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L’epidemia di Ebola in Africa occidentale


Di Elia Marelli

Mentre nel nostro paese, e in particolare nella regione da cui sto scrivendo, la Lombardia ci troviamo ad affrontare una minaccia relativamente nuova e inaspettata, il nuovo COVID-19; molto lontano da qui, in particolare al centro dell’enorme continente africano, nella regione dei grandi laghi, si sta auspicabilmente esaurendo la forza di un’altra epidemia, quella di Ebola che ha nuovamente spaventato la regione dopo l’esplosione epidemica avvenuta, quella volta nell’Africa occidentale, nel triennio 2013-2016.
In queste ultime settimane i mezzi d’informazione hanno dato vita ad un turbinio di notizie a proposito del nuovo virus che ha dato manifestazione di sé in Cina per poi coinvolgere più di cento paesi nel mondo ed è ora classificato a livello di pandemia dall’OMS, mentre per tutta la durata dell’ultima epidemia di Ebola nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, solamente qualche testata ha sporadicamente investito del tempo per raccontare quello che stava e sta ancora succedendo in uno dei paesi che, per quanto dimenticati, sono al centro, non solo geograficamente, del continente, ma a livello economico anche dello scacchiere geopolitico del globo. Sicuramente in Italia le notizie provenienti dal continente africano non hanno un grande impatto sull’opinione pubblica e spesso è questo il motivo per cui ci accorgiamo solo attraverso la manifestazione di fenomeni macroscopici, ad esempio le migrazioni internazionali, delle dinamiche che governano l’Africa, le sue popolazioni e i suoi territori.
In particolare un paese enorme come la RDC dovrebbe avere un risalto maggiore nell’informazione europea perché, malgrado la lontananza, è un territorio che esemplifica bene le problematiche e le potenzialità del continente. Nel 2018, precisamente nel mese di maggio, è stata dichiarata un’epidemia di Zaire ebolavirus, una febbre emorragica che colpisce la specie umana, con un alto tasso di mortalità, stimato all’incirca intorno al 54% dei contagiati; nella regione dell’Equatore nel nord-ovest della RDC.
Fortunatamente, la risposta sanitaria, consapevole della situazione occorsa nel 2013 in Liberia non si era fatta attendere e la malattia è stata contenuta nella provincia interessata e, grazie all’utilizzo del nuovo vaccino sperimentale rVSV-ZEBOV i contagi verificati sono stati 54, con 33 decessi, registrando un tasso di mortalità del 61%. Il 24 luglio, passati 42 giorni dalla notizia dell’ultimo paziente risultato positivo al virus, l’epidemia è stata dichiarata conclusa.
Purtroppo proprio una settimana dopo, era il primo agosto 2018, è stata dichiarata una nuova epidemia di Ebolavirus, nello stesso paese la RDC, ma in un’altra provincia, nel nord est, il Kivu. L’epidemia questa volta include le provincie del nord Kivu, del sud Kivu e dell’Ituri; fino a spingersi oltre il vicino confine dell’Uganda, circa un anno dopo, nel giugno del 2019, fortunatamente questa espansione del contagio è stata arginata velocemente e non ha provocato ulteriori ammalati.
Nel novembre del 2018 l’epidemia è divenuta la peggiore mai registrata di ebolavirus su territorio congolese, e pochi giorni dopo la seconda peggiore a livello mondiale dopo quella già citata occorsa in Africa occidentale che aveva causato più di 10000 morti. Il 3 maggio 2019 dopo nove mesi dall’inizio dell’epidemia si è arrivati a 1000 morti, dovuti al contagio.
Da diversi decenni oramai la regione del Kivu (nord e sud), ma anche le regioni circostanti, sono il teatro di un conflitto a bassa intensità che rappresenta lo strascico portato, nel territorio congolese, dal genocidio rwandese, del 94; e delle successive guerre del 96-97 e 98-02. Ancora oggi decine di gruppi armati sono presenti nelle provincie dell’est della RDC provocando instabilità, morti e generando nelle popolazioni la sensazione di essere abbandonati, in primis dal proprio stato, ma anche dalle organizzazioni internazionali, presenti massivamente con un contingente di più di 18000 soldati (MONUSCO) ma che non riescono a garantire nemmeno i più bassi standard di sicurezza.
Questa instabilità militare ha impedito un’efficacie sforzo di trattamento e prevenzione, portando l’OMS ha dichiarare che la combinazione dell’epidemia di ebola in un teatro di guerra con la condizione di angoscia della popolazione coinvolta è uno scenario apocalittico da vera e propria “tempesta perfetta”, che aumenta grandemente il rischio di un contagio diffuso; in somma per tornare a noi niente di più lontano da quello che si sta verificando nel nostro paese in queste ore, colpito da un virus molto contagioso, ma con dei tassi di mortalità molto inferiori che si sta propagando in una zona pacifica, anzi economicamente sviluppata nella quale la popolazione, a parte qualche caso sporadico, sta seguendo le indicazioni dei propri amministratori forse in maniera addirittura più ferrea di quanto decretato.
Addirittura tornando alla RDC nel maggio del 2019 alcune organizzazioni sanitarie, in seguito a numerosi attacchi, circa 42 nel solo mese di gennaio, e a fronte di 85 membri del personale sanitario feriti o uccisi hanno dovuto sospendere le attività lavorative. Gli operatori hanno dovuto inoltre fare fronte al diffondersi di informazioni false da parte di oppositori politici e ribelli, che volevano proprio le organizzazioni umanitarie come i portatori del virus. A causa di questo contesto esplosivo già dal settembre del 2018 l’OMS ha dichiarato, il rischio concernente l’epidemia molto alto, fino al luglio 2019, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria pubblica a livello internazionale, il più alto livello disponibile per situazioni di questo tipo.

