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Il blitz di Giorgia Meloni al confine con la Francia: "Macron sfrutta l'Africa"


Di Chiara Sarra

Mentre Parigi continua a sconfinare per scaricarci i migranti e a prenderci in giro sostenendo che si tratta di un normale "respingimento concordato" e mentre Matteo Salvini invia la polizia a pattugliare i confini, Giorgia Meloni e alcuni parlamentari di Fratelli d'Italia fanno un blitz dimostrativo alla frontiera con la Francia.

"J'accuse Emmanuel Macron di sfruttamento e neocolonialismo", ha detto la leader di Fratelli d'Italia.
"In questi giorni il presidente Francese scarica gli immigrati attraverso il confine come se fossero spazzatura", accusa ancora la Meloni, "Allora noi oggi siamo venuti al confine con la Francia perché vogliamo scaricare in territorio francese il simbolo del neocolonialismo che la Francia usa con l'Africa: il franco fca, la moneta che la Francia stampa per 14 Nazioni africani e sul quale applica il signoraggio. Grazie a questa moneta, la Francia può anche depredare tante miniere che in Africa ci sono, perché non è vero che l'Africa è un continente povero. Però questo l'Unione europea fa finta di non vederlo. Questo il bel Macron non ce lo viene a raccontare quando fa il buonista. Allora noi oggi vogliamo denunciare questo schifo e dire a Emmanuel Macron che la nostra soluzione non è prendere gli africani e spostarli in Italia così le aziende francesi visto che siamo sempre più poveri continuano a fare shopping a basso costo nei nostri gioielli di famiglia. La nostra soluzione è cacciare dall'Africa quegli sfruttatori che ancora oggi ci sono, quei briganti come i francesi che lì vanno a creare povertà e desertificazione. Macron, dicci qualcosa di questo invece di farci le lezioni".

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/blitz-giorgia-meloni-confine-francia-macron-sfrutta-lafrica-1590636.html

Libia, Putin: 'L'Occidente ha distrutto una muraglia che proteggeva l’Europa dall'immigrazione di massa'


Di Salvatore Santoru

Durante il meeting del Valdai Club il presidente russo Vladimir Putin ha detto la sua sulla crisi libica.
Più specificatamente, riporta Aska News(1), Putin ha affermato che ora in Libia non esiste più uno stato e le milizie combattono tra di loro.

Inoltre, il presidente della Federazione russa ha affermato che con la guerra in Libia l'Occidente ha distrutto  una 'muraglia' che preservava l’Europa dal problema delle migrazioni.

NOTA:

(1) http://www.askanews.it/esteri/2018/10/18/libia-putin-occidente-ha-distrutto-la-muraglia-antimigrazioni-pn_20181018_00225/

Macron vuole controllare il Sahel. E fa di tutto per fermare l’Italia


Di Lorenzo Vita
La notte del 27 agosto due Mirage dell’aviazione francese hanno colpito lo Stato islamico in Mali uccidendo Mohamed Ag Almouner, uno dei leader dell’organizzazione terrorista nel Grande Sahara. Il ministero della Difesa francese ha annunciato che, insieme a lui, sono morti anche due civili, una donna e un ragazzo.
L’attacco del 27 agosto è stato l’ennesimo raid della Francia in Mali ed è inserito all’interno dell’Operazione Barkhane, una delle più imponenti campagne militari delle forze armate di Parigi. Sono 4mila i soldati francesi impegnati in tutta l’Africa occidentale, in quel Sahel che è diventato centrale nelle dinamiche del terrorismo e dell’immigrazione clandestina. E Parigi non ha mai fermato le manovre.

