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Il vero costo della carne


Di Abigail Geer
Sveliamo i retroscena dei sussidi nel settore agricolo.
Uno dei fattori più importanti che influenzano la produzione alimentare nazionale e mondiale è la quantità di denaro che i governi pagano in sovvenzioni agli agricoltori. Attualmente questo sistema è fortemente sbilanciato verso l'industria degli allevamenti, la zootecnia, rendendo così artificialmente basso il costo della carne.
I soldi delle tasse pagano gli allevatori affinche' usino e abusino degli animali, facendo andare in attivo queste imprese: senza i sussidi, invece, il costo reale della produzione della carne porterebbe queste aziende in perdita netta.
C'è qualcosa che non funziona, se la vita di un pollo è ridotta al cartellino del prezzo e questo prezzo è inferiore a quello di un cestino di fragole: bisogna cominciare a chiedersi come e perché.
Se il governo smettesse di pagare ingenti somme di denaro agli allevatori e redistribuisse questi fondi a coloro che desiderano coltivare frutta, verdura e altri vegetali per il consumo umano, molti dei problemi alimentari del mondo scomparirebbero (e con essi l'impatto negativo sull'ambiente e sulla vita degli animali).

L'Atlante della carne

L'Atlante della carne (Meat Atlas) è uno degli studi più affascinanti sulle industrie agricole mondiali mai pubblicato. Evidenzia quanto denaro viene indirizzato all zootecnia nel mondo, e come questo stia facendo scendere i prezzi della carne ben più di quanto accadrebbe in una economia naturale. Barbara Unmüßig, presidente della Fondazione Heinrich Böll, che ha creato questo dossier, afferma: "In molti paesi, i consumatori sono stufi di essere ingannati dal settore agroalimentare. Invece di utilizzare il denaro pubblico per sovvenzionare allevamenti intensivi - come negli Stati Uniti e nell'Unione Europea - i consumatori vogliono politiche ragionevoli che promuovano una produzione ecologicamente, socialmente ed eticamente sana". Quindi, chi sta beneficiando dei sussidi, e come vengono spesi questi soldi?

Sovvenzioni dirette alla carne

Molti governi sovvenzionano direttamente le imprese di zootecnia pagando gli allevatori per ogni animale che possiedono, fornendo ben il 40 per cento del costo di nuove stalle e sovvenzionando direttamente le imprese di colture foraggere (che rendono i costi dei mangimi animali molto più bassi per gli agricoltori). Le somme di cui stiamo parlando sono shoccanti e "tali sussidi sono spesso distribuiti secondo il motto: più grande è la società, maggiore è il sussidio". Questo significa che ingenti somme di denaro vengono pagate alle grandi multinazionali, aiutandole ad aumentare i loro profitti, mentre allo stesso tempo si condannano sempre più animali alle terribili condizioni di questi allevamenti intensivi.

Immagine: Meat Atlas
Questa immagine mostra le cifre stimate nel Meat Atlas e dimostra esattamente quanto denaro pubblico viene pompato nei diversi settori della zootecnia. Come si puo' vedere, le industrie piu' intensive, per terreno e risorse, hanno richiesto i sussidi più alti a proprio sostegno: il settore bovino ha risucchiato 18 miliardi di dollari, l'industria del latte 15,3 miliardi e l'industria della carne di maiale 7,3 miliardi.
Questi costi si basano solo sui sussidi diretti corrisposti agli agricoltori nei paesi OCSE, per animali e mangimi, e non tengono conto di innumerevoli altri modi in cui le imprese sono indirettamente finanziate, tramite riduzione delle aliquote fiscali, costi assistiti di trasporto e spedizione, e miglioramento delle infrastrutture locali, tutto previsto perché le attività abbiano successo.

I costi ambientali nascosti

Un altro costo nascosto associato alla zootecnia è l'immenso impatto negativo sull'ambiente. Non è un segreto che le Nazioni Unite e altri abbiano ampiamente riconosciuto che le pratiche di allevamento sono responsabili di danni ambientali e distruzione sempre crescenti. Sicuramente se i governi volessero sul serio influire sul cambiamento climatico, esaminerebbero la montagna di prove a sostegno dell'idea che gli allevamenti sono molto più distruttivi e inquinanti delle coltivazionie di cereali, frutta e verdura, e sosterrebbero scelte alimentari più ecocompatibili e sostenibili.

L'alternativa

Le nostre pratiche agricole hanno bisogno di un ripensamento radicale se vogliamo avere una possibilità di creare un sistema alimentare più sostenibile.
Se smettessimo di sovvenzionare un settore crudele e disumano e invece sovvenzionassimo la coltivazione di frutta e verdura, tutti ne raccoglierebbero i benefici. Piuttosto che restare bloccati in un sistema iniquo e ingiusto, che mette barriere tra la gente e la sua capacità di accedere a frutta e verdura fresca, eliminare i sussidi ai prodotti di origine animale potrebbe letteralmente creare una rivoluzione alimentare globale, che potrebbe trasformare le nostre vite, in tutto il mondo.
Fonte:
Abigail Geer, The True Cost of Meat: Demystifying Agricultural Subsidies, Care2, 15 maggio 2014
Traduzione a cura di Teresa Sassani

