che cercano di evitare le posizioni dominanti ed oligarchiche.
Pensiamo di poter leggere in questa direzione anche i risultati di ricerca di Putnam [1988] [1993]. L’autore statunitense sostiene che a prescindere dalle formazioni politiche e dai contingenti successi economici, le regioni italiane a maggior benessere economico sono quelle che hanno conosciuto nei secoli una regolazione sociale nel complesso più democratica, più suscettibile di far entrare nelle arene quanti più attori e logiche di azioni possibili; a garanzia di una ricchezza di scelte ed opzioni che permettono l’innovazione ed il cambiamento a beneficio di tutti. La questione può essere affrontata anche facendo riferimento ai modelli di simulazione delle interazioni sociali ed economiche riconducibili al tema della complessità. Sono tutti formulati in base al postulato che più è ampia e variegata l’interazione tra gli elementi in gioco maggiore è la possibilità dell’innovazione. Si tratta di un paradigma molto vicino alla logica darwiniana della selezione naturale ed alla conseguente epistemologia [Monod 1970], [Popper K. R. 1991]. Il presupposto è che i modelli vincenti sono il frutto di caso (variazioni casuali) e necessità: la variazione casuale si trova ad agire in un contesto dove si richiedono inaspettatamente proprio quelle qualità casualmente variate e che, a posteriori, vengono viste come necessarie perché sono le uniche che si sono adattate alle nuove esigenze. Il restringersi delle possibilità di variazione impedirebbe anche nel campo sociale, economico, culturale, scientifico che si sperimentino novità potenzialmente innovative e vincenti[4]Uno scenario ideale prefigurerebbe delle arene nelle quali l’interazione è un gioco a più voci in grado di arricchire l’universo delle possibilità: l’opposto di quando un attore controlla molte aree di incertezza o, che è lo stesso, assomma più funzioni.
Per questa via pensiamo che si possa evitare un errore scientifico. Quello di dover necessariamente sussumere all’interno del frame teorico dell’interazione non preventivamente regolata (come suggerisce Lindblom) un’ideologia sociale storicamente determinata (come suggerisce Sartori con il liberalismo di derivazione anglosassone): tale scelta, paradossalmente, presenta il rischio di una reductio ad unum perché predefinita. Se si sostenesse la superiorità naturale di quel modello si correrebbe il rischio di una modellistica sociale astratta perché sovrapposta a soggetti ed interazioni che potrebbero esprimere logiche diverse e con diversa origine. Tale posizione è legittima sul piano politico-discrezionale ma appare inconciliabile con un approccio di ricerca che voglia esaminare le interazioni ed i loro risultati evitando, per quanto possibile, posizioni pregiudiziali.
L’unica cosa che si può auspicare è una architettura decisionale che: a) tenda a distorcere il meno possibile la definizione dei problemi emergenti ad opera degli attori; b) tenda a processarli in modo tale da garantire una ponderata analisi di tutti gli interessi coinvolti. Si può fare un esempio. L’architetto Aldo Rossi in una intervista sosteneva che in Lombardia non era possibile effettuare una pianificazione “per città”. Ritenendo che ormai il bacino doveva essere regionale. Aggiungeva, inoltre, che si può effettivamente programmare in maniera efficiente ed efficace solo il sistema dei trasporti dato che dalla sua esperienza emergeva che quasi tutti gli sforzi di andare a forme di programmazione più radicali erano naufragati e quindi inutili. Non siamo in grado di dire se ha ragione l’architetto Rossi; possiamo osservare però che se fosse realmente così ed in presenza di attori forti particolarmente interessati non ai trasporti su base regionale ma per es. solo alle autostrade (è stato questo il caso dell’Anas in Italia ’90) la issue tenderebbe ad essere pericolosamente predefinita con un evidente effetto distorsivo.
La materialità delle costruzioni, anche attraverso gli stili architettonici, è un indicatore utilissimo del grado di integrazione sociale e comunitario; ed in ultima analisi dei valori diffusi e condivisi. Viene in mente una valutazione espressa a questo proposito da un storico italiano: “…il quarantennio repubblicano, mentre inurbava gli italiani e cementificava il territorio, ha avuto cura di non lasciare ai posteri alcun monumento … [le realizzazioni] mi pare si restringano alle autostrade ed agli stadi sportivi: non ho presente un solo auditorium, un ospedale, una biblioteca, un museo, una galleria d’arte, una piazza, una chiesa, una fontana che per cifra ideologica e personalità stilistica siano intesi espressamente a segnare l’età repubblicana … La vocazione anti-monumentale … ha radici profonde e reali: mancano, quei monumenti civili, non solo per un’apprezzata vocazione antiretorica, ma anche perché la gran parte delle loro funzioni tecnico-educative, assistenziali, repressive e di controllo è delegata alla “società”: alle “autonomie” e alle famiglie, alla solidarietà del popolo ed alla Chiesa, alla mafia ed ai partiti, al volontariato ed alla creatività delle private associazioni, insomma ai numerosi circuiti corporativi e della mediazione che la spesa pubblica nel frattempo è incessantemente impegnata a mantenere“. [Romanelli 1991].[5]
Opere urbanistiche ed infrastrutturali e modalità di interazione degli attori che le realizzano sono vere e proprie mappe logiche in grado di descrivere un contesto sociale.

