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Giornata internazionale di Nelson Mandela- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani celebra la 10° Giornata
internazionale di Nelson Mandela del 18 luglio 2020, istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU
nel 2009, con la risoluzione A/RES/64/13, per il contributo fornito alla lotta per la democrazia, la
pace e i diritti umani in tutto il mondo.

Nato il 18 luglio 1918, fu un politico del movimento rivoluzionario anti-apartheid (Congresso
Nazionale Africano, ANC), avvocato e attivista per i diritti umani e padre della democrazia nel
Sudafrica.
Sin da ragazzo si oppose all’apartheid, il sistema di segregazione razziale legalizzato in Sudafrica
secondo cui lo Stato limitava i diritti e le libertà degli abitanti neri, e delle minoranze etniche,
privandoli delle loro proprietà, della rappresentanza politica e della cittadinanza, emarginandoli con
istruzione, assistenza medica e servizi pubblici differenziati.
Per il suo impeto giovanile gli fu dato il nome "Rolihlahla" che significa piantagrane, mentre da
adulto venne più comunemente chiamato col nome del suo clan, Madiba, ma conosciuto a livello
internazionale con il nome inglese Nelson, datogli da un suo insegnante in carcere.
Assieme al partito della Lega della gioventù dell’ANC, Mandela portò avanti una coraggiosa
protesta contro il governo sudafricano e ne divenne il leader politico.
Arrestato per il suo attivismo nel 1964 e scampato alla condanna a morte, fu condannato
all’ergastolo perché ritenuto colpevole di sabotaggio e alto tradimento.

 Rimase in carcere per quasi
27 anni durante i quali, nonostante i lavori forzati cui fu costretto fino al 1970 e problemi di salute,
si laureò in legge, portò avanti il suo impegno anti-apartheid e sostenne i diritti umani dei detenuti.  
Durante la reclusione e per il suo attivismo indefesso, ricevette nel 1988 il Premio Sakharov per la
libertà di pensiero e nel 1990 il premio Lenin per la pace.
Nel 1989 Frederik Willem de Klerk venne eletto presidente di stato del Sudafrica e diede avvio a
importanti riforme sociali e civili tra cui: la legalizzazione di tutti i partiti politici, compreso l’ANC;
l’estensione degli stessi diritti civili dei bianchi a tutte le etnie del Sudafrica; e la liberazione di
Mandela l’11 febbraio del 1990.
Appena liberato, Mandela venne eletto presidente dell’ANC e insignito del premio Nobel per la
pace nel 1993 assieme al presidente Klerk come conseguenza del suo impegno per la fine
dell'apartheid.
Nel 1994 divenne il primo presidente del Sudafrica nero e, rifiutando qualsiasi politica vendicativa,
si impegnò per costruire una nazione inclusiva libera dal razzismo.
Come padre fondatore della democrazia multiculturale in Sudafrica, fece scrivere una nuova
Costituzione per sancire i diritti dei cittadini e predisporre un sistema istituzionale di controllo del
potere esecutivo.
Nel giorno dell'anniversario della sua nascita, tutto il mondo celebra la sua vita e le sue azioni come
esempio promotore di quei valori che possono migliorare le condizioni dell’umanità.
La giornata del 2020 è incentrata sugli effetti dell'emergenza sanitaria da covid 19 rispetto ai 10
obiettivi del Mandela day 2019/2029 in tema di istruzione di qualità, apprendimento per l’infanzia,
nutrizione adeguata, riparo e casa, servizi igienico sanitari, partecipazione pubblica e lotta alla
povertà.

Per gli studenti conoscere la storia di Mandela può diventare un’occasione non solo per sviluppare
empatia e libertà dal pregiudizio, ma può costituire la possibilità di riflettere su quanto il singolo
possa operare per il bene di una collettività. L’esperienza del presidente sudafricano insegna che
avere un progetto ambizioso e umanitario non comporta necessariamente la sconfitta perché i sogni
con la passione che si riesce a trasmettere agli altri possono trovare una concretizzazione. Mandela
sarà stato considerato all’inizio del suo percorso come un pazzo, un visionario, uno senza speranza.