L’impegno francese nel Sahel

Le forze francesi sono presenti in Sahel con migliaia di uomini, ma anche con aerei, droni e mezzi pesanti. E le loro basi, oltre a quelle delle principali città dei Paesi della regione, sono anche composte di campi nel deserto, le plateformes désert relais, che aiutano le forze speciali a operare in piena autonomia rispetto alle truppe di terra.
Un impegno profondo che dura da decenni. Perché la Francia, dal Sahel, non se n’è mai andata realmente. Negli anni Ottanta del secolo scorso, ci fu la prima missione delle forze di Parigi: l’Opération Épervier. Una missione lunghissima. Le truppe francesi arrivarono nell’area come forza dissuasiva per dividere l’esercito libico da quello del Ciad. Poi, negli anni, il loro scopo è stato quello di contrastare l’insorgenza dell’islamismo.
Quando la Épervier stava per concludersi, la Difesa francese optò per un’altra missione: l’Opération Serval. Questa volta, le truppe furono inviate in Mali. Una missione in cui la Francia aveva investito molto, considerando il dispiegamento di uomini, aerei e anche mezzi navali: ma la missione è conclusa un anno dopo con risultati tutto sommato miseri.
Proprio per ovviare al magro bottino dell’operazione Serval, Parigi, nel 2014, ha optato per un approccio diverso. E fu così che nacque l’operazione Barkhane, arrivata oggi al suo terzo anno di attività e in cui furono inglobati anche gli uomini e gli obiettivi della Serval.
L’Opération Barkhane si differenzia dalle altre operazioni per l’estensione del territorio in cui agisce: il Sahel. Non è più un’operazione in un singolo Paese, ma in tutti gli Stati che compongono il cosiddetto G-5 Sahel e cioè: Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Mauritania. È pertanto una missione diversa, orientata su un contrasto a un fenomeno regionale e che fa comprendere come per la Francia l’idea non è più quella di operare in un singolo contesto nazionale ma in tutta l’area di suo interesse strategico. L’obiettivo non è più il singolo pericolo nel singolo Stato, ma assumere il controllo di tutta l’Africa occidentale legata a Parigi.

Il Sahel, per la Francia, è essenziale

Il Sahel è essenziale. Lì c’è tutto: interessi economici, politici, strategici e di sicurezza. E per questo la Francia non intende lasciare la regione. Perdere il controllo di quei territori sia contro i nemici interni – in particolare le frange ribelli di alcuni Paesi e i gruppi islamisti – sia rispetto ai partner” occidentali, si tratterebbe di una sconfitta strategica per la Francia. Non è un problema di leadership, è un problema quasi esistenziale per Parigi.
Basti pensare a un dato, che riguarda le materie prime, per capire gli interessi francesi nell’area:il 30% dell’uranio che le centrali nucleari francesi utilizzano per fornire energia al Paese, proviene dal Niger. Se la società francese Areva produce energia elettrica in Francia, è grazie alle miniere africane. E lì, i gruppi ribelli hanno intensificato i loro sforzi perché sanno che significa colpire il cuore degli interessi dei transalpini.
Se a questo si aggiunge il problema del terrorismo islamico che la Francia ha poi direttamente sul suo territorio, ma soprattutto la volontà di non perdere i tradizionali rapporti post-coloniali con quei Paesi, si capisce perché la Francia non solo vuole avere il pieno controllo delle operazioni militari nell’area, ma vuole anche decidere quali partner occidentali far collaborare nella regione. E noi italiani, non siamo di loro gradimento.