Coronavirus: pochi casi accertati in Africa fino ad ora, ecco perché secondo gli esperti


Di Niccolò Di Francesco

Mentre l’epidemia di Coronavirus avanza in tutto il mondo, in Africa, fino ad ora, si registrano pochi casi: ecco perché secondo gli esperti che stanno studiando il Covid-19. A provare a dare una spiegazione a un fenomeno comunque strano dal momento che l’Africa intrattiene stretti rapporti commerciali con la Cina, luogo di origine della diffusione del Coronavirus, è stata la rivista New Scientist, che all’argomento ha dedicato un ampio servizio.

Secondo quanto svelato dalla rivista, in Egitto sarebbero 59 i casi accertati di Coronavirus, 33 dei quali rappresentati da turisti in crociera sul Nilo, mentre i dati ufficiali del 10 marzo riportano 95 casi documentati di Covid-19 in tutto il continente africano. Gli abitanti africani, già esposti a malattie quali Ebola, Malaria, Tubercolosi e Hiv, sono considerati a rischio a causa dell’estrema fragilità del sistema sanitario.

Dall’inizio dell’epidemia, infatti, l’Oms si è subito adoperata per fornire ad alcuni Paesi dell’Africa le risorse necessarie per individuare e contrastare l’infezione di Covid-19. Ora, sono ben 37 i Paesi attrezzati per l’emergenza Coronavirus. Secondo Mary Stephen, membro dell’Organizzazione mondiale della Sanità, “Il conteggio dei casi potrebbe essere accurato, perché attualmente in Africa sono stati sottoposti al test più di 400 individui e non credo possa considerarsi una sottostima”.

