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Belgio, il leader del Partito 'Lista Islam' alla giornalista: 'Non ti posso dare la mano, sei donna'

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Di Salvatore Santoru
Sta facendo discutere un recente episodio avvenuto in Belgio.
Come riportato dal Giornale(1), durante la trasmissione televisiva RTL-TVI 'C'est pas tous les jours dimanche'(2), il leader del partito belga 'ISLAM'(acronimo di 'Intégrité - Solidarité - Liberté - Authenticité - Moralité) Redouane Ahrouch si è rifiutato di stringere la mano e di guardare in viso la giornalista Emmanuelle Praet.
Inoltre, quando è stato evidenziato ciò, Ahrouch che risulta essere anche un consigliere comunale ad Anderlecht, ha sostenuto che: “Non posso andare contro i valori e i dettati della mia fede”.
In seguito, il leader del partito di ispirazione islamista(3) ha detto alla giornalista che la vede tutte le domeniche in televisione.
Al termine della stessa trasmissione, la giornalista ha sostenuto di essersi "sentita umiliata e offesa dal comportamento di Ahrouch”.
NOTE:

Luigi Di Maio si appella a Salvini: "Votiamo a giugno"

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Luigi Di Maio chiede di votare a giugno. "Il M5S in modo serio si è impegnato totalmente per rispettare il voto dei cittadini - afferma in un video pubblicato su Facebook -. Visto che abbiamo ottenuto un risultato straordinario ma non abbiamo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi non ho mai pensato che sarebbe stato facile ma non avrei mai immaginato che sarebbe stato impossibile: è vergognosa la maniera in cui tutti i partiti stanno pensando tutti al proprio orticello e alle poltrone".
"A questo punto non c'è altra soluzione - prosegue -, bisogna tornare al voto il prima possibile, poi ovviamente deciderà il presidente Mattarella. Tutti parlano di inserire un ballottaggio nel sistema elettorale ma il ballottaggio sono le prossime elezioni quindi io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di andare a votare e facciamo questo secondo turno a giugno. Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione".
Di Maio aggiunge: "Tutti sanno che se Berlusconi avesse avuto i voti necessari per fare una maggioranza con Renzi avrebbe mollato Salvini la notte tra il 4 e il 5 marzo, altro che 50 giorni".
Il leader M5s critica aspramente la legge elettorale: "Una legge elettorale assurda - afferma -, voluta dal Pd e dal centrodestra, permette anche a forze che perdono le elezioni come forza italia di rivendicare pseudo-vittorie in nome di una coalizione di comodo".
"Salvini ha preferito gli interessi di un condannato incandidabile a quelli degli italiani - continua -. Gli ho parlato a cuore aperto, niente, lui ha scelto Berlusconi, uno che ha creato Equitalia e ha fatto la legge Fornero, è una cosa per me incomprensibile mantenere una coalizione divisa su tutto costruita per arraffare posti in Parlamento piuttosto che fare qualcosa di buono per l'Italia".
Alessandro Di Battista va a sostegno delle parole di Di Maio che "dal 4 marzo ad oggi ha dimostrato di avere a cuore il Paese. Le abbiamo tentate tutte, ma una massa di cinici più interessanti al consenso ad ogni costo che alla risoluzione dei problemi del Paese si è opposta ad ogni reale tentativo di rivoluzione della legge Fornero, di lotta alla corruzione, di sostegno alle imprese e di contrasto alla povertà dilagante. Tutto il Movimento ha il dovere di sostenere Luigi e la scelta di tornare al voto".

#YoSiTeCreo, in Spagna non si ferma l’onda di protesta contro la sentenza sullo stupro di Pamplona

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Di Francesco Troccoli
«La ripugnanza che mi provocano i fatti in giudizio si può paragonare solo allo schifo che provo per la maniera in cui si è mossa la giustizia in questo caso. Vergogna!» A sfogarsi, insieme a tutta la Spagna, è il giurista Baltasar Garzón, che durante la sua lunga carriera nella magistratura iberica è stato protagonista di atti come l’arresto di Pinochet, le indagini su Berlusconi, il dittatore Francisco Franco e la corruzione del Partito popolare oggi al potere. La vicenda a cui l’ex giudice si riferisce sta destando in Spagna un’ondata di protesta senza precedenti.
I fatti risalgono a due anni fa. A Pamplona, nel Nord del Paese, si consuma la celebre festa di San Firmino (ai più nota per l’encierro, la famigerata corsa dei tori). Un branco composto da cinque sivigliani, fra i quali anche un militare e un agente di polizia, costringe una diciottenne nell’androne di un palazzo e la violenta ripetutamente. La ragazza viene ritrovata il giorno dopo abbandonata in posizione fetale. Secondo i rapporti, nei video che i cinque stupratori girano e caricano sul loro gruppo Whatsapp la vittima non si dibatte e mantiene un atteggiamento «passivo o neutro», tenendo gli occhi chiusi. Il nome della chat di gruppo, sul quale i cinque si scambiavano messaggi sulle loro “imprese”, era proprio La manada, il branco.