Macron non vuole l’Italia in Sahel

L’Italia non piace a Emmanuel Macron. E adesso, con il governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle, la situazione non è certo migliorata. È dai tempi del governo Gentiloni che l’Italia ha messo piede in Niger con poche decine di uomini. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha già chiarito che il governo italiano intende dare seguito ai propositi della missione per evitare che questi uomini rimangano pochi e confinati in un’area di una base americana.
La missione Misin, guidata dal generale di brigata Antonio Maggi, dovrebbe avere più uomini, una sede operativa autonoma, e maggiore capacità operativa. Ma finora, tutto (o quasi) sembra remare contro i nostri militari. Ed il “merito” è di Macron.
A confermare lo zampino di Parigi nella mancata operatività della nostra missione italiana in Niger, arrivano le indiscrezioni di alcuni funzionari francesi a Il Foglio. Come spiega il quotidiano, “la Francia non condivide gli obiettivi italiani, e dunque starebbe rendendo più difficile del previsto l’azione di Roma tramite i suoi contatti con alcune figure chiave del governo nigerino”. Insomma, c’è una vera e propria sfida fra Italia e Francia.
Sempre secondo Il Foglio, “Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese e molto influente nella strategia africana di Macron, non gradirebbe l’intervento autonomo italiano nel nord del paese, che interferirebbe con gli equilibri in Libia, Stato con cui il Niger confina nella parte settentrionale”.
Lo Stato maggiore francese ha più volte dichiarato che è ben contento che i partner occidentali partecipino in Niger. Ma non è certo un caso che Macron abbia preferito siglare un accordo con la Gran Bretagna per l’arrivo di un centinaio di uomini e elicotteri piuttosto che appoggiare il nostro intervento, nonostante (in teoria) siamo entrambi Stati dell’Unione europea. E questo perché l’Italia sta cercando di scalfire l’influenza francese in Niger: obiettivo che non hanno gli altri partner occidentali.
Del resto le elezioni non sono lontane. Il Niger andrà al voto nel 2021 e il presidente Mahamadou Issoufou non potrà ricandidarsi. La sfida è, almeno fino adesso, tra Hassoumi Massaoudou, ministro delle Finanze, e Mohamed Bazoum, ministro dell’Interno, che è molto vicino a Jean-Yves Le Drian. L’Italia sta iniziando ad aumentare il suo supporto al governo nigerino attraverso gli aiuti umanitari. E non è un strategia secondaria in un Paese devastato dalle epidemie. E questi aiuti sono stati apprezzati dal presidente e dal suo entourage. E questa corrispondenza fra Roma e Niamey dà molto fastidio al presidente Macron.

L’AFRICA PUÒ RISORGERE – parla Mohamed Konare, Leader del movimento Panafricanista

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Via ByoBlu
In Africa conflitti e saccheggi non hanno mai visto la fine. Mohamed Konare, Leader del nascente Movimento Panafricanista, sta guidando gli africani verso una mobilitazione mondiale che potrebbe stravolgere gli equilibri di un sistema che ci coninvolge tutti, come inconsapevoli carnefici.
In questa intervista, concessa in esclusiva a Byoblu, Konare racconta della sua terra, da troppo tempo martoriata, e di popoli e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi.
Come e perchè i giovani africani si mettono in viaggio verso l’Europa?Quale è il complicato scenario politico e quali i meccanismi economici che incatenano il continente nero?

Per Byoblu, intervista a cura di Eugenio Miccoli.In Africa conflitti e saccheggi non hanno mai visto la fine. Mohamed Konare, Leader del nascente Movimento Panafricanista, sta guidando gli africani verso una mobilitazione mondiale che potrebbe stravolgere gli equilibri di un sistema che ci coninvolge tutti, come inconsapevoli carnefici.
In questa intervista, concessa in esclusiva a Byoblu, Konare racconta della sua terra, da troppo tempo martoriata, e di popoli e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi.
Come e perchè i giovani africani si mettono in viaggio verso l’Europa?Quale è il complicato scenario politico e quali i meccanismi economici che incatenano il continente nero?
Per Byoblu, intervista a cura di Eugenio Miccoli.
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Firenze, “i milioni per l’Africa sui conti del cognato di Renzi e dei fratelli”. Ma per la riforma Orlando indagine rischia lo stop

Ricevevano generose donazioni da UnicefFondazione Pulitzere altre onlus americane ed australiane per finanziare attività benefiche nei confronti dei bambini africani. Ma invece di spedire quei soldi in Eritrea, Burundi o Sierra Leone attraverso la Play Therapy Africa, sostiene la procura di Firenze, li giravano sui loro conti bancari. Lo avrebbero fatto con circa 6,6 dei 10 milioni di dollari ricevuti. Per questo il cognato di Renzi, Andrea Conticini, sposato con sua sorella Matilde, e i fratelli Alessandro e Luca sono indagati da due anni con l’accusa di riciclaggio e – solo Alessandro e Luca – anche diappropriazione indebita aggravata. I pm Luca Turco e Giuseppina Mione, in base alle rogatorie internazionali, hanno ricostruito l’entità e i giri delle somme dirottati prima sui conti personali e poi impiegate, sostengono, per investimenti immobiliari in Portogallo e in altri Paesi esteri.

