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Microsoft: un brevetto per il mining corporeo di criptovalute


Di Marco Cavicchioli 

A fine marzo è stato pubblicato un estratto di un brevetto di Microsoft che si riferisce ad un sistema per minare criptovalute grazie alle attività corporee. 
Il brevetto, registrato con il codice WO 2020060606, è stato richiesto dalla Microsoft Technology Licensing LLC (MTL) di Redmond, ovvero la società del gruppo Microsoft che possiede la stragrande maggioranza dei brevetti precedentemente di proprietà di Microsoft Corporation e si riferisce ad un “sistema di criptovaluta che utilizza dati di attività del corpo”. 
La descrizione sintetica del brevetto descrive un sistema grazie al quale le attività del corpo umano possono essere utilizzate per processi di mining di criptovalute. 
Il sistema prevede un server che fornisce ai dispositivi degli utenti delle attività da svolgere, e dei sensori all’interno dei dispositivi che rilevano l’attività corporea dell’utente per verificare se i dati rilevati soddisfano le condizioni richieste. 
In questo modo se l’utente esegue le attività richieste dal server può ricevere in cambio criptovalute. 
Qualcosa di simile avviene già oggi ad esempio con app installate sugli smartphone che rilevano le attività motorie assegnando token ad esempio a chi cammina o corre, ma il brevetto di Microsoft va oltre, arrivando ad immaginare specifici dispositivi in grado di rilevare molti più dati provenienti dalle attività corporee. 
Nella descrizione del brevetto, ad esempio, si legge che questi dispositivi potrebbero mappare attività del corpo umano come onde cerebrali, o calore corporeo emesso dall’utente quando questo esegue attività fisica, da utilizzare come prova di lavoro per verificare che l’utente abbia svolto determinati compiti, come ad esempio la visualizzazione di annunci pubblicitari o l’utilizzo di determinati servizi Internet ed essere utilizzata nel processo di mining. 
In questo modo si potrebbe ridurre l’energia computazionale per il processo di estrazione, rendendolo anche più rapido.
A dire il vero per ora si tratta solo di un brevetto, che potrebbe anche non essere mai utilizzato in concreto per prodotti da mettere sul mercato, ma la cosa interessante è che un colosso tecnologico come Microsoft si sia interessato a tal punto a questa tecnologia da aver addirittura registrato un brevetto per poterla sfruttare. 
La richiesta di Microsoft cita anche esplicitamente le criptovalute decentralizzate, ed in particolare Bitcoin, dicendo che sono valute virtuali non legati a valute fiat, in genere progettate per consentire transazioni istantanee e trasferimento di proprietà senza confini e senza un punto centrale di controllo. 
Tuttavia, queste possono anche essere implementate all’interno di sistemi centralizzati, come per l’appunto quelli immaginati nella richiesta di brevetto.

Il 2020 sarà come il 1492, o il 1914. La domanda è solo come cambierà il mondo?