“L’assenza di decessi, inoltre, potrebbe significare che non ci sono ancora grandi focolai non rilevati” è invece il pensiero di Mark Woolhouse, docente all’università di Edimburgo, mentre Jimmy Whitworth, della London School of Hygiene and Tropical Medicine, afferma: “Non possiamo ancora sapere perché i contagi siano così pochi, ma le misure di isolamento adottate dai paesi potrebbero aver giocato un ruolo chiave”. “La quarantena, a differenza dei casi di contagio, non viene segnalata, ma sappiamo che quattro paesi africani hanno imposto la quarantena ai visitatori provenienti dalle zone considerate pericolose” prosegue Whitworth che poi precisa “Il Ruanda, ad esempio, ha reclutato studenti di medicina dell’ultimo anno per intraprendere lo screening negli aeroporti”.
Secondo Vittoria Colizza, dell’università della Sorbona in Francia, “Una delle ragioni per il basso indice di trasmissione rilevato del Covid-19 in Africa potrebbe essere semplicemente la natura del virus, per la quale molti pazienti non manifestano sintomi”. La ricercatrice, infatti, ha effettuato uno studio sui primi 300 contagiati da Coronavirus ed è arrivata alla conclusione che circa il 60 per cento degli infetti fosse asintomatico, lo stesso motivo per cui, secondo uno studio effettuato presso l’università di Torino, in Italia la situazione sarebbe sottostimata nel 25-27 per cento dei casi.

Nonostante la vulnerabilità, la popolazione africana potrebbe paradossalmente rivelarsi più resistente vista la bassa soglia dell’età media della popolazione. “Nel Regno Unito l’età media è di 40,5 anni, in Cina 37,4, mentre in Togo e in Camerun le soglie raggiungono una media di 19,8 e 18,5” dichiara Mary Stephen, mentre Whitworth dichiara: “La speranza è che non ci sia bisogno di combattere focolai nel continente. I sistemi sanitari potrebbero collassare, visto il precario stato di emergenza derivante dalla presenza di malattie come morbillo, ebola e altre patologie che provocano già moltissime vittime”.

La Russia vuole cancellare il debito dell'Etiopia. Lo ha già fatto con altri 3 paesi dell'Africa


Di Salvatore Santoru

La Russia vuole esercitare un ruolo da potenza intermediaria e protagonista in Africa.
Come riportato dal Moscow Times e ripreso da Business Insider(1), il governo russo ha intenzione di cancellare il debito dell'Etiopia, che vale 163 milioni di dollari.

In passato il governo russo aveva già estinto i debiti del Mozambico, del Madagascar e della Tanzania.
Co queste nazioni africane la Russia possedeva dei crediti risalenti al tempo dell'Unione Sovietica. 

NOTA:

(1) https://it.businessinsider.com/putin-lafricano-cancella-il-debito-alletiopia-e-sfida-cina-e-occidente-per-il-ritorno-nel-continente/

«Africani, liberatevi!»: parla Mohamed Konare, attivista «per l'indipendenza reale» del continente nero


Intervista di Ruggero Tantulli a Mohamed Konare

Di Ruggero Tantulli
https://incronaca.unibo.it

Parla Mohamed Konare, attivista «per l'indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d'Africa»
 

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all'Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all'Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente». Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell'Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all'anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».

Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».

Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».

A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all'Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall'area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».

Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».

Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».

La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all'Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall'Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».

Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».

Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».

Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all'Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».

Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

ARTICOLO VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62449

Sudafrica, l’Anc vince ma non riesce a sfondare


Di Mauro Indelicato

In Sudafrica procede un po’ a rilento lo spoglio delle schede, i dati arrivano con un deciso ritardo e forse anche questo è un po’ il segno della situazione che il paese sta vivendo in questi anni difficili sotto un profilo tanto economico quanto sociale. Ma è comunque possibile, a più di 24 ore dalla chiusura delle urne, tracciare due significativi elementi di queste consultazioni: da un lato la nuova vittoria dell’Anc, che dovrebbe tenere senza grossi patemi la maggioranza assoluta dei voti, dall’altro però appare consolidato anche il fatto che il partito fondato da Mandela per la prima volta dopo 25 anni va sotto il 60% dei consensi. 