A causa della riforma Orlando, però, buona parte dell’indagine rischia di diventare carta straccia. Perché la nuova legge prevede che il reato di appropriazione indebita sia procedibile solo per querela delle parti offese. Così, nelle scorse settimane, la procura ha dovuto fare una rogatoria verso Unicef, Fondazione Pulitzer e le altri parte offese spiegando la situazione e che, senza una loro denuncia, il procedimento non potrà andare avanti.
L’inchiesta, resa nota nel 2016 da La Nazione, è nata da movimenti bancari anomali in Emilia segnalati dalla Banca d’Italia e dai dubbi di Monika Jephcott quando era direttrice di Play Therapy ltd Londra, la casa madre. La donna manifestò ai pm dubbi su come impiegasse i soldi Play Therapy Africa, consociata fondata da Alessandro Conticini che aveva ottenuto il permesso di usare lo stesso nome e a cui successivamente, però, la direttrice revocò l’autorizzazione.

Elezioni Zimbabwe: vince il presidente uscente Mnangagwa




Di Nicola De Angelis

Lo Zimbabwe ha riconfermato il presidente uscente Emmerson Mnangagwa del partito Zanu-PF in carica da novembre 2017 con una maggioranza di 109 seggi, abbastanza per poter avere la maggioranza in Parlamento
Il suo principale rivale è Nelson Chamisa a cui sono stati per ora assegnati 41 seggi, facente parte del partito Movimento per il Cambio Democratico (MCD). Se Mnangagwa riuscisse ad ottenere altri 30 seggi durante lo spoglio potrebbe avere due terzi del Parlamento, abbastanza per andare a modificare la Costituzione. Sono rimasti 58 seggi da assegnare.
Lo Zimbabwe è arrivato alle elezioni dopo che Mugabe, il presidente che ha governato per quasi quarant'anni è stato deposto attraverso una sorta di colpo di stato architettato proprio dal suo stesso partito, lo Zanu-PF attraverso le pressioni di Emmerson Mnangagwa. Mugabe ha governato per moltissimo tempo mantenendo il potere con la violenza, il suo è stato definito un regime autoritario che si è macchiato di gravissimi illeciti e violenze gratuite ai danni della popolazione. Mugabe, prima del colpo di stato, aveva annunciato che era nelle sue intenzioni presentarsi alle elezioni. Oggi ha 93 anni. Emmerson Mnangagwa ha tenuto il posto di presidente fino a che lo Zimbabwe non è andato a nuove elezioni.
Non sono mancate le critiche da parte di Chamisa, il quale sostiene che il comitato elettorale stia ritardando la diffusione dei risultati proprio per favorire il partito di Zanu-PF. Questo partito, infatti, esercita ancora un grosso potere sulle forze di sicurezza che controllano il paese.

Etiopia: ripristinata linea telefonica con Eritrea dopo 20 anni

Etiopia: ripristinata linea telefonica con Eritrea dopo 20 anni
“Per la prima volta dopo 20 anni, oggi è stata ripristinata una linea telefonica diretta tra Etiopia ed Eritrea”. Questo l’annuncio postato su Twitter da Fitsum Arega, capo di gabinetto del premier etiope Abyi Ahmed, oggi in visita ad Asmara per il primo incontro tra i leader dei due Paesi dopo la guerra del 1998-2000.
Giunto questa mattina ad Asmara, dove è stato accolto da una folla festante radunata lungo le strade, il premier etiope è a colloquio con il presidente eritreo Isaias Afewerki. “Un summit – ha scritto su Twitter il ministro dell’Informazione eritreo, Yemane Gebremeskel, che darà il via a cambiamenti rapidi e positivi sulla base del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, dell’uguaglianza e dell’interesse reciproco dei due Paesi”.
Sempre Yemane ha poi precisato che “il presidente Isaias Afewerki ospiterà staserà una cena ufficiale per il premier Abiy Ahmed e la sua delegazione”, composta dal ministro degli Esteri Workineh Gebeyehu, dalle presidenti delle due camere del parlamento e dal presidente della regione degli Afar, situata nel Nord-Est dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea.