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Eppure ha cambiato il mondo e l’ha reso migliore per tutti. La scuola deve incoraggiare gli
adolescenti a credere che possono cambiare la realtà intorno a loro e trasformarla in modo positivo.
Tra l’altro, oggi i giovani vivono in una società diversa da quella in cui ha operato Mandela, eppure
lo spettro del razzismo è ancora vivo e torna a minacciare la società. Urge diffondere tra i giovani la
consapevolezza della gravità dei comportamenti xenofobi e delle parole razziste che vengono
utilizzate come slogan e poi rilanciate per moda dai giovani e giovanissimi senza che, il più delle
volte, ne colgano il vero significato.
Ricordare Mandela significa educare i giovani a respingere ogni forma di intolleranza e a
comprendere il corretto utilizzo delle parole finalizzato a una comunicazione non violenta.
Il CNDDU propone di mettere al centro delle attività didattiche relative alla figura di Mandela la
potenza della parola come strumento di espressione di idee e pensiero, come mezzo di educazione e
cultura, come veicolo di pace.
Era il 14 luglio del 1938, quando veniva pubblicato il “manifesto della razza” italica individuata in
un “modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente
europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano
ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità”,   con poco anticipo
sulle leggi razziali fasciste che, poco dopo, avrebbero dilaniato il popolo italiano.
Quanto siamo lontani da questa concezione? Non abbastanza, purtroppo.
Non è bastato il Manifesto degli Scienziati Antirazzisti del 2008 con cui è stato sancito che
“l’esistenza delle razze umane è un'astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole
differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze
“psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari”, la cronaca ci racconta ancora di
fenomeni di razzismo contro extracomunitari, profughi, cittadini comunitari ormai stabiliti sul
nostro territorio, persino contro i calciatori di serie A, in sintesi contro ogni essere umano di cui è
possibile percepire delle differenze da sé.
La diffusione dell'odio viaggia veloce attraverso le parole, ecco perché occorre prestare maggiore
attenzione al loro uso, specie se fatto solo per emulazione o slogan.
La potenza delle parole ha permesso a Mandela di far viaggiare per il mondo le sue idee nonostante
fosse detenuto, con esse dunque si può costruire la pace.
In Occasione della giornata, il CNDDU lancia una proposta educativa: stimolare i ragazzi a
pronunciare delle parole o frasi su tematiche umanitarie: razzismo, uguaglianza, pace, giustizia,
parità di genere, povertà; aprire un confronto tra studenti sul significato di ogni parola utilizzata;
infine, invitare alla riflessione sulla corrispondenza o meno tra il proprio personale e intimo
pensiero e quello altrui.
Lanciamo per la giornata l'hashtag #unaparolaperlapace, perché la pace comincia dalle nostre
parole.
“L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo. È grazie all'istruzione
che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un
bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione” (Nelson Rolihlahla
Mandela)

Veronica Radici
CNDDU

Covid-19, il report di ASRIE Analytica sugli effetti geopolitici in Africa


Di Salvatore Santoru

Recentemente è stato pubblicato il quarto Geopolitical Report annuale di ASRIE Analytica, una piattaforma di analisi geopolitiche legata alla testata online 'Notizie Geopolitiche'(1).
Nel report, intitolato “Effetti geopolitici del COVID-19 sui paesi africani tra migrazioni e povertà”, si affronta la tematica dell'impatto dell'attuale emergenza sanitaria nei paesi africani. Il report è stato scritto dal giornalista C.Alessandro Mauceri e l'editore è Giuliano Bifolchi, direttore della stessa ASRIE Analytica(2).
Entrando nello specifico, nello studio ci si concentra inizialmente sulle criticità legate ai flussi migratori di massa e l'assai elevato rischio di contagio presente nei spesso sovraffollati campi profughi. In seguito, si parla di altri fattori di criticità che potrebbero potenzialmente rendere ancor meno gestibile il contrasto al Covid-19 e, tra di esse, vi sono le problematiche economiche come l'eccessiva povertà in determinate zone e settori di diversi paesi dell'Africa.
Nel report si riportano anche alcuni fattori di criticità ambientale, come l'impatto di sicittà e alluvioni e, oltre a ciò, la questione legata alla recente 'invasione di cavallette' che sta interessando alcune nazioni dell'Africa subshariana e del Corno d'Africa.
NOTE:

La rinascita di Al Qaeda e l’incognita Africa


Di Salvatore Santoru

La recente liberazione della giovane cooperante Silvia Romano ha riportato alla ribalta, anche nell’ambito dell’opinione pubblica e dei media mainstream, la tematica della lotta al terrorismo di matrice islamista radicale.
La giovane ragazza milanese era stata sequestrata da parte di alcuni miliziani legati ad Al-Shabaab, un’organizzazione terroristica somala legata alla rete globale di Al-Qaeda(1).
Più specificatamente, Al-Shabaab è nata a seguito della sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche ed è stata riconosciuta ufficialmente da Al Qaida nel 2012(2).
La stessa formazione estremista ha anche dei sporadici rapporti con alcuni esponenti del mondo della pirateria somala, ma tuttavia tale relazione è ambigua e sostanzialmente Al-Shabaab e pirati somali hanno generalmente strategie e obiettivi interni contrastanti(3).
Negli ultimi anni, i miliziani di Al Shabaab si sono macchiati di numerosi attacchi terroristici che hanno provocato diverse vittime e uno dei più recenti è stato quello del 31 dicembre del 2019, avvenuto a Mogadiscio(4).
L’escalation del terrore portata avanti da Al Shabaab in Somalia rientra, a livello internazionale, nel tentativo di ‘rinascita’ operato dal network internazionale di Al Qaida.