La mercificazione totale dell’essere umano nella logica del profitto


Ci è capitato nei giorni scorsi di assistere casualmente ad un dialogo tra una dottoressa ed un pensionato del settore pubblico, specifichiamo le professioni in quanto risultano determinanti ai fini della cognizione della situazione. Ebbene, la conversazione ad un certo punto ha assunto una connotazione alquanto macabra nel momento in cui i due soggetti si dichiaravano d’accordo nell’affermare che i bambini concepiti per sbaglio (secondo loro) all’interno di un nucleo famigliare povero, o comunque con mezzi economici non soddisfacenti ai fini del mantenimento, andrebbero semplicemente soppressi mediante l’aborto o, peggio ancora, per mezzo di un’iniezione letale al momento della nascita. Secondo la dottoressa, in quest’ultimo caso, la morte sarebbe immediata e senza sofferenze per il neonato (?).
Vuoi sapere quale sarebbe il motivo che, secondo i soggetti de quo, giustificherebbe tale abominio? Beh, estremamente semplice! I bambini che nascono in famiglie povere graverebbero sul bilancio dello Stato. Pensa a che punto di barbarie è giunto l’Occidente, pensa a quali personaggi siamo costretti a metterci in mano nel momento in cui siamo ricoverati in qualsiasi ospedale. Ora, non vogliamo affermare che tutti i medici la pensino allo stesso modo, ma qualsiasi eccezione confermerebbe la regola. L’individuo moderno, tramite un lavaggio del cervello di decenni non riesce più a discernere tra bene e male, tra giustizia e frode ma semplicemente calcola tutto in base a perdite e profitti.
Le potenze imperialiste dopo aver vinto la seconda guerra mondiale si sono riunite nel 1948 e hanno regalato al mondo quell’accozzaglia di buoni propositi (per non dire di peggio) che è la Dichiarazione Universale dell’Uomo ed oggi più che mai i politicanti si gonfiano il petto quotidianamente parlando dei diritti dell’uomo ai quali hanno aggiunto anche quelli del cittadino. Eppure mai come oggi l’essere umano è trattato come una merce al pari di una cassa di mele o di una vacca.
Infatti viene munto tramite il sistema di schiavitù fiscale con cui lo Stato funge da esattore per conto del sistema bancario proprietario della moneta.
Basta andare a vedere come il governo degli Stati Uniti ottiene denaro in prestito dalla Federal Reserve, semplicemente offrendo i cittadini a garanzia collaterale, compresi i futuri nascituri. Ma lo spiega molto bene la stessa Costituzione italiana specificando nel primo articolo che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Ovvero, vale solo chi lavora, chi produce, infatti per chi è disoccupato non esistono ammortizzatori sociali ed i vecchi vengono retribuiti con pensioni da miserabili financo eliminati a livello animico e sostituiti con ondate di immigrati africani sottomessi e prestanti, a cui montare il giogo.
L’essere umano nella sua interezza non ha più nessun valore, ora siamo solo la materializzazione vivente di profitti e perdite.
Ti avevano detto che ti avrebbero regalato la libertà invece oggi sei una merce, alias uno schiavo.

Globalizzazione e omologazione planetaria nel nome del consumo


Di Diego Fusaro

La globalizzazione consiste non certo in un pacifico universalismo che diffonde la cultura e le tradizioni diverse, ma in una perversa logica di reductio ad unum, con cui la pluralità linguistica e culturale dei popoli viene annientata in nome dell’unico profilo globalizzato del consumatore anglofono e in preda al "cretinismo economico" (Gramsci). Ciò è la negazione perfetta della cultura, dato che quest’ultima esiste solo là dove vi siano almeno due culture che dialogano e si relazionano.