I risultati delle elezioni parlamentari 

Ad essere rinnovate con il voto di mercoledì sono le due camere del parlamento con sede a Città del Capo (mentre il governo è stanziato a Pretoria). Si tratta, in particolare, di nuovi 400 deputati da eleggere per la Camera Bassa, la più importante all’interno del bicameralismo sudafricano, e 90 invece per la Camera Alta, la quale invece viene composta dai rappresentanti delle nove province in cui è diviso il territorio nazionale ed i cui parlamenti locali sono rinnovati nello stesso giorno delle elezioni generali. Dunque gli occhi sono soprattutto puntati sui risultati che riguardano la Camera Bassa, l’assemblea che determina l’andamento politico del paese per i prossimi cinque anni. La legge elettorale si basa grossomodo su un proporzionale semplice, in cui però 200 deputati sono eletti dalle liste nazionali e 200 invece da circoscrizioni locali. 
A distanza di quasi due giorni dal voto, lo spoglio ufficialmente raggiunge il 75% delle schede complessive totali. I risultati quindi non sono definitivi, ma allo stesso tempo sembrano incanalarsi verso un responso definitivo già rintracciabile. L’Anc, l’African National Congressfondato da Nelson Mandela, è in testa con il 57% dei consensi. Si tratta di un dato che consegna al partito ancora una volta la maggioranza assoluta in parlamento, ma al tempo stesso come detto in precedenza è la prima volta che la formazione politica scende sotto il 60%. Nel 2014 l’Anc ottiene il 62% dei voti, che consentono di occupare i due terzi della Camera Bassa in mano ed avere quindi la possibilità di attuare riforme costituzionali. Adesso il partito dovrebbe avere sì la maggioranza assoluta, governando dunque da solo, ma non quella dei due terzi. Ed in un Sudafrica che da 25 anni vede un solo vero partito al potere ininterrottamente, questo è già un elemento di significativa novità.
Al secondo posto, come prevedibile, si piazza l’Alleanza Democratica e dunque il partito tradizionalmente più vicino alla popolazione di origine europea ed ai boeri in particolare, ma che si rivolge anche ai neri delusi dall’Anc. La formazione ottiene, in base agli attuali dati, il 22% dei voti confermando lo stesso dato del 2014. Dunque non si assiste ad un vero avanzamento da parte di Alleanza Democratica, i delusi dell’Anc sembrano invece aver scelto l’Eff, l’Economic Freedom Fighters guidato da Julius Malema. Quest’ultimo partito, che preme per un ritorno ai valori fondanti dell’Anc e per un’economia di ispirazione socialista, passa dal 6% del 2014 al 10% attuale. Percentuali tra l’1 ed il 2% per le altre formazioni politiche.
Per quanto riguarda le elezioni provinciali, che incidono sulla composizione della Camera Alta, otto delle nove province dovrebbero andare facilmente all’Anc, che ottiene percentuali oltre il 60% nelle sue roccaforti principali rappresentante dalle regioni più rurali ma che arriva a maggioranze risicate in altre dove hanno invece sede grandi città. Nel Gauteng ad esempio, abitato in maggioranza da persone di colore e dove si trovano Johannesburg e Pretoria, l’Anc ottiene il 52%. L’unica provincia fuori dall’orbita Anc è quella del Western Cape, dove si trova Città del Capo e dove la maggioranza della popolazione parla l’Afrikaans, la lingua della popolazione di origine europea. Già roccaforte di Allenza Democratica, tale partito riesce ad ottenere il 55% dei consensi e ad avere la maggioranza nel parlamento locale. 

Cyril Ramaphosa sarà riconfermato presidente?