La crisi dello Stato Islamico e il tentativo di ribalta dei qaedisti

Negli ultimi anni la leadership del terrorismo islamista era stata conquistata dall’autoproclamato Stato Islamico, noto più comunemente con l’acronimo “ISIS” o “ISIL”.
I miliziani dell’ISIS erano riusciti, partendo dall’Iraq e dalla Siria, a costruire una rete del terrore particolarmente violenta e pervasiva a livello mondiale. In tal modo, lo stesso autoproclamato Stato Islamico era diventato il più temuto gruppo terroristico di matrice islamista radicale, mentre Al Qaeda attraversava una fase di decadenza(5).
Uno dei successi iniziali della strategia del Califfato era relativo alla scelta di unire l’impostazione marcatamente espansionista e globale della ‘jihad globale’ con il radicamento territoriale mentre, invece, Al Qaeda era sì fondata su una strategia di ‘jihadismo globale‘ ma anche sulla mera destabilizzazione e sulla mancanza di un efficace radicamento(6).
Tuttavia, la scia di sconfitte dello Stato Islamico in Siria ha portato alla crisi dell’organizzazione fondata dall’ex miliziano qaedista Abu Bakr al-Baghdadi, la cui eliminazione avvenuta nel 2019 ha contribuito alla decadenza dell’autoproclamato Califfato.
La crisi dell’ISIS ha, di conseguenza, lasciato un vuoto nella leadership del terrorismo islamista e la “nuova Al Qaeda” ha cercato di colmarlo.
Specialmente sotto la guida di Hamza Bin Laden, anch’egli eliminato nel 2019(7), tale progetto di “rinascita” di Al Qaida ha mosso le sue prime e forse più importanti mosse.

Il rischio dell’alleanza Al Qaeda-Isis e l’incognita Africa

La guerra civile siriana e quella yemenita hanno costituito, in linea di massima, due scenari particolarmente interessanti per la rete globale di Al Qaeda. Difatti, l’organizzazione terroristica fondata da Al Zawahiri e da Bin Laden ha potuto, pian piano, ricostruire la sua potenza comunicativa e militare messa a dura prova dalla competizione dell’ISIS.
Approfittando della stessa lotta al Califfato, i quaedisti hanno potuto ri-organizzare il proprio apparato terroristico e in qualche modo hanno avuto una sorta di “lascia passare” da parte di alcune forze e potenze impegnate nella lotta contro l’Isis.
Difatti, è notorio che la guerra in Yemen ha visto un certo disinteresse iniziale da parte dell’opinione pubblica mainstream e l’avanzata di quella che era la “legione siriana” di Al Qaeda, ovvero sia Al Nusra, non è stata contrastata a dovere.
In seguito, c’è da segnalare che la stessa Al Nusra ha reciso i legami con Al Qaida ma, tuttavia, quanto è stato detto sino ad ora è sintomatico di ciò che è successo sino a poco tempo fa(8).
Comunque sia, c’è anche da ribadire che oggi Al Qaida può contare un importante radicamento in Siria, nello Yemen, nel Maghreb e sempre di più nell’Africa subshariana.
A tal riguardo, è interessante il fatto che nel Sahel si ha notizie di vicinanze e alleanze tra gruppi legati ad Al Qaeda e l’ISIS e proprio tale saldatura risulta essere molto pericolosa(9).
Difatti, un’ipotetica alleanza ufficiale tra Al Qaeda e Daesh in quell’area costituirebbe un pericolo da non sottovalutare per tutta quell’area e per lo stesso Occidente.
Il fatto è che, anche a seguito degli effetti collaterali disastrosi della guerra in Libia, lo scacchiere che va dal Nord Africa all’Africa subshariana è diventato una polveriera potenzialmente esplosiva.
D’altro canto, c’è anche da ribadire che un’eventuale collaborazione “localistica” tra Al Qaeda e Daesh potrebbe anche portare all’inasprimento di quella che potremmo chiamare come “industria dei sequestri“, della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento dell’immigrazione di massa verso i paesi occidentali come la stessa Italia.

NOTE

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

La guerra di spie dietro il blitz in Somalia


Di Lorenzo Vita

L’operazione con cui è stata riportata a casa Silvia Romano ha ormai tutta l’aria di essere un intrigo internazionale in cui – a esclusione della famiglia della cooperante – il vincitore è solo uno: la Turchia. Il coinvolgimento dei servizi turchi è apparso da subito fondamentale nella gestione della trattativa tra i sequestratori e l’intelligence italiana. Ma quello che è apparso come un certificato del ruolo imprescindibile del Mit è stata una foto che ha fatto circolare in queste ore l’agenzia turca Anadolu e che mostra Silvia Romano sorridente dopo il dissequestro con indosso un giubbotto anti proiettile con i simboli della bandiera turca. Foto che è stata smentita dagli 007 italiani.
Un’immagine eloquente. E se qualcuno avesse avuto ancora delle perplessità sul ruolo turco e sull’importanza politica di questa liberazione, ci hanno pensato gli 007 di Recep Tayyip Erdogan a fugare ogni dubbio. L’operazione serviva al governo italiano per far tornare in patria una concittadina rapita, ma serviva soprattutto per far capire pubblicamente i nuovi equilibri nel ginepraio somalo.
Le domande a questo punto sono molte. Perché passare da Ankara quando Mogadiscio è nota per avere dai tempi della decolonizzazione rapporti proficui con le nostre unità di intelligence? Perché non avvertire in maniera chiara gli Stati Uniti? E soprattutto qual è il prezzo politico pagato con questa mossa? Dubbi che è difficile chiarire fino in fondo ma su cui è possibile iniziare a dare delle prime risposte. Che partono da una premessa: in Somalia è andata in corso una vera e propria operazione diplomatica e di spionaggio che ha svelato un enorme sommovimento strategico all’interno del territorio somalo. Ed è il primo punto da cui partire per comprendere perché l’Italia ha di fatto dovuto delegare l’operazione al Mit e ai servizi somali.
Come si è arrivati a questo è facile da comprendere. Una fonte qualificata ha svelato al Fatto Quotidiano il retroscena della ritirata della diplomazia e dell’intelligence italiana nel corso degli ultimi anni dal territorio somalo, con il risultato che quella rete di rapporti invidiata da tutti (anche dagli stessi Stati Uniti e dalle potenze europee) adesso è totalmente depotenziata. Un depotenziamento su cui pesa anche la fine del mandato di Abdullai Ghafow dal ruolo di capo dei servizi segreti somali, uomo che era stato addestrato anche dagli italiani. Insomma, a Mogadiscio l’Italia conta sempre meno. E non è un caso che a questa ritirata (sicuramente non strategica) sia arrivata la penetrazione di un Paese come la Turchia che invece da anni ha avviato un lento e costante processo di inserimento nei gangli del Paese, tanto che Erdogan ha ormai assunto il ruolo di protettore delle sorti della Somalia. Un ruolo che sta stretto soprattutto agli Emirati Arabi Uniti, che invece vogliono sfruttare il caos dell’Africa orientale per inserirsi in una partita in cui sfidano da un alto Erdogan ma dall’altro lato il suo finanziatore occulto: il Qatar dei Fratelli Musulmani. Tanto è vero che Roma avrebbe chiesto anche informazioni ad Abu Dhabi, che però stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe chiesto una partita ben più elevata che riguardava la Libia.
E qui si arriva al punto dolente: la Libia. Perché se è vero che la Turchia ha dimostrato di decidere le sorti della Somalia, è altrettanto vero che il prezzo da pagare non riguarda soltanto l’immagine di un’Italia che si ritira dal Corno d’Africa, ma anche di una possibile e inquietante contropartita libica. Gli Emirati avrebbero chiesto all’Italia il cambio di casacca: sostegno a Khalifa Haftar e non al nemico di Tripoli. La Turchia, che invece si trova con noi a convivere difficilmente nel sostengo a Fayez al Sarraj, probabilmente otterrà più libertà d’azione in campo libico: operazione Irini permettendo che però, va ricordato, per ora vede solo una nave francese nelle acque del Mediterraneo.
L’intricato gioco di spie e di diplomazia tra Italia e Turchia ovviamente non poteva non coinvolgere gli Stati Uniti. Washington sembra non aver apprezzato affatto le decisioni prese da Roma insieme ad Ankara. E così anche Londra. E per Repubblica il governo si aspetta una richiesta di informazioni dagli alleati Usa nel prossimi giorni. Del resto è abbastanza chiaro come dalle parti del comando Usa per l’Africa non possa essere vista troppo di buon occhio questa missione per liberare Romano. Vero è che sono due alleati Nato, ma è anche vero che esistono degli equilibri e delle strategie che per gli Stati Uniti è essenziale coordinare. Come giustificare il pagamento di un riscatto milionario a una milizia affilata ad Al Qaeda che caccia e droni statunitensi bombardano con sempre maggiore intensità da qualche anno? E soprattutto in cosa consiste il presunto scambio di favori in Libia quando gli stessi americani dubitano sia dell’interventismo turco che della leadership di Sarraj? L’Italia si trova in un intricato gioco di equilibri e probabilmente a Washington non piace questo espansionismo dell’intelligence turca senza una chiare definizione dei ruoli. Soprattutto se a condurre il gioco è un elemento come Erdogan che più volte ha mostrato di non seguire la linea dettata dalla Nato, sia in Siria che nel Mediterraneo orientale.

Al Shabaab: viaggio alla scoperta dei terroristi del Corno d’Africa



La recente liberazione della cooperante italiana Silvia Romano ha riportato alla ribalta della cronaca il gruppo terrorista Al Shabaab, che da anni imperversa nel tormentato scenario della Somalia. Oggi vi presentiamo un ampio dossier curato dal nostro analista Gaetano Magno in cui la storia e gli obiettivi di Al Shabaab sono spiegati in maniera esaustiva.
Di Gaetano Magno

In questo report saranno approfondite alcune vicende inerenti alla formazione terroristica somala Al Shabaab secondo due principali matrici.
In primo luogo analizzerò le sue strategie adattive, che le hanno consentito di resistere, sopravvivere ed adattarsi, come una contemporanea Idra di Lerna, ai vari approcci ed interventi con cui le fragili istituzioni somale e la comunità internazionale hanno tentato di sconfiggerla.
In secondo luogo prenderò in esame le linee di faglia interne al gruppo, mettendo in evidenza quanto le differenti provenienze claniche dei suoi membri, la più qualificata esperienza militare di taluni suoi militanti rispetto ad altri e la loro scelta di collocarsi in differenti campi della galassia jihadista mondiale, rendano Al Shabaab molto eterogeneo e frammentato nella sua composizione, a dispetto della rappresentazione monolitica e compatta data dai media.
In alcuni punti dell’elaborato cercherò di evidenziare quanto il gruppo terroristico somalo sia stato un vero e proprio precursore dell’Isis, anticipandone e forse ispirandone, con le proprie azioni, alcuni ambiti del suo modus operandi.
Un ultimo aspetto che sarà oggetto della mia analisi è il pericolo che questa formazione terroristica rappresenta per l’Europa e la comunità internazionale, vista la presenza di una nutrita comunità somala, non impermeabile a forme di radicalizzazione islamica, in molti paesi europei, del nord America e dell’Oceania.
Il gruppo terroristico somalo, nonostante questi indici di pericolosità e pur vantando il triste primato di essere la più letale compagine terrorista dell’intero continente africano, risulta poco attenzionato ed investigato dai media internazionali che, inerentemente al continente africano, sembrano prestare più attenzione ed interesse alla formazione terroristica nigeriana Boko Haram.

Silvia Romano, l’annuncio di Conte: “È stata liberata”


Silvia Romano, l’annuncio di Conte: “È stata liberata”. Lei: “Sto bene, sono stata forte”. Fonti intelligence: “Domani alle 14 a Ciampino”

“Sono stata forte e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia”. Sono queste le prime parole di Silvia Romano, la volontaria di 25 anni rapita il 20 novembre 2018 da un commando di uomini armati nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi, in Kenya. Ad annunciare la sua liberazione, avvenuta la notte scorsa, è stato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Silvia Romano è stata liberata! – ha scritto su Twitter il premier – Ringrazio le donne e gli uomini dei nostri servizi di intelligence. Silvia, ti aspettiamo in Italia!”.
La giovane, originaria di Milano, lavorava per la onlus marchigiana Africa Milele che opera nella contea di Kilifi, in Kenya, dove seguiva un progetto di sostegno all’infanzia con i bambini di un orfanotrofio. La sua liberazione è avvenuta dopo un’operazione dell’Aise scattata la scorsa notte, diretta dal generale Luciano Carta, e condotta con la collaborazione dei servizi turchi e somali ed è scattata la scorsa notte. La volontaria si trova ora in sicurezza nel compound delle forze internazionali a Mogadiscio. Secondo fonti di intelligence riportate dall’agenzia AdnKronos, l’operazione per liberarla “è iniziata all’alba questa mattina” e la ragazza, domani “alle 14 atterrerà a Ciampino”. È stata liberata a “30 chilometri” dalla capitale somala, in “una zona in condizioni estreme a causa delle alluvioni”.

Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!

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Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio su Facebook annuncia la sua liberazione: “Volevo darvi una buona notizia. Silvia Romano è libera. Lo Stato non lascia indietro nessuno”, scrive Di Maio che manda poi “un abbraccio alla sua famiglia” e “un grazie alla nostra intelligence, all’Aise in particolare, alla Farnesina e a tutti coloro che ci hanno lavorato”, scrive il ministro. E in una nota il presidente del CopasirRaffaele Volpi, scrive che Silvia “sta bene ed è in forma”, anche se è “provata ovviamente dallo stato di prigionia ma sta bene”. I complimenti, continua, “vanno al Generale Carta, agli uomini e donne dell’Aise che con il loro incessante lavoro, mai alla luce della ribalta, hanno permesso questo importantissimo risultato. Grazie ragazzi e ben tornata a casa Silvia”.

Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?


Di Gaetano Magno

Il Covid-19 ha iniziato ad espandersi sul suolo africano e gli elementi perché si venga a creare una “tempesta perfetta” purtroppo parrebbero esserci tutti.
Per riuscire a comprendere cosa stia accadendo e quali potrebbero essere alcuni potenziali effetti della pandemia nel continente nero è essenziale partire dall’analisi di alcuni numeri che caratterizzano la realtà africana.
I 54 stati del continente africano hanno una popolazione complessiva superiore ad un miliardo e trecento milioni di persone, con una età media inferiore ai 20 anni ed un’aspettativa di vita di circa 64 anni.[1]
Il 43% della popolazione continentale vive in aree urbane, con tre città che hanno più di 10 milioni di abitanti (Kinshasa, Lagos ed Il Cairo)[2].
Sebbene l’età media molto bassa rappresenti un punto di forza contro il virus, che ha dei tassi di mortalità più elevati nella fasce di età superiori ai 65 anni, la presenza di malattie endemiche quali malaria, hiv, tubercolosi ed ebola potrebbe rendere la popolazione già affetta da queste comorbosità particolarmente fragile nei confronti del covid.
Un altro fattore di rischio è dettato dai tassi di urbanizzazione pocanzi menzionati: nelle città più popolate del continente una percentuale significativa degli abitanti vive in distretti sovraffollati e malsani, privi di sistemi fognari e senza la possibilità di avere accesso costante e regolare all’acqua potabile.
L’alta densità abitativa e la mancanza di accesso all’acqua comportano l’impossibilità di porre in essere il distanziamento sociale e le basilari misure di profilassi igieniche con cui evitare il contagio da Covid-19 e la sua diffusione.
La malnutrizione da cui sono afflitti circa 60 milioni di bambini africani[3] rappresenta una fragilità addizionale sulla quale il virus potrebbe avere buon gioco. Nove bambini su dieci in Africa non rientrano nei parametri minimi di dieta delineati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS)
Passati brevemente in rassegna questi fattori demografici, è bene analizzare quello che, con ogni probabilità, è il fattore più preoccupante e difficilmente gestibile in questo frangente: la totale inadeguatezza del sistema sanitario continentale per fronteggiare una pandemia con queste caratteristiche.
Il rapporto tra medici e popolazione in Africa è notevolmente inferiore rispetto a quello del mondo occidentale. Mentre in Europa si hanno mediamente 4 medici ogni 1.000 abitanti, in molti stati dell’Africa subsahariana, quali ad esempio Guinea, Sierra Leone e Liberia, questo rapporto è di 4.5 medici ogni 100.000 abitanti.[4] La situazione è meno preoccupante in alcuni stati dell’Africa del Nord (Libia, Tunisia ed Algeria) dove questo rapporto sale a 2 medici ogni 1.000 abitanti, un valore in ogni caso inferiore al parametro di riferimento fornito dall’Organizzazione mondiale della sanità per garantire le coperture dei bisogni sanitari primari alla popolazione.[5] E’ inutile sottolineare che in un frangente di crisi come quello causato dall’attuale pandemia questo rapporto dovrebbe essere incrementato.
La situazione è ancora più marcatamente drammatica se prendiamo in considerazione il numero di posti in terapia intensiva e dei ventilatori polmonari attualmente disponibili.
Fatta eccezione per il Sudafrica che può contare su circa 1.000 posti letto in terapia intensiva, per la Tunisia che ne conta circa 500 distribuiti tra sanità pubblica e privata e per l’Algeria che ha una capacità di circa 400 posti, i numeri nel resto del continente sono molto modesti e vanno dai 150 posti disponibili in Kenya, ai 50 del Senegal fino a poche singole unità per le realtà sanitarie più disagiate.[6] I posti di terapia intensiva sono inoltre concentrati per la maggior parte negli ospedali delle capitali dei singoli paesi, rendendoli di fatto quasi irraggiungibili per la popolazione più rurale ed isolata. Per avere un rapido raffronto con la realtà europea, basti pensare che la Germania da sola può contare su circa 28.000 posti in terapia intensiva e l’Italia su circa 5.000, aumentati in modo sensibile per fronteggiare l’emergenza nelle ultime settimane.
La possibilità di poter aumentare la capacità di posti letto in terapia intensiva è di difficile attuazione in buona parte degli stati africani per diversi motivi, che vanno dalla mancanza di personale medico, all’impossibilità di reperire ventilatori polmonari ed altro materiale sanitario per la cancellazione di forniture attuata da diversi paesi produttori, che le stanno trattenendo in patria per fronteggiare le proprie emergenze interne.[7]
Il primo caso di coronavirus in Africa si è ufficialmente registrato in Egitto il giorno 14 febbraio, ma alla stessa data risultavano più di 45 casi sospetti distribuiti tra Etiopia, Ghana, Costa d’Avorio e Burkina Faso.[8]
Il numero di persone contagiate a lunedì 13 aprile era di circa 14.524 individui ripartiti tra tutti i 54 stati del continente[9]; si tratta di un numero apparentemente molto contenuto rapportato alla popolazione continentale ed al tempo trascorso dal primo caso riscontrato.
Con ogni probabilità però questo numero è ampiamente sottostimato in quanto ad oggi si sono potuti effettuare pochissimi tamponi per riscontrare il numero di pazienti effettivamente positivi.
A metà febbraio solo due laboratori, in Senegal ed in Sudafrica, erano attrezzati per compiere i test  diagnostici[10], e dopo l’intervento dell’OMS, i laboratori di 43 nazioni sono stati resi in grado di effettuarli.[11]
Questo numero risulta ancora meno plausibile se si prendono in considerazione alcuni elementi che potrebbero aver contribuito a rendere più veloce la trasmissione e la diffusione del virus.
Un primo fattor da valutare è che il principale partner commerciale del continente africano è la Cina.
Più di 200.000 lavoratori cinesi sono attivi sul continente africano, concentrati per la maggior parte tra Nigeria, Angola, Etiopia, Algeria e Kenya. Sul territorio africano operano circa 10.000 imprese cinesi private ed è molto forte la presenza del paese del dragone anche nel campo delle infrastrutture, con investimenti annui superiori agli 11 miliardi di dollari.[12]
Più di 81.000 africani studiano in Cina, il 16% di tutti gli studenti internazionali presenti nel paese, 5.000 dei quali nella città di Wuhan.[13]
Il recente rimpatrio in Sudafrica di 114 studenti rimasti bloccati a Wuhan ha creato forti polemiche all’interno del paese.[14]
Non si può escludere che questo flusso di lavoratori cinesi e di studenti africani in entrata ed in uscita dai rispettivi paesi non sia stato uno dei vettori di ingresso del virus in Africa, cronologicamente anche antecedente al primo caso riscontrato in Egitto.
Un secondo fattore che potrebbe aver contribuito a rendere la diffusione del Covid-19 superiore a quanto ad oggi si è avuto modo di riscontrare in termini numerici, è legato all’alto tasso di migrazioni interne al continente.
Annualmente sono circa 19 milioni gli africani che si spostano all’interno dei confini continentali; i principali poli di attrazione sono Nigeria, Costa d’Avorio, Etiopia, Uganda e Kenya, che corrispondono in buona parte ai paesi dove è maggiormente concentrata la presenza di lavoratori cinesi. [15]
L’ultimo fattore è connesso ad alcune abitudini sociali, come quella di partecipare ai riti religiosi.
Secondo un indagine del Pew Research Center in 20 paesi del continente una percentuale che oscilla tra il 60 ed il 79% della popolazione partecipa settimanalmente a cerimonie religiose, con punte vicine al 89% in Nigeria, che è il paese più popoloso del continente.[16]
Alla luce dei dati analizzati il rischio che la pandemia possa provocare un alto numero di vittime in Africa sembra essere molto concreto, in particolar modo se si sviluppassero dei focolai negli slum di alcune megalopoli continentali. Tenui speranze sui possibili effetti mitigatori rispetto a questo scenario, sono riposte nelle capacità acquisite nel recente passato da alcuni paesi africani nel fronteggiare le epidemie di ebola e di altre malattie infettive.
Per prevenire ed arginare la diffusione del virus sono state predisposte delle contromisure congiunte a livello continentale e singolarmente ad opera dei vari stati.
L’Africa Center for Disease Control and Prevention (CDC) e l’Unione africana hanno costituito una  Task Force capitanata da 5 paesi (Marocco, Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya), che avrà il compito di monitorare la diffusione del contagio e cercare di intervenire per fornire supporto tecnico e sanitario nelle realtà maggiormente colpite.[17]
Per realizzare questo compito l’Africa CDC sta organizzando corsi, webinar, scambio di informazioni a livello continentale con le equipe mediche dei vari paesi.[18]
La predisposizione di misure contenitive da parte dei singoli stati non è stata uniforme, si sono mossi in ordine sparso, mettendo in essere in modo più o meno stringente chiusure di luoghi pubblici ed attuando divieti di circolazione delle persone.
Prendendo in considerazione i paesi più popolosi, la Nigeria ha limitato la serrata solo alle città di Lagos e alla capitale Abuja[19]; Congo, Sudafrica e Kenya hanno optato invece per un lockdowntotale.[20]
Misure più blande sono state adottate invece dall’Egitto, che ha imposto un coprifuoco notturno dalle 19.00 alle 06.00 e dall’Etiopia, che ha rimandato a data da destinarsi le elezioni parlamentari, ha vietato gli assembramenti ed ha limitato gli spostamenti.[21]
La serrate e le limitazioni di movimento hanno causato i primi disordini in Sudafrica, Kenya, Etiopia e Liberia, dove ci sono stati i primi assalti a negozi e mercati. Il blocco delle attività e della circolazione delle persone, stanno impedendo il sostentamento delle migliaia di abitanti che affollano giornalmente le strade delle città di questi paesi, vivendo di un’economia informale.