Di Miguel Martinez

Il 2020 sarà come il 1492, o il 1914.
La domanda è solo come cambierà il mondo?
L’intuizione più interessante l’ha avuta la sociologa Daniela Danna, femminista di quelle che non hanno ceduto alla fuffa postmoderna.
Stiamo entrando, lei scrive in un testo che invito a scaricare e leggere, nel pieno del modo di produzione informatico.
Il termine riprende l’idea di Marx che parlava di grandi passaggi –  caccia e raccolta; orticoltura; metodo taglia-e-brucia; pastorizia; agricoltura e infine industria.
Poi la Danna precisa che in realtà l’uomo non “produce” nulla.
Solo le piante producono.
Gli uomini trasformano e distruggono sia l’energia impiegata, sia i materiali che ne derivano, e scaricano i costi sulla natura (a meno che non si adattino, aggiungo io, ai ritmi delle piante).
Il nuovo modo di produzione trasforma in lavoratori tutti coloro che forniscono o trattano dati.
Scrive l’autrice:
Il controllo a distanza sui lavoratori è infatti ottenuto con un flusso di dati (con l’informatica, ovvero l’informazione automatica, trattata da macchine), flusso che viene trasmesso attraverso frequenze di campi elettromagnetici che interferiscono con le funzioni vitali di esseri umani, animali e piante.”
Qui tocca un punto su cui sorgono spesso polemiche: l’interferenza dei campi elettromagnetici non-ionizzanti (bassissima frequenza, onde radio e microonde) con le funzioni vitali, appunto, dei viventi.
Da ragazzo, mi ricordo che rimasi colpito da una vignetta di James Thurber (nato negli Stati Uniti nel 1894) che raffigurava una particolare fissazione di sua nonna, che visse
“gli ultimi anni della propria vita con l’orribile sospetto che l’elettricità gocciolasse invisibilmente per casa.”
Electricity was leaking all over the house
Il bello è che nel 1961,  l’epidemiologo americano Sam Milham condusse un immenso studio sui cambiamenti nelle cause di morte, a mano a mano che procedeva l’elettrificazione degli Stati Uniti, scoprendo una stretta correlazione tra l’avanzata della “griglia” e l’aumento di cancro, malattie cardiovascolari, diabete e morbo di Alzheimer.
Moltissima gente che conosco e che è preoccupata per l’inquinamento elettromagnetico, mi ricorda la nonna di James Thurber: un po’ sopra le righe quando ne parlano, qualcuno magari tira fuori pure gli Illuminati,  ma alla fine forse hanno più ragione di chi dice, “ma che problema vuoi che ci sia? E’ tanto comodo!”
La nonna di James Thurber doveva vedersela soltanto con i campi elettromagnetici a bassissima frequenza generati dalla corrente elettrica; ma poco dopo sarebbe arrivata la radio di massa, e poi tutto il resto.
Gli studi su malattie causate dall’elettromagnetismo sono resi difficili dai lunghissimi tempi di insorgenza e dalla presenza di molti fattori, tra cui soprattutto chi paga:
Il 68% degli studi sponsorizzati dalle case produttrici di elettronica, non scoprono effetti avversi sulla salute umana, mentre il 70% di quelli non sponsorizzati li trovano.
Comunque (parlando da laureato in lingue orientali) credo che sia fuori discussione che i campi elettromagnetici abbiano effetti sul DNA, da cui dipende tutto per ogni essere vivente: si discute solo del quanto o del come. Scrive la Danna:
siamo esseri in cui l’elettricità scorre a bassissima intensità per regolare le funzioni più disparate, dalla respirazione all’udito, alla protezione del cervello dalle sostanze tossiche e nocive che il sangue può apportarvi etc. Siamo esseri con una regolazione elettrica delle funzioni vitali, comune a tutta la vita su questo pianeta. Sono pluridocumentati gli impatti delle onde radio oggi esistenti sull’orientamento e sulla riproduzione degli uccelli, e le antenne degli insetti non sono altro che sensori per l’elettromagnetismo.
La Danna, a differenza della maggior parte di quelli che si preoccupano solo per i rischi legati alla salute, coglie il meccanismo sottostante:
“Vi è quindi una sinergia tra interessi economici e politici delle classi dominanti nell’uso delle nuove tecnologie informatiche – la rete e l’accesso continuo ad essa degli individui dotati di smartphone (e anche di computer o tablet), degli animali o delle cose dotati di RFID (RadioFrequency Identification, chiamato anche microchip), degli smart meter, smartTV e progressivamente di tutte le merci, ognuna con il suo piccolo trasmettitore per effettuare la comunicazione tanto pubblicizzata tra cartone del latte, frigo e negozio, tra bidone e camion della spazzatura, tra lampioni e passaggio dei cittadini. I primi impianti di RFID (identificatori a radiofrequenza) sono già stati inseriti in esseri umani.”