Secondo la Costituzione del Sudafrica ad eleggere il presidente della Repubblica, che ha il potere esecutivo ed è dunque anche leader del governo, è la Camera Bassa. Ma, a differenza di altri sistemi parlamentari, in cui la scelta arriva al termine di consultazioni, in questo caso la presidenza va al leader del partito di maggioranza. Ecco perchè da 25 anni a questa parte i presidenti sudafricani sono espressione solamente dell’Anc. Attuale numero uno del partito è l’attuale presidente, ossia Cyril Ramaphosa. Subentrato durante la scorsa legislatura a Jacob Zuma, travolto dagli scandali di corruzione che a loro volta appaiono, assieme alla crisi economica e sociale, responsabili dell’erosione del consenso all’Anc, Ramaphosa a conti fatti ha la maggioranza assoluta dei voti e dunque dovrebbe essere lui ad ottenere il nuovo mandato. 
Ma non aver raggiunto la “soglia” psicologica del 60%, potrebbe aprire alcune rese dei conti interne all’Anc. In particolare, l’ex moglie di Jacob Zuma, Dlamini Zuma, avrebbe promesso battaglia se il partito avesse dimostrato una certa perdita di consenso. Lei guida una corrente dell’Anc giudicata più “aggressiva” sotto il profilo politico, contrapposta a quella moderata dell’attuale leader. Di certo, per la politica sudafricana potrebbe aprirsi una nuova fase dove l’African National Congress potrebbe non più essere il partito guida, bensì più semplicemente quello della maggioranza assoluta. Una differenza di non poco conto in un paese molto complicato quale quello africano. A prescindere da ogni evoluzione, per l’Anc e per il Sudafrica si aprono cinque anni molto difficili: l’economia è a rotoli, nelle grandi città la criminalità raggiunge livelli molto elevati, la fascia più giovane della popolazione nera è in buona parte delusa e considera l’apartheid in realtà mai terminato. Una situazione che, se nei prossimi anni non registra miglioramenti, rischia di far colare a picco il Sudafrica assieme al partito di Mandela. 

Franco Cfa, a Roma sfilano gli africani: “Basta imperialismo nel Continente nero”



Africani in piazza. Nel giorno di People – prima le persone, corteo contro il razzismo che ha invaso le vie di Milano, a Roma è andata in scena un’altra manifestazione, contro il franco Cfa, la contestata moneta delle ex colonie francesi d’Africa, e contro l’imperialismo nel Continente nero. Qualche centinaio i partecipanti, che hanno sfilato da piazza dell’Esquilino a piazza della Madonna di Loreto, attraversando via Cavour, largo Corrado Ricci e via dei Fori Imperiali.
A sfilare sono state donne e uomini di origine africana, ma anche italiani che hanno sposato la causa della Françafrique, tra striscioni e cartelli contro “l’imperialismo”, “il franco Cfa” e “la schiavitù economica”. Tante le bandiere di Stati africani, insieme a quelle italiane e della pace. E uno striscione che sembra fare il verso agli slogan leghisti: “Prima la dignità“. Queste alcune delle foto scattate dallo scrittore eritreo Daniel Wedi Korbaria:
“Una manifestazione libera per radunare tutti gli africani che si sentono vittime dell’ingiustizia”, spiega Whylton Ngouedi, uno degli organizzatori dell’evento. L'”ingiustizia”, per le associazioni che hanno manifestato nella Capitale, è l’insieme delle ingerenze francesi (ma non solo) in Africa. Dopo gli attacchi del Movimento cinque stelle al franco Cfa, valuta stampata vicino a Lione in uso in 15 Paesi africani, è tornato d’attualità il dibattito sull’eredità coloniale dei cugini transalpini, accusati dagli attivisti panafricanisti di “depredare le risorse africane, impedendo lo sviluppo del Continente”, come aveva spiegato il presidente dell’Ucai(Unione comunità africane d’Italia) Otto Bitjoka a Il Fatto Quotidiano.it.