Bibliografia

Bodei R. 1997, l’Ethos dell’Italia Repubblicana, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, Torino: Einaudi
Downs A. 1988- Teoria economica della democrazia Bologna: Il Mulino (l’edizione originaria era del 1957: An Economic Theory of Democracy).
Matte Blanco 1981, L’inconscio come insiemi infiniti, Torino: Einaudi
Matte Blanco 1987, Polis e Psiche, Micromega, n. 2.
Micromega 1993, n. 2- Corruzione e politica in Europa
Monod J. 1970, Il caso e la necessità, Milano: Mondadori
Pasquino G., 1993- La democrazia trionfante- La Rivista dei libri – Maggio
Popper K. R. 1991, Un universo di propensioni, Firenze: Vallecchi.
Putnam R. D. 1988, Rendimento istituzionale e cultura politica: qualche interrogativo sul potere del passato, Polis, n.3
Putnam R. D. 1993, (con R. Leonardi e R. Nanetti). Making democracy work: civic tradition in modern Italy. Princeton University Press.
Romanelli R. 1991, La Rivista dei libri, Giugno
Sartori G. 1993- Democrazia- Cosa è, Milano: Rizzoli
Weiner E. 2016 – La geografia del genio. Alla ricerca dei luoghi più creativi del mondo, dall’antica Atene alla Silicon ValleyMilano: Bompiani