Perché il Tibet è di nuovo al centro dello scontro tra Cina e Stati Uniti

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Di Lorenzo Vita
Il Tibet torna al centro dello scontro fra Cina e Stati Uniti. Un problema atavico nelle relazioni fra i due Stati e che adesso è di nuovo la pietra dello scandalo.
Il motivo è da ricercare in una risoluzione del Senato degli Stati Uniti in cui si parla esplicitamente del Tibet. Una risoluzione che ha mandato su tutte le furie il governo cinese, il quale ha accusato Washington di intromettersi in questioni che non riguardano nessun altro Paese, se non la Cina stessa.
E visti i rapporti estremamente tesi fra Cina e Stati Uniti, la scelta di compiere questo gesto da parte americana risulta in qualche modo tesa allo scontro. Nessuno, al Congresso, poteva credere che Pechino avrebbe taciuto di fronte a questo atto della Camera alta degli Stati Uniti.
Come si legge nel testo ufficiale della risoluzione, il Senato non solo ha riconosciuto il ruolo essenziale del Dalai Lama per la pace nel mondo, ma si legge anche che “afferma il proprio sostegno ai diritti umani e alle libertà fondamentali del popolo tibetano, incluso il loro diritto all’autodeterminazione e la protezione della loro distinta identità religiosa, culturale, linguistica e nazionale”. Parole molto importanti che significano un vero e proprio guanti di sfida per il governo cinese, da sempre avverso a ogni tipo di privilegio da concedere ai tibetani.
Ma c’è di più. Il Senato Usa “esprime la sensazione che l’identificazione e l’installazione di leader religiosi buddisti tibetani, tra cui un futuro quindicesimo Dalai Lama, sia una questione che dovrebbe essere determinata esclusivamente all’interno della comunità di fede buddista tibetana, in conformità con il diritto inalienabile alla libertà religiosa“. E aggiunge, sempre nella risoluzione, di considerare un’indebita interferenza qualunque tentativo del governo della Cina di inserirsi nelle scelte dei buddisti del Tibet.

La reazione di Pechino

Come ci si attendeva, la Cina ha respinto con forza queste dichiarazioni del Senato americano. Il tabloid internazionale del governo Global Times, riporta le parole di Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinesi, con cui accusa gli Stati Uniti di ingerenze in affari interni. “Alcuni funzionari statunitensi dovrebbero concentrarsi sul servire la propria gente, ma, sfortunatamente, hanno scelto di ignorare i loro problemi interni, mentre hanno espresso un insolito entusiasmo e fatto commenti irresponsabili sugli affari interni di altri Paesi“. Queste le parole di Hua.
La portavoce degli Esteri cinesi, secondo quanto scrive il People’s Daily, ha anche detto: “La risoluzione riflette il fatto che alcune persone negli Stati Uniti siano sempre state inspiegabilmente ignoranti e arroganti“. Parole di fuoco, ma che servono a far comprendere la tensione molto forte fra i due Paesi riguardo al dossier-Tibet.
Un tema che divide da sempre Washington e Pechino. L’ultimo esempio, in tal senso, fu l’invito alla Casa Bianca al Dalai Lama da parte di Barack Obama, allora presidente Usa. In quell’occasione, il governo cinese lanciò accuse molto gravi nei confronti degli Stati Uniti, accusati di ospitare una persona che predicava il separatismo nel territorio cinese.
Un problema che per Xi Jinping è di assoluta priorità e che sta cercando in ogni modo di sradicare. Il Tibet, per l’importanza strategica, per il suo enorme territorio e per la sua ricchezza, è considerato un pilastro della politica di Pechino. Ogni tentativo di fomentarne la secessione è considerato un pericolo per la sicurezza nazionale. Dopo Taiwan, un altro caso in cui Pechino e Washington sembrano di nuovo ai ferri corti.

I cristiani nel mirino in Nigeria: “Così ci vogliono islamizzare”

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Di Mauro Indelicato
Un paese spaccato quasi a metà nella sua composizione religiosa: il 50% è musulmano, il 48% invece è cristiano. Un sottile equilibrio, foriero sia di importanti esempi di civile convivenza, ma anche di violenze e tensioni: il riferimento è alla Nigeria, il più popoloso paese africano dove l’esperienza di Boko Haram, gruppo jihadista legato all’ideologia estremista, segna soltanto una delle tante sofferenze in cui vivono le popolazioni residenti soprattutto nelle regioni settentrionali. Non solo grandi attentati e maxi sequestri, come quello che dal 2014 vede imprigionate centinaia di ragazze rapite da un college nel nord del paese, ma anche singoli episodi forse meno noti e meno risonanti sotto il profilo mediatico, pur tuttavia ugualmente drammatici ed indicativi della situazione in cui versa la Nigeria.

