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Ambiente, 40 anni fa sapevamo già tutto


Di Massimo Fini
Non ho niente da fare. Scartabello il mio archivio cartaceo, che ovviamente è datato al tempo in cui i giornali esistevano ancora, e trovo la cartellina “Ambiente”. Sono articoli fra la fine degli anni 80 e gli inizi dei 90. L’allarme ambientale, con tutte le sue implicazioni che non sono solo e semplicemente ecologiche ma anche sociali ed esistenziali, era stato lanciato una ventina d’anni prima dal Club di Roma diretto da Aurelio Peccei che aveva incaricato un gruppo di scienziati del mitico MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) di elaborare uno studio che era stato poi raccolto in un libro col titolo: I limiti dello Sviluppo. C’erano stati dei precursori come Rachel Carson che aveva pubblicato Silent spring (1962) ma avevano avuto una scarsissima eco perché negli anni Sessanta la sensibilità ambientale era modesta. A cavallo fra gli Ottanta e i Novanta la questione era diventata invece calda. 
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Dopo la pubblicazione de I limiti dello Sviluppo conferenze internazionali sull’ambiente, con partecipazione spesso di capi di Stato, si sono fatte un po’ ovunque ma senza cavarne un ragno dal buco perché nessuno vuole rinunciare al mito della crescita, inoltre sono entrati in scena Paesi enormi come la Cina che stanno crescendo esponenzialmente. Ma quello che negli anni Ottanta poteva sembrare un dibattito fra intellettuali, oggi è diventata una questione di vita o di morte. Secondo una ricerca della rivista scientifica Geophysical Research Letters dal 1979 il volume del ghiaccio del Polo Nord si è ridotto del 70 per cento. Ma è solo uno dei tanti segnali sinistri dell’aumento sempre più galoppante dell’anidride carbonica (Co2) nell’atmosfera, dovuto, in massima parte, alla produzione industriale.

Covid 19,falla nella consegna delle mascherine a 50 centesimi


Coronavirus, la falla nella consegna delle mascherine a 50 centesimi: «9 milioni non erano certificate»

Di Felice Florio
https://www.open.online/

Rinnovato l’accordo tra il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri e le due società incaricate per la distribuzione alle farmacie. C’era stato qualche intoppo, culminato in una videoriunione, il 6 maggio, che ha visto il commissario Arcuri «molto arrabbiato», dicono fonti interne alla task force. Il risultato di queste incomprensioni è che le mascherine chirurgiche da 61 centesimi (50 più Iva) sono ancora introvabili.


Partita la fase 2 e con l’obbligo per milioni di italiani di indossare i dispositivi di protezione individuale nei luoghi pubblici, la carenza di mascherine resta uno dei problemi principali nella gestione dell’emergenza. Con il rischio di trovarsi impreparati per la seconda ondata di riaperture, prevista per il 18 maggio. A giugno, inoltre, il fabbisogno giornaliero di mascherine è stimato intorno ai 25 milioni: cifra distante dai 10 milioni che riescono a produrre le aziende italiane riconvertitesi.

Questione conformità

Per essere immesse nel circuito, le mascherine devono ottenere la certificazione dell’Istituto superiore di sanità e dell’Inail, ente chiamato a rispondere a un sovraccarico di domande: sono in molti a voler entrare nel business dei dispositivi di protezione, senza però possedere i requisiti necessari. Il marchio europeo di garanzia CE è imprescindibile per l’immissione nel mercato. L’Inail, delle 2.458 pratiche di conformità richieste ad oggi, ha ritenuto idonee solo il 4%, più l’1% dei prodotti che aveva già ottenuto il marchio CE.

La polemica tra i distributori e Arcuri

«Guardi, al momento i due distributori sono sotto osservazione – scrive il Corriere della Sera, citando una fonte interna alla commissione per l’emergenza Coronavirus -. Un nostro fornitore gli farà avere un po’ alla volta i primi 15 milioni di mascherine da dare alle farmacie e vediamo come si comportano. Se staranno nei tempi e nei modi dovuti andiamo avanti, altrimenti vedremo il da farsi». I due distributori del caso sono Federfarma Servizi e l’Associazione distributori farmaceutici, Adf.
Era compito loro far arrivare nelle farmacie le mascherine chirurgiche al prezzo calmiera di 50 centesimi più Iva. A parte gli stock di magazzino, le farmacie italiane dall’inizio della fase 2 non avrebbero ancora ricevuto nessun carico. In questo clima di incertezza si è arrivati alla video-riunione dello scorso mercoledì, «interrotta più volte dell’ira dello stesso commissario Arcuri», scrive sempre il quotidiano.