Note


[1] Nota del Dicembre 2019: il riferimento era ad una serie di inchieste giudiziarie che riguardarono il Partito Socialista francese durante il doppio settennato del Presidente Mitterand.
[2] Per maggiori dettagli [Micromega 1993]
[3] Psicoanalista cileno autore di un innovativo manuale di epistemologia psicoanalitica [Matte Blanco 1981] utilissimo per esaminare le logiche cognitive e le loro aporie. 
[4] Nota del Dicembre 2019: Weiner [2016] ha rivisitato luoghi che nella Storia hanno prodotto innovazioni significative, dall’antica Atene alla Silicon Valley trovando delle costanti: multiculturalità etnica, facilità di incontri e scambi, assenza di estrema specializzazione, assenza di legami sociali vincolanti, estremo bisogno del cambiamento (per es. a seguito di catastrofi).
[5] Nota del Dicembre 2019: era dello stesso parere Remo Bodei [1997] che in un bel saggio dedicato all’”Ethos dell’Italia Repubblicana” parla di “Partito Etico” e di come gli italiani attribuiscano valore superiore alla “parte” rispetto ad altri valori (la nazione, la produzione economica).
[6]Traduz. frase apertura:”Il caso non è un male: è la manifestazione della volontà divina quando l’uomo è indeciso.” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) Alcuni temi della letteratura; b) I case-study esaminati; Bibliografia; Note).
II Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.1. Genova: le Colombiadi; 1.2. Roma Capitale; Bibliografia; Note).
III Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.3. Palermo: una costa lunga decenni; Bibliografia; Note).
IV Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.4. Torino: Il Palazzo di Giustizia; 1.4.1. Alcune comparazioni tra il caso torinese e quello palermitano; Bibliografia; Note).
V Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.5. Lo stadio di Cagliari; 1.6. Firenze: il caso Fiat- La Fondiaria; Bibliografia; Note).
VI Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.7. Alcune Considerazioni; 1.8. Italia ’90;Bibliografia; Note).
VII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1. Le caratteristiche dell’Area di Policy; 2.1.1. Aziende Pubbliche e PPSS;Bibliografia; Note)
VIII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1.2. La Società Civile; 2.1.3. I Partiti; 2.2.Politica, Economia, Identità Sociale; Bibliografia; Note)
IX Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione; Bibliografia; Note)
X Puntata (Capitolo 3. A futura memoria; 3.1. Gli indicatori di policy: a) il mercato, b) la pubblica amministrazione, c) la discrezionalità politica; 3.2. Alcune questioni di metodo: a) il sistema oppositivo, b) universo convenzionale; Bibliografia; Note)

La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco


Di Emanuel Pietrobon

Il 27 marzo ha avuto luogo un evento memorabile, che è già entrato nella storia: la messa straordinaria di Papa Francesco in una piazza san Pietro deserta. Lo scenario, già suggestivo di per sé, è stato ulteriormente arricchito dall’elevata dose di simbolismo che la gerarchia cattolica ha scelto di utilizzare e dall’effetto visivo garantito dalla pioggia incessante.
Spettacolo perfetto, curato nei minimi dettagli: si è parlato di tempesta sullo sfondo di un diluvio, si è parlato di fede vacillante e paura sullo sfondo della più grave pandemia della storia recente, che ha distrutto decenni di false sicurezze e obbligato miliardi di persone a rivedere le proprie esigenze, a modificare forzatamente il proprio stile di vita, si è fatto appello a Dio, un’entità invisibile e trascendente, in un’epoca che in Occidente significa irreligiosità, ultralaicismo e ateismo militante, ma che nel resto del tempo significa persecuzioni religiose, nuovi scismi, conflitti inter-religiosi, ascesa di fondamentalismi e nuove forme di spiritualità, risvegli identitari e terrorismo nel nome della fede.
Iconico è stato il momento in cui il pontefice si è diretto verso il crocifisso svettante sulla piazza più importante della cristianità occidentale, camminando faticosamente, con passo zoppicante e sotto la pioggia battente. Un’immagine che resterà impressa nell’immaginario collettivo per anni, decenni, perché simboleggia perfettamente la durezza del momento storico che sta vivendo l’umanità, ed anche la situazione che stanno affrontando la civiltà occidentale e la chiesa cattolica.
Il compito di uno statista non è mai semplice: su di lui pesa come un macigno la responsabilità di dover raggiungere, se non superare, le vette scalate dai predecessori. Nel caso della chiesa cattolica, si parla di dover ereditare il peso di due millenni di storia, due millenni di protagonismo indiscusso nella costruzione di intere civiltà, dall’Europa all’America Latina, sullo sfondo del contributo inestimabile dato all’arte, alla scienza, alla cultura, alle relazioni internazionali.
I pontefici vengono eletti per due motivi: preparare e guidare la transizione da un’epoca all’altra, e plasmare il nuovo mondo non appena la transizione finisce.
È così da (quasi) sempre: Pio XI ha preparato il terreno per lo storico papato di Pio XII, così come Giovanni XXIII ha gettato i semi per l’entrata della chiesa nella guerra fredda, poi vissuta pienamente da Paolo VI e Giovanni Paolo II, mentre mentre Benedetto XVI, il mite teologo, è stato sicuramente un pontificato di transizione.
Tornando alla funzione straordinaria del 27 marzo, la piazza vuota è anche la metaforica rappresentazione della condizione attuale della chiesa cattolica in Occidente, che ha smesso da diversi decenni di essere il baricentro della cristianità, optando per la fine della storia e, quindi, per l’acquisizione di una nuova identità a-identitaria. Neanche il compimento parziale delle profezie huntingtoniane sul risveglio delle civiltà ha avuto effetti sul dormiente e post-storico Occidente, e non è un caso che nel dopo-Ratzinger la chiesa cattolica abbia smesso di guardare e pensare ad esso come il proprio punto di riferimento.
Il futuro della chiesa è altrove, in quelle che l’attuale pontefice ha definito le “periferie del mondo”, ed è altamente probabile, anzi è sicuro, che non ci sarà alcun “effetto Francesco” nei paesi occidentali, perché il loro destino è inevitabilmente post-cristiano – e, conseguentemente, anche anti-cristiano (ma questo è un altro argomento ancora).
Un effetto Francesco non ci sarà neanche in America Latina, anche qui si tratta più di certezze che di probabilità, dove i cattolici stanno rapidamente diminuendo in ogni paese, dal Messico a Cuba, fino all’Argentina. Le complicità con le dittature militari e la lotta contro l’incompresa teologia della liberazione hanno spianato la strada per la de-cattolicizzazione, la strategia geo-religiosa di Washington e gli scandali sessuali e finanziari del clero hanno fatto il resto.
Ma allora, quali sono queste periferie di cui parla il pontefice? Sono l’Africa sub-sahariana e l’Asia meridionale ed orientale, due aree brulicanti di vita e fede, dalle quali proviene la stra-grande maggioranza dei nuovi sacerdoti, che poi vengono anche mandati in Europa per sopperire alla mancanza di clero autoctono.