“Le dichiarazioni di esponenti di punta della politica e del governo italiano sono state un’occasione che abbiamo colto per dimostrare all’opinione pubblica che siamo, sì, contro il franco Cfa, ma anche che questo non è l’unico problema – spiega all’agenzia Dire Ngouedi, giurista costituzionalista dottorando alla Sapienza di Roma -. Ci sono basi e operazioni militari francesi nei nostri Paesi, la Francia è sempre implicata in modo ufficiale o ufficioso nei nostri affari interni”.
Tra gli attivisti a prendere la parola c’era anche Mohamed Konare, di origine ivoriana ma da anni in Italia, che ha sottolineato come “L’Africa riparte da Roma“. Tante le richieste, oltre allo stop alla moneta. “Abolizione degli accordi coloniali“, “Fine dei colpi di Stato in Africa”, “Stop allo sfruttamento e al saccheggio delle risorse africane”.

L’Africa torna a coltivare il sogno di una grande autostrada panafricana


Di Mauro Indelicato

Un sogno prima ferroviario poi autostradale: da più di un secolo gli africani sperano di essere collegati dal Mediterraneo fino a Città del Capo con moderne arterie in grado di rilanciare gli scambi commerciali e culturali tra i paesi del continente nero. L’Africa a livello di trasporti non è ben assortita: le sue nazioni esportano materie prime in Europa ed in Asia, donano manodopera al vecchio continente, importano tanti beni dal resto del mondo. Ma tra africani gli scambi sono veramente blandi, tra paesi vicini i rapporti sono spesso visti al ribasso. E questo non solo per motivazioni politiche, bensì proprio perché il continente non è collegato da una ben definita rete di trasporti. 
Adesso si rilancia quel sogno che già nel 1890 Cecil Rhodes chiama “linea rossa”: ossia un collegamento rapido ferroviario in grado di attraversare tutta l’Africa per collegare Egitto e Sudafrica. Progetto poi naufragato, sia per le guerre che per le difficoltà finanziarie. Ora tutto sembra muoversi, a partire dall’Egitto: qui nei giorni scorsi viene inaugurato un moderno tratto di autostrada che collega Il Cairo con il confine sudanese. Si tratta del primo tratto della maxi autostrada panafricana. 

Gli investimenti in infrastrutture dell’Egitto 

Da quando nel 2014 è insediato come nuovo presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi lancia una vasta campagna infrastrutturale per dare ossigeno all’economia. L’Egitto, in particolare, ha una forte pressione di manodopera sul mercato interno. Migliaia di disoccupati che possono trovare uno sbocco lavorativo grazie a faraoniche opere in grado di modernizzare un paese rimasto al palo specie dopo le primavere arabe.
Nuove stazioni, nuove strade, nuovi investimenti pubblici che mettono l’affannata economia egiziana nuovamente in gioco. Ma sono due soprattutto le grandi opere che Al Sisi mette subito in cantiere: il raddoppio del canale di Suez e l’autostrada in grado di collegare la capitale con il confine sudanese. Nei giorni scorsi, come detto, questo tratto di autostrada risulta operativo. Si tratta di una lunga arteria che dalla periferia della capitale si addentra verso il profondo sud. In alcuni tratti, l’autostrada ha otto corsie, un’opera giudicata molto funzionale ed in grado di decongestionare anche il traffico ad Il Cairo.
L’arteria si congiunge con la già esistente autostrada Alessandria – Il Cairo, dunque adesso andare dal Mediterraneo (e dai suoi porti) fino al confine sudanese è molto più veloce e sicuro. Standard quindi da paesi industrializzati, un collegamento primario che serve all’Egitto ma che guarda al resto dell’Africa. 