Gli abitanti degli slum non sembrano avere reali alternative tra il rischio di morire di fame isolandosi nei loro distretti e cercare di procacciarsi qualche forma di sostentamento a costo di esporsi al rischio di contagio. Le stesse ONG che operano in questi paesi segnalano le difficoltà di provvedere a distribuire aiuti nelle attuali condizioni.[22]
In Kenya ed in Sudafrica la reazione di polizia ed esercito è stata particolarmente energica, arrivando a sparare sulla folla con proiettili di gomma, ma il vero timore è che, con il prolungarsi del blocco, la situazione possa degenerare in rivolte sociali.
Oltre che sull’economia informale pocanzi menzionata, la pandemia avrà pesanti ripercussioni su tutto il tessuto economico africano, parte delle quali sono già riscontrabili adesso.
Ingenti danni economici verranno sopportati dai principali produttori di petrolio del continente: Nigeria, Angola, Algeria e Sudan. Un discorso a parte va fatto pe la Libia, la cui produzione petrolifera è pressoché ferma per il blocco della produzione imposto dal generale Haftar, che secondo recenti stime della Noc, la compagnia petrolifera di bandiera, avrebbe prodotto perdite per 3,89 miliardi di dollari dal 17 gennaio 2020 ad oggi.[23]
Il crollo del prezzo del barile, dovuto al forte calo della domanda internazionale conseguente alla pandemia di Covid-19, impatterà sulle economie dei paesi sopramenzionati.
Particolarmente danneggiati potrebbero essere l’Angola, il cui Pil dipende per il 30% dall’industria estrattiva e che esporta il 60% della sua produzione petrolifera in Cina e la Nigeria, la cui quota di Pil derivante dal petrolio è dell’11%.[24]
A risentire della pandemia saranno sicuramente anche il settore turistico e quello delle rimesse dei lavoratori africani che vivono all’estero, che hanno un valore di circa 60 miliardi di euro all’anno.[25]
Un’ultima variabile da tenere in considerazione in questa situazione di crisi è rappresentata dalle formazioni terroristiche jihadiste africane che, con strategie differenti, stanno cercando di trarre un vantaggio dalla pandemia.
In Mozambico i terroristi di Ahlu-Sunnah Wal Jama’at (al-Sunnah) hanno intensificato il loro numero di attacchi nella provincia nel nord del paese di Cabo Delgado, ricca di gas naturale e di rubini.
Questi attacchi hanno visto un cambio di passo nella strategia del gruppo, che ha adottato un approccio “hearts and minds”, limitandosi a colpire militari e mezzi dell’esercito, mentre vengono distribuiti cibo ed aiuti alla popolazione locale, lasciando intatti i villaggi.
L’idea di fondo del gruppo sembra quella di proporsi come valida alternativa alle istituzioni statali, che hanno dimostrato un certo disinteresse per la regione, per arrivare a controllare fisicamente il territorio ed avere accesso allo sfruttamento delle risorse naturali.[26]
Una strategia simile, benché su più larga scala, la sta adottando anche la compagine terroristica Boko Haram, la cui fazione affiliata all’Isis ha intensificato gli attacchi nella regione del lago Ciad, a cavallo tra Nigeria, Ciad, Niger e Camerun. Il 24 marzo 92 soldati dell’esercito ciadiano sono stati uccisi nel più violento scontro degli ultimi mesi.[27]
Secondo l’analisi di Anna Bono, professoressa di Storia e istituzioni dei paesi africani dell’Università degli studi di Torino, Boko Haram ha intensificato da diversi mesi gli attacchi nell’area per costruire nella regione una propria base operativa e per insediare un vero e proprio proto-stato, solidarizzando con le popolazioni del territorio. Il gruppo terrorista nell’area costruisce pozzi, protegge dai furti di bestiame e cerca di garantire un minimo di sicurezza dell’ordine pubblico.[28]
Con un’efficace azione opportunista, che verrà quasi sicuramente intensificata, vista l’attuale difficoltà degli stati della regione a fronteggiare la pandemia, i jihadisti nigeriani stanno cercando di occupare il vuoto istituzionale lasciato da Nigeria e Ciad nell’area.
Un approccio diverso infine è quello adottato dai terroristi somali di Al Shabaab, che stanno approfittando del coronavirus per alimentare l’avversione e l’odio del popolo somalo verso l’occidente.
Con un’azione di propaganda e disinformazione, il gruppo sta tentando di convincere i somali a diffidare di malattie infettive come il coronavirus, diffuse dalle forze dei “crociati” che hanno invaso il paese per indebolirlo.
Il timore del governo centrale è che Al Shabaab tenti di avversare e minare le pratiche di contenimento messe in campo dall’autorità centrale con il prezioso supporto di chierici e leader religiosi, come la chiusura delle scuole coraniche e l’adattamento di alcune pratiche religiose per evitare assembramenti di persone.[29]
Questa strategia rischia però di ritorcersi contro gli stessi terroristi, perché se il Covid-19 dovesse prendere piede nelle aree meridionali ed interne del paese che sono sotto il loro controllo, potrebbe venir meno il supporto della popolazione locale.
8 – continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?” di Gaetano Magno.

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