La denuncia del vescovo di Makurdi: “Vogliono islamizzare le aree cristiane”

L’ultima diocesi a subire un attacco è stata, in ordine di tempo, quella di Makurdi: l’area in questione si trova in una regione molto delicata della Nigeria, denominata “Middle belt”. Un’area di mezzo non soltanto sotto un profilo prettamente geografico, bensì anche culturale: si tratta di una barriera in cui convivono diverse minoranze linguistiche e religiose che, di fatto, divide il nord a maggioranza musulmana ed il sud a minoranza cristiana. La composizione di questa fascia geografica e culturale è dunque mista ed è qui che, inevitabilmente, rischiano di esplodere le maggiori tensioni tra le popolazioni che abitano al suo interno. Alla Middle Belt nigeriana appartiene lo Stato di Benue, a maggioranza cristiana ma abitato anche da minoranze etniche caratterizzate dall’appartenenza alla religione musulmana. La diocesi di Makurdi si trova all’interno dello Stato di Benue: è qui, come detto, che si è avuto l’ultimo attacco contro i cristiani e, in particolare, nel villaggio di Mbalom dove sono morti almeno 17 tra fedeli e sacerdoti.
A Roma per incontrare il Papa nel corso di una conferenza con gli altri vescovi nigeriani, il vescovo di Makurdi, monsignor Wilfred Chikpa Anagbe, ha rilasciato nei giorni scorsi una dura intervista al sito di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs): “Solo nella mia diocesi – racconta monsignor Anagbe – Da gennaio ad oggi ci sono stati undici attacchi. Le vittime sono numerose, abbiamo anche scoperto una fossa comune”. Ma non c’entra nulla, in questo caso, Boko Haram: il vescovo punta il dito contro i fulani, etnia di pastori che abita nella regione. “Sono stati loro ad attaccarci di recente – dichiara ancora monsignor Anagbe – Si tratta di una situazione molto delicata, arrivano nei villaggi cristiani molto ben armati”. Ed è qui che il vescovo attua una considerazione delicata ma al tempo stesso significativa ed importante: “Quando avvengono questi attacchi non ci sono mai né agenti di polizia, né militari – dichiara ancora il prelato – Senza contare che i fulani vivono perlopiù nella boscaglia e non possono permettersi armi così sofisticate. Chi li finanzia dunque?”
Una domanda che mese dopo mese viene posta da sempre più analisti: i fulani, popolo semi nomade e con poca esperienza in fatto di armi, oltre che con pochi fondi per racimolarle, riescono oramai da troppo tempo a mettere sotto scacco interi villaggi poco presidiati. Da qui la considerazione di monsignor Anagbe, secondo cui il tutto non è frutto di episodi isolati bensì di un piano prestabilito per islamizzare le regioni a maggioranza cristiana del Middle Belt. Esisterebbe dunque la possibilità che qualche attore interno od esterno alla Nigeria, stia armando i fulani per gli assalti alle chiese ed ai villaggi cristiani. Nella sua intervista ad Acs, il vescovo ha chiuso invitando i cristiani a pregare ed auspicando che le organizzazioni internazionali, in primis l’Onu, non lascino soli i fedeli nigeriani.

Chi sono i fulani

Popolo semi nomade, propenso soprattutto alla pastorizia, i fulani rappresentano una minoranza etnica nigeriana presente soprattutto nel centro del paese: essi sono tradizionalmente musulmani ed abitano in diversi Stati del Middle Belt. Di recente il loro nome è tristemente accostato ad una sigla poco nota in occidente, ma che (come sopra mostrato) costituisce motivo di apprensione e terrore tra i cristiani del Middle Belt nigeriano: Fulani Herdsmen Terrorists (FHT) è il nome del gruppo terroristico che dal 2006 in poi ha ucciso più di dodicimila persone, molte delle quali cristiane. Il motivo delle rappresaglie del gruppo non è soltanto di natura jihadista: molti dei loro rappresentanti infatti, in passato hanno dichiarato di doversi scontrare con gli agricoltori della zona perché il governo federale non garantisce ai fulani la possibilità di pascolare liberamente nei vari territori.
Pur tuttavia, la matrice religiosa sembra comunque essere ben presente tra le motivazioni dei drammatici attacchi perpetuati dal gruppo Fht: “Sono sia sociali, cioè questioni fondiarie, sia religiose le motivazioni degli attacchi – ha affermato alcuni anni fa ad Acs il vescovo di Kafanchan, mons. Bagobiri – Entrambe le cause sono presenti, ma il fattore religioso è preponderante: è una persecuzione religiosa”. Nonostante tanti appelli al governo nigeriano ed alle istituzioni internazionali, al momento non sono stati lanciati numerosi attacchi contro i terroristi fulani i quali, il più delle volte, rimangono impuniti.