Il progetto della panafricana

Secondo le intenzioni del governo egiziano, questa autostrada altro non è che il primo tratto dell’arteria panafricana che entro qualche anno deve giungere fino a Città del Capo.
Un’opera mastodontica ed affascinante, con un percorso che attraversa ben nove paesi. L’Egitto sembra fare sul serio. Il paese arabo non può certamente mettere tutti i soldi per l’opera, ma si presenta al resto del continente nero come un governo che ha già svolto “i suoi compiti” completando il proprio tratto. Ma soprattutto, spinge a livello politico per promuovere l’opera. Un modo per riguadagnare nuovamente prestigio e ripresentarsi come paese cardine del mondo arabo e nazione in grado di dire la sua a livello africano.
Dalla parte opposta dell’Africa, a sua volte è il Sudafrica a spingere: Pretoria sta attraversando un periodo complicato sotto il profilo economico e sociale, ma rispetto ai vicini è quello che ha le maggiori possibilità per attuare investimenti infrastrutturali. Del resto, al suo interno ha già una solida rete autostradale, che tra l’altro ben si fa valere nel 2010 quando il paese è messo alla prova dall’organizzazione dei mondiali di calcio.
Si può quindi investire all’estero nei paesi più a nord e trascinare politicamente alcuni governi vicini. Ed i progetti sarebbero già pronti. I più ottimisti ad Il Cairo sostengono che l’Africa è in grado entro il 2025 di avere la sua grande autostrada. Forse la data è un po’ troppo ambiziosa, ma è pur vero che rispetto al secolo scorso ci si sta lavorando. E soprattutto, sono stavolta gli stessi paesi africani e in particolare alcune delle nazioni più rappresentative del continente (Egitto e Sudafrica appunto) a premere e lavorare per la realizzazione del progetto.


Un sogno ambizioso quindi, ma non un’utopia. L’obiettivo non è soltanto dotare l’Africa di infrastrutture veloci, ma anche di darle i mezzi per iniziare a sostenersi da sola. In parole povere, per far sviluppare una solida rete continentale in grado di integrare tra loro i paesi africani. Maggiori scambi intra-africani grazie ad un’autostrada panafricana. L’Egitto sembra crederci ed il suo tratto è già operativo. 

La Cina vuole trasformare la Tanzania nella nuova Dubai dell’Africa

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Di Federico Giuliani
In Africa si sta giocando una sfida a distanza tra Cina e Stati Uniti. Le due superpotenze che si contendono il primato globale si affrontano a colpi di soft power nel Continente Nero. In particolare Pechino e Washington hanno scelto di puntare rispettivamente su Kenya e Tanzania. Il primo Paese africano è finito sotto l’ala di Xi Jinping, il secondo è in orbita americana. Chi avrà la meglio?

La trasformazione del porto di Bagamoyo

Pechino ha in serbo uno dei suoi progetti monumentali per trasformare il volto della Tanzania. Come riportato da Le Monde Diplomatique, la China Merchant Holdings, il più importante operatore portuale pubblico cinese, sta per lanciare un cantiere nel porto di Bagamoyo. Situato a una settantina di chilometri a nord della città tanzaniana Dar es-Salaam, Bagamoyo diventerà il porto più grande dell’Africa. Costo dell’operazione: 10 miliardi di dollari di investimenti, suddivisi tra il fondo del sultanato dell’Oman e la cinese Exim Bank. Le bozze dell’accordo tra le parti risalgono al 2013, durante il secondo viaggio ufficiale di Xi Jinping in Africa.

La “nuova” Dubai d’Africa

L’idea della Cina è rendere la Tanzania la Dubai del Continente Nero. Il progetto in effetti è molto ambizioso. Si parla di un allineamento di banchine e bacini per una lunghezza di venti chilometri di costa. Ci sarà poi spazio per una zona economica speciale, molto simile a quella attuata nella cinese Shenzen. Con l’avvento del nuovo porto di Bagamoyo, la Tanzania potrà imbarcare e scaricare venti milioni di container all’anno. La popolazione locale, all’80% impegnata nell’agricoltura, potrà finalmente dedicarsi ad attività di altro tipo.