Coronavirus e sorveglianza


Di Vittorio Ray

Partiamo dal Covid-19 per parlare di dispositivi e sorveglianza. La gestione cinese dell’emergenza, per adesso apparentemente ben riuscita, rischia secondo alcuni di sdoganare presso i nostri sistemi liberali – e relativi elettorati – la legittimità di governance autoritarie. Nello specifico, il riferimento è al controllo centralizzato e incrociato di tutti i dati messo in campo dal governo cinese, a ben vedere già da tempo e non solo per arginare emergenze sanitarie straordinarie. È noto insomma che la Cina stia cercando di implementare un monitoraggio ‘integrale’ della cittadinanza, sempre in funzione di una qualche idea di bene, ma restringendo inevitabilmente la libertà delle persone di compierlo o meno.
Ecco quindi che iniziamo a toccare con mano i potenziali pregi di una centralizzazione che finora, dai racconti dei media e più spesso dalle puntate di Black Mirror, ci sembrava avere soltanto difetti distopici. Perché al di là del fatto che sia stato utile o no per la Cina (forse è più il caso della Corea del Sud), la novità che il Covid ci ha mostrato è questa: esiste, ed è sempre più incalzante, un trade off tra maggior efficienza di governance tramite l’analisi dei dati personali (geolocalizzazione, acquisti, consumi, etc.) e la loro accessibilità; tra prevedibilità del futuro e rispetto della privacy. In particolare, la paura che serpeggia da noi (in Italia è allo studio in queste ore una nuova app “anti-Covid”) è che questi metodi vengano fatti penetrare in circostanze e con decreti straordinari, salvo poi rimanere anche in tempi di pace.
Anticipo le conclusioni: le tecnologie ICT, anche le più invasive, sono già su questo pianeta e sono venute per restare. L’evento del Covid è stato solo un catalizzatore di processi che, forse con altri tempi, sarebbero comunque stati inesorabili. Invece di indugiare troppo su sogni di libertarismo infranti, tra le tante finestre (sociali, tecnologiche, redistributive, ecologiche) che si apriranno con la crisi dobbiamo posizionarci bene sull’onda e tirare con tutta la forza nella miglior direzione possibile.
Possibile. Vengo al punto più ambizioso di questa breve riflessione. Ormai è piuttosto condivisa l’idea che il progresso, dal punto di vista materiale, non è reversibile: questioni di investimenti da ripagare, sedimentazione di poteri, assuefazione degli utenti, generale scarsa reversibilità della storia – salvo fallimenti gravi e rari. Il mio statement è che anche sul piano etico e politico la tecnologia definisca i confini entro i quali è legittimo – nel senso di realistico – ragionare, sperare, fare politica. In un modellino basilare del mondo potremmo dire che la tecnica muta, l’uomo rimane sempre lo stesso: ogni volta che il terreno di gioco si sposta, bisogna rideclinare i concetti e i valori di sempre secondo le nuove coordinate. Se 100 anni fa era ancora possibile intendere la libertà in un certo modo, americano, lockiano, individualista, oggi quello spazio sta venendo meno. Nella classica dicotomia tra libertà negativa (libertà da) e positiva (libertà di), in quest’epoca la nuvola delle possibilità sembra volare sempre più verso il secondo cielo. Questo per vari ordini di motivi, ne nomino alcuni. Materialmente lo spazio è più denso, siamo tanti e viviamo attaccati, gli effetti delle nostre azioni ricadono platealmente su tutti i vicini di casa, e basta tornare da un viaggio all’estero per rischiare di causare un’epidemia. Conoscitivamente, poi, le distanze sono ancora più brevi: sappiamo tutti che la CO2 che emettiamo a Roma o Parigi mette in crisi gli ecosistemi ai poli. Tecnologicamente, lo viviamo ogni giorno, accedere a ogni servizio implica la cessione di informazioni al provider, che volenti o nolenti ci inserisce nella nostra bolla di gusti, consumi, affinità politiche. E per ogni salto in avanti compiuto dalle intelligenze artificiali private che mandano avanti gli algoritmi, la nostra comprensione del mondo (limitata per capacità di informazioni e calcolo) diventa a confronto più piccola e indifesa.
Vengo al dunque. C’è un allarmismo verso una possibile gestione pubblica dei dati personali che da un lato è un po’ ingiustificato (o meglio, pessimista), dall’altro è inadeguato rispetto a quello inesistente, o minuscolo o già scomparso, della gestione privata che già abbiamo sotto gli occhi. Piuttosto, gli stati (ovvero gli enti reali atti a difendere l’interesse pubblico – se esistono sinonimi più generici il lettore è libero di usare il concetto più debole) devono cogliere quest’occasione mediatica per rivendicare la loro centralità in un rapporto di forze che ad oggi si sbilancia ogni giorno di più verso uno strisciante, ambiguo, illusorio “libertarismo”, e che di fatto si traduce nella libertà delle corporation di guadagnare sempre più metri di vantaggio nel vuoto legislativo. È assolutamente legittimo e auspicabile che i cittadini stabiliscano un limite alla fruibilità di quei dati personali, anche a fini pubblici e/o coercitivi, ma per farlo è in primo luogo necessario che un ente “disinteressato” – guidato dall’interesse pubblico – se ne appropri integralmente o abbia almeno il controllo della situazione.
Fino ad ora siamo rimasti su un piano teorico, concettuale. Stiamo eludendo tutta la parte di scontro geopolitico realeboots on the keyboard. Provo adesso a disegnare un’analisi leggermente più materialista, sperando di non perdere di generalità.
Le aziende hi-tech cinesi, cresciute alle spalle del Golden Shield Project, sono ormai per molti aspetti più avanzate di quelle occidentali e rappresentano l’asset cardinale di “Made in China 2025”, il programma con cui la Repubblica Popolare Cinese cercherà di consolidare il suo modello di globalizzazione. Le piattaforme statunitensi, attualmente ancora al vertice del mercato, negli ultimi anni hanno un po’ perso la loro vocazione originale without-borders. L’amministrazione Trump ha rilanciato molto esplicitamente la competizione globale, chiarendo dopo anni di misunderstanding e wishful thinking che si tratta di un gioco a somma zero: vincitori e perdenti, senza molto spazio per la cooperazione. Il mercato della tecnologia non ha potuto fare eccezione: il caso di Google che ha sospeso la fornitura di software a Huawei è stato solo il più eclatante di questi esempi. Vedere aziende californiane lanciarsi in (contro)misure protezionistiche è stato un importante bagno di realismo: ci ha ricordato che dietro la realtà digitale esisterà sempre un mondo di hardware, cavi, confini, lotta per l’egemonia.
E noi europei? Per adesso noi siamo gli arbitri. Essendo costantemente a corto di muscoli economici, totalmente sprovvisti di mezzi militari, abbiamo deciso di diventare i più raffinati rule-makers della competizione cibernetica. Abbiamo così inventato il più avanzato complesso di norme di rispetto della privacy al mondo, ai cui principi già molti paesi extra EU si stanno ispirando. Il GDPR è talmente “esigente” e avanzato nella protezione dei cittadini, almeno rispetto al vuoto che lo precedeva, da essersi meritato da varie parti l’accusa di “protezionismo informatico”. Se anche solo una delle GAFA fosse europea l’accusa potrebbe avere senso, ma poiché non è questo il caso, si può parlare al massimo di garantismo verso i singoli utenti europei. Ma è abbastanza? Il rispetto della privacy è un aspetto fondamentale per la nostra cultura, ma non esaurisce la sfera dei rischi e della sovranità cibernetica. Al contrario, una visione così formalistica del problema rischia di essere proprio la traduzione di quella postura “negativa” e libertaria, di restare attaccata ad un piano abbondantemente superato dalla prassi della realtà, che si svolge invece nello spazio profondo che le nuove tecnologie ICT hanno letteralmente creato. Bot, diffusione di notizie false, visibilità sugli algoritmi che regolano funzioni ormai fondamentali della vita democratica: queste sono le sfide da affiancare al rispetto della privacy. Ad esempio, nel pieno dell’emergenza Covid, il sistema informatico della sanità spagnola ha subito un attacco hacker. Il nostro continente ha un piano comune di difesa da questi attacchi?
Facciamo in modo che questa crisi, nata come sanitaria e che velocemente sta trapassando in tutti gli ambiti della vita pubblica e privata, dopo tutta la sofferenza ci renda anche più robusti. Parlando di dati: mettiamo in piedi, alla scala geografica che riteniamo più opportuna e rilevante, istituzioni che abbiano la forza, l’agilità, le conoscenze, la responsabilità e l’accountability per raccogliere tutti i dati personali, da cui scremare: quelli che decidiamo essere troppo sensibili, da cancellare; quelli fruibili, da restituire all’iniziativa privata per essere sempre più liberi di fare tutte le cose bellissime che Facebook, Google, Tiktok etc. ci permettono di scoprire; quelli utili alla governance, in situazioni di crisi o di pace, da sfruttare con criterio e trasparenza per il maggior bene pubblico. Creiamo tribunali speciali, task force attrezzatissime, piene di risorse umane ed economiche, che arginino l’arbitrio finora davvero poco contrastato dei colossi tecnologici – e delle potenze che gli stanno dietro. Tecnologie nuove implicano sfide nuove, sfide nuove hanno bisogno di istituzioni nuove.
6 – continua.
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray

Il cappello da baseball contro la calvizie della Xiaomi: ecco le fondamenta scientifiche


ll cappello da baseball contro la calvizie

Di Emiliano Ragoni 

A oggi l’unico rimedio davvero efficace contro la calvizie è il trapianto di capelli. La soluzione proposta da Xiaomi tuttavia merita di essere citata, perché ha comunque delle fondamenta scientifiche. Il colosso cinese dell’elettronica di consumo ha presentato su Youpin (la sua piattaforma dedicata al crowdfunding), un cappello, denominato LLLT Laser Cap, in grado di far (ri)crescere i capelli.
Questo cappello “miracoloso”, che sarà disponibile a partire dal prossimo maggio di Youpin a un prezzo di poco inferiore ai 200 dollari, è stato realizzato dalla Cosbeauty, un’azienda partner di Xiaomi che realizza prodotti destinati alla cosmesi. Come funziona quindi il cappello in grado di “fermare” la calvizie? L’idea alla base, ossia la stimolazione dei bulbi piliferi, non è certo nuova, tuttavia, in questo specifico contesto, è proposta in modo compatto e portatile.
La confezione del prodotto include, oltre al cappello stesso, anche la calotta che ha appunto la funzione stimolatrice (il peso complessivo di cappello e calotta è di 210 grammi) e una lozione che, a detta della compagnia, dovrebbe servire a “nutrire” i nuovi capelli che nasceranno. L’LLLT Laser Cap è ricaricabile attraverso una normale presa usb.
Chiaramente il cuore pulsante è la calotta dotata di 81 sensori che inviano impulsi laser che promettono di “risvegliare” il bulbo.

Il cappello, che ha ottenuto la certificazione da parte della CFDA (associazione di categoria senza scopo di lucro a cui sono affiliati oltre 450 stilisti statunitensi) e dell’FDA (l’agenzia americana per gli alimenti e i medicinali che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici), è frutto di uno sforzo congiunto di esperti dell’Università di Shenzhen, dell’Università del Wisconsin-Madison e dell’Università di Scienze e Tecnologie Elettroniche della Cina.
Posto che l’utilizzo del laser per il trattamento della calvizie agisce principalmente su bulbi piliferi vitali e non cicatrizzati, non stiamo chiaramente parlando di una tecnologia nuova e miracolosa, ma di qualcosa che può contribuire a “migliorare” la salute del cuoio capelluto; la radiazione luminosa, infatti, favorisce il microcircolo. La novità dello LLLT Laser Cap è ovviamente quella di fruire di questa tecnologia anche in giro, senza che nessuno se ne accorga.

Compie 20 anni Ps2, la console dei record di Sony


Di Diego Barbera
Oggi 4 marzo si celebra il 20esimo compleanno di Ps2 la seconda gloriosa console di Sony che debuttò proprio nell’anno 2000 introducendo – o meglio dire sdoganando definitivamente – molte tecnologie e trend che avrebbero caratterizzato gli anni a seguire, come il supporto ai dvd e l’esperienza multiplayer online.
Fu un vero punto di svolta con un’accelerazione netta delle performance grafiche con un 3D reale e molto più coinvolgente rispetto a quello ancora acerbo di Ps1 e di Nintendo 64. La console fu caratterizzata anche da un cambio netto a livello di design della scocca, con l’iconico stile “monolitico”, che prendeva come base Falcon 030 Microbox con i diritti acquisiti dopo il fallimento di Atari..
Retrocompatibile con i giochi della precedente versione, Ps2 era acquistata da molte persone anche come centro multimediale da salotto dato il prezzo altamente competitivo rispetto ai lettori dvd stand-alone e alla spiccata capacità di riprodurre contenuti come musica, video e foto.
Basta un rapido sguardo alla classifica dei giochi più venduti per un’immediata iniezione di nostalgia videoludica con diversi capitoli di saghe poi diventate immortali:

  1. GTA San Andreas con 17.33 milioni copie
  2. Gran Turismo 3 A-Spec a 14.89 milioni
  3. Gran Turismo 4 a 11.76 milioni
  4. GTA Vice City a 9.61 milioni
  5. Final Fantasy X a 8 milioni
  6. GTA III a 8 milioni
  7. Metal Gear Solid 2 Sons of Liberty a 7 milioni
  8. Final Fantasy XII a 6 milioni
  9. Tekken 5 a 6 milioni
  10. Kingdom Hearts a 4.78 milioni
Un altro punto di forza fu il controller DualShock il cui design e funzionalità rimasero sostanzialmente le stesse anche su Ps3 e Ps4, con quello della futura console Ps5 che dovrebbe ripartire dalle medesime basi, seppur con diverse migliorie.
Durante la propria vita, Ps2 mise assieme qualcosa come 157 milioni di esemplari venduti con oltre 3800 titoli e oltre 1,5 miliardi di copie consegnate fino a Pro Evolution Soccer 2014 che chiuse l’epopea. Fu un fenomeno così tanto di costume che si cita un uomo – il britannico Dan Holmes – che cambiò il proprio nome in Mr PlayStation 2.
E ora è il turno di Ps5, ecco tutte le anticipazioni.
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Onlife, la quotidianità tra realtà e Internet


Di Andrea Muratore
Il Politecnico di Milano ha ospitato a ottobre il festival “Onlife” dedicato agli effetti della nuova rivoluzione tecnologica sul nostro modo di vivere, le nostre società e il nostro approccio al ragionamento politico, etico, filosofico.
Tra gli ospiti Luciano Floridi, romano classe 1964, docente di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, componente del Google Advisory Council sul diritto all’oblio e autore del saggio The fourth revolution, sul tema dei più discussi sviluppi del mondo digitale. Floridi studia gli effetti sociali delle società che hanno imparato a vivere onlife, ovvero sovrapponendo senza soluzione di continuità l’integrazione delle dinamiche della quotidianità “sconnessa” con la produzione di flussi dati, attività e stili di vita sempre più tecnologizzati e spostati online.
L’impatto dei social network sulle relazioni sociali o sulla partecipazione politica è un esempio di fenomeno studiabile col metodo onlife, tema del festival che l’ateneo di Piazzale Leonardo organizza in collaborazione col network internazionale di quotidiani Lena. Floridi in un’intervista a Repubblica definisce la nostra la “società delle mangrovie”, piante tropicali abituate a sopravvivere nell’acqua salmastra data dalla confluenza tra corsi fluviali e bacini oceanici. Floridi non nasconde come i suoi studi vadano di pari passo concentrandosi sulla ricerca di come ottimizzare i pregi e minimizzare i rischi della vita “onlife”.
Tra i pregi, sicuramente, una più democratica possibilità di accesso alla conoscenza garantito dalla digitalizzazione. Le biblioteche, ad esempio, hanno sempre più interiorizzato questi nuovi meccanismi fornendo, soprattutto in contesti accademici, accessi agevolati ad archivi digitalizzati da milioni di risorse l’uno. Ma anche un articolo di una testata online come Inside Over può fornire una più disintermediata e agevolata accelerazione del flusso di conoscenza aggiungendo, tramite link interni, rimandi e citazioni non più limitate a rimandi letterali, profondità al flusso di approfondimento della materia oggetto del lavoro.
Non mancano ovviamente i rischi. Legati soprattutto al potere degli algoritmi e allo sfruttamento del web e della connessione per fini commerciali aggressivi da parte dei giganti del tech. Alle domande dell’intervistatore su cosa lo preoccupa del mondo onlife, Floridi risponde indicando “la questione dell’adattamento. […] Troppo spesso siamo noi ad adattarci alla tecnologia e non il contrario. In secondo luogo l’autonomia nelle nostre decisioni. Scegliamo l’albergo, la musica da ascoltare, il vestito da comprare o il film da guardare in base ai consigli di un algoritmo in una costante erosione dell’autonomia individuale. Non che ieri lo fossimo poi così tanto, non avevamo però mezzi di comunicazione tanto pervasivi spesso mossi da un’intelligenza artificiale che migliora da sola via via nel tempo”.
In definitiva dalle parole di Floridi risulta chiara l’idea che le tecnologie più moderne e i processi innovativi possono essere valutati positivamente solo se contribuiscono e orientano un reale progresso umano, dal volto umano. Come ha scritto un altro grande esperto del tema, il padre francescano Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana, nel suo “Le macchine sapienti”, la loro diffusione richiede “una gestione di tipo politico-economico, una governance internazionale in grado di evitare che la tecnologia assuma forme disumanizzanti”. Vi sono presunti, autoproclamati “guru del tech” che negano questa realtà, ostentando una forma di positivismo del XXI secolo, ma come ogni cambio di paradigma anche la rivoluzione digitale va accompagnata: per evitare che nell’onlife non ci si dimentichi che la tecnologia è un mezzo, la vita reale e la società un fine. E non viceversa.