Corea Del Nord, Kim Jong-un: 'Non sono quel tipo di persona che utilizza armi nucleari'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente le autorità della Corea del Nord hanno annunciato la chiusura di Punggye-ri, il sito dei test nucleari del paese asiatico(1).
Inoltre, stando a quanto riportato su 'Agi'(2), lo stesso Kim Jong-un ha sostenuto che non è 'quel tipo di persona che spara con armi nucleari' contro le altre nazioni.

Il presidente della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha affermato ciò nel corso dell'incontro storico che si è avuto pochi giorni fa con il presidente sudcoreano Moon Jae-in(3).

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/04/la-corea-del-nord-maggio-chiudera-il.html

(2) https://www.agi.it/breakingnews/kim_corea_del_nord_denuclearizzazione-3828375/news/2018-04-29/

(3) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/04/corea-storico-incontro-al-confine-tra.html

Cina  città, la multinazionale Wanda inaugura a Qingdao la Hollywood cinese

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Di Paolo Mastrolilli

A Hollywood dicono che il cinema è il mondo dei sogni, ma i sogni che la Dalian Wanda aveva fatto sul cinema rischiano di restare tali. La grande conglomerata cinese ha inaugurato ieri la sua Qingdao Movie Metropolis, un progetto da 8 miliardi di dollari, che secondo i desideri del fondatore Wang Jianlin dovrebbe diventare l’alternativa agli studios americani.




Finora però non è riuscita ad attirare le produzioni che si aspettava, e i guai finanziari generali della compagnia rischiano di costringerla a ridimensionare le ambizioni. 

Dalian Wanda è un gruppo dominante soprattutto nel settore dei centri commerciali, che qualche anno sembrava lanciato alla conquista del mondo. I segnali che avevano colpito gli Stati Uniti erano stati soprattutto due, cioè l’acquisto nel 2012 delle sale cinematografiche Amc per 2,6 miliardi di dollari, e quello degli studios Legendary nel 2016 per 3,5 miliardi. La strategia perfetta per sfidare e conquistare Hollywood, unendo produzione e distribuzione, come aveva confermato il progetto della Movie Metropolis, annunciato nel 2013 alla presenza di star come Leonardo DiCaprio, Nicole Kidman, John Travolta e Catherina Zeta-Jones. L’idea era costruire 30 studi cinematografici, circondati da parchi divertimento a tema, hotel di lusso, scuole, un ospedale, e persino uno yacht club modellato su quello di Montecarlo. Così la Cina avrebbe avuto la sua Hollywood, attirando i produttori interessati a girare nel paese dove si trova un enorme mercato da un miliardo e mezzo di potenziali spettatori.  

Secondo Forbes, il visionario fondatore Wang Jianlin aveva un patrimonio personale stimato in oltre 25 miliardi di dollari. 

Proprio sul più bello, però, qualcosa si è inceppata. Il governo di Pechino ha iniziato ad obiettare contro le spese pazze fatte all’estero da alcune compagnie della Repubblica popolare, che avevano accumulato troppi debiti. Fra di esse c’era anche la Wanda, i cui ricavi nel 2017 sono scesi del 10%, a 35 miliardi di dollari. Wang è stato costretto a vendere, cedendo 13 progetti culturali e turistici, incluso Qingdao, e poi i parchi tematici, 77 hotel, iniziative progettate a Madrid, Londra, Sydney e la Gold Coast australiana. Così ha ridotto il debito di 17 miliardi dollari, ma nello stesso tempo è stato costretto a ridimensionare le ambizioni globali. Ora il 93% dei suoi beni si trova in Cina, e i ricavi vengono soprattutto dagli affitti dei centri commerciali, come avveniva alle origini della compagnia. 