Giornata mondiale della salute 2020- COMUNICATO CNDDU



Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende sollecitare tutto
il mondo della scuola sulla tematica del diritto alla salute, in occasione della
Giornata mondiale della salute del 7 aprile 2020.
Istituita nel 1950 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Agenzia dell’ONU specializzata
nella difesa e tutela della salute, per commemorarne la fondazione nel 1948 è tesa alla
sensibilizzazione tutti i popoli sull’importanza del diritto alla salute.

La salute è un diritto fondamentale dell’uomo che si caratterizza per l’universalità, l’uguaglianza e
l’equità del suo riconoscimento ai sensi dell’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani, dell’art. 32 della Costituzione e della legge 833 del 1978. È una risorsa per l’intera
comunità, garantita attraverso la promozione, il mantenimento e il recupero della salute fisica e
psichica di tutta la popolazione, senza distinzione per condizioni individuali, sociali ed economiche.

Nell’attuale emergenza, il Servizio Sanitario Nazionale si trova costretto a far fronte ad un
incessante bisogno di assistenza sanitaria da parte dei pazienti affetti dal covid-19. Eppure, se per
un verso le condizioni restrittive in cui viviamo tutelano dal contagio, dall’altro rappresentano un
rischio concreto per la salute psichica delle famiglie e, in particolar modo, dei bambini e degli
adolescenti.
In questo difficile panorama, il ruolo dei docenti impegnati come volontari nella DAD funge da
garante dell’equilibrio psicofisico degli alunni. La vicinanza dei docenti assicura la continuità della
principale routine degli alunni: l’impegno scolastico. Il rapporto che si instaura tra docenti ed
alunni, inoltre, va oltre la didattica: esso è frutto di un legame emotivo e formativo che lascerà il
segno in ognuno, contribuendo alla salvaguardia della serenità psicologica dei giovani.