Come leggere il pensiero, secondo le neuroscienze


Di Federica Sgorbissa*

Lo stato dell’arte delle ricerche su decodifica del pensiero e telepatia
Nel 1995, in Strange days, Kathryn Bigelow immaginava un futuro in cui memorie e pensieri possono essere registrati, venduti e comprati come fossero dei video. Nel film uno stralunato Ralph Fiennes interpreta Lenny Nero, una sorta di “spacciatore di ricordi” che sviluppa una dipendenza dal suo stesso “prodotto”.





 Un racconto simile l’aveva girato qualche anno prima Wim Wenders in Fino alla fine del mondo, dove Henry, interpretato da Max Von Sydow, è uno scienziato che resta intrappolato nelle sue ricerche, vittima, al pari di Lenny, del consumo compulsivo dei sogni altrui. Curiosamente, entrambi i film sono ambientati alla fine del 1999, con una differenza sostanziale: Strange days si spinge un po’ più avanti nell’immaginazione tecnologica e così, mentre Henry si limita a vedere i sogni su uno schermo, come fossero film, Lenny non solo può archiviare le esperienze in una sorta di minidisc, ma rivive queste registrazioni direttamente nel proprio cervello grazie allo SQUID, una specie di Playstation per ricordi.
Nonostante la visionarietà di Bigelow e Wenders, il capodanno del 2000 è passato senza la nascita di nessuna tecnologia simile. A distanza di vent’anni, tuttavia, si stanno effettivamente ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain. Fra gli scienziati più attivi e ottimisti c’è Moran Cerf, professore della Kellogg School of Management della Northwestern University, imprenditore high-tech e consulente scientifico di Hollywood (oltre che ex-hacker). “Con l’elettroencefalografia oggi si possono avere decodifiche anche molto precise, usando dispositivi indossabili e non invasivi”, dice Cerf a il Tascabile.
Quando parliamo di decodifica del pensiero, intendiamo che è possibile usare la semplice informazione sull’attivazione dei neuroni nelle varie zone del cervello per “capire” a cosa sta pensando in quel preciso momento la persona. La macchina può comunicarcelo attraverso concetti (parole, testo scritto…) o pescando da un archivio di immagini per tentare di riprodurre l’oggetto del pensiero.
Negli ultimi anni si stanno ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain.
“Il problema sono i costi”, puntualizza. ”I macchinari più sofisticati con tanti elettrodi costano diverse centinaia di migliaia di dollari e solo pochi laboratori li possiedono. Dobbiamo tuttavia essere pronti all’entrata di questa nuova tecnologia nella nostra vita quotidiana”.
Il futuro è in effetti pieno di promesse, tenuto anche conto che il grosso degli avanzamenti nel campo sono avvenuti in meno di dieci anni. “Nel 2010”, spiega Cerf, “sono stato frainteso da un giornalista della BBC che ha scritto che gli avevo detto che già allora eravamo in grado registrare pensieri e sogni e proiettarli su uno schermo. La notizia ha fatto il giro del mondo in un attimo, è mi ha creato qualche imbarazzo, perché non era affatto vero. Non avevo mai detto una cosa del genere”.
“Era una possibilità sì, ma piuttosto remota in quel momento”, spiega oggi. “Eppure solo qualche anno dopo due gruppi diversi lo hanno fatto davvero”. Cerf si riferisce a due lavori che hanno segnato una svolta decisiva nel campo. Il primo, pubblicato su Current Biology, è del 2011. A guardarle, le immagini prodotte dal team dell’Università di Berkeley responsabile del paper sembrano davvero oniriche: una serie di clip di persone che parlano, scene da documentari e video musicali, filmati di aerei in volo e frame dei videogame. In realtà non sono letture di sogni e nemmeno ricordi: sono la ricostruzione di quanto i soggetti osservavano nelle sessioni sperimentali, mentre la loro attività cerebrale veniva registrata con la risonanza magnetica. Detto in altre parole: i soggetti guardavano dei video, ma la macchina no. La macchina “osservava” solo l’attivazione delle aree visive degli spettatori, e da quella costruiva un nuovo filmato che poi, confrontato con quello originale, gli assomigliava molto.
Il secondo lavoro citato è invece una ricerca giapponese del 2013. Pubblicato su Science, ha restituito una visualizzazione dei sogni di alcuni individui, ossia un rendering per immagini – come se potessimo guardare la bozza di un filmato di quanto la persona sta sognando – che aveva molti punti in comune con i racconti fatti dalle persone al risveglio.
Cerf spiega a grandi linee come funziona la metodologia generale per decodificare pensieri, sogni e ricordi. Si possono usare essenzialmente tre metodi per registrare il segnale: l’elettroencefalografia (EEG), con elettrodi posti sullo scalpo che rilevano l’attività elettrica sottostante, la risonanza magnetica funzionale che monitora l’alterazione di campi magnetici legata all’attività cerebrale e la registrazione intracranica su singoli neuroni, che fa lo stesso dell’EEG ma con maggiore precisione e all’interno del cranio. Le prime due sono non-invasive, cioè si avvalgono di supporti esterni alla testa. “La terza tecnica, quella che uso io, è la più precisa ma è estremamente invasiva e si applica solo alle persone in procinto di essere operate al cervello”. In questi casi l’inserimento di elettrodi direttamente nella corteccia ha addirittura funzioni protettive per i pazienti. Nei giorni prima dell’intervento si procede infatti a mappare la posizione esatta delle funzioni cognitive più importanti, così da essere sicuri di non danneggiarle durante l’operazione. In quei momenti tipicamente si possono effettuare anche registrazioni utili per la ricerca.