Il motivo delle mancate consegne

Si è scoperto, durante quell’incontro, che le mascherine non sarebbero state recapitate alle farmacie perché prive del marchio CE. La commissione per l’emergenza credeva di poter contare su una scorta di 12 milioni di dispositivi, in realtà ben 9 milioni sul totale non sono ancora vendibili perché privi di certificazioni. Per il momento, dunque, si tratta di forniture irregolari: spetterà all’Istituto superiore di sanità dire se lo sono solo formalmente o se si tratta di prodotti non idonei.

Le spiegazioni dei distributori

Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi, non comprende l’atteggiamento stizzito di Arcuri e chiarisce che i pezzi per il momento invedibili «sono 6 milioni e mezzo» e non 9 milioni. «Forse abbiamo fatto un errore a dare quel dato mettendoci dentro tutte le mascherine che avevamo, ma era solo una stima approssimativa e questo loro lo sapevano». Ma come sono arrivate ai distributori queste mascherine senza le dovute certificazioni?
«Tramite i nostri soliti fornitori – spiega Mirone sempre al quotidiano milanese -. Anche noi abbiamo imparato nel tempo di quali soggetti fidarci, qualcuno era effettivamente improvvisato. E poi sulle carte c’è scritto mascherine chirurgiche “e assimilabili”: credevamo che parte delle nostre mascherine fosse fra le assimilabili, e invece non è stato così». Nonostante la diatriba, i due distributori hanno ribadito la buona volontà di risolvere «l’incomprensione».

Il plasma può fermare il Covid-19? La risposta degli esperti


Intervista di Francesco Boezi a Pietro Chiurazzi

Di Francesco Boezi
Il professor Pietro Chiurazzi è un genetista. Si occupa di Dna. E il Dna, in qualche modo, ha a che fare con questa storia del plasma dei guariti dal Covid-19. Vedremo bene perché. Chiurazzi è un professore associato della Università Cattolica, Facoltà Medicina e Chirurgia. All’interno del Policlinico Gemelli, è un dirigente medico dell’Unità operativa complessa di genetica medica. “C’è molta confusione in giro”, esordisce.
Una “confusione” che può però essere “giustificata” per via dello stato di emergenza, che certo non facilita una descrizione chiara del quadro. Chiurazzi ha anche comparato le sequenze del Dna del Sars-Cov2, contribuendo a dimostrare, con buone probabilità, la compatibilità del virus con un’evoluzione naturale. Il Covid-19 nulla dunque avrebbe a che fare con manipolazioni umane da laboratorio. In questo articolo, abbiamo già parlato di quello studio.