Nella ricorrenza del bicentenario della nascita di Florence Nightingale, fondatrice
dell’infermieristica moderna, l’OMS ha dichiarato il 2020 “anno internazionale dell’infermiere e
dell’ostetrica”, chiedendoci di far luce sul loro ruolo vitale svolto per l’assistenza sanitaria in tutto il
mondo.
Entrambi ci assistono nei momenti di massima fragilità: gli infermieri rappresentano il primo e più
diretto contatto del paziente, le ostetriche un caposaldo che accompagna ogni mamma in uno dei
momenti più difficili ed emozionanti della vita.
Il loro lavoro è sempre stato “prezioso”, come definito da Papa Francesco, e lo è tantopiù in questo
momento di emergenza in cui il loro contributo è vitale per la sopravvivenza di tantissimi ammalati.

Non meno valore, però, ha la vita degli infermieri impegnati in prima linea nella lotta al virus.
Secondo i dati divulgati dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche
lo scorso 2 aprile, sono 23 i decessi registrati fra gli infermieri positivi a Covid-19, tra cui due
suicidi.  Al giorno d’oggi è inaccettabile che lavoratori così esposti in una battaglia essenziale e
comune vengano privati delle più avanzate dotazioni di sicurezza; retribuiti secondo tabelle
inadeguate all’effettivo valore del loro servizio; sovracaricati, fino allo sfinimento ed alla morte, a
causa della irrisolta carenza di organico.

Questa emergenza illumina le coscienze su quali siano le figure professionali essenziali attraverso
cui lo Stato agisce per il bene dei suoi cittadini. Tra questi vi è tutto il personale medico e
paramedico; le forse di pubblica sicurezza e gli insegnanti di ruolo e precari che, come gli altri,
senza ricevere alcun riconoscimento eccezionale portano avanti una missione eccezionale.
Cogliamo l’occasione per segnalare la pericolosità dei messaggi contraddittori lanciati in questi
giorni dai media circa la correttezza delle misure di protezione. Veicolare messaggi contraddittori a
cittadini che si trovano totalmente inermi, costretti alla compressione di alcuni dei loro diritti
fondamentali, genera un pericoloso stato di confusione e rischia di alimentare disordini
comportamentali. In questo momento i docenti sono gli unici intermediari tra lo Stato e i cittadini che, quotidianamente, entrano nelle case delle famiglie italiane e ne percepiscono le paure, le
perplessità e i disagi attraverso i più giovani. In questo ruolo esclusivo, i docenti hanno bisogno di
avere ragioni univoche da veicolare ai propri studenti allorquando questi rivolgono domande e
chiarimenti circa la situazione attuale, specie durante le lezioni di diritto.

Chiediamo, quindi, a tutte le forze politiche e istituzionali impegnate nell’emergenza di agire in
sinergia, risolvendo ogni contrasto con il supporto di fondate evidenze scientifiche e, solo
successivamente, di inviare messaggi coerenti alla popolazione.
In occasione della giornata, il CNDDU propone ai docenti di infondere nei giovani fiducia e
apprezzamento per il lavoro di infermieri ed ostetriche presentando la loro professione attraverso il
suggerimento di film, libri, documentari, approfondimenti della stampa o semplicemente
raccontando esperienze vissute: non solo al fine di diffondere la consapevolezza del loro ruolo
nell’assistenza sanitaria, ma anche per ispirare coloro che si sentano portati ad intraprendere queste
professioni.

Utilizzando le dotazioni digitali, gli alunni possono creare dei file multimediali (lettere, video,
presentazioni, ecc.) per esprimere la loro gratitudine e riconoscenza per il lavoro di infermieri ed
ostetriche e indirizzarli alle strutture sanitarie delle proprie città.
Il CNDDU mette a disposizione uno spazio sul proprio sito per ospitare tutte le produzioni
multimediali che invita le scuole a pubblicare con l’hashtag #iosupportoinfermierieostetriche.

Prof.ssa Veronica Radici
CNDDU

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