La svolta ha colpito anche la Qingdao Movie Metropolis, che ieri è stata inaugurata con una cerimonia assai più sobria di quella del 2013, senza star di Hollywood e con molti burocrati locali. Wang, tenendo un discorso durato quattro minuti, ha ribadito che l’obiettivo è «trasformare Qingdao nella capitale mondiale orientale dei film», ma così sembra aver rinunciato alla sfida globale con Hollywood. I suoi studios infatti sono già aperti da tempo, ma non sono riusciti ad attirare le 30 produzioni internazionali e le 100 domestiche all’anno stimate alla vigilia. L’unico grande progetto internazionale avviato è stato “Pacific Rim: Uprising”, ma questo non vale molto, perché appartiene alla Legendary di Wang. Gli studi sono stati usati solo per il 70% della capacità, e per girare 10 film cinesi. I problemi nascono dalle difficoltà di trasferire le produzioni a Qingdao, fare i visti, lavorare con persone che non parlano inglese. Oltre al fatto che le agevolazioni economiche non sono migliori di altri posti, e le autorità pretendono di leggere e censurare i copioni. Pechino ha voluto che Wanda ridimensionasse le attività e le concentrasse sulla Cina, il problema ora è capire se così la città del cinema riuscirà a sopravvivere.  

Israele, il quartiere delle ambasciate si potrebbe chiamare Trump Town

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Di Lorenzo Vita
Gerusalemme fremono i lavori in vista dello spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti voluto da Donald Trump. E Israele si aspetta una reazione a catena di Stati che seguano la linea del presidente Usa.
Il ministro dell’Edilizia Yoav Galant ha incaricato i più alti funzionari del suo ministero di iniziare il programma di pianificazione di un nuovo quartiere per le ambasciate da Paesi di tutto il mondo che sarà costruito a Gerusalemme. Il ministro lo ha rivelato oggi, da New York, dove aspetta di parlare alla Jerusalem Post Conference di domenica prossima.
Il progetto è molto ampio. Come riporta il Jerusalem Post, Anche prima dei progressi compiuti questa settimana con il possibile spostamento delle ambasciate della Repubblica ceca, della Romania e dell’Honduras, Galant aveva inviato una lettera al direttore generale del ministero dell’Edilizia Hegai Roznik e al capo architetto Vered Solomon-Maman. Una lettera in cui si chiedeva di formare una task force che avrebbe avuto come obiettivo quello di individuare un’area dove costruire tutte le nuove ambasciate.

“Potremmo dover costruire dozzine di ambasciate e avremmo bisogno di una nuovo terreno pronto per questo scopo. Ho chiesto al mio ministero di agire vigorosamente il più velocemente possibile. “
Interessanti anche le scelte dei nomi. Galant ha suggerito un paio di nomi possibili per l’area in cui saranno costruite le ambasciate. Inizialmente, si era parlato di un nome neutro: Embassy Town. Poi la mossa che spiazza tutti, ma che allo stesso tempo attrae per il grande significato politico: Trump Town.
Una scelta molto significativa che, tra l’altro, non è sarebbe neanche una prima assoluta di un luogo dedicato al presidente Usa. Il ministro dei trasporti israeliano Yisrael Katz ha annunciato a dicembre che avrebbe nominato la nuova stazione ferroviaria “Donald Trump” proprio in onore del presidente che ha voluto spostare per primo l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo la città come capitale di Israele..
Una mossa politica? Indubbiamente. Conosciamo anche una certa dose di vanità del presidente degli Stati Uniti. E non è difficile credere che, questa scelta, sarebbe una mossa molto utile da parte israeliana per fortificare ancora di più i legami già molto solidi con l’attuale amministrazione degli Stati Uniti. 
I legami di Trump con Israele sono forti, anche se l’uscita di scena di Jared Kushner ha un po’ raffreddato i rapporti personali fra la Casa Bianca e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. La decisione di Trump di voler ritirare le truppe Usa dalla Siria era stata un’altra crepa nei rapporti fra Washington e Tel Aviv, ma il governo israeliano sembra pronto a voler ricucire i rapporti forgiando una solida base umana, prima ancora che politica, con il presidente degli Stati Uniti.
La “Trump Town” può effettivamente cambiare la politica americana in Medio Oriente? Difficile a dirsi. Certo è che la personalizzazione della politica Usa ad opera del suo presidente apre scenari complessi: anche che questa “captatio benevolentiae” possa effettivamente modificare i progetti Usa nella regione.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/gerusalemme-trump-town/