L’argomento del giorno, dal punto di vista medico-scientifico, è il plasma dei guariti…
Un punto mi risulta chiaro: a rigor di logica, questo trattamento ha una sua utilità. In molti casi, specie in situazioni di emergenza, l’uso del plasma dei guariti può essere determinante. Sul lungo periodo, invece, il plasma non è certamente la soluzione migliore. La nostra speranza è che, avendo adesso una maggiore conoscenza della patologia e dell’infezione, non sia più necessario arrivare a rianimare un paziente. Bisogna fare testing a pioggia (tamponi per l’Rna virale ai sintomatici e ricerca degli anticorpi agli asintomatici ed ai guariti), più test possibili e più presto possibile, in modo tale da iniziare a fare prima ciò che deve essere fatto, a seconda del quadro clinico.
Più test possibili, ma il sistema immunitario sembra rispondere in modo diverso da paziente a paziente..
Se ci sono delle difficoltà respiratorie, possono essere utilizzate coperture cortisoniche importanti. Infatti, apparentemente, una iper-reattività del sistema immunitario innato di alcuni pazienti rappresenta una concausa importante dei problemi respiratori. In alcuni casi, non è tanto il virus che uccide cellule e polmoni, ma è l’eccessiva reazione immunitaria a colpire. La risposta immunitaria, in alcuni soggetti, è esagerata. Questa iper-reattività potrebbe dipendere anche da fattori genetici: il Dna, in alcune circostanze, ordina di rispondere in quel modo. Quindi alcuni pazienti guariscono proprio grazie al sistema immunitario, mentre altri, invece, avendo una reazione esagerata, fanno sì che i polmoni si riempiano di liquido per la troppa infiammazione. Inoltre è importante prevenire una tromboembolia polmonare (e non solo) iniziando tempestivamente, ma sempre sotto controllo medico, una terapia anticoagulante con eparina.
E quindi il plasma dei pazienti guariti? 
Serve, ma è una scelta di emergenza. Bisogna avere un donatore compatibile con lo stesso gruppo sanguigno e poi le donne non possono donare. Infatti, donne in età fertile o che abbiano avuto delle gravidanze, sviluppano degli anticorpi anti-Hla che possono essere molto pericolosi per il ricevente.  Infine esiste un rischio di reazione allergica (fino a shock anafilattico) per alcuni soggetti che reagiscono a proteine del plasma che differiscono naturalmente tra individuo e individuo o di cui, per motivi genetici, possono essere privi. E questo potrebbe avvenire nel corso di una seconda somministrazione.
Quindi ci sono dei rischi..
Dei rischi ci sono. Quelli infettivi però sono bassissimi. In Italia c’è un alto grado di controllo sulle donazioni. Ad esempio il rischio di contrarre l’epatite B con l’uso di emoderivati è inferiore ad uno su un milione. Non possiamo escludere mai del tutto ogni rischio, ma in certi casi il gioco può valere la candela.
E i costi della trasfusione del plasma dei guariti? 
Di per sé i costi non sono enormi.
Ma il plasma è comunque sottoposto a molti attacchi…c’è un pregiudizio ideologico?
Il costo – come detto – non è eccessivo, ma la preparazione e l’organizzazione dovrebbero essere molto accurate. Noi al Gemelli potremmo in teoria somministrare il plasma dei guariti. Però attenzione: non tutti gli anticorpi di coloro che sono guariti dal Covid-19 sono neutralizzanti, cioè in grado di bloccare la progressione della infezione. Significa che non tutto il plasma di tutti i guariti risulta davvero utile contro il virus. Per valutare il titolo degli anticorpi dei soggetti guariti servirebbe un laboratorio di microbiologia con livelli di sicurezza molto elevati perché bisogna poter maneggiare il virus. E perché è necessario dimostrare su colture cellulari che quegli anticorpi di quello specifico donatore sono capaci di bloccare l’infezione. Però, dagli studi su altri coronavirus, sappiamo che un certo quantitativo degli anticorpi sviluppati è comunque neutralizzante e praticamente tutti i pazienti finora analizzati producono anticorpi a partire da 20 giorni dopo l’inizio dei sintomi.
E quindi? 
Si può supporre che, al di sopra di un certo titolo anticorpale contro questo nuovo coronavirus, il plasma di un soggetto guarito sia neutralizzante. E’ possibile che in Lombardia, per via della assoluta emergenza, qualche verifica sia stata saltata, senza preoccuparsi insomma se c’erano titoli sufficienti di anticorpi effettivamente “neutralizzanti”. L’alternativa, del resto, era quella di non fare nulla, mentre gli studi dei colleghi cinesi hanno confermato una certa efficacia delle trasfusioni di plasma. Ora attendiamo la pubblicazione dei dati relativi ai trattamenti eseguiti dai colleghi del Nord del Belpaese.
Sembra nascere un derby tra sostenitori del vaccino e sostenitori del plasma…
Penso che questo sia un contrasto sbagliato e controproducente. Possono servire entrambi gli strumenti in contesti epidemiologici diversi. Sulla linea del fonte, con la medicina di guerra, tutto può essere utile. Il plasma del donatore guarito può essere d’aiuto. Il vaccino, quando l’infezione è avanzata, non serve a niente. Tutti ci auguriamo che il vaccino arrivi ed è possibile che divenga presto realtà con i tanti laboratori impegnati nel suo sviluppo. Alcuni temono che il virus muti troppo rapidamente per ottenere un vaccino valido per tutti i “ceppi” circolanti, ma alcune proteine, come la Spike (le antenne del virus che ne consentono l’ingresso tramite il recettore ACE2) sembrerebbero essere più “costantei”, per cui la speranza di un vaccino è fondata. Certo dovrebbe essere disponibile a costi accessibili e ovviamente proposto su base volontaria ai soggetti più “fragili” ed agli operatori sanitari che sono professionalmente più esposti.

Brusaferro (Iss): “La settimana prossima prenderemo decisioni su risultati Fase 2”


Di Biagio Chiariello

La curva dell'epidemia da Covid 19 "va decrescendo, è un segnale che prosegue" e "stiamo andando verso un numero più basso in tutte le regioni", inclusa la Lombardia. Stiamo andando verso un numero di casi molto basso un po' in tutte le regioni, inclusa la Lombardia. Lo ha detto il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss), Silvio Brusaferro, nella conferenza stampa organizzata oggi 8 maggio dall'istituto sull'andamento epidemiologico dell'epidemia di Covid-19.

“Solo nella prossima settimana sarà possibile avere i dati relativi all'andamento dei casi nei primi giorni dalla riapertura che dal 4 maggio hanno segnato l'inizio della Fase 2” ha aggiunto l’esperto. Dall'analisi settimanale della cabina di regia tra ministero e Regioni si potranno fare ragionamenti per decidere misure successive.