L’altra grande differenza di impostazione, continua Cerf, è nella zona del cervello che si prendono in considerazione. “Se intendiamo i pensieri come immagini, allora andremo a mettere gli elettrodi nella zona occipitale del cranio, dove stanno le aree visive. In questo modo si riesce a sapere cosa il soggetto sta vedendo, immaginando, o sognando nel senso visivo più stretto”.
Possiamo scoprire per esempio che il soggetto sta pensando a ”una donna con un vestito rosso che sta in piedi”. Non sappiamo però nulla di chi sia questa donna. Gli studi di Cerf invece si focalizzano sul significato dei pensieri. “Usiamo elettrodi nella parte centrale del cervello e decodifichiamo il contenuto semantico di pensieri e ricordi”. Con questo approccio si può dunque sapere se effettivamente il soggetto sta pensando alla madre (o al padre, ai figli…), ma non sappiamo se questa sta indossando un vestito rosso o blu, se sta in piedi o seduta, ecc. “L’ideale nel futuro sarà fare una sintesi di questi due approcci”.
“Nella procedura c’è una parte iniziale molto lunga e pure un po’ noiosa”, continua Cerf. “In realtà i nostri soggetti sono contenti di partecipare agli esperimenti, perché comunque prima di un’operazione passano tanto tempo con gli elettrodi in testa e non possono muoversi dal letto. Per cui parlare con noi è un bel diversivo”.
Per decodificare pensieri, sogni e ricordi si possono usare essenzialmente tre metodi: l’elettroencefalografia, la risonanza magnetica funzionale e la registrazione intracranica su singoli neuroni.
“Si fanno vedere al paziente migliaia di immagini e si registra l’attività cerebrale corrispondente. Gli algoritmi imparano ad associare un’attività elettrica tipica agli stimoli. Tante più volte vengono presentati, tanto più alta sarà la risoluzione che avremo nella decodifica”. La macchina così costruisce una sorta di alfabeto che verrà poi richiamato nella fase di ricostruzione dei pensieri.
Le aspettative sugli sviluppi futuri di queste tecnologie sono tante, forse però nei prossimi anni il “tasso di novità” potrebbe rallentare un po’. “Ora come ora, dopo un periodo di grandi avanzamenti che hanno suscitato molto entusiasmo, siamo una fase di piccoli passi, mirati soprattutto a migliorare gli aspetti tecnici, per ottenere registrazioni migliori, meno invasive, meno costose”, ammette Cerf.
Torniamo a Strange Days. Lo SQUID di Lenny Reno decodificava e registrava le esperienze soggettive, come la tecnologia descritta da Cerf, ma poi le trasmetteva anche direttamente al cervello dei fruitori. Questo oggi sembra ancora un obiettivo piuttosto lontano: la comunicazione  machine-to-brain e brain-to-brain è ancora tutti gli effetti di un campo decisamente pionieristico.
“Leggere il pensiero è la parte facile”, spiega a il Tascabile Andrea Stocco, professore dell’Università di Washington, a Seattle, dove è co-direttore del Cognition and Cortical Dynamics Laboratory. “È inserire segnali nel cervello che è complicato”. Il lavoro di Stocco si focalizza proprio sulla trasmissione brain-to-brain. Di recente con il suo team ha fatto giocare tre persone, distanti fra loro e collegate solo attraverso i cervelli, a una sorta di Tetris partecipativo telepatico (trovate il paper su Scientific Reports).
Ci sono innanzitutto limiti tecnologici. “Dico sempre ai miei studenti che è come se dovessimo fare neurochirurgia con una pietra molto affilata: in certi casi lo puoi fare, però non è la situazione ideale”, spiega Stocco. “EEG e risonanza magnetica si sono molto evolute nel corso degli anni, ma le tecniche di stimolazione non invasive, come quella magnetica, sono rimaste agli anni Ottanta”. La stimolazione magnetica transcranica è una metodologia per alterare l’attività in zone specifiche della corteccia, ponendo potenti magneti sullo scalpo. Può venire usata anche a scopi terapeutici, ed è rimasta essenzialmente la stessa da quando è stata inventata. E difficilmente si vedranno grossi cambiamenti in futuro: “ci saranno sì e no una dozzina di laboratori che la usano per studi sulla trasmissione del pensiero, e non è una massa critica sufficiente a far evolvere il campo”.
Le difficoltà non finiscono qui: “quando lavori all’inverso, devi sapere cosa succede nel momento in cui stimoli una parte del cervello. Spesso le conseguenze sono strane. Mandi il segnale in un punto e regioni completamente diverse da quelle che ti aspetti cominciano ad attivarsi”. “Per questo”, commenta, “è importantissimo avere dei modelli solidi, detti forward, ad avanzamento, che prevedano la reazione alla stimolazione”.