NIGERIA, il genocidio silenzioso dei cristiani: da gennaio più di 6000 uccisi dal terrorismo islamista

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Di Salvatore Santoru

“Quello che sta accadendo in Nigeria nello stato di Plateau e in altri stati è un genocidio puro e deve essere fermato immediatamente”.
Lo ha sostenuto l’Associazione Cristiana della Nigeria e i capi di una chiesa confessionale in un recente comunicato(1).

Come scritto su The Christian Post(2) e riportato su Imola Oggi(3), i dirigenti della chiesa hanno affermato che più di 6.000 persone (per lo più bambini, donne e anziani) sono stati mutilati e/o uccisi in incursioni notturne dai miliziani islamisti radicali di etnia Fulani.

NOTE:

(1) https://www.csw.org.uk

(2) https://www.christianpost.com

(3) https://www.imolaoggi.it

Nigeria, la denuncia del vescovo: “Così vogliono islamizzarci”

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Di Marco Gombacci
“C’è un piano per islamizzare la Nigeria”, è il grido di allarme del vescovo Wilfred Chikpa Anagbe della diocesi di Makurdi alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.
“Vogliono islamizzare la parte centrale del Paese, conosciuta anche come Middle Belt nigeriana, che è abitata per la quasi totalità da cristiani. Nel recente attacco del 24 aprile sono morti due preti della mia diocesi assieme ad altri 17 fedeli ma il numero esatto delle vittime non è ancora accertato”, denuncia il vescovo.
Purtroppo non è un caso isolato. Sin dall’inizio del 2018, ben 11 parrocchie della diocesi nigeriana sono state attaccate. Nello Stato del Benue ci sono stati innumerevoli atti di violenza contro la popolazione che è per il 99% cristiana.
Il 18 gennaio è stata persino ritrovata una fossa comunecon 72 cadaveri. Non si tratta di Boko Haram, segnala il vescovo che si trovava in Vaticano per un incontro con p apa Francesco.
“Le violenze sono perpetrate da mandriani islamisti di etnia Fulani che in passato hanno avuto rapporti, anche stretti, con gruppi terroristi e che sono uniti dal loro obiettivo finale: islamizzare la parte cristiana della Nigeria!”, continua il vescovo.
“Le tribù Fulani vivono sulle montagne e non si possono permettere il lusso di armi sofisticate, per cui bisognerebbe chiedersi chi li finanzia veramente?”, domanda monsignor Anagbe, segnalando inoltre come durante gli attacchi non vi sia mai una presenza della polizia o dell’esercito del governo nigeriano, in particolar modo del governo federale.
Le violenze contro i cristiani hanno provocato forti tensioni nell’area e oltre 100mila persone vivono ora in campi rifugiati per scampare alle incursioni degli islamisti nei villaggi cristiani.

La ricetta di Soros: 'C'è bisogno di un Piano Marshall per l'Africa, in tal modo si limiterebbe la crisi migratoria in Europa'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente il noto investitore George Soros ha detto la sua sulla sempre più forte crisi che interessa l'Unione Europea(1).
Soros ha sostenuto che la stessa UE ha bisogno di una 'radicale trasformazione' e che c'è la necessità di limitare la crisi migratoria.

Più specificatamente, come riportato da Ticino Online(2), il finanziere ha proposto la creazione di 'un piano Marshall per l'Africa' finanziato dalla stessa Unione Europea.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/05/george-soros-lue-e-in-forte-crisi-e.html

(2) https://www.tio.ch/finanza/borse-e-mercati/1261892/soros---ci-aspetta-una-crisi-epocale-e-distruggera-l-ue-

I cristiani nel mirino in Nigeria: “Così ci vogliono islamizzare”

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Di Mauro Indelicato
Un paese spaccato quasi a metà nella sua composizione religiosa: il 50% è musulmano, il 48% invece è cristiano. Un sottile equilibrio, foriero sia di importanti esempi di civile convivenza, ma anche di violenze e tensioni: il riferimento è alla Nigeria, il più popoloso paese africano dove l’esperienza di Boko Haram, gruppo jihadista legato all’ideologia estremista, segna soltanto una delle tante sofferenze in cui vivono le popolazioni residenti soprattutto nelle regioni settentrionali. Non solo grandi attentati e maxi sequestri, come quello che dal 2014 vede imprigionate centinaia di ragazze rapite da un college nel nord del paese, ma anche singoli episodi forse meno noti e meno risonanti sotto il profilo mediatico, pur tuttavia ugualmente drammatici ed indicativi della situazione in cui versa la Nigeria.

La denuncia del vescovo di Makurdi: “Vogliono islamizzare le aree cristiane”

L’ultima diocesi a subire un attacco è stata, in ordine di tempo, quella di Makurdi: l’area in questione si trova in una regione molto delicata della Nigeria, denominata “Middle belt”. Un’area di mezzo non soltanto sotto un profilo prettamente geografico, bensì anche culturale: si tratta di una barriera in cui convivono diverse minoranze linguistiche e religiose che, di fatto, divide il nord a maggioranza musulmana ed il sud a minoranza cristiana. La composizione di questa fascia geografica e culturale è dunque mista ed è qui che, inevitabilmente, rischiano di esplodere le maggiori tensioni tra le popolazioni che abitano al suo interno. Alla Middle Belt nigeriana appartiene lo Stato di Benue, a maggioranza cristiana ma abitato anche da minoranze etniche caratterizzate dall’appartenenza alla religione musulmana. La diocesi di Makurdi si trova all’interno dello Stato di Benue: è qui, come detto, che si è avuto l’ultimo attacco contro i cristiani e, in particolare, nel villaggio di Mbalom dove sono morti almeno 17 tra fedeli e sacerdoti.
A Roma per incontrare il Papa nel corso di una conferenza con gli altri vescovi nigeriani, il vescovo di Makurdi, monsignor Wilfred Chikpa Anagbe, ha rilasciato nei giorni scorsi una dura intervista al sito di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs): “Solo nella mia diocesi – racconta monsignor Anagbe – Da gennaio ad oggi ci sono stati undici attacchi. Le vittime sono numerose, abbiamo anche scoperto una fossa comune”. Ma non c’entra nulla, in questo caso, Boko Haram: il vescovo punta il dito contro i fulani, etnia di pastori che abita nella regione. “Sono stati loro ad attaccarci di recente – dichiara ancora monsignor Anagbe – Si tratta di una situazione molto delicata, arrivano nei villaggi cristiani molto ben armati”. Ed è qui che il vescovo attua una considerazione delicata ma al tempo stesso significativa ed importante: “Quando avvengono questi attacchi non ci sono mai né agenti di polizia, né militari – dichiara ancora il prelato – Senza contare che i fulani vivono perlopiù nella boscaglia e non possono permettersi armi così sofisticate. Chi li finanzia dunque?”
Una domanda che mese dopo mese viene posta da sempre più analisti: i fulani, popolo semi nomade e con poca esperienza in fatto di armi, oltre che con pochi fondi per racimolarle, riescono oramai da troppo tempo a mettere sotto scacco interi villaggi poco presidiati. Da qui la considerazione di monsignor Anagbe, secondo cui il tutto non è frutto di episodi isolati bensì di un piano prestabilito per islamizzare le regioni a maggioranza cristiana del Middle Belt. Esisterebbe dunque la possibilità che qualche attore interno od esterno alla Nigeria, stia armando i fulani per gli assalti alle chiese ed ai villaggi cristiani. Nella sua intervista ad Acs, il vescovo ha chiuso invitando i cristiani a pregare ed auspicando che le organizzazioni internazionali, in primis l’Onu, non lascino soli i fedeli nigeriani.

Chi sono i fulani

Popolo semi nomade, propenso soprattutto alla pastorizia, i fulani rappresentano una minoranza etnica nigeriana presente soprattutto nel centro del paese: essi sono tradizionalmente musulmani ed abitano in diversi Stati del Middle Belt. Di recente il loro nome è tristemente accostato ad una sigla poco nota in occidente, ma che (come sopra mostrato) costituisce motivo di apprensione e terrore tra i cristiani del Middle Belt nigeriano: Fulani Herdsmen Terrorists (FHT) è il nome del gruppo terroristico che dal 2006 in poi ha ucciso più di dodicimila persone, molte delle quali cristiane. Il motivo delle rappresaglie del gruppo non è soltanto di natura jihadista: molti dei loro rappresentanti infatti, in passato hanno dichiarato di doversi scontrare con gli agricoltori della zona perché il governo federale non garantisce ai fulani la possibilità di pascolare liberamente nei vari territori.
Pur tuttavia, la matrice religiosa sembra comunque essere ben presente tra le motivazioni dei drammatici attacchi perpetuati dal gruppo Fht: “Sono sia sociali, cioè questioni fondiarie, sia religiose le motivazioni degli attacchi – ha affermato alcuni anni fa ad Acs il vescovo di Kafanchan, mons. Bagobiri – Entrambe le cause sono presenti, ma il fattore religioso è preponderante: è una persecuzione religiosa”. Nonostante tanti appelli al governo nigeriano ed alle istituzioni internazionali, al momento non sono stati lanciati numerosi attacchi contro i terroristi fulani i quali, il più delle volte, rimangono impuniti.

L’Unione Africana lancia l’allarme: pericolo jihadisti di ritorno

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Di Chiara Clausi
Fino a 6.000 africani che hanno combattuto per il gruppo jihadista dello Stato Islamico in Iraq e in Siria potrebbero tornare a casa, ha avvertito l’alto funzionario della sicurezza dell’Unione africana, e ha invitato i paesi a prepararsi alla minaccia.
Smail Chergui, il commissario dell’Ua per la pace e la sicurezza, ha detto che le nazioni africane avrebbero bisogno di lavorare a stretto contatto l’una con l’altra e condividere le informazioni per contrastare i militanti di ritorno.
“Sono 6.000 i combattenti africani tra i 30.000 stranieri che hanno aderito a questo gruppo terroristico in Medio Oriente”, ha detto Chergui in una riunione ad Algeri. “Il loro ritorno in Africa rappresenta una seria minaccia per la nostra sicurezza e la stabilità nazionale e richiede un trattamento specifico e un’intensa cooperazione tra i paesi africani”.
Decine di migliaia di combattenti stranieri si sono uniti al gruppo estremista sunnita dopo aver conquistato vaste aree dell’Iraq e della Siria e dichiarato il califfato nel 2014. Ma il gruppo ha subito numerose perdite sia nel suo territorio che nelle sue capacità militari nell’ultimo anno.
Sostenute da una coalizione guidata dagli Stati Uniti, le forze irachene hanno gradualmente riorganizzato il controllo di tutto il territorio perso dai jihadisti, e dichiarato che il paese era ormai liberato. La paura è che i restanti combattenti stranieri dell’Isis possano ora trasferirsi, portando con sé la loro ideologia estremista e la loro violenza.
L’Isis si è infiltrato in Siria e in Iraq e ha approfittato della crescente instabilità nei due paesi per attuare attacchi e mantenere il suo predominio nella regione. L’ascesa dell’Isis e la lotta internazionale contro di esso ha portato allo sfollamento di oltre 3,2 milioni di persone dalle loro case e secondo le Nazioni Unite, circa 25.000 combattenti stranieri provenienti da oltre 100 paesi si sono recati in Siria.
Il primo ministro iracheno Haider Al-Abadi ha avvertito: “Nonostante l’annuncio della vittoria finale, dobbiamo rimanere vigili e pronti ad affrontare qualsiasi tentativo terroristico contro il nostro popolo e il nostro paese”.

NIGER, la camera approva la missione: a favore PD e FI, contrari 5 Stelle e Liberi e Uguali. Astensione Lega

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Di Salvatore Santoru

La missione italiana in Niger è stata recentemente approvata dalla camera(1).
Fondamentale per l'approvazione del decreto missioni è stata la posizione favorevole del PD e di Forza Italia, mentre la Lega Nord si è astenuta e sia Liberi e Uguali che i 5 Stelle hanno votato contro.

Come riporta un articolo su 'Internazionale'(2), il decreto approvato prevede che l'intervento militare dell'Italia nel Niger nell'ambito della missione del cosiddetto G5( che comprende  Mali, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mauritania).

NOTE:

(1)https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/01/17/camera-missione-niger

(2)Idem


FOTO:

ilfattoquotidiano.it

H&M, saccheggiati negozi in Sudafrica: proteste per la pubblicità “razzista”

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Vestiti buttati a terra, vetrine danneggiate e cartelli contro H&M: diverse persone hanno saccheggiato i negozi del gruppo svedese in Sudafrica. Una protesta nata per la pubblicità di una felpa con la scritta “La scimmia più cool nella giungla“ indossata da un bambino di colore. L’immagine aveva scatenato una bufera social contro la grande catena di abbigliamento low cost, costretta a fermare la campagna di marketing. Ma per Mbuyiseni Ndlozi, portavoce del gruppo di estrema sinistra Economic Freedom Fighters (Eff) che ha guidato la manifestazione, la replica di H&M “è troppo poco” ed è avvenuta “troppo tardi”.
La protesta ha coinvolto, secondo quanto riportato da Reuters, sei negozi nella provincia di Gauteng e in particolare a Johannesburg, capitale economica del Sudafrica. I manifestanti erano vestiti in rosso, avevano il logo di Eff e mostravano scritte come “Abbasso H&M” e “H&M dì ‘ciao’ alle scimmie più cool”.  In un caso, gli agenti hanno sparato proiettili di gomma per disperdere i manifestanti, ha riferito la polizia. Finora però nessuno è stato arrestato.

Violenze contro i cristiani in Congo, l’Onu chiede un’inchiesta

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Di Alessandra Benignetti

“La Chiesa è l’unica voce autorevole del Paese e per questo ci troviamo in prima linea”. A parlare è padre Apollinaire Cibaka Cikongo, docente presso il seminario maggiore del Cristo Re a Malole, nel Congo infiammato dalle proteste contro il presidente Joseph Kabila.

Lo scorso 31 gennaio i militari di Kinshasa hanno soffocato nel sangue le manifestazioni organizzate dai fedeli cattolici che si erano dati appuntamento davanti alle parrocchie della capitale per chiedere il rispetto dell’Accordo di San Silvestro. Il patto, siglato nel 2016 tra governo e opposizione grazie alla mediazione della Chiesa locale, prevedeva la convocazione di nuove elezioni nel Paese entro la fine del 2017. Nel dicembre 2016, infatti, l’attuale presidente congolese, in carica dal 2001, aveva rifiutato di rassegnare le dimissioni alla scadenza del suo secondo ed ultimo mandato. Lo scorso ottobre però era arrivato l’annuncio della Commissione elettorale: “Kabila resterà al potere fino a dicembre del 2018”.
Marce pacifiche contro il governo si sono quindi moltiplicate nella capitale e in altre città del Congo, come Kananga. Ma il giorno di San Silvestro, all’arrivo nella cattedrale di Gombe, a nord di Kinshasa, del leader di opposizione Felix Tshisekedi, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in chiesa lanciando gas lacrimogeni e sparando contro i fedeli. In tutto 120 persone sono state arrestate negli scontri avvenuti in tutto il Paese. Tra loro anche dodici chierichetti che stavano partecipando ad una delle  manifestazioni. Il bilancio è stato di almeno otto morti e decine di feriti. Tra loro anche molti sacerdoti, come padre Nkongolo, frate domenicano con il volto ancora tumefatto dalle percosse. “I parrocchiani assistevano alla Santa Messa, quando i soldati hanno aperto il fuoco”, racconta padre Apollinaire Cibaka Cikongo, ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione pontificia che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo.
La situazione nel Paese, messo in ginocchio da un’epidemia di colera e dal maltempo che nei giorni scorsi ha devastato Kinshasa, