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Come leggere il pensiero, secondo le neuroscienze


Di Federica Sgorbissa*

Lo stato dell’arte delle ricerche su decodifica del pensiero e telepatia
Nel 1995, in Strange days, Kathryn Bigelow immaginava un futuro in cui memorie e pensieri possono essere registrati, venduti e comprati come fossero dei video. Nel film uno stralunato Ralph Fiennes interpreta Lenny Nero, una sorta di “spacciatore di ricordi” che sviluppa una dipendenza dal suo stesso “prodotto”.





 Un racconto simile l’aveva girato qualche anno prima Wim Wenders in Fino alla fine del mondo, dove Henry, interpretato da Max Von Sydow, è uno scienziato che resta intrappolato nelle sue ricerche, vittima, al pari di Lenny, del consumo compulsivo dei sogni altrui. Curiosamente, entrambi i film sono ambientati alla fine del 1999, con una differenza sostanziale: Strange days si spinge un po’ più avanti nell’immaginazione tecnologica e così, mentre Henry si limita a vedere i sogni su uno schermo, come fossero film, Lenny non solo può archiviare le esperienze in una sorta di minidisc, ma rivive queste registrazioni direttamente nel proprio cervello grazie allo SQUID, una specie di Playstation per ricordi.
Nonostante la visionarietà di Bigelow e Wenders, il capodanno del 2000 è passato senza la nascita di nessuna tecnologia simile. A distanza di vent’anni, tuttavia, si stanno effettivamente ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain. Fra gli scienziati più attivi e ottimisti c’è Moran Cerf, professore della Kellogg School of Management della Northwestern University, imprenditore high-tech e consulente scientifico di Hollywood (oltre che ex-hacker). “Con l’elettroencefalografia oggi si possono avere decodifiche anche molto precise, usando dispositivi indossabili e non invasivi”, dice Cerf a il Tascabile.
Quando parliamo di decodifica del pensiero, intendiamo che è possibile usare la semplice informazione sull’attivazione dei neuroni nelle varie zone del cervello per “capire” a cosa sta pensando in quel preciso momento la persona. La macchina può comunicarcelo attraverso concetti (parole, testo scritto…) o pescando da un archivio di immagini per tentare di riprodurre l’oggetto del pensiero.
Negli ultimi anni si stanno ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain.
“Il problema sono i costi”, puntualizza. ”I macchinari più sofisticati con tanti elettrodi costano diverse centinaia di migliaia di dollari e solo pochi laboratori li possiedono. Dobbiamo tuttavia essere pronti all’entrata di questa nuova tecnologia nella nostra vita quotidiana”.
Il futuro è in effetti pieno di promesse, tenuto anche conto che il grosso degli avanzamenti nel campo sono avvenuti in meno di dieci anni. “Nel 2010”, spiega Cerf, “sono stato frainteso da un giornalista della BBC che ha scritto che gli avevo detto che già allora eravamo in grado registrare pensieri e sogni e proiettarli su uno schermo. La notizia ha fatto il giro del mondo in un attimo, è mi ha creato qualche imbarazzo, perché non era affatto vero. Non avevo mai detto una cosa del genere”.
“Era una possibilità sì, ma piuttosto remota in quel momento”, spiega oggi. “Eppure solo qualche anno dopo due gruppi diversi lo hanno fatto davvero”. Cerf si riferisce a due lavori che hanno segnato una svolta decisiva nel campo. Il primo, pubblicato su Current Biology, è del 2011. A guardarle, le immagini prodotte dal team dell’Università di Berkeley responsabile del paper sembrano davvero oniriche: una serie di clip di persone che parlano, scene da documentari e video musicali, filmati di aerei in volo e frame dei videogame. In realtà non sono letture di sogni e nemmeno ricordi: sono la ricostruzione di quanto i soggetti osservavano nelle sessioni sperimentali, mentre la loro attività cerebrale veniva registrata con la risonanza magnetica. Detto in altre parole: i soggetti guardavano dei video, ma la macchina no. La macchina “osservava” solo l’attivazione delle aree visive degli spettatori, e da quella costruiva un nuovo filmato che poi, confrontato con quello originale, gli assomigliava molto.
Il secondo lavoro citato è invece una ricerca giapponese del 2013. Pubblicato su Science, ha restituito una visualizzazione dei sogni di alcuni individui, ossia un rendering per immagini – come se potessimo guardare la bozza di un filmato di quanto la persona sta sognando – che aveva molti punti in comune con i racconti fatti dalle persone al risveglio.
Cerf spiega a grandi linee come funziona la metodologia generale per decodificare pensieri, sogni e ricordi. Si possono usare essenzialmente tre metodi per registrare il segnale: l’elettroencefalografia (EEG), con elettrodi posti sullo scalpo che rilevano l’attività elettrica sottostante, la risonanza magnetica funzionale che monitora l’alterazione di campi magnetici legata all’attività cerebrale e la registrazione intracranica su singoli neuroni, che fa lo stesso dell’EEG ma con maggiore precisione e all’interno del cranio. Le prime due sono non-invasive, cioè si avvalgono di supporti esterni alla testa. “La terza tecnica, quella che uso io, è la più precisa ma è estremamente invasiva e si applica solo alle persone in procinto di essere operate al cervello”. In questi casi l’inserimento di elettrodi direttamente nella corteccia ha addirittura funzioni protettive per i pazienti. Nei giorni prima dell’intervento si procede infatti a mappare la posizione esatta delle funzioni cognitive più importanti, così da essere sicuri di non danneggiarle durante l’operazione. In quei momenti tipicamente si possono effettuare anche registrazioni utili per la ricerca.
L’altra grande differenza di impostazione, continua Cerf, è nella zona del cervello che si prendono in considerazione. “Se intendiamo i pensieri come immagini, allora andremo a mettere gli elettrodi nella zona occipitale del cranio, dove stanno le aree visive. In questo modo si riesce a sapere cosa il soggetto sta vedendo, immaginando, o sognando nel senso visivo più stretto”.
Possiamo scoprire per esempio che il soggetto sta pensando a ”una donna con un vestito rosso che sta in piedi”. Non sappiamo però nulla di chi sia questa donna. Gli studi di Cerf invece si focalizzano sul significato dei pensieri. “Usiamo elettrodi nella parte centrale del cervello e decodifichiamo il contenuto semantico di pensieri e ricordi”. Con questo approccio si può dunque sapere se effettivamente il soggetto sta pensando alla madre (o al padre, ai figli…), ma non sappiamo se questa sta indossando un vestito rosso o blu, se sta in piedi o seduta, ecc. “L’ideale nel futuro sarà fare una sintesi di questi due approcci”.
“Nella procedura c’è una parte iniziale molto lunga e pure un po’ noiosa”, continua Cerf. “In realtà i nostri soggetti sono contenti di partecipare agli esperimenti, perché comunque prima di un’operazione passano tanto tempo con gli elettrodi in testa e non possono muoversi dal letto. Per cui parlare con noi è un bel diversivo”.
Per decodificare pensieri, sogni e ricordi si possono usare essenzialmente tre metodi: l’elettroencefalografia, la risonanza magnetica funzionale e la registrazione intracranica su singoli neuroni.
“Si fanno vedere al paziente migliaia di immagini e si registra l’attività cerebrale corrispondente. Gli algoritmi imparano ad associare un’attività elettrica tipica agli stimoli. Tante più volte vengono presentati, tanto più alta sarà la risoluzione che avremo nella decodifica”. La macchina così costruisce una sorta di alfabeto che verrà poi richiamato nella fase di ricostruzione dei pensieri.
Le aspettative sugli sviluppi futuri di queste tecnologie sono tante, forse però nei prossimi anni il “tasso di novità” potrebbe rallentare un po’. “Ora come ora, dopo un periodo di grandi avanzamenti che hanno suscitato molto entusiasmo, siamo una fase di piccoli passi, mirati soprattutto a migliorare gli aspetti tecnici, per ottenere registrazioni migliori, meno invasive, meno costose”, ammette Cerf.
Torniamo a Strange Days. Lo SQUID di Lenny Reno decodificava e registrava le esperienze soggettive, come la tecnologia descritta da Cerf, ma poi le trasmetteva anche direttamente al cervello dei fruitori. Questo oggi sembra ancora un obiettivo piuttosto lontano: la comunicazione  machine-to-brain e brain-to-brain è ancora tutti gli effetti di un campo decisamente pionieristico.
“Leggere il pensiero è la parte facile”, spiega a il Tascabile Andrea Stocco, professore dell’Università di Washington, a Seattle, dove è co-direttore del Cognition and Cortical Dynamics Laboratory. “È inserire segnali nel cervello che è complicato”. Il lavoro di Stocco si focalizza proprio sulla trasmissione brain-to-brain. Di recente con il suo team ha fatto giocare tre persone, distanti fra loro e collegate solo attraverso i cervelli, a una sorta di Tetris partecipativo telepatico (trovate il paper su Scientific Reports).
Ci sono innanzitutto limiti tecnologici. “Dico sempre ai miei studenti che è come se dovessimo fare neurochirurgia con una pietra molto affilata: in certi casi lo puoi fare, però non è la situazione ideale”, spiega Stocco. “EEG e risonanza magnetica si sono molto evolute nel corso degli anni, ma le tecniche di stimolazione non invasive, come quella magnetica, sono rimaste agli anni Ottanta”. La stimolazione magnetica transcranica è una metodologia per alterare l’attività in zone specifiche della corteccia, ponendo potenti magneti sullo scalpo. Può venire usata anche a scopi terapeutici, ed è rimasta essenzialmente la stessa da quando è stata inventata. E difficilmente si vedranno grossi cambiamenti in futuro: “ci saranno sì e no una dozzina di laboratori che la usano per studi sulla trasmissione del pensiero, e non è una massa critica sufficiente a far evolvere il campo”.
Le difficoltà non finiscono qui: “quando lavori all’inverso, devi sapere cosa succede nel momento in cui stimoli una parte del cervello. Spesso le conseguenze sono strane. Mandi il segnale in un punto e regioni completamente diverse da quelle che ti aspetti cominciano ad attivarsi”. “Per questo”, commenta, “è importantissimo avere dei modelli solidi, detti forward, ad avanzamento, che prevedano la reazione alla stimolazione”.
“Una cosa che mi ha sempre stupito è che osservando l’attività del cervello in molti casi è estremamente semplice capire che tipo di esperienza sta provando il soggetto. Se per esempio gli toccano il braccio, la parte di corteccia corrispondente all’esperienza tattile si accende. Se però stimoli elettricamente quella stessa area, non succede niente, ci abbiamo provato per anni”.  Questo accade perché la sensazione fisica soggettiva è qualcosa che dipende anche dall’integrazione con tante altre aree che vengono stimolate nella stesso momento. Nonostante i limiti, Stocco è riuscito a ottenere risultati incoraggianti, uno dei più recenti è proprio la partita a Tetris telepatico citata sopra.
Anche nella trasmissione brain-to-brain la fase di training è cruciale. La prima parte del processo è identica a quella già descritta per la decodifica, perché anche qui serve che la macchina che impari a comprendere quello che il soggetto “trasmettitore” sta pensando.
È nella fase successiva che si evidenziano le peculiarità del processo di trasmissione. La macchina trasforma quanto decodificato in un segnale che viene inviato al cervello del ricevente con la stimolazione magnetica. L’alterazione dell’attività elettrica della corteccia provoca delle percezioni nel ricevente, la cui natura dipende dalla zona stimolata. È il soggetto stesso a imparare a interpretare il significato di queste percezioni illusorie. “È  una specie di codice Morse”, precisa Stocco. In genere il segnale viene inviato alle aree visive, per cui il risultato è un’immagine illusoria. Per dare un’idea, assomiglia un po’ un po’ ai cosiddetti fosfeni che appaiono a chi soffre di emicrania con aura. “In tutto e per tutto sono delle allucinazioni visive: è il cervello che cerca di dare un senso a degli impulsi che sono assolutamente diversi da quelli che vengono dagli occhi. Ognuno vede cose diverse: sfere galleggianti, forme geometriche. Io vedo delle linee per esempio “.
Negli esperimenti del Tetris telepatico una persona controllava con il pensiero la posizione e l’orientamento di un tassello, basandosi sul feedback di altri due partecipanti anche questo inviato direttamente via-cervello. “Abbiamo immaginato questo scenario realistico dove una persona deve fare un sondaggio tra gli altri partecipanti per decidere se deve girare o no un pezzo del Tetris. Mentre il gioco si svolgeva i due che non avevano il controllo del pezzo vedevano il gioco in diretta e potevano mandare segnali dicendo ‘no, no, devi girare…’, ‘resta esattamente così’ e via dicendo”. L’accuratezza nel posizionare il tassello in ciascuna sessione superava l’80%.
Le applicazione commerciali saranno pervasive: dall’industria del gaming o dello spettacolo, fino all’ambito medico.
Con la stimolazione magnetica si può agire anche su altre parti del cervello, con risultati molto diversi. Stimolando la corteccia motoria per esempio si può letteralmente prendere il controllo del corpo di qualcuno senza che questa persona possa farci niente.
“La prima volta che abbiamo fatto l’esperimento sapevamo esattamente la zona che corrisponde a ciascuna delle quattro dita, quindi volendo qualcuno poteva farmi suonare il piano a mia insaputa”, spiega Stocco che come si sarà capito spesso fa da cavia per i suoi stessi esperimenti. “Prova e riprova, calibra e ricalibra, alla fine c’era questa cuffia da nuoto con marcate esattamente le posizioni per ciascuna delle mie quattro dita”, scherza. “Si tratta di centinaia di ore spese in training per avere questa precisione”.
C’è un aspetto paradossale di tutta questa tecnologia, ed è Stocco stesso ad ammetterlo. Noi possediamo già in maniera “naturale” la capacità di leggere i pensieri degli altri: “è il linguaggio, non solo quello parlato, ma anche tutto quello che veicoliamo attraverso espressioni, posture e tutta la componente non verbale della comunicazione”. A questo serve il linguaggio: comprendere pensieri, emozioni e intenzioni altrui e trasmettere le nostre, a distanza, a chi ci sta davanti, e in un certo senso, quindi, tutta questa tecnologia sta facendo il giro per tornare la punto di partenza. Naturalmente con il linguaggio possiamo mentire, nascondere i nostri veri pensieri. Mentre la tecnologia, per esempio, può essere utilizzata per aggirare le bugie.
I risvolti etici non saranno banali, c’è da aspettarsi che questo sia uno dei grandi temi di dibattito pubblico nei prossimi anni, se queste tecnologie continueranno a svilupparsi. “Per questo è importante comunicare con il pubblico, farle conoscere”, mi dice Cerf. Ci sono tanti modi in cui questi dispositivi di lettura della mente potranno venir utilizzati: “le applicazione commerciali saranno pervasive. Immaginiamo cosa può fare l’industria del gaming o dello spettacolo. Ma pensiamo anche in ambito medico: sarà possibile non solo prevedere alcune malattie neurologiche con diagnosi precoci – alterazioni del pensiero possono essere una spia d’allarme molto importante, ma a volte non si riescono a rilevare coi metodi tradizionali –, ma anche aiutare le persone impossibilitate , in coma, con paralisi estese, ma anche semplicemente sotto shock, a essere capiti dall’esterno”.

* Laureata in psicologia sperimentale e ha un dottorato in scienze cognitive. Ha diretto la rivista online OggiScienza. È giornalista scientifica freelance e scrive principalmente per le riviste Mente e Cervello e Le Scienze (L’Espresso).

Il mistero dell'altruismo


Di Pierluigi Fagan
La biologia evolutiva è una disciplina che discende da i due ambiti teorici, quello biologico da una parte, quello della teoria dell’evoluzione dall’altra. Questo secondo viene storicamente prima del primo, nel senso che le conoscenze concrete di biologia al tempo in cui Darwin scrisse l’Origine (1859), non erano sviluppate. Addirittura Darwin non conosceva neanche le teorie di Mendel che pure erano a lui coeve e senz’altro non poteva conoscere tutti i successivi raggiungimenti culminati poi nella scoperta del DNA (1953).

Tutto questo sviluppo quindi, è sorto dandosi come limiti insuperabili la teoria dell’evoluzione data come caposaldo teorico generale, inviolabile.
In più, va notato che la versione data di “teoria dell’evoluzione” è solo in parte derivata dall’Origine di Darwin poiché per buona altra parte si è invece basata sulle interpretazioni date all’Origine. Di queste, la più influente è stata quella del filosofo H. Spencer, sociologo con chiari fini politici. Si noti la struttura di questa storia che è del tutto simile al rapporto tra Marx, testi di Marx e marxismo.
Il canone del darwinismo è stato compendiato in una costruzione teorica che si chiama “Sintesi moderna”. Questa teoria maggiore, presuppone in accordo alle interpretazioni di Spencer (non di Darwin), che l’uomo sia un animale individualista, egoista, competitivo. Del resto l’inglese Spencer culmina l’antica tradizione che partiva da Hobbes e quindi siamo in pieno canone anglosassone. Adam Smith, per dire, era invece scozzese e fintanto rimase in vita, lui ed i suoi contemporanei credevano che il suo opus magnum non fosse come riteniamo noi la Ricchezza delle nazioni (1776) ma la Teoria dei sentimenti morali (1759), opera basata sul concetto di “simpatia umana” che è poi molto simile a quella che noi oggi chiamiamo “empatia”, che ovviamente è ben più in armonia con concetto di altruismo.

Ai darwinisti anglosassoni che dominano l’interpretazione della teoria dell’evoluzione a tutt’oggi, interpretazione saldata nell’idm con l’antropologia profonda, certa sociologia, certa teoria economica e quindi certa teoria politica, non risulta quindi che l’uomo o qualsiasi animale, abbia potuto sviluppare oltretutto a base genetica, una qualche propensione all’altruismo, tant’è che tutt’oggi, scrivono libri in cui facendo spericolati esercizi di logica apparente, cercano di darne una qualche spiegazione. Definito quindi l’altruismo un “mistero”, finiscono in quei libri col sostenere che in realtà è una forma mascherata di egoismo genetico. Cosa non si fa pur di difendere il proprio paradigma!
Non c’è alcun mistero nell’altruismo che fa parte della dotazione caratteriale di molti animali e dell’uomo assieme all’egoismo. Il vaglio adattivo che i darwinisti chiamano per amore delle drammatizzazioni “selezione naturale”, agisce su geni, genomi, individui, gruppi, intere specie. A livello di individui e gruppi, agisce su entrambi. Molte specie hanno sviluppato strategie adattive gruppali, dette con scivolamento antropomorfico “sociali” (la società umana non è la società delle api, è una falsa analogia). Lo hanno fatto perché “l’unione fa la forza”, per cui i gruppi hanno più facoltà adattive dei singoli ed i singoli più che alla natura si adattano quindi ai gruppi e per adattarti ai gruppi, se sei asociale sei tendenzialmente dis-adatto. A meno tu non faccia parte di una intera società di disturbati sociali quali sono in genere quelle degli anglosassoni.

Ecco allora che ieri, un gigante nero di origini africane pagato da una squadra posseduta da cinesi che lo hanno pagato la bellezza di 80 milioni di euro, un bomber in gara per la classifica individuale di chi segna più gol e quindi deputato a battere i calci di rigore, inaspettatamente lascia l’onore di tirare un rigore ad un ragazzino di 17 anni di Castellamare di Stabia, attaccante anch’egli, al suo esordio in serie A. Il ragazzino ha poi fatto gol ed è andato a piangere tra le braccia della mamma a bordo campo. Tutto ciò un neo-darwinista non può accettarlo, spiegarlo, giustificarlo. L’intelligenza sociale del gigante nero non è nei parametri della teoria, sebbene lo sia appieno nei parametri dell’effettiva evoluzione di molte specie animali, l'umana in particolare.
Capirete bene allora che razza di problema sia la concezione dell’uomo che domina la nostra immagine di mondo dominata dagli anglosassoni?

[Nella foto, il gigante nero già pronto a battere il rigore lancia la palla al ragazzino invitandolo a prendersi ònere ed onore perché una riserva felice fa la squadra più forte ed anche un campione da 80 milioni di euro, dipende dalla forza generale del gruppo in cui opera]

Cos'è il Maladaptive Daydreaming o Disturbo da Fantasia Compulsiva


Di Valeria Franco

Per alcuni di noi la fantasia è una trappola.

Alcuni di noi elaborano nella mente complicate vite parallele, ricche di dettagli e sentimenti tanto da sembrare vere.

Le vivono con più passione e intensità della vita reale. Sono come alcolisti che dispongono di quantità illimitate di alcolici, ovunque ci troviamo. Quando escono dalle loro fantasie si sentono frustrati, persi, colpevoli, depressi.

Sono i Maladaptive Daydreamers (fantasticatori compulsivi).
C'è un nome per tutto questo: disturbo da fantasia compulsiva, o maladaptive daydreaming (in breve MDD), termine coniato dal Dottor Eli Somer dell'università di Haifa in Israele, massimo esperto mondiale del disturbo, che ne ha dato la seguente definizione:

"Il Maladaptive Daydreaming è una estesa attività della fantasia che sostituisce l'interazione umana e/o interferisce con il normale funzionamento accademico, professionale, interpersonale. "

Il disturbo da fantasia compulsiva non ha a che vedere con i normali "sogni ad occhi aperti" che occasionalmente occorrono a tutte le persone per pianificare o pregustare una situazione futura. Non ha nemmeno a che fare con le fantasie erotiche, altrettanto normali e diffuse in tutta la popolazione.

Il maladaptive daydreaming colpisce una piccola percentuale della popolazione ed è solitamente accompagnato da altri disturbi della psiche quali ansia e depressione. E' una condizione molto seria, addirittura invalidante, perché "ruba" la vita di coloro che ne soffrono, che si definiscono maladaptive daydreamers o  fantasticatori compulsivi.

Sfortunatamente si tratta di un disturbo che è stato studiato solo di recente ed è praticamente quasi sconosciuto. E' sconosciuto persino per la maggior parte degli esperti, psichiatri, psicologi, psicoterapeuti.

FONTE: https://www.maladaptivedaydreamingitalia.com/cos-%C3%A8-il-mdd/

La Legge Di Risonanza: Il Simile Attrae Il Simile


La Legge di Risonanza è certamente una delle Leggi Universali più interessanti, ma allo stesso tempo, tra le meno indagate dall’essere umano.
Nonostante molte persone non la conoscano, questa Legge resta immutabile, imparziale, e agisce sempre, indipendentemente dal fatto che ne siamo consapevoli o meno. 


È presente nell’Universo intero e nel Tutto ed è alla base del nostro mondo fisico.
Per capire come funziona questa legge, dobbiamo prima sapere che il nostro corpo non è altro che energia, questa stessa energia viene trasmessa con una certa frequenza vibratoria, pertanto bisogna accettare il fatto che tutti noi emaniamo frequenze vibratorie in continuazione! Del resto tutto l’Universo e lo stesso nostro pianeta Terra, sono costituiti da vibrazioni energetiche.
Come ho già detto, noi tutti (nessuno escluso) emettiamo delle vibrazioni nello spazio che ci circonda, anche attraverso i pensieri, le emozioni, gli stati d’animo; tutto emette di continuo una vibrazione. Ed è a questo punto che entra in gioco la Legge di Risonanza, in quanto ogni vibrazione non fa altro che attrarre verso di noisituazioni e persone che hanno la stessa frequenza vibratoria. Il concetto, per semplificarlo, lo si può paragonare ad una radio impostata a ricevere in frequenza FM, la stessa non riceverà del segnale in AM, proprio per la legge di risonanza.
Questa legge fa sì che nella nostra vita (anche in questo momento) ci circondiamo di ciò di cui abbiamo bisognoper evolverci nel nostro cammino evolutivo. Se il nostro mondo esteriore fa schifo, è perché molto probabilmente risuoniamo da schifo. Quindi non deve sembrare paradossale pensare che abbiamo richiamato noi un partner che non amiamo e/o un lavoro che non ci piace; perché la legge di risonanza non sbaglia maiNoi attiriamo inconsciamente ciò che è utile per ampliare la nostra coscienza, e nella misura in cui noi ci evolviamo interiormente, cambiano anche le persone e le situazioni che attiriamo a noi dall’esterno.

SULLO “STATO DI SOGNO” E (ALCUNE) SUE POSSIBILITA’


Di Gianluca Marletta

Per capire la realtà del sogno, é necessario innanzitutto distinguere lo stato di “sonno profondo” (dove l’essere è riassorbito in uno stato che non ha più alcun collegamento con la coscienza individuale – stato di cui non ci occuperemo in questa sede) da quello di “sogno” propriamente detto.
In senso stretto, il sogno è in realtà lo stato in cui l’essere – abbandonata ma non del tutto la manifestazione grossolana e corporea (permane infatti quella che la Bibbia chiama la “corda aurea” che collega anima e corpo) – si ritrova nella dimensione psichica, animica e sottile. La complessità dello stato sottile o animico é tale che non può in alcun modo essere affrontata in questa sede (Cfr. René Guenon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Cap. XIII); ma proprio tale complessità rende ragione dell’immensa vastità e della differente natura di ciò che, nel linguaggio profano, è semplicemente definito come “sogno”.
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Innanzitutto, l’essere riassorbiti nello “stato sottile” che la condizione di sogno implica, rappresenta pur sempre – e almeno in una certa misura – un affrancamento dai limiti corporei: per questa ragione, in tale modalità, “può capitare” anche involontariamente che l’essere “spazi” in condizioni e “luoghi” (intendendo il termine in senso simbolico) normalmente preclusi nello stato di veglia. 
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Ancor più interessante è l’analogia tra il SOGNO E LA MORTE (non è solo una “metafora poetica”, come immaginano gli esegeti profani, l’espressione del Cristo che indica i morti come “addormentati”). Immediatamente dopo il trapasso, infatti, la maggior parte degli individui giungono proprio in quella dimensione intermedia (l’Ade o lo Sheol degli antichi o della Bibbia) che è propriamente lo stato sottile (Taijasa nella Tradizione Indù). Questo, per inciso, implica anche che certi “incontri” con individui trapassati che possono avvenire in sogno siano (a volte) cose molto più “reali” di quanto si immagini (come testimoniato in tutte le Tradizioni spirituali – Cfr. I Racconti del Pellegrino Russo…), proprio perché la comunicazione tra due esseri è possibile solo ritrovandosi in uno stesso stato o modalità. Non è un caso che nella tradizione classica le Due Porte dei sogni fossero collocate proprio …all’ingresso dell’Ade.

3 Verità che vengono alla luce quando espandi la tua Coscienza


Il viaggio verso l’illuminazione inizia spostando la visione all’interno di sé e per ricordarci questo, c’è un proverbio africano che afferma: “Quando non c’è nessun nemico all’interno, i nemici fuori non possono toccarti”.
1. La scoperta della Luce
Come tutti noi ormai, abbiamo appreso, il modo in cui vediamo il mondo che ci circonda è una proiezione del nostro mondo interiore e perciò la nostra ricerca di felicità, illuminazione e soddisfazione dovrebbe consistere, soprattutto, nel riempire noi stessi di luce e amore.


Purtroppo però, come meccanismo di difesa, cerchiamo di evitare il lavoro interiore che consiste nell’essere coscienti delle proprie ombre, nel riconoscerle e trovare con esse una sorta di “collaborazione”. La nuova spiritualità, spesso, tende a concentrarsi troppo sugli aspetti dell’amore e della luce; quando cerchiamo di raggiungere questa luce, c’è infatti il serio rischio di perdersi in aspettative che non si potranno mai realizzare.
Il punto è che noi siamo già luce… luce che non può essere trovata in nessun altro posto al di fuori di noi stessi. Per questo motivo, possiamo solo aumentare la nostra consapevolezza, espandendo la nostra coscienza. La consapevolezza è come un campo di energia.
“La consapevolezza è nel tuo intero essere, la consapevolezza di sé è come una luce dentro, non immaginare che la luce sia diversa dalla consapevolezza. Luce e consapevolezza sono la stessa cosa”. (Mai Agate Valjataga).
2. Riconnettersi alla Coscienza dell’Unità
“Tutto è Uno” e noi siamo un tutto con quell’Uno. Siamo tutti connessi e ogni uomo e donna sono nostri fratelli e nostre sorelle. Questa non è religione, questa è scienza.L’intero universo è creazione in ogni momento. La moltiplicazione delle cellule, la rigenerazione, la morte e la rinascita. Quando creiamo la vita, stiamo creando un universo di cellule con una propria e unica coscienza, non importa quanto piccola. La nostra anima è una scintilla nel cielo notturno.
“Ogni essere umano sa tutto, perché tutto ciò che è necessario conoscere è contenuto nella memoria delle sue cellule e nel campo quantistico a punto zero. L’unico problema è che dobbiamo ancora scoprire come leggere quel campo”. (Mai Agate Valjataga, Kreet Rosin)
3. L’Immortalità dell’Anima
Una volta, si credeva che una persona non potesse essere veramente considerata un’anima incarnata, fino a quando non dimostrava compassione pura e genuina per gli altri. La parola compassione, sembra semplice e comune, ma al contrario di quanto sembri, non è sempre facile raggiungere e sostenere una prospettiva così elevata.
Mettiamo l’ego da parte ed eleviamo noi stessi ad un livello di comprensione che vede ogni essere come un bambino. Vale a dire: siamo tutti infanti nell’universo. Un’anima che ha trovato la luce dentro, risiede ormai nel non giudizio, nella comprensione e nell’amore incondizionato.

Il potere curativo delle parole affettuose


Il linguaggio emotivo è un modo di esprimere sentimenti ed emozioni, oltre a essere un canale di connessione con l’altro.
In molte occasioni, per capirsi nelle relazioni interpersonali è sufficiente un’espressione d’affetto, emotiva, con sentimento o, in altre parole, mostrare cosa abbiamo dentro.

Il mondo degli affetti

Gli affetti sono sentimenti espressi a parole, ma anche con un linguaggio non verbaleTramite le parole e i gesti, gli affetti sono sempre accompagnati dalle emozioni, quelle emozioni che donano valore alle parole affettuose.

Possiamo definire “affetto” tutte quelle espressioni che dimostrano all’altro come ci sentiamo quando si è insieme, ma anche lontani, oppure i desideri che abbiamo verso di lui/lei.
Ed è proprio l’esprimere l’affetto a stabilire il carattere della relazione, la sua profondità e l’importanza che ha per entrambe le persone coinvolte.


Le relazioni affettive

Senza dubbio non ci è stato insegnato a comunicare in questo modo, e spesso non facciamo uso di questa comunicazione affettiva perché non la consideriamo importante, anche se, in realtà, è fondamentale per le relazioni umane.
Usare parole affettuose nelle relazioni le carica di sentimento, anima, desiderio, contenuto e senso, poiché qualsiasi altro tipo di comunicazione, per quanto interessante, non ci segna emotivamente.

La difficoltà dell’esprimere affetto

Quando proviamo qualcosa per qualcuno, glielo facciamo sapere, cerchiamo di rendere la relazione diversa e speciale.
Tuttavia, ci risulta difficile, strano, ridicolo e persino insolito farlo, poiché, spesso, ci hanno insegnato a non mostrare ciò che “abbiamo dentro” e a nascondere i nostri sentimenti. Ci è stato detto che è segno di debolezza e sofferenza.
Si tratta, quindi, di una difficoltà basata su un’idea sbagliata di “durezza emotiva” e sulla mancanza di “educazione emotiva”, tramite la quale ci avrebbero dovuto insegnare a esprimere gli affetti e a gestire le nostre emozioni.

Il dolore di non esprimersi

Proprio a causa del fatto che non ci è stato insegnato e alle convinzioni sbagliate, di solito ci mostriamo forti, insensibili e ignoriamo i nostri sentimenti perché pensiamo che, in questo modo, ci esporremo meno al dolore e alla sofferenza che può causarci.
Nonostante ciò, la realtà umana è ben diversa, poiché il dolore è proprio ciò che sentiamo quando non esprimiamo ciò che proviamo o quando non ci viene comunicato.

Il potere delle parole affettuose

Se ci venisse insegnato a usare le parole affettuose, sin dall’infanziasapremmo quanto sono potenti, sia ascoltandole sia a dicendole. Hanno il potere di mostrare il nostro Io interiore e stabilire un legame con l’Io interiore dell’altro.
Se chiudiamo gli occhi e sentiamo un:
  • “Ti voglio bene”
  • “Ti amo”
  • “Mi sento speciale quando sono con te”
  • “Sono felice accanto a te”
  • “Sei la persona più speciale che conosca”
  • “Sto bene quando mi ascolti”
  • “Mi sento importante quando ti ascolto”
  • “Sono contento di averti conosciuto”
  • “Sono in pace quando sono accanto a te”
  • “Voglio continuare a starti accanto”
  • “Voglio sempre poter contare su di te”
  • “Voglio il meglio per te”
  • “Voglio abbracciarti”
  • “Vorrei conoscerti meglio”
  • “Mi sento amato da te”
  • “Mi sento coccolato”


Allora ci sentiremo molto meglio…
Forse alcune parole affettuose vi sembrano più familiari di altre, anche se vi hanno fatto sentire in modo diverso nei confronti della persona alla quale le avete rivolte o che le ha dette a voi.

Il potere curativo

Il potere delle parole affettuose sta nel loro alto contenuto emotivo, che viene trasmesso ed emoziona chi lo riceve, facendo provare, allo stesso tempo, l’emozione espressa a chi l’ha condivisa. Ed ecco da dove proviene il potere curativo.
Quando esprimiamo il nostro affetto, liberiamo emozioni che, a volte, opprimono o bloccano chi invece non le esprime.
Dopo aver ascoltato o aver pronunciato parole affettuose, ci sentiremo sollevati e liberi dal dolore o dalla sofferenza rinchiusi nelle emozioni stesse.
Le parole affettuose curano e uniscono coloro che le usano, liberando le emozioni e i sentimenti dolorosi che erano alla radice di una sofferenza silenziosa.

Il Potere della Gentilezza

In psicologia si chiama “meccanismo della reciprocità”, con un chiaro riferimento all’etica della reciprocità, ed è lo stesso meccanismo che viene innescato con  gesti gentili. Quando riceviamo una gesto gentile è naturale sentire la necessità di ricambiare, anche senza esserne del tutto consapevoli. Questo conferisce alla gentilezza un enorme potere, essa ha la capacità di cambiare le persone e, di conseguenza, il mondo.




Semplicemente ognuno di noi può quindi dare inizio a qualcosa di straordinario, contagiando con piccole gentilezze quotidiane diverse persone che, a loro volta, potrebbero fare lo stesso con altri.
Essere gentili non costa nulla e, con un po’ di buona volontà, se ne può diffondere moltissima. Mi piacerebbe condividere questa idea con sempre più persone che ci credono e che lavorano ogni giorno per un mondo migliore, usando la gentilezza, la pazienza, l’ascolto, l’umiltà ed il rispetto per tutti gli esseri viventi.

Diffondi la Gentilezza

La storia insegna che è sempre stato un piccolo gruppo di persone a dare inizio ai grandi cambiamenti dell’umanità. Con i modi gentili ed il sorriso possiamo cambiare il mondo, ma ognuno di noi deve cominciare subito a fare la sua parte. Per trasformare le parole in fatti, è sufficiente impegnarsi a compiere gesti gentili e disinteressati il più spesso possibile. Può perfino diventare un gioco o una sfida con noi stessi.
Impegnandoci a compiere piccoli gesti gratuiti, con il tempo, attraverso la gentilezza vedremo cambiare il nostro approccio alla vita e porteremo positività nella giornata di qualcuno, anche solo per qualche istante. Esistono moltissimi modi diversi per essere gentili ogni giorno. Nella maggior parte dei casi per realizzare un’idea gentile bastano davvero pochi minuti o qualche spicciolo.

La Regola Base

Tra tutti i gesti gentili che possiamo compiere quotidianamente ce n’è uno, il più importante di tutti, che dovremmo tenere sempre a mente: “rendere il mondo un posto migliore”. Questo dovrebbe essere la guida base per il nostro comportamento durante tutta la vita.
Sembra un’idea troppo ambiziosa? Eppure se ognuno di noi si impegnasse, nel suo piccolo, nel cercare di fare sempre qualcosa di buono, di giusto o di bello, nel giro di poco tempo tutto quello che ci circonda cambierebbe notevolmente. Il sincero desiderio di migliorare il mondo può davvero fare la differenza.
Per questa gentilezza cerca di essere la migliore versione possibile di te stesso: colora il mondo con le buone azioni! Cerca sempre di essere tu la differenza tra una buona ed una cattiva giornata per chi ti circonda.

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