L'incidenza di letalità si conferma soprattutto nelle fasce d'età più elevate. Su 2400 deceduti, la maggioranza ha come prima causa infezione di Covid, invece il 12% delle vittime aveva già concause che si sono sovrapposte, ha detto ancora Brusaferro nella conferenza stampa settimanale.

Sono stati 6.395 i casi di Covid-19 diagnosticati negli stranieri, pari al 5% dei casi complessivi diagnosticati in Italia. Lo ha invece detto l'epidemiologo Giovanni Rezza, dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss).

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/brusaferro-iss-la-settimana-prossima-prenderemo-decisioni-su-risultati-fase-2/

De Donno, scomparsi i profili Facebook dello pneumologo


Di Salvatore Santoru

Scomparsi i profili Facebook dello pneumologo Giuseppe De Donno.
Lo ha riportato recentemente la "Gazzetta di Mantova", che ha scritto che il fatto è avvenuto a seguito della partecipazione di De Donno ad una puntata di "Porta a Porta"(1).

De Donno è diventato ultimamente noto per il sostegno dato alla terapia del plasma, una cura che potrebbe avere efficacia contro il Coronavirus.

Attualmente, la stessa plasmaterapia sta venendo studiata dalla stessa comunità scientifica mondiale.

NOTA :

(1) https://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2020/05/06/news/scomparsi-i-profili-facebook-dello-pneumologo-de-donno-1.38811099

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FOTO: https://www.tpi.it

Plasmaterapia, De Donno: 'Abbiamo aiutato pazienti gravi, ci stanno chiamando da tutto il mondo'


Di Salvatore Santoru

La plasmaterapia contro il coronavirus potrebbe rivelarsi efficace.
Intervistato da Tgcom24(1), il pneumologo Giuseppe De Donno si è detto 'possibilista'.

Più specificatamente De Donno, primario presso il Reparto di Pneumologia dell'Ospedale Carlo Poma di Mantova, ha dichiarato che con il plasma hanno aiutato anche pazienti gravi e che ora stanno applicando la pubblicazione" dello studio che dimostrerebbe gli effetti positivi della terapia del plasma.

NOTA :

(1) https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/cura-plasma-de-donno-pneumologo-a-tgcom24-ci-stanno-contattando-da-tutto-il-mondo_17951608-202002a.shtml

Plasmaterapia, De Donno contro Burioni: “Lui sta in tv, noi lavoriamo”


Plasmaterapia, primario Pneumologia Mantova contro Burioni: “Lui sta in tv, noi lavoriamo”

Di Filippo M. Capra

L'infusione di plasma iper immune (o super immune) nell'organismo di pazienti gravemente malati di Covid è una cosa molto seria. Lo dice Giuseppe De Donno, il primario di Pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova che, insieme al Policlinico di Pavia, ha sperimentato la plasmaterapia con successo.

De Donno contro Burioni: Lui stia in tv, noi lavoriamo

"Siamo riusciti a realizzare questa sperimentazione che è molto seria – dichiara De Donno – anche se qualcuno ha voluto farla passare per una cosa ciarlatanesca". Le dichiarazioni sembrerebbero indirizzate al virologo Roberto Burioni, che recentemente ha commentato la terapia come "nulla di nuovo", al quale viene riservata una stoccata sui diversi ruoli che, a detta di De Donno, i due coprono: "Lui va in tv a parlare, noi lavoriamo 18 ore al giorno al fianco dei nostri pazienti", ha detto il primario di Penumologia del Carlo Poma di Mantova a Radio Cusano Tv Italia. E con il lavoro profuso sinora, il nosocomio mantovano e quello pavese sono riusciti a trovare "un'arma magica", come la definisce De Donno, "che ci consente di salvare più vite possibili". A tal proposito, il professore spiega di non volersi arrogare alcun merito circa l'invenzione di nulla, parlando di un perfezionamento di un'idea "che già esisteva". "Il nostro protocollo è ambiziosissimo", ha spiegato De Donno, rivelando che già un'ottantina di pazienti sono stati trattati con la plasmaterapia con successo.

Banche plasma per aiutare gli altri ospedali
Per rendere possibile questa tecnica, sono stati fondamentali i donatori di sangue dei guariti Covid che devono avere caratteristiche fondamentali e il cui plasma deve essere certificato come contenente di anticorpi iper immuni. Ognuno dei guariti, ha spiegato De Donno, dona poco più di mezzo litro di sangue ma, per usarlo, d'ora in poi, pare stiano sorgendo degli impedimenti: "Adesso ogni volta dobbiamo chiedere l'autorizzazione al Comitato etico e questo ci fa perdere tempo prezioso", spiega il primario di Pneumologia del Carlo Poma. Certo, il plasma può essere congelato, motivo per cui a Mantova hanno creato una banca del plasma per conservarlo ed eventualmente aiutare gli altri ospedali che ne fanno richiesta. De Donno ha detto che "creando banche plasma in giro per l'Italia riusciremmo ad arginare un'eventuale seconda ondata".