Il legame Cina-Africa si solidifica

Nell’ultimo Vertice Cina-Africa in progrmma a Pechino lo scorso settembre, il Dragone è stato chiaro. La Cina ha promesso 60 miliardi di dollari da destinare all’Africa. Di questi un quarto saranno un prestito puro, senza interessi, un terzo a credito. Dieci miliardi finiranno in un fondo per finanziare progetti di sviluppo e 5 sosteranno le esportazioni africane. E non c’è quindi da stupirsi se, secondo la China Africa Research Initiative, Pechino ha prestato in 16 anni, tra il 2000 e il 2016 la bellezza di 125 miliardi di dollari a vari paesi africani.

Guerra di influenza

La Cina è il primo partner commerciale della Tanzania e se ne infischia altamente del governo di Magufuli. Il Presidente tanzaniano è più volte finito nel mirino per la violazione di diritti umani. Washington è in prima fila a puntare il dito, la Cina continua a parlare di affari senza entrare in politiche interne dei paesi suoi alleati commerciali. In qualche modo gli Stati Uniti hanno iniziato a contrapporsi al soft power cinese in Africa. Ma per Trump la strada è tutta in salita.

Il 90% della plastica negli oceani proviene da Asia e Africa

Kay Vandette90 percent of ocean plastic waste comes from Asia and Africa
(“Earth”, 3 luglio 2018; articolo rimosso dal portale ma ripreso anche da qualche sito italiano)

Di Kay Vandette

È stato calcolato che circa otto milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno negli oceani di tutto il mondo, ma ora un nuovo studio dimostra che il 90% di esso può essere ricondotto a dieci grandi fiumi dell’Asia e dell’Africa.
Il problema mondiale della plastica si è rapidamente trasformato in emergenza e attualmente negli oceani si trovano circa cinquemila miliardi di chili di questo materiale.
Le principali iniziative per rimuovere la plastica dagli oceani lasciano ancora il tempo che trovano, così i ricercatori del Centro Helmholtz per la Ricerca Ambientale in Germania hanno condotto uno studio per individuare la fonte dell’inquinamento da plastica negli oceani.
I risultati, pubblicati sulla rivista “Environmental Science & Technology”, mostrano che diminuendo l’inquinamento nei fiumi Yangtze e Gange, la quantità di plastica che finisce nell’oceano ogni anno potrebbe ridursi della metà.
Secondo lo studio, risalire alla fonte dell’inquinamento è uno dei modi migliori per superare la crisi.
“Una cosa è certa: questa situazione non può continuare”, ha dichiarato al “Daily Mail” Christian Schmidt, idrogeologo dell’Helmholtz, “ma dal momento che è impossibile ripulire i detriti di plastica che si trovano già negli oceani, dobbiamo prendere provvedimenti e ridurre l’immissione di plastica in modo rapido ed efficiente”.
Per scoprire i maggiori inquinatori dell’oceano, i ricercatori hanno esaminato i dati di 79 siti di campionamento lungo 57 fiumi.
Il “peggiore” è il fiume Yangtze in Cina, che ogni anno immette un milione e mezzo di tonnellate di plastica al Mar Giallo.
Non è ancora chiaro come la plastica dei fiumi finisca nell’oceano, ma è inconfutabile che i fiumi siano i maggiori conduttori di rifiuti e lo studio aiuta a far luce su questo problema.
“Sono solo dieci i principali fiumi che trasportano l’88-95 percento della plastica nei mari di tutto il mondo”, ha detto Schmidt al Daily Mail. “I fiumi con i più alti carichi di plastica stimati sono caratterizzati da un’alta popolazione – ad esempio lo Yangtze con oltre mezzo miliardo di persone”.
Uno dei motivi per cui la pulizia degli oceani è così difficile dipende dalla presenza delle microplastiche in tutti i principali mari e fiumi, le quali causano gravi danni alla fauna marina che li ingerisce accidentalmente.
I ricercatori perciò suggeriscono di concentrare gli sforzi sulla riduzione della plastica “alla fonte” (dei fiumi).
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