Tra gli eserciti più potenti al mondo c’è anche quello italiano

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Di Paolo Mauri
Dal 2006 esiste una classifica generale degli eserciti più forti del mondo compilata annualmente da un sito, il Global Firepower, che utilizzando diversi fattori e basandosi su diverse fonti, alcune anche importanti come i report – pubblici – della Cia, stabilisce un coefficiente per ogni nazione che indica il suo valore militare complessivo.
Questo coefficiente è il frutto di analisi non solo prettamente militari, ma prende in considerazione anche fattori come la geografia, la forza lavoro, il debito pubblico, la popolazione complessiva, le risorse naturali.
Il ranking finale non dipende quindi solamente dal numero di armamenti, siano essi aerei, navi o carri armati, a disposizione, e nemmeno dal numero complessivo dei soldati, ma prevede un’analisi particolareggiata di questi ultimi premiando, ad esempio, la diversità degli arsenali: quindi schierare 100 unità contromisure mine non ha lo stesso valore tattico/strategico di mettere in campo 10 portaerei, pertanto il coefficiente in questo caso sarà differente.
Le stesse scorte di armi atomiche non vengono tenute in considerazione, ma le potenze atomiche riconosciute o sospettate (come Israele) hanno comunque un bonus, oppure quelle nazioni che non hanno uno sbocco sul mare non vengono penalizzate per non avere una Marina Militare, invece quelle dotate di una carente diversità degli asset navali lo sono.
Anche quegli Stati che fanno parte di alleanze, come la Nato, ricevono un bonus, secondo il principio che vuole che in caso di conflitto ricevano assistenza dai propri alleati aumentando quindi la propria capacità militare offensiva o difensiva.
Stabilità economica e popolazione sono altresì fattori determinanti per la classifica generale per ovvi motivi riconducibili ad una possibile efficienza dell’economia di guerra, secondo l’assunto che maggiore è la popolazione e più elevato il grado di industrializzazione più forte sarà la produzione durante un conflitto.
Viene quindi analizzato l’equilibrio totale di uno Stato: forze armate numerose, diversificate, con mezzi idonei a portare la guerra in terra, aria e mare, supportate da una economia florida, resiliente, e da una forza lavoro importante in una nazione dai confini difendibili occupano i primi posti della classifica.
Al primo posto troviamo, ovviamente, gli Stati Uniti. Secondo l’analisi di Global Firepower il personale militare totale americano ammonta a 2 milioni 83 mila uomini con 13362 velivoli (ad ala fissa o rotante) di ogni tipo, 5884 carri armati, 415 unità navali, una flotta mercantile di 3611 navi su 24 porti maggiori ed infine una forza lavoro di 160 milioni 400 mila persone.
Al secondo posto c’è la Russia con 3 milioni 586 mila uomini impiegati nelle forze armate, 3914 velivoli, 20300 carri armati, 352 unità navali, una flotta mercantile di 2572 navi su 7 porti principali ed una forza lavoro di 76 milioni 530 mila persone.
Al terzo posto troviamo la Cina con 2 milioni 693 mila uomini in divisa, 3035 velivoli, 7716 carri armati, 714 unità navali, 4287 navi mercantili su 15 porti principali, una forza lavoro di 806 milioni 700 mila persone.
Quarta è l’India, a seguire Francia, Regno Unito, Corea del Sud, Giappone, Turchia, Germania e all’undicesimo posto l’Italia subito prima di Egitto e Iran.
Per l’Italia i dati riportati dal sito sono: 287 mila uomini nelle Forze Armate; 828 velivoli di cui 90 da caccia, 186 da attacco, 425 da trasporto, 193 da addestramento; 200 carri armati e 10688 veicoli da combattimento armati (leggeri e medi), 164 pezzi di artiglieria semovente, 90 pezzi di artiglieria trainata, 21 lanciarazzi tipo Mlrs; la Marina vedrebbe un totale di 143 unità distribuite su 2 portaerei, 14 fregate, 4 cacciatorpediniere, 2 corvette, 8 sommergibili, 10 pattugliatori e 10 unità contromisure mine più altro naviglio tipo rifornitori d’altura, rimorchiatori, cisterne ecc. La nostra forza lavoro ammonterebbe a 25 milioni 940 mila persone e la nostra marina mercantile disporrebbe di 1430 navi con 9 porti principali.
Qui però cominciano le nostre perplessità in merito ai dati riportati. Per il nostro Paese, infatti tra gli effettivi vengono riportati anche 20 mila uomini della Riserva, ma sappiamo bene che questo numero resta solo sulla carta non essendo ancora entrata in vigore la riforma che prevede l’istituzione di una quota permanente per queste funzioni. Secondariamente, per quanto riguarda i dati della totalità del numero di uomini nelle FFAA, ci risultano, al 2017 secondo le fonti ufficiali del ministero della Difesa, circa 170 mila uomini a fronte dei 287 mila riportati dal sito. Per quanto riguarda le unità navali poi, nel 2017 queste ammontavano, secondo i dati ufficiali della Marina Militare, a 1 portaerei (nave Cavour), 4 navi anfibie (compresa nave Garibaldi) 4 cacciatorpediniere, 12 fregate, 2 corvette, 15 pattugliatori, 8 sommergibili, quindi una leggera discrepanza rispetto all’analisi di Global Firepower. 
Ancora diversi i numeri dell’Aeronautica Militare: solo per la linea di attacco, infatti, ci risulta, come si legge nel Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa recentemente redatto, che i velivoli totali siano 254 (AMX e Tornado) compresi i 16 AV-8B della MM.
Nella stessa classifica troviamo Israele al 16° posto, il Pakistan, potenza nucleare al 17°, la Corea del Nord al 18°, l’Arabia Saudita al 26°, la Svizzera al 34°. Negli ultimi 4 posti ci sono Sierra Leone, Suriname, Liberia e, a chiudere in 136° posizione, il Bhutan.