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/plasmaterapia-primario-pneumologia-mantova-contro-burioni-lui-sta-in-tv-noi-lavoriamo/

Il dottor Shibo Jiang su 'Nature'- Non autorizzare vaccini e farmaci per il COVID senza sufficienti garanzie di sicurezza


                                             VOCI DALL'ESTERO

Sulle pagine dell’autorevolissima rivista Nature, lo scienziato Shibo Jiang mette in guardia da una frettolosa approvazione di trattamenti e vaccini contro il Covid-19. Benché ci sia davvero una grande urgenza di controllare l’epidemia che sta mettendo a rischio la salute e le condizioni economiche dei popoli in tutto il mondo, autorizzare un vaccino o una cura saltando le rigorose procedure previste per l’approvazione dei farmaci potrebbe portare a rischi ed effetti molto controproducenti per il futuro.

Di Shibo Jiang, 16 marzo 2020

Dobbiamo sviluppare urgentemente misure per affrontare il nuovo coronavirus, ma la sicurezza viene sempre prima di tutto, afferma Shibo Jiang.

In tutto il mondo, vedo gli sforzi per sostenere programmi di “intervento rapido” volti a sviluppare vaccini e terapie contro il COVID-19. Diversi gruppi negli Stati Uniti e in Cina hanno già in programma di testare i vaccini in volontari umani sani. Non fraintendiamoci: è essenziale che lavoriamo nel modo più intenso e veloce possibile per sviluppare farmaci e vaccini che siano resi ampiamente disponibili in tutto il mondo. Ma è importante non prendere scorciatoie.

I vaccini per il morbillo, la parotite, la rosolia, la poliomielite, il vaiolo e l’influenza hanno una lunga storia di uso sicuro e sono stati sviluppati attraverso procedure in linea con i requisiti delle agenzie di regolamentazione.

Io stesso ho lavorato per sviluppare vaccini e trattamenti contro i coronavirus fin dal 2003, quando si è verificata la prima epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (SARS). E la mia opinione è che i protocolli standard sono essenziali per la salvaguardia della salute. Prima di consentire l’uso di un vaccino per il COVID-19 nell’uomo, le autorità di regolazione dovrebbero valutarne la sicurezza nei confronti di una ampia serie di differenti ceppi virali e in più di un modello animale. Dovrebbero anche richiedere solide prove precliniche che i vaccini sperimentali prevengano l’infezione, anche se ciò probabilmente significherà aspettare settimane o addirittura mesi per rendere disponibili i modelli.

Si tratta di tempo ben speso. Il lavoro per il virus contro la SARS ha mostrato che si sono osservate risposte immunitarie preoccupanti nei furetti e nelle scimmie, ma non nei topi. Inoltre, alcuni frammenti di proteine ​​virali possono suscitare risposte immunitarie più potenti o meno rischiose rispetto ad altri, ed è sensato verificarlo negli studi su animali prima di sperimentarli sulle persone.

I governi sono comprensibilmente alla disperata ricerca di qualsiasi cosa possa prevenire le morti, le chiusure e le quarantene dovute al COVID-19. Ma per combattere questa malattia ci vuole un vaccino sicuro ed efficace. Il tasso di letalità della malattia è basso (3,4% secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, sebbene si tratti di numeri molto incerti), tuttavia i tassi di trasmissione sono elevati e il contagio è difficile da tracciare. Questo significa che molte persone – forse la maggior parte nelle zone ad alta diffusione – dovrebbero essere vaccinate per fermare il contagio e prevenire le morti. Al contrario, il virus Ebola ha un tasso di letalità molto elevato (in media intorno al 50%, ma che varia tra il 25% e il ​​90%), ma è meno contagioso, quindi la vaccinazione può essere più mirata.

Decenni fa, i vaccini sviluppati contro un altro coronavirus, un virus della peritonite infettiva felina, provocò un aumento del rischio dei gatti di sviluppare la malattia causata dal virus (T. Takano et al. J. Vet. Med. Sci. 81 , 911–915; 2019). Fenomeni simili sono stati osservati negli studi su animali condotti per altri virus, incluso il coronavirus che causa la SARS (YW Kam et al. Vaccine 25 , 729-740; 2007).

Le autorità regolatorie devono continuare a richiedere che gli sviluppatori dei vaccini verifichino le reazioni potenzialmente dannose negli studi su animali. Devono anche stare molto attenti a verificare la presenza di anticorpi contro qualsiasi coronavirus prima di arruolare volontari umani sani nei test sulla sicurezza del vaccino. I finanziatori devono fare molta attenzione a non incappare in novità pompate ad arte e sovvenzionare test davvero appropriati per lo sviluppo di farmaci e vaccini contro il coronavirus.

La Cina sta promuovendo diversi vaccini contro il COVID-19, di diversi tipi, e ha annunciato programmi per avere entro aprile prodotti pronti per i test sull’uomo in persone sane o per l’uso in emergenza. La mia preoccupazione è che ciò potrebbe significare che un vaccino venga somministrato prima che la sua efficacia e sicurezza siano state valutate a fondo in modelli animali o studi clinici. E negli Stati Uniti, la società di biotecnologia Moderna di Norwood, nel Massachusetts, ha inviato un vaccino sperimentale a RNA messaggero al National Institute of Allergy and Infectiouse Disease (NIAID) di Bethesda, per testarlo in un trial clinico. La piattaforma per la realizzazione di vaccini a base di mRNA ha dimostrato di essere sicura nell’uomo, ma questo vaccino contro il COVID-19 no. Il NIAID sostiene che il rischio di ritardare l’avanzamento dei vaccini è molto più elevato del rischio di causare malattie in volontari sani, ma il mio timore è che gli sviluppatori di vaccini procederanno troppo in fretta se si abbassano gli standard.

Più di 100 trattamenti per il COVID-19 sono elencati nel registro pubblico degli studi clinici in Cina. La maggior parte di questi riguarda un farmaco che è già stato approvato per un’altra malattia. Questo significa che non agiscono specificatamente contro i coronavirus umani e che non sono stati testati su modelli animali per il COVID-19, anche se questo normalmente sarebbe richiesto dalle autorità di regolazione cinesi. Ma c’è di più: gli studi realizzati per ottenere l’approvazione del trattamento per altre malattie spesso non tengono conto delle interazioni con altri farmaci. Il potenziale di tossicità sinergica deve essere valutato prima che “vecchi” farmaci di questo tipo entrino nei regimi di trattamento per il COVID-19.

C’è poi un altro fattore da considerare: la possibilità che i coronavirus emergenti e riemergenti provochino epidemie future. Il virus che provoca il COVID-19 potrebbe benissimo mutare in modi che renderebbero inutili vaccini e antivirali che precedentemente si erano dimostrati efficaci. Pertanto, qualsiasi agenzia di regolamentazione che consideri i modi per accelerare i test sulle cure dovrebbe anche soppesare la probabilità che questi farmaci lavorino anche più ampiamente che contro questo particolare coronavirus.


TRADUZIONE DI RODODAK PER VOCI DALL'ESTERO.

DAVID BOWIE: UNA CURIOSA RAZZA DI DINOSAURO È STATA RINOMINATA COME IL DUCA BIANCO


Di Simone Esposito

Alcuni artisti rock sono riusciti ad acquisire una tale fama e una tale notorietà da ottenere riconoscimenti anche al di fuori della musica. Un caso eclatante è proprio quello di David Bowie: acclamatissimo nell’industria musicale e, a quanto pare, anche nel regno animale. Di recente, infatti, una razza di dinosauro è stata rinominata proprio come l’iconica voce di “Heroes”.

LA SPECIE DI DINOSAURO CON IL NOME DI DAVID BOWIE

“Ho sempre avuto un irrefrenabile bisogno di essere qualcosa di più che un umano”, spiegò l’eccentrico David Bowie durante un’intervista per Rolling Stones nel 1976. Il curioso desiderio è stato finalmente esaudito: il suo nome, infatti, sarà ora ricordato per sempre anche in ambito zoologico. Una curiosa razza di dinosauro, nota originariamente come “Stellasaurus”, è stata recentemente chiamata proprio con il nome di David Bowie.
“Questo è un chiaro omaggio al brano di successo di Bowie, Starman.” Ha spiegato il paleontologo Jack Wilson al riguardo, aggiundendo: “La forma del cranio di questo dinosauro è sorprendente ed è molto simile ad una stella.”
La creatura vagava sulla Terra oltre 75 milioni di anni fa e, il suo particolarissimo cranio, fu rinvenuto vicino la città di Cut Bank (Montana) non lontano dal confine tra gli USA e il Canada.
“Questa speciale razza di dinosauro apparteneva ai ceratopsiani, noti mangiatori di piante -Ha agiunto Wilson- L’anatomia di questo Stellasaurus è assolutamente notevole: racconta, infatti, la storia di milioni di anni di ininterrotto cambiamento evolutivo all’interno di una singola specie.”
Questa, però, non è certo la prima volta che assegnano ad un animale il nome del Duca Bianco: una rarissima specie di ragno, infatti, è nota ora come “Heteropoda Davidbowie”. L’aracnide è stato rinominato in tal modo con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica su una serie di animali che rischiano gravemente l’estinzione.
Ormai è cosa nota: quando gli entomologi scoprono nuove specie, prendono ispirazione dal mondo della musica, del cinema o della politica per rinominare questi animali. Ogni anno, infatti, vengono battezzate oltre 24 mila specie di animali e, come potete immaginare, gli scienziati si sbizzarriscono come meglio possono per scegliere un degno nome. Andiamo a scoprire alcuni divertenti esempi collegati al mondo della musica rock:

MOLLUSCO JAGGER (ANOMPHALUS JAGGERIUS)

Ebbene si, un mollusco ha ‘preso in prestito’ il nome dell’iconico frontman dei Rolling Stones.

CROSTACEO MARLEY (GNATHIA MARLEYI)

Questo piccolo crostaceo del mare dei Caraibi ha avuto l’onore di essere rinominato come il cantante giamaicano Bob Marley.

RAGNO ZAPPA (PACHYGNATHA ZAPPA)

Il dorso di questo curioso ragno è molto simile ai famosi baffi del chitarrista statunitense Frank Zappa.

GAMBERO PINK FLOYD (SYNALPHEUS PINKFLOYDI)

Lo scopritore di questa bellissima razza di gambero, lo zoologo Sammy De Grave, ha deciso di rinominare così la sua scoperta.

Coronavirus, a Milano c’erano 1200 contagiati già a gennaio


Coronavirus, a Milano c’erano contagiati già a gennaio: 1.200 lombardi positivi prima del “Paziente 1”

Di Niccolò Di Francesco

Il Coronavirus circolava a Milano già da fine gennaio con più di mille persone che si sarebbero ammalate prima del paziente 1, il 38enne di Codogno, la cui positività, scoperta il 21 febbraio scorso, ha dato il via in maniera ufficiale all’epidemia di Covid-19 in Italia. La storia dell’arrivo del virus nel nostro Paese, come era ampiamente prevedibile, è ovviamente diversa da quella a noi conosciuta ed è stata parzialmente ricostruita dalla task force sanitaria della regione Lombardia. Secondo gli esperti, tutto ruota intorno alla data del 26 gennaio. Potrebbe essere questo il cosiddetto “giorno 0”. Secondo la ricostruzione della task force, solo a Milano in questa giornata potrebbero esserci stati 46 pazienti positivi su un totale di 543 in tutta la Lombardia. Come si è arrivati a questa data? Attraverso l’indagine epidemiologica effettuata sui pazienti che mano a mano venivano trovati positivi dal 21 febbraio, dopo la scoperta quindi che il Covid-19 era arrivato in Italia. Molte delle persone infette hanno fornito un’indicazione precisa su quando avessero accusato i primi sintomi, permettendo agli esperti di ricostruire la storia dell’epidemia.
46 persone, dunque, iniziano a manifestare i primi sintomi a fine gennaio, 9 persone collocano i primi sintomi il 12 febbraio, 13 il 15 febbraio, 10 il 18 febbraio, 35 il 20 febbraio, il giorno prima della scoperta del “paziente 1”. Prima del 38enne di Codogno, quindi, già 160 persone tra Milano e provincia e circa 1200 in tutta la Lombardia avevano contratto il Covid-19. C’è da sottolineare che le date elaborate dai tecnici della Regione sono ovviamente approssimative e che possono sbagliare comunque di qualche giorno, ma servono ovviamente a fornire un’indicazione di quella che è stata l’evoluzione dell’epidemia in Lombardia e, di conseguenza, anche nel nostro Paese. I primi casi accertati di Coronavirus in Italia, infatti, vengono accertati il 29 gennaio con due turisti cinesi provenienti da Wuhan, epicentro dell’epidemia, che vengono isolati e ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma. Una scoperta che convince il governo italiano a bloccare i voli da e per la Cina. Ma 3 giorni prima, il 26 gennaio, 46 milanesi e 543 lombardi, accusano i primi sintomi di quella che all’epoca era stata scambiata per un’influenza.

Coronavirus, Elon Musk attacca il lockdown: 'Decreto fascista'


Di Salvatore Santoru

L'amministratore delegato della Tesla e di SpaceX, Elon Musk, ha duramente criticato le misure anti-coronavirus prese negli Stati Uniti D'America. 

Secondo il noto imprenditore, tali provvedimenti sarebbero di natura 'fascista'.

Entrando maggiormente nei particolari, Musk ha scritto una serie di tweet decisamente critici dei decreti e in uno, riporta Repubblica, ha scritto che bisogna 'liberare l'America adesso'(1).
Musk ha anche sostenuto che chi vuole stare a casa dovrebbe farlo ma che, allo stesso tempo, non si dovrebbe impedire alle persone di uscire perché ciò andrebbe, sempre secondo il suo parere, 'contro i diritti costituzionali statunitensi'(2).

NOTE:


(1) https://www.repubblica.it/scienze/2020/04/30/news/coronavirus_elon_musk_si_schiera_con_trump_i_lockdown_sono_fascisti_-255257278/


(2) https://edition.cnn.com/2020/04/29/tech/elon-musk-twitter-coronavirus/index.html

Coronavirus, Remdesivir non funzionerebbe. Aveva fatto 'boom' in Borsa e anche Bill Gates ne sosteneva l'efficacia


Di Salvatore Santoru

Il remdesivir non funzionerebbe.
Come riportato dall'AGI(1), l'antivirale prodotto da Gilead Sciences aveva entusiasmato le Borse mondiali. 

Stando a quanto ha riportato il Financial Times, il medicinale non ha superato i test cruciali stando ad uno sperimentazione cinese.

Lo studio cinese è stato considerato incompleto da parte della Gilead Sciences, che ha segnalato i potenziali effetti positivi del medicinale sui pazienti affetti da Covid-19.

Il Financial Times ha citato la bozza di un documento dell'Oms, bozza che sarebbe stata pubblicata in modo accidentale(2).
Il farmaco era sostenuto anche da Bill Gates, che in un recentissimo post sul suo blog aveva ribadito la sua convinzione che fosse, almeno potenzialmente, il medicinale 'maggiormente efficace' nella lotta al Covid-19(3).

NOTE :


(1) https://www.agi.it/estero/news/2020-04-23/remdesivir-antivirale-usa-non-funziona-8422895/


(2) https://www.ft.com/content/0a4872d1-4cac-4040-846f-ce32daa09d99


(3) https://www.gatesnotes.com/Health/Pandemic-Innovation

Coronavirus, Bill Gates: 'È la prima pandemia moderna, è come una guerra mondiale'


Di Salvatore Santoru

L'epidemia del Covid-19 sarebbe la 'prima pandemia moderna'.
Lo ha affermato, in un recente post sul suo blog(1), il noto magnate e filantropo Bill Gates.

Gates ha scritto che l'attuale pandemia contrappone l'umanità intera al virus e che il danno al benessere, alla ricchezza e alla salute sta risultando enorme. 
Inoltre, Bill Gates ha anche sostenuto che il contrasto al Coronavirus è come 'una guerra mondiale' e che tutta l'umanità è schierata dalla stessa parte.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.gatesnotes.com/Health/Pandemic-Innovation

Coronavirus, un nuovo studio rivela: “Si è diffuso a settembre e non a Wuhan, ma nel Sud della Cina”


Di Niccolò Di Francesco

Il Coronavirus si sarebbe diffuso a settembre e non a Wuhan, ma bensì nel sud della Cina: lo rivela un nuovo studio britannico, che potrebbe aprire scenari clamorosi sulla storia dell’epidemia di Covid-19. La ricerca, effettuata dal genetista Peter Forster dell’Università di Cambridge e pubblicata dalla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, non è stata ancora certificata dalla comunità scientifica e si basa sull’isolamento di 160 ceppi del virus, che, a parere degli scienziati che vi hanno lavorato, sarebbe anche mutato in tre varianti.
Intervistato dal South China Morning Post, Forster ha affermato che “La diffusione del virus è partita più verosimilmente nel sud della Cina e non a Wuhan, ma le prove possono arrivare soltanto dall’analisi di ulteriori pipistrelli. Il virus potrebbe essere mutato nella sua forma finale mesi fa, ma è rimasto all’interno di un pipistrello o di un altro animale o addirittura degli uomini per diversi mesi senza infettare altre persone”. Lo studio, dunque, fissa la data dell’inizio dell’epidemia tra il 13 settembre e il 7 dicembre. Ma le sorprese non sono finite qui. Secondo lo studio, infatti, in circolazione vi sarebbero 3 ceppi del virus, catalogati come A, B e C. I ricercatori sono convinti che il ceppo B, quello che si è diffuso Wuhan, sarebbe diverso da un altro ceppo, catalogato come A, che sarebbe stato isolato a Guangdong, a circa 500 chilometri dalla capitale della Hubei. Quello che si è diffuso in Europa, il virus C, sarebbe invece un derivato del ceppo B.

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