Il dominio dell'ego


Di Alessandro della Ventura
Nonostante la nostra società si professi libera, eguale, democratica, etica, permane continuamente uno spettro che si aggira dentro di noi: l’ego. Ogni giorno ne vediamo testimonianza ovunque volgiamo lo sguardo: nella politica assistiamo all’accaparramento di voti, alla volontà di arricchirsi e di costruirsi una posizione di prestigio a discapito dello svolgimento del proprio ruolo per il bene comune; nella vita di tutti i giorni all’indifferenza generale di fronte alle ingiustizie con la giustificazione che sono questioni che non ci  toccano personalmente; nell’economia allo sfruttamento delle risorse del pianeta del modello capitalistico-consumista, che spazza via qualsiasi barriera si frapponga tra sè e il profitto; nello sport, alla ricerca sfrenata della vittoria, del profitto, al pari di un’impresa, che porta a costituire squadre con individui dalla personalità forte che pensino a vincere e a rubare la scena piuttosto che a creare un’idea, un pensiero comune che possa costituire una squadra veramente unita negli intenti e vincente al di là dei risultati.
Un esempio opposto che può essere illuminante sulla differenza di vedute è entrare in un dōjō di arti marziali. All’inizio di ogni pratica ciò a cui si assiste è il saluto e in questo momento gli allievi sono tutti allineati sulla stessa linea a dimostrazione della comunanza e unità tra tutti i presenti in quell’esperienza. Non si può contare sul fatto di imporre il proprio volere ma si deve avere la capacità di bypassare l’ego e di entrare in un flusso condiviso. Qualcuno potrebbe voler sottolineare come ci siano differenze dovute ai vari gradi (dan, molto spesso simboleggiati da varie cinture) da allievo in allievo ma questo non ha nulla a che vedere con la volontà di dare sfoggio del proprio ego ma con la necessità di attribuire ad ognuno di noi un vissuto, un’esperienza di vita diversa, e ciò non vuol dire che ognuno di noi è distaccato dagli altri. Anzi la varietà di personalità ed esperienza può permetterci di fare dono agli altri di ciò che abbiamo appreso nel nostro percorso e questo è il più grande atto di superamento del nostro ego.
Un’esperienza di questo tipo evidenzia come l’Oriente abbia una concezione totalmente diversa rispetto alla nostra riguardo all’ego e alla mente. Mentre secondo la visione occidentale queste hanno il primato su tutto il resto, lì sono un ostacolo al raggiungimento della consapevolezza della nostra essenza. Ecco perchè nell’approcciarsi alle discipline orientali non si può fare affidamento all’io, alla mente ma ci si deve affidare ad un’intuizione innata in noi che trascende la razionalità. Nella filosofia Zen c’è un termine preciso per esprimere lo stato di svuotamento del sè (mu-shin, non mente) e da questo deriva anche l’atteggiamento di avvicinarsi all’esistente senza alcuno spirito di profitto personale (mu-sho-toku, luogo di non profitto).
Dall’altra parte l’originaria visione occidentale di stampo greco, caratterizzata da un preciso senso del limite, della misura nelle cose (metriwths) e dal rispetto profondo verso di esse e verso la comunità è stata travisata attraverso un lungo percorso nel corso della storia che ha portato al totale distaccamento dalla realtà onnicomprensiva in direzione di un progressivo spostamento di prospettiva all’uomo inteso come individuo.
Il primo fondamentale punto di svolta viene raggiunto con Lutero. Il protestantesimo, da tentativo di ristabilire un rapporto più autentico con Dio, segna il culmine di quel processo di traslazione del rapporto con l’esistente in virtù di una ridefinizione della centralità dell’individuo singolo. Viene quindi meno il rapporto con la comunità poichè l’unico rapporto veramente significativo è quello Io/Tu tra l’uomo e Dio, l’unico interlocutore a cui rivolgersi per raggiungere la salvezza e l’appagamento dei nostri desideri.
Una rimarcazione ancora più netta del soggetto avverrà con Descartes. L’uomo assume una posizione privilegiata rispetto all’esistente, diventa soggetto assoluto poichè dotato di razionalità e quindi in grado di disporre e di definire l’esistente secondo ragione (cogito ergo sum). E nel momento in cui la soggettività si assolutizza ciò che mi è posto davanti, ciò che è altro da me, è insubordinato a oggetto, su cui posso imporre la mia volontà. Questo processo viene ulteriormente portato avanti con la “rivoluzione copernicana” di Kant: così come è la Terra che gira intorno al Sole e non viceversa, è l’uomo a dovere essere il fulcro intorno a cui gira ogni cosa. L’attenzione va portata all’uomo e alle sue modalità di catalogare la realtà ma in questo modo si finisce sempre per acuire il predominio e la volontà dell’uno sull’altro senza che si “lasci pervenire in vista l’Essere” (Heidegger) e il legame profondo tra l’uomo e tutto ciò che lo circonda. E questo percorso non ha fatto altro che persistere nella rivalutazione dell’individuo e del potere intrinseco nella sua capacità di giudizio autonomo fino ai giorni nostri.
Riprendendo Heidegger il nostro tempo è contrassegnato dal “dominio della tecnica” e questa non è altro che il dominio del soggetto sull’esistente, la volontà di imbrigliarlo secondo le proprie necessità. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta da fare se vogliamo costruire un mondo giusto, equilibrato, civile? Lasciare il mondo in mano all’individuo, alla sua unica volontà di soddisfare i propri bisogni personali senza minimamente prendere in considerazione l’interesse comune? Stiamo costruendo un mondo freddo, indifferente, senza alcuno sguardo a chi ci circonda, in cui la competizione la fa da padrone. Basti pensare al mondo della scuola. Dal momento in cui entrano in questa istituzione i ragazzi sono indottrinati a pensare che l’unico obiettivo è quello di dare il meglio di sè anche se questo vorrebbe dire sopravanzare e primeggiare sugli altri. E’ veramente l’educazione che vogliamo dare alla generazioni future questa? Forse sarebbe meglio pensare ad un approccio alla realtà alla stregua di una cordata che sta scalando all’unisono la stessa montagna. Siamo tutti legati e se qualcuno dovesse rimanere indietro dobbiamo essere in grado di rallentare e rimetterci tutti allo stesso passo dal momento che se cade uno cadiamo tutti.
La celebre citazione di Hobbes “homo homini lupus” è solo lo specchio della società che noi stessi abbiamo creato ma se ci risvegliassimo e capissimo che la nostra vera natura non è affatto egoistica ma empatica, affettiva, altruista avremmo già compiuto un passo fondamentale per superare quell’ostacolo dell’io anche perchè come disse il Buddha “la felicità non diminuisce coll’essere condivisa”.

Per un cambio di paradigma nell'urbanistica: fare nuovamente della città un posto vivibile!



Creare un approccio diverso alla città, una progettazione alternativa che implichi un cambio di paradigma dei modelli in questo settore. Il fatto stesso di voler sostituire l'individuo al centro della città, dandogli la possibilità di vivere pienamente l'ambiente urbano, è una dichiarazione di guerra ai principi vigenti . L'individuo è condannato nel sistema attuale di isolamento della sua piccola sfera privata. Per far sì che la città diventi di nuovo una parte della vita, è necessario guidare la pianificazione di una ricerca di armonia che comprende le interazioni che si presentano all'interno di essa. Si inizia restituendo allo spazio collettivo la sua dimensione pubblica, vale a dire il suo ruolo come luogo di convivialità e di scambio per l'intera comunità. Un approccio che permette di rinnovare i legami sociali e di solidarietà. Lo spazio non sarebbe più arbitrariamente colpito da speculatori immobiliari o da scelte politiche arbitrarie. Un' urbanistica alternativa sarebbe basata sulla partecipazione attiva dei cittadini alle scelte sulle loro aree di abitazione. Come si è visto, la critica della pianificazione urbana porta ad una critica radicale della società. Solo un grande cambiamento renderà possibile reinventare la città.




Ma da dove cominciare? Negli anni '70, Michel Ragon, architetto libertario, aveva rilanciato l'idea di uno sviluppo dello spazio urbano progettato da coloro che erano destinati a viverci. Storicamente, l'architettura è stata appannaggio del principe. I principi che ci governano non fanno eccezione alla regola e, anche se diciamo di essere in democrazia, il suffragio universale non esiste per l'architettura. Si teme che gli utenti dell'architettura mostrino un gusto peggiore degli specialisti? La cosa sembra difficile quando contempliamo ciò che i nostri architetti ci hanno dato in 25 anni. Sembra impossibile che gli utenti fanno di peggio ... ".

Gli ex luoghi della vita collettiva urbana (strade, piazze, parchi) e nuovi (sportivi o spazi per il tempo libero) devono avere un ruolo unificante e di comunità. Le vecchie forme di socialità sono state abolite dalla modernità, e non possono essere artificialmente resuscitate. Pertanto, non possiamo rivivere le attività tradizionali o le feste popolari senza alcun significato per la maggioranza della popolazione.



Se si desidera consentire una riappropriazione dello spazio pubblico da parte del popolo, è anche necessario rimuovere i grandi progetti urbani ereditati dalle menti militari e totalitarie. Resta inteso che è nel groviglio che la vita è nata. Il caos apparente è lo scooter che permette di vagare ed esplorare atmosfere diverse. L'igienizzante ed eccessiva razionalizzazione degli spazi urbani non sono necessariamente sinonimi di miglioramento della qualità della vita.

Il concetto di ecologia urbana proposto da Michel de Sablet,  illumina bene il tessuto relazionale   per consentire lo sviluppo della vita urbana. Da un'osservazione accurata, porta linee di pensiero e di azioni che possono alimentare le decisioni collettive. E afferma il duplice ruolo dell'ecologia urbana:

- Rendere lo spazio pubblico urbano il luogo essenziale della socialità urbana, compensazione anziché isolamento di ciascuno in una serie di "bolle" o scatole architettoniche previste per specifici utilizzi .

- Ricerca di nuovi tipi di attrezzature e disposizioni in grado di generare comportamenti più vari e suscettibili di soddisfare le aspirazioni urbane del XXI secolo ".



Questo obiettivo sarà raggiunto da un duplice approccio nato da ciò che l'autore chiama lo "studio comportamentale applicata urbano". Si tratta di osservare il comportamento degli utenti in spazi pubblici per un po', e trarre insegnamenti abbastanza empirici per trovare nuove forme di organizzazione che generano la più grande ricchezza di possibili comportamenti. Essa conduce a studiare le tendenze, nuove aspirazioni che portano a pensare ad altri tipi di relazioni, luoghi e le operazioni tra i dispositivi e questo suggerisce la città.

Questa riappropriazione razionale del corso prevede l'inclusione di aspetti artistici e tecnici. "Una città vivibile è una città bellissima." Per lui è necessario integrare la modernità con questo approccio: "Non è ovviamente rimuovendo il computer, la televisione o l'auto per tornare a un periodo d'oro  ... che ha in realtà non è mai esistito. In alcuni casi ci può essere qualche abuso di potere al loro posto (automobile a scapito dei mezzi pubblici, in bicicletta, pedoni, ecc. Centri commerciali in scatole isolate e fuori il centro a scapito di altre forme relazionali più commerciali , ...). " Seguendo questa logica, dice che non si tratta di difendere la piccola impresa contro i terribili centri commerciali, ma per vedere in quali tipi di relazioni con lo spazio urbano o destinazioni commerciali non sono favorevoli alla vita migliore urbano.




Più in generale, dobbiamo permettere la congestione delle città. Questo semplice adattamento di decentramento nostre operazioni. Lo sviluppo delle reti di città di medie dimensioni, l'isolamento delle aree rurali e la creazione di cluster economici basati su micro-imprese sono tracce da seguire.

Si richiede anche che la volontà politica sostituirà la rappresentanza ufficiale di burocrati e tecnocrati. La crisi delle città ha evidenziato la necessità di una "nuova cittadinanza" più amichevole e viva del suo simulacro attuale, una società in frantumi. Questo gruppo di comunità fraterna e appagante è un desiderio largamente sentito. Si tratta di una responsabilità civica diretta e immediata che solo la democrazia diretta a livello locale può portare.

Traduzione di Salvatore Santoru

Fonte:http://rebellion.hautetfort.com/archive/2014/06/24/un-urbanisme-alternatif-rendre-les-villes-de-nouveau-vivable-5397362.html

La classifica dei vegetali che ci donano la salute


Di Davide Mantovani
Che mangiare la verdura fa bene sarà ormai chiaro a tutti, lo diceva anche Braccio di Ferro, ma quali sono i vegetali che ci proteggono dalle malattie?
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I ricercatori della William Paterson University di Wayne (New Jesey) hanno classificato i frutti e le verdure che hanno il più alto potere protettivo sulle malattie attualmente più diffuse come le patologie neurodegenerative, quelle cardiovascolari e il cancro.
La classifica è stata validata dai Centers of disease control and prevention degli Stati Uniti ed è stata pubblicata sul Preventing Chronic Disease; lo studio si basa sull’indice di densità nutritiva calcolato sul rapporto fra la percentuale dei nutrienti protettivi contenuti negli alimenti e il loro contenuto calorico su 100 grammi.
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I vegetali che hanno superato la prova salute sono 41, ma i primi 5 sono:
1. Il crescione, pianta molto aromatica di colore verde, ha un sapore acidulo e piccante, ricco di vitamine e sali minerali, aiuta a disintossicarsi da fumo e smog; è un diuretico naturale, ha proprietà digestive e viene spesso consigliato a chi soffre di ritenzione idrica e ipertensione.
2. Il cavolo cinese, ricco di vitamina C e A, sali minerali, acido folico e potassio, è ottimo sia crudo che cotto.
3. La bietola, verdura ricca di vitamine,fibre, acido folico e sali minerali; si può consumare tutta la pianta incluso le foglie e il gambo, ma le foglie esteriori contengono la quantità maggiore di vitamine e carotene.
4. Barbabietole verdi, contenenti vitamina A e C, fibre, ferro, potassio, sodio e che come tutti i tipi di barbabietola contengono antiossidanti, acido ossalico e nitrati.
5. Spinaci, che contengono acido folico e sono tra gli ortaggi con il più alto contenuto di ferro.
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La ricerca è stata effettuata su vegetali crudi, dimostrando quindi l’importanza di un’alimentazione in cui la frutta e le verdure vengono consumati bilanciando i cibi cotti con quelli crudi; naturalmente non va nemmeno dimenticata l’importanza di seguire il più possibile la stagionalità, e di cercare di mantenere un’alimentazione varia.
Non ci rimane che augurare a tutti buon appetito e buona salute.


Selfie col morto… nuova moda di una umanità malata!

La foto dell'articolo sul New York Times
La foto dell’articolo sul New York Times

 Di Massimo Rodolfi
Lunedì scorso, il 23 giugno del 2014, mi stavo imbarcando su di un volo della Lufthansa, in partenza da Francoforte per Oslo. Nell’organizzatissimo scalo tedesco, strano a dirsi, di fianco al banco del gate d’imbarco, c’era un fornitissimo scaffale, pieno di quotidiani di varie nazioni, esclusa l’Italia, ovviamente.
Bé, mi dico, dai che così faccio un po’ pratica d’inglese, e via che mi prendo una copia dell’International New York Times, e procedo con l’imbarco. Appena salito a bordo, apro il mio giornale ed ecco che, tra un fondo su Cameron contro Bruxelles, e una foto a mezza pagina dell’Armata del Mahdi in Iraq, ecco che distrattamente vedo una foto che attira la mia attenzione.
Sulle prime fatico a comprendere, ma c’è qualcosa che non mi torna, poi leggo e rileggo il titolo Rite of the sitting dead: Poses mimic life, e alla fine, agghiacciato comprendo, è la foto di una famigliola che si fa riprendere, si fa il selfie, assieme ad un suo congiunto appena deceduto, vestito da pugile sul ring. In un fumetto si direbbe: Gasp!!
Allora leggo l’articolo, e scopro che c’è questa Funeral Home di New Orleans, che organizza servizi funebri, nei quali il defunto è vestito e posizionato su richiesta, in una posa a lui cara, o cara ai suoi congiunti, che poi si fanno anche fotografare assieme alla salma, così ‘confezionata’.
Continuando l’articolo si scopre che questa macabra abitudine va avanti almeno dal 1984, dal funerale di un certo William Stokes jr di Chicago. Inoltre, pare che anche a San Juan di Portorico, questa moda abbia preso piede.
Ecco quindi che abbiamo la casalinga che si fa ritrarre da morta tra i fornelli, quell’altra che si fa posizionare, così come ha passato gran parte della sua vita, con una lattina della sua birra preferita in una mano e la sigaretta al mentolo nell’altra. Per finire magari con quello che si fa ritrarre vestito da Che Guevara, col sigaro in mano e seduto all’indiana.
Capisco che la morte abbia sempre suscitato nell’essere umano sentimenti contrastanti e paure, ma credo che questa moda sia un altro bel segno dei tempi. Di tempi in cui la nostra umanità è andata a farsi fottere da un pezzo.
Ognuno, ovviamente, è libero di comportarsi e di pensare, nella propria vita, e nella propria morte, quello che vuole, ma anch’io… e io penso che dovremmo riavvicinarci a noi stessi, affrontando la nostra umanità per quello che è, una bellissima transizione, su di un pianeta che sarebbe bellissimo, se noi non lo distruggessimo.
Penso anche che la morte sia solo un’illusione, anche se ovviamente, non posso pretendere che lo pensino tutti, però, ragazzi, un po’ di equilibrio anche nei confronti di questo passaggio ci vorrebbe.
Mia nonna, che non era nota per la sua fede religiosa, amava comunque, saggiamente, ripetere che morire è un lavoro che vuol fatto, prima o dopo. Ovviamente, quelli che si staranno toccando, proprio in questo momento, penseranno ‘meglio dopo’, ma per dirla con Epicuro: ‘Quando c’è la morte non ci siamo noi, e quando ci siamo noi non c’è la morte’.
Se volete saperne di più andate all’articolo on line del New York Times

Il calcio come "oppio dei popoli" moderno



Di Guillaume Faye


In questo periodo di "Mondiali" sembra che nemmeno una guerra nucleare possa distrarre il pubblico così affascinato dalle partite di calcio che si giocano in Brasile.
Ogni notte in città, le strade sono vuote e si può sentire le urla degli spettatori incollati allo spettacolo di 22 ragazzi inseguendo una palla. Nei caffè, non c'è una conversazione che  non si concentra sul calcio.
La passione popolare per lo sport è antica, risalente ai primi del Novecento, ma è dagli anni '60 che il calcio è cambiato in natura, diventando un'alienazione collettiva. E 'vero che "l'interesse per il calcio" può essere un modo di socialità,stimolante la conversazione. Ma, come questione di dibattito, è piuttosto scarsa.Stiamo parlando di che cosa? Parliamo di calcio perché non c'è niente da dire.
Il calcio ha ben poco a che fare con lo sport, è diventato il primo spettacolo internazionale e un business globale opaco. Il sociologo e il  politologo del calcio Pascal Boniface ha sottolineato che il risultato di una squadra "nazionale" potrebbe influire sulla morale di una nazione e quindi, per esempio, sulla sua salute economica. E 'stato colpito da una certa scena surreale girata con compiacenza: François Hollande che ha invitato un centinaio di persone in una sala dell'Eliseo dotata di uno schermo gigante per non so che match tra la Francia e l'altra squadra con studiosi impegnati a commentare sul gioco. Lo scopo di questo esercizio era ovviamente quello di verificare la sua popolarità. 
Il calcio ha questa caratteristica di abbattere le preoccupazioni collettive. Nessun'altra attività combina questa insignificanza. Possiamo parlare di stupore collettivo soprattutto quando le figuraedi supporto vengono analizzate La metà dei "tifosi" non è caratterizzata infatti, dopo tutte le indagini sociologiche, da un' alto livello di originalità o intelligenza. Per la prova, basta guardare i gruppi di fan urlanti che si muovono per le strade, sventolando come tanti feticci le bandiere del loro club o la bandiera  della "nazionale".Quando non si scontrano negli stadi, spesso si scontrano anche fuori, a volte fatalmente.
Traduzione e adattamento di Salvatore Santoru

I costi delle guerre imperialiste USA e i suoi beneficiari


Di James Petras*

Ci sono due principali beneficiari delle grandi guerre lanciate dal governo degli Stati Uniti: uno interno e uno esterno. I tre principali produttori di armi nazionali, Lockheed Martin (LMT), Northrop Grumman (NOG) e Raytheon (RTN) hanno consegnato rendimenti record ai loro investitori, ad amministratori delegati e banche d'investimento negli ultimi dieci anni e mezzo.


 Il regime israeliano è il schiacciante beneficiario estero delle guerre, grazie alle quali ha allargato il suo territorio attraverso la spoliazione dei palestinesi e posizionandosi come potenza egemone regionale. Israele ha beneficiato dall'invasione statunitense che ha distrutto l'Iraq, un importante alleato dei palestinesi; l'invasione ha fornito copertura per l'espansione massiccia dei coloni israeliani nei territori palestinesi occupati. Nel corso della sua invasione e occupazione,  Washington  ha sistematicamente distrutto le infrastrutture civili e militari, la società e lo Stato iracheno. In questo modo, l'occupazione statunitense ha rimosso uno dei principali rivali regionali di Israele.


In termini di costo per gli Stati Uniti, centinaia di migliaia di soldati che avevano prestato servizio nelle zone di guerra hanno subito danni fisici e mentali gravi, mentre migliaia sono morti direttamente o indirettamente attraverso un' epidemia di suicidi soldati. L'invasione e l'occupazione dell'Iraq è costata migliaia di miliardi di dollari per gli Stati Uniti. Nonostante gli enormi costi per popolo statunitense, il complesso militare-industriale e la configurazione di potere pro-Israele continuano a mantenere il governo degli Stati Uniti su una economia di guerra - minando la rete nazionale di sicurezza sociale e il tenore di vita di molti milioni di persone.
Nessuna pacifica attività economica può arrivare agli immensi profitti di cui gode il complesso militare-industriale in guerra.


 Questa potente lobby continua a premere per nuove guerre per sostenere l'enorme budget  del Pentagono. Per quanto riguarda la configurazione del potere pro-Israele, eventuali negoziati di pace in Medio Oriente avrebbero fatto terminare gli accaparramenti di terre, ridotto o limitato nuovi trasferimenti di armi e minato i pretesti per sanzionare o attaccare paesi, come l'Iran, che risulta come ostacolo della "Grande Israele", senza eguali nella regione.
I costi di quasi 15 anni di guerra pesano fortemente sul Tesoro e sull'elettorato statunitense. 


Le guerre sono state tristi fallimenti, se non vere e proprie sconfitte. Nuovi conflitti settari sono emersi in Siria, Iraq e, ora, Ucraina - opportunità per l'industria delle armi degli Stati Uniti e la lobby sionista per rendere ancora maggiori profitti e ottenere più potere.
Il continuo prolungarsi delle guerre e dei loro costi, rendono il lancio di nuovi interventi militari più difficile per i militaristi statunitensi e israeliani. L'opinione pubblica statunitense esprime un diffuso malcontento per il peso delle recenti guerre passate e dimostra ancora meno stomaco per nuove guerre di profitto del complesso militare-industriale e per rafforzare ulteriormente Israele.

* James Petras, professore emerito di sociologia all’università Binghamton di New York, è autore di numerosi libri incentrati principalmente sulle questioni politiche dell'America Latina e del Medio Oriente, e sulla politica internazionale in generale.

Traduzione di Salvatore Santoru

Tutto è mercificato:anche la scuola


Di Diego Fusaro

Nella "notte del mondo" (Heidegger) propria del fanatismo dell’economia, tutto è ridotto al rito del consumo e dello scambio, alla fanatica liturgia della circolazione senza misura. Non vi si sottrae nemmeno più la scuola. Valutati secondo un demenziale sistema di “debiti” e “crediti”, gli studenti delle scuole secondarie sono oggi ministerialmente definiti “consumatori di formazione”; i presidi sono sviliti a managers d’azienda, e la lingua greca è sostituita da una orwelliana neo-lingua, l’inglese non di Wilde e di Shakespeare, ma dello spread e della spending review. Ciò segnala l’avvenuta riduzione, in forma compiuta, dell’umano a merce, della nuda vita a funzione variabile della logica mercatistica. Mai prima d’oggi la forma merce si era elevata a mezzo di comunicazione totale di una cultura.

Fonte:https://www.facebook.com/diegofusarofilosofo/posts/409741555833759?fref=nf

Secondo Dick Cheney ci sarà un attentato di gran lunga peggiore del 9/11 entro la fine del decennio


Di Salvatore Santoru

Come riportato in un articolo del Daily Mail del 25 giugno, l'ex vicepresidente statunitense Dick Cheney ha affermato che molto probabilmente ci sarà un'attacco terroristico di gran lunga peggiore rispetto a quello dell'11 settembre 2001.

Precisamente le parole di Cheney sono state: "Penso che ci sarà un altro attacco. E la prossima volta credo che sarà ben più letale dell'ultima. Immaginate cosa sarebbe se qualcuno riuscisse a portare nel paese una testata atomica, la mettesse dentro un container e la portasse sin alle porte di Washington".



Queste parole pronunciate da Cheney risultano assai inquietanti, visto anche il personaggio da cui derivano.

Personaggio che anche Richard Clarke,principale consigliere anti-terrorismo sotto l'amministrazione Bush, ha definito come "criminale di guerra".




Inoltre bisogna ricordare che Cheney, vicepresidente durante gli attacchi dell'11 settembre, è anche un membro di spicco del PNAC, il famigerato gruppo di potere base del movimento neocons.

Questo gruppo è noto per aver redatto nel 2000 il documento Rebuilding America's Defenses, in cui si auspicava una "nuova Pearl Harbor" da usare come casus belli per giustificare la politica imperialista statunitense nel Medio Oriente.



Nel 2007 in un'intervista per l'emittente televisiva "Democracy Now" l'ex generale Wesley Clark  citando questo documento, rivelò che la guerra in Iraq era stata pianificata, così come altri conflitti, dall'Afghanistan sino alla Libia e all'Iran.




Pe chi vuole saperne di più sul ruolo del PNAC e i collegamenti con i tragici fatti del 9/11, rimando a un mio articolo del 7 giugno, intitolato "Il PNAC, l'11 settembre 2001 e il Nuovo Ordine Mondiale".



Tenendo presente che gli attacchi dell'11 settembre secondo molti ricercatori non furono altro che delle operazioni false flag, forse si dovrebbero prendere in seria considerazione le parole di Cheney, e intenderle anche come una seria minaccia per il popolo statunitense, sperando che questa volta i progetti sinistri di certi personaggi e gruppi di potere non raggiungano il proprio obiettivo, come è stato per il 9/11, e si riesca a fermarli il prima possibile.

Il significato del simbolo della pace e l'alfabeto runico




Di Salvatore Santoru

Come è noto il simbolo della pace fu ideato nel 1958 dal disegnatore e attivista politico Gerald Holtom, in occasione della marcia Aldermaston per il disarmo nucleare.

Come riportato da Wikipedia,in una lettera indirizzata al redattore di Peace News Hugh Brock,lo stesso Holtom spiegò di aver realizzato il simbolo quando si trovava in uno stato di estrema disperazione.
Disse: "Ero in uno stato di disperazione. Profonda disperazione. Ho disegnato me stesso:la rappresentazione di un individuo disperato, con le palme delle mani allargate all'infuori e verso il basso, alla maniera del contadino di Goya davanti al plotone d'esecuzione. Ho dato al disegno la forma di una linea e ci ho fatto un cerchio intorno".



Erroneamente la paternità del disegno è stata attribuita a Bertland Russell, errore probabilmente derivato dal fatto che lo stesso Russell era presidente della campagna per il disarmo nucleare, per cui il simbolo fu disegnato.

Tornando al simbolo, secondo quanto scritto in un interessante articolo riportato su Visione Alchemica del blogger Carlo Brevi di "Santaruina.it", sostanzialmente il simbolo ideato da Holtom risulta praticamente identico alla runa Yr, che non è altro che il rovescio della runa "Algiz".

Questa è Algiz:





Questa è Yr:






Bisogna tenere presente che, come scritto su Wikipedia,Yr fa parte dell'alfabeto runico moderno, in uso a partire dal IX secolo, e si può considerare anche come un mero rovesciamento di Algiz.



Si può anche segnalare che secondo alcune tradizioni spirituali e esoteriche l'utilizzo al contrario di simboli spirituali potrebbe presentare caratteristiche negative, anche se ovviamente, in questo caso come in altri, si tratta di supposizioni, e stando al simbolo della pace il contrario della runa "Algiz"(che simboleggia vitalismo,forza interiore,difesa e protezione) potrebbe essere sia di passività,impotenza ma anche della quiete e comunque non necessariamente di valori negativi dal punto di vista culturale (tenendo anche conto del fatto che il vitalismo e/o la cosiddetta "volontà di potenza", per quanto valore "funzionale" dal punto di vista naturale, assume significati negativi in quello culturale quando viene usato per finalità conflittuali e in questo modo il significato dell'attuale simbolo della pace si potrebbe anche capire meglio).

Comunque sia, è interessante anche notare che anche il simbolo dell'arcobaleno nella bandiera della pace risulta rovesciato.



Difatti l'arcobaleno in natura è così:



Questa è la tabella di Wikipedia a riguardo:


Rosso
Arancio
Giallo
Verde
Blu
Indaco
Violetto


Comunque sia, un simbolo della pace alternativo e magari da abbinare a quello tradizionale, potrebbe essere così:



Così:

O così :

yckeGXBdi

Oppure, per essere equilibrati:



L'Italia è uscita dal mondiale, e chi se ne frega !

Di Marcello Veneziani
Suvvia, che sarà mai un mondiale di calcio? Questa depressione nazionale per la brutta avventura brasiliana, questa metafora dell'Italia che finisce e si rispecchia nella sconfitta nel calcio, quella struggente nostalgia per la Nazionale di una volta...
Da bambino crebbi col mito rovesciato della Corea, che ci buttò fuori dai mondiali in Inghilterra, e poi ho visto una dozzina di campionati mondiali. Be', un paio furono gloriosi, un altro paio dignitosi, ma i due terzi si conclusero male, maluccio e malaccio. In un mare di polemiche. La Nazionale ha generato più illusioni e delusioni che trionfi e vittorie. Guardo il calcio come un ex tossicodipendente o un alcolista rinsavito. Un tempo amavo il calcio più di me stesso, sapevo del calcio più che della mia famiglia, deliravo e pativo. Ma uscii dal tunnel assai presto. Ora faccio parte di quei telepatrioti che vedono solo le partite della Nazionale.
Ho visto giocare nomi a me ignoti, mi divertiva scoprire che un calciatore si chiamava Immobile e alla fine fu più fedele al cognome che al ruolo. E mi impressionava vedere Massimo Cacciari in campo che lo chiamavano Pirlo. Il cronista non era Carosio né Martellini, e nemmeno quello nuovo, Pizzul, ma uno col tono fisso del rimprovero... Per il resto che noia, che brutto, che palle, in senso calcistico s'intende. Ora finiamola con la tragedia nazionale, abbiamo già troppi guai veri per piangere pure d'Uruguay. E dopo Prandelli? Ma che domanda, Renzi, l'acchiappatutto. Se Napolitano non lo morde sul colle...

Titolo originale: "Che palle lo psicodramma Nazionale"

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