“Una cosa che mi ha sempre stupito è che osservando l’attività del cervello in molti casi è estremamente semplice capire che tipo di esperienza sta provando il soggetto. Se per esempio gli toccano il braccio, la parte di corteccia corrispondente all’esperienza tattile si accende. Se però stimoli elettricamente quella stessa area, non succede niente, ci abbiamo provato per anni”.  Questo accade perché la sensazione fisica soggettiva è qualcosa che dipende anche dall’integrazione con tante altre aree che vengono stimolate nella stesso momento. Nonostante i limiti, Stocco è riuscito a ottenere risultati incoraggianti, uno dei più recenti è proprio la partita a Tetris telepatico citata sopra.
Anche nella trasmissione brain-to-brain la fase di training è cruciale. La prima parte del processo è identica a quella già descritta per la decodifica, perché anche qui serve che la macchina che impari a comprendere quello che il soggetto “trasmettitore” sta pensando.
È nella fase successiva che si evidenziano le peculiarità del processo di trasmissione. La macchina trasforma quanto decodificato in un segnale che viene inviato al cervello del ricevente con la stimolazione magnetica. L’alterazione dell’attività elettrica della corteccia provoca delle percezioni nel ricevente, la cui natura dipende dalla zona stimolata. È il soggetto stesso a imparare a interpretare il significato di queste percezioni illusorie. “È  una specie di codice Morse”, precisa Stocco. In genere il segnale viene inviato alle aree visive, per cui il risultato è un’immagine illusoria. Per dare un’idea, assomiglia un po’ un po’ ai cosiddetti fosfeni che appaiono a chi soffre di emicrania con aura. “In tutto e per tutto sono delle allucinazioni visive: è il cervello che cerca di dare un senso a degli impulsi che sono assolutamente diversi da quelli che vengono dagli occhi. Ognuno vede cose diverse: sfere galleggianti, forme geometriche. Io vedo delle linee per esempio “.
Negli esperimenti del Tetris telepatico una persona controllava con il pensiero la posizione e l’orientamento di un tassello, basandosi sul feedback di altri due partecipanti anche questo inviato direttamente via-cervello. “Abbiamo immaginato questo scenario realistico dove una persona deve fare un sondaggio tra gli altri partecipanti per decidere se deve girare o no un pezzo del Tetris. Mentre il gioco si svolgeva i due che non avevano il controllo del pezzo vedevano il gioco in diretta e potevano mandare segnali dicendo ‘no, no, devi girare…’, ‘resta esattamente così’ e via dicendo”. L’accuratezza nel posizionare il tassello in ciascuna sessione superava l’80%.
Le applicazione commerciali saranno pervasive: dall’industria del gaming o dello spettacolo, fino all’ambito medico.
Con la stimolazione magnetica si può agire anche su altre parti del cervello, con risultati molto diversi. Stimolando la corteccia motoria per esempio si può letteralmente prendere il controllo del corpo di qualcuno senza che questa persona possa farci niente.
“La prima volta che abbiamo fatto l’esperimento sapevamo esattamente la zona che corrisponde a ciascuna delle quattro dita, quindi volendo qualcuno poteva farmi suonare il piano a mia insaputa”, spiega Stocco che come si sarà capito spesso fa da cavia per i suoi stessi esperimenti. “Prova e riprova, calibra e ricalibra, alla fine c’era questa cuffia da nuoto con marcate esattamente le posizioni per ciascuna delle mie quattro dita”, scherza. “Si tratta di centinaia di ore spese in training per avere questa precisione”.
C’è un aspetto paradossale di tutta questa tecnologia, ed è Stocco stesso ad ammetterlo. Noi possediamo già in maniera “naturale” la capacità di leggere i pensieri degli altri: “è il linguaggio, non solo quello parlato, ma anche tutto quello che veicoliamo attraverso espressioni, posture e tutta la componente non verbale della comunicazione”. A questo serve il linguaggio: comprendere pensieri, emozioni e intenzioni altrui e trasmettere le nostre, a distanza, a chi ci sta davanti, e in un certo senso, quindi, tutta questa tecnologia sta facendo il giro per tornare la punto di partenza. Naturalmente con il linguaggio possiamo mentire, nascondere i nostri veri pensieri. Mentre la tecnologia, per esempio, può essere utilizzata per aggirare le bugie.
I risvolti etici non saranno banali, c’è da aspettarsi che questo sia uno dei grandi temi di dibattito pubblico nei prossimi anni, se queste tecnologie continueranno a svilupparsi. “Per questo è importante comunicare con il pubblico, farle conoscere”, mi dice Cerf. Ci sono tanti modi in cui questi dispositivi di lettura della mente potranno venir utilizzati: “le applicazione commerciali saranno pervasive. Immaginiamo cosa può fare l’industria del gaming o dello spettacolo. Ma pensiamo anche in ambito medico: sarà possibile non solo prevedere alcune malattie neurologiche con diagnosi precoci – alterazioni del pensiero possono essere una spia d’allarme molto importante, ma a volte non si riescono a rilevare coi metodi tradizionali –, ma anche aiutare le persone impossibilitate , in coma, con paralisi estese, ma anche semplicemente sotto shock, a essere capiti dall’esterno”.

* Laureata in psicologia sperimentale e ha un dottorato in scienze cognitive. Ha diretto la rivista online OggiScienza. È giornalista scientifica freelance e scrive principalmente per le riviste Mente e Cervello e Le Scienze (L’Espresso).

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