La Corea del Nord a maggio chiuderà il sito dei test nucleari

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La chiusura di Punggye-ri, nel nordest del Paese, avverrebbe in «forma pubblica», al punto che Kim ha espresso l’esplicito desiderio di un invito esteso ad esperti sulla sicurezza Usa e sudcoreani, nonché ai giornalisti. «Alcuni dicono che stiamo chiudendo il sito non più funzionate, ma voi vedrete che abbiamo due ulteriori tunnel che sono più grandi degli esistenti e che sono in buone condizioni», ha detto Yoon Young-chan, portavoce del presidente Moon Jae-in, in un briefing con i media, riferendo le parole del leader nordcoreano Kim Jong-un durante il summit di venerdì. Quasi 10 giorni fa, al Comitato centrale del Partito dei Lavoratori, Kim annunciò lo stop ai test nucleari e missilistici, e la chiusura di Punggye-ri dove sono stati condotti i sei esperimenti atomici. 

Il primo risale al 9 ottobre del 2006, mentre l’ultimo è del 3 settembre 2017, tanto forte da causare un sisma artificiale di magnitudo 6.3. Si stima che quest’ultimo, oltre a danneggiare irrimediabilmente la struttura, sia stato tra i 70-120 chilotoni, circa 8 volte la bomba sganciata su Hiroshima. 

Con gli Usa, Kim ha detto che non ripeterà «la dolorosa storia della Guerra di Corea» rilevando che «misure concrete sono necessarie per che evitare che qualsiasi confronto militare possa accadere», ha riportato la Yonhap. Al fine di raffreddare in via definitiva le tensioni e di aprire un nuovo capitolo, il prossimo summit tra Kim e il presidente Usa Donald Trump diventa cruciale. «Perché dovrei tenere armi nucleari e vivere in condizioni difficili se invece ci incontriamo spesso con gli americani per costruire la fiducia reciproca e se promettono di mettere fine alla guerra e di non invaderci?», ha aggiunto Kim nel resoconto di Yoon.  

Il Controllo Mentale

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Da https://smormon.wordpress.com

Che cos’è il Controllo Mentale?

Il termine “Controllo Mentale” si riferisce ad un insieme di tecniche manipolative non etiche di persuasione, che vengono adoperate da un individuo o un gruppo per conformare altre persone ai desideri del manipolatore stesso. Chi subisce Il Controllo Mentale non è in pieno controllo della sua mente e questo comprende: Non essere in contatto con i propri sentimenti, non avere la capacità di mettere in discussione e pensare analiticamente, mancanza di libertà di agire in modo indipendente, così come non essere capace di guardare i problemi da diverse prospettive. Nel caso delle sette religiose che operano il controllo mentale, l’identità della persona è profondamente guidata attraverso un insieme di metodi di influenza sociale e di un programma che tende a creare nell’individuo una nuova identità che servirà ad assoggettarlo ad un leader o ideologia di gruppo.
In questo sito viene presentato un modello ben chiaro per determinare se un gruppo di qualsiasi tipo,  applica tecniche di controllo mentale. Questo test si chiama Modello B.I.T.E  ideato da Steven Hassan psicologo di fama internazionale, ex appartenente della chiesa dell’unificazione (Moonies). Il modello delinea una serie di elementi chiave per capire come avviene il controllo mentale. Secondo il modello B.I.T.E., Il controllo Mentale avviene:
Controllando il Comportamento, Le informazioni, i pensieri e le emozioni. (In Inglese Behaviour, Informations, Thoughts, Emotions, B.I.T.E.).
Se anche una sola di queste quattro componenti viene controllata, l’identità di un individuo può essere sistematicamente manipolata e modificata.
Steven Hassan
Steven Hassan
Le tecniche di “controllo mentale” non sono in tutti i casi necessariamente un male. Di solito il termine “controllo mentale” viene usato per descrivere l’influenza sociale immorale e violenta, ma molte delle tecniche che vengono usate da questi gruppi, possono essere utilizzate in maniera etica per promuovere crescita spirituale e personale in positivo. Steven Hassan dice:
“Pregare con una persona ad alta voce e chiedere la benedizione di Dio per aiutarlo direttamente e guidarlo, è più che bene. Pregare con una persona, chiedendo a Dio di non permettere che questa persona faccia l’errore di lasciare la chiesa o il gruppo, per tornare nel mondo di Satana, è immorale.”

Controllo Mentale o Lavaggio di Cervello?

La maggior parte delle persona usa il termine “lavaggio di cervello” per identificare un metodo di controllo mentale, ma esiste una differenza tra lavaggio di cervello e controllo mentale. Le persone che subiscono un lavaggio del cervello sanno in partenza che sono ingannate. Chi subisce il lavaggio del cervello viene fisicamente abusato e torturato e vede sempre gli esecutori come nemici. Le vittime o i loro familiari, vengono continuamente minacciati. In questo modo nella persona che subisce tutto ciò, avviene un cambiamento radicale di pensiero al fine di preservare la sua vita. Succede così che in questo modo diventano dipendenti dal leader del gruppo.
Controllo mentale
 Il controllo mentale invece, è totalmente diverso, è sicuramente un metodo molto più sofisticato. Le persone in questo caso non sanno di essere ingannate a differenza nei casi di lavaggio di cervello. Non c’è nessun abuso fisico o tortura, e di solito il controllo mentale viene fatto da un amico oppure da una figura autorevole che gode di stima. Le vittime del controllo mentale non si sentono in alcun modo minacciate o in pericolo, anzi percepiscono tale manipolazione come un risultato positivo. ma ciò non toglie che anche in questo caso avviene un cambiamento radicale di pensiero che causerà l’inizio di un legame di dipendenza con i leader dell’organizzazione.

Che cos’è una setta distruttiva?

Una setta distruttiva è una struttura autoritaria piramidale con una persona o un gruppo di persone che applicano un controllo dei loro adepti. Essa utilizza l’inganno nel reclutamento di nuovi membri. Per esempio alle persone che si avvicinano all’organizzazione non viene detto in anticipo la vera natura del gruppo, cioè quello che il gruppo crede realmente e ciò che ci si aspetta da loro quando diventeranno membri. Le sette distruttive possono causare nell’individuo danni esistenziali più o meno gravi a seconda delle dottrine insegnate. La chiesa mormone cade come vedremo più avanti, nella categoria di setta distruttiva.
Gerarchia mormone
Le sette non distruttive invece, sono un gruppo di persone che hanno un insieme di credenze e rituali che anche se non sono generalmente accettate da tutti, le persone che ne fanno parte sono in grado di scegliere liberamente di aderire con piena divulgazione della dottrina e pratiche e possono scegliere di dissentire ed allontanarsi dal gruppo senza paura o molestie. Le persone che sono sotto il controllo mentale però, non essendo pienamente in controllo del proprio pensiero analitico, tenderà a visualizzare la sua organizzazione come un gruppo religioso non distruttivo. I mormoni o i testimoni di Geova, ne sono un classico esempio, in quanto si ritengono liberi di credere quello che vogliono ripetendo più volte che “nessuno li tiene con la forza o con l’inganno”.

Le sette distruttive sono tutte di natura religiosa?

No. Oltre a sette religiose, ci sono sette di psicoterapia, sette politiche e commerciali.
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Un altro esempio sono i gruppi terroristici. Mentre in passato, questi gruppi si concentrarono nel reclutamento di persone svantaggiate, come giovani senza educazione scolastica, negli ultimi anni c’è stata una maggiore enfasi sul reclutamento della classe media, universitari e persone colte, tra cui persone sposate con famiglia.
Osama bin Laden e il suo gruppo Al Qaeda per esempio, erano una setta ben finanziata che impiegava tutta una serie di tecniche classiche di controllo mentale nel suo programma di formazione. Gli Attentatori suicidi subiscono un indottrinamento profondo ed intenso. Sappiamo che i loro adepti passano ore in una bara aperta leggendo il Corano. Gli viene detto che essi sono già morti e saranno benvenuti in cielo per le loro gesta eroiche. Come membri di altre sette distruttive, sono programmati a vedere il mondo in bianco o nero demonizzando i loro nemici.

Le sette distruttive sono tutte ugualmente distruttive?

No, ci sono sicuramente grandi differenze tra le diverse organizzazioni. Aum Shinrikyo, il giapponese del “gas nervino” utilizzava reclusione fisica, droghe illegali e forme di tortura. Abbinava tecniche di controllo mentale con tecniche di lavaggio di cervello. Le persone erano costrette a consegnare tutti i loro beni e dovevano allontanarsi dalle loro famiglie e amici. Se i membri cercavano di lasciare il gruppo o ad opporsi al loro leader, venivano minacciati e in alcuni casi uccisi. Questo, ovviamente è un caso estremo di setta distruttiva.

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