Quei misteri dietro la morte di Thomas Sankara

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Di Daniele Bellocchio
”Ho preso la decisione che tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il regime di Sankara e dopo il suo assassinio, … coperti dal segreto nazionale siano declassificati e consultati in risposta alle richieste della giustizia burkinabé”. Queste sono state le parole che il Presidente francese Emmanuel Macron ha pronunciato il 28 novembre davanti agli studenti dell’ateneo di Ouagadougou. Parole che hanno una rilevanza politica e storica notevole.
Desecretare i documenti riguardanti l’assassinio di Thomas Sankara vuol dire impegnarsi a far emergere la verità su un avvenimento brutale della storia recente del continente africano, macchiato di prepotenza, viltà e cinismo. Un episodio che ha spezzato utopie che si trasformavano in fatti per una parte dell’Africa di fine ‘900, e che sino ad oggi è rimasto protetto da una cortina di omertà e paura indotti dal potere di quello che è stato per 27 anni il presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré e dei suoi alleati internazionali.
Quest’anno sono 30 anni esatti che il padre della ”terra degli uomini integri”, il Burkina Faso, è stato ucciso. E per comprendere l’importanza delle parole di Macron oggi, occorre calarsi, trattenendo il fiato come in un’apnea della storia, nel racconto di chi fu Thomas Sankara, e del suo sogno interrotto, in fondo a una canna di mitra, il 15 ottobre del 1987.
È giovedì 15 ottobre 1987, il governo del Paese che da tre anni, in sfregio al passato coloniale e in punta di orgoglio di un panafricanismo urlato in faccia ai grandi del globo, non si chiama più Alto Volta ma Burkina Faso, è presieduto da Thomas Sankara. Lui ha voluto chiamare così la sua terra, fondendo le due lingue del Paese in un neologismo di lirismo identitario senza precursori e successori. Burkina, in lingua moré infatti vuol dire ”uomini di valore”, Faso in dioula significa Patria e già questo forse è un punto di partenza comprendere l’uomo Sankara.
Sono le 16 del pomeriggio del 15 ottobre nella capitale Ouagadougou e in programma per il pomeriggio ci sono tre riunioni speciali per il gabinetto di governo. Alle 16.30 il Presidente, a bordo di una Peugeot 205 nera si dirige alla sede del CNR, il Consiglio Nazionale della Rivoluzione, ma dopo pochi minuti che la seduta ha inizio ecco un rumore improvviso. Rumore di mezzi in avvicinamento, macchine o camion, non si sa. Il rumore si fa sempre più intenso e poi repentino al posto del singhiozzo delle vecchie Reanult ecco il più sordo crepitio delle raffiche di mitra. Uomini armati sparano contro l’edificio, hanno fucili d’assalto, armi leggere e granate. Sankara esce mani in alto e viene freddato da una raffica, e insieme a lui vengono uccisi altri 12 ufficiali e membri del governo: (Noufou Sawadogo, Amadé Sawadogo, Abdoulaye Guem, Der Somda, Wallilaye Ouédraogo, Emmanuel Bationo, Paténema Soré, Frédéric Kiemdé, Bonaventure Compaoré, Paulin Bamouni, Christophe Saba, Sibiri Zagré ).
Questa è la ricostruzione, stando a quanto riportato da Sennen Andriamirado nel suo libro Il s’appelait Sankara, dell’omicidio di Sankara. Ci sono però anche altre versioni sulla sua morte: c’è chi dice che l’agguato avvenne mentre il Presidente si trovava in macchina e che poi lui e i suoi uomini cercarono riparo all’interno dell’edificio, come sostiene Jean Ziengler ne La vittoria dei vinti o c’è chi afferma invece che venne ucciso mentre era a bordo della vettura. Versione contrastanti ma negli anni, le indagini hanno però concordato nel riconoscere in Blaise Compaore, amico e compagno d’armi di Sankara e poi leader del Paese alla sua morte per 27 anni, e nei suoi alleati internazionali, i mandanti e pianificatori dell’uccisione del padre della Patria burkinabé.
Per capire però, come mai ancor oggi, sia viva e penetrante la volontà di far luce su questo omicidio soprattutto nella gioventù africana, non a caso Macron ha voluto annunciare il suo impegno di contribuire a far chiarezza sulla morte dell’ex presidente proprio all’interno dell’università della capitale del Burkina Faso, ecco allora che è necessario fare un ulteriore passo indietro e scoprire la vita di Thomas Sankara.
Nato nel 1949 nell’ex colonia francese dell’Alto Volta Sankara era figlio di un militare che aveva servito nell’esercito francese durante la seconda guerra mondiale. La famiglia permette al ragazzo di intraprendere prima gli studi e poi la carriera militare. Ma l’anno di svolta nella vita di Sankara è il 1976 quando viene assegnato al centro militare di Po dove ha inizio il suo percorso politico. Oltre ad addestrare i militari, il futuro leader della nazione si preoccupa di creare dei soldati cittadini che infatti si impegnano, sotto la sua guida, a svolgere servizi di pubblica utilità come scavare pozzi e occuparsi del rimboschimento.
È amato dai suoi uomini e la popolarità di questo ufficiale col basco rosso e la passione per la musica inizia a contagiare un ampio strato della popolazione. Il Paese però è sconvolto da due colpi di Stato nel 1980 e nel 1982, e Sankara diviene primo ministro durante l’esecutivo di Ouèdrago che poi però nell’83, vista la popolarità acquisita dal capitano e le sue posizioni radicali a favore dei movimenti terzomondisti, decide di farlo arrestare.
Ma questa mossa ha l’effetto contrario, ovvero quello di dar vita alla rivoluzione sankarista: la gente si riversa nelle strade a manifestare a favore di Thomas, i militari che supportano il loro capitano escono dalle caserme e si oppongono al regime, ed è così che il 4 agosto 1983, Thomas Sankara diviene lui il Presidente alla guida della nazione.
Il Paese che Sankara eredita è soffocato da una situazione economica disastrosa. Da decenni la crescita del Pil è solo del 2% l’anno mentre il servizio sul debito aumenta del 25% da più di 5 anni e così incominciano le riforme radicali. Innanzitutto vengono costituiti il Consiglio Nazionale della Rivoluzione e i Comitati per la difesa della Rivoluzione col compito di estendere ad ampi strati della popolazione il potere decisionale. Poi viene attuata una riforma agraria che porta a un aumento della produzione dei cereali del 50%, così come quella del cotone e Sankara rende manifesto il suo obiettivo: rendere i paesi dell’Africa autonomi dagli aiuti internazionali e dimostrare al mondo che anche gli stati più indigenti sono capaci di uscire da soli dalla miseria facendo leva su: un’agricoltura in grado di soddisfare tutti, un industria capace di produrre i beni di prima necessità e riducendo le spese superflue. Ed è così che ai ministri viene imposto di rinunciare alle Mercedes a vantaggio di meno costose Renault 5, la cittadinanza viene sensibilizza in merito alle questioni ambientali e vengono rimboscate diverse aree del Paese per combattere la desertificazione. Ma non finisce qua l’opera di Sankara che mette tra le sue priorità la battaglia per l’alfabetizzazione: in soli tre anni il tasso di scolarizzazione aumenta dell’8%, conduce una campagna di vaccinazione dei bambini che porta a un crollo dei tassi di mortalità infantile e si batte per i diritti delle donne inserendo diverse figure femminili all’interno dell’esecutivo.
In politica estera appoggia i movimenti di liberazione saharawi e della Palestina e non nasconde le sue simpatie per i sandinisti in Nicaragua e per la Cuba di Fidel Castro e, ovviamente, stringe legami con i paesi progressisti del continente africano. Invece non ha ottimi rapporti con l’Unione Sovietica che considera una realtà che vuol fare dell’Africa un nuovo terreno di penetrazione e conquista. Pessime le relazioni con alcune figure di spicco del Fondo Monteraio Internazionale, con gli Usa, con la Francia di Mitterrand, con la costa d’Avorio di Houphouët-Boigny , principale alleato di Parigi in Africa occidentale e la cui figlia diventerà la moglie di Blaise Compaore, si sbriciolano i legami con Gheddafi e nega ogni sostengo al war lord liberiano Charles Taylor ma soprattutto per Sankara il nemico dell’Africa è il debito pubblico. “Vorrei dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito… Questo per evitare che ci facciamo assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo si rifiuta di pagare il debito, io non sarò presente alla prossima conferenza”. Queste parole pronunciate alla conferenza dell’ Organizzazione per l’Unità Africana in cui invitava i suoi omologhi a sottrarsi al pagamento del debito, molti le ritengono il suo testamento e la sua condanna di morte.
Sankara due mesi dopo infatti viene ucciso, il potere passa nelle mani del suo braccio destro, e presunto responsabile dell’assassinio, Blaise Compaore e durante i 27 anni di governo di quest’ultimo parlare del padre degli uomini integri è tabù, tanto che nell’87 l’omicidio di Sankara venne archiviato con la dicitura: morte naturale.
In Burkina Faso però dal 2014, quando una primavera burkinabè e due tentati golpe hanno portato alla fuga di Compaore in Costa d’Avorio, i tempi sono cambiati. E’ iniziato infatti un periodo di transizione democratico. Nel marzo del 2015 è stata avviata un’inchiesta sulla morte di Thomas Sankara, il corpo del capitano è stato riesumato e l’autopsia ha accertato che il presidente è stato crivellato di colpi e inoltre sono stati emessi due mandati di arresto per Blaise Compaore, sempre rifugiato in Costa d’Avorio e suo fratello Francois tra i primi indiziati per la morte di un altro uomo illustre burkinabé: il giornalista Norbert Zongo.
E a tutto ciò, ovviamente, vanno aggiunte le dichiarazioni di Macron che il mondo africano spera siano decisive per la scrittura finale del capitolo riguardante la storia del capitano Sankara. Un epilogo che permetta di fare giustizia, affermare la verità e far emergere le responsabilità in merito alla morte di colui che è stato ribattezzato il Che Guevara d’Africa, ma che in realtà non ha bisogno di tardive e nostalgiche comparazioni: fu Thomas Sankara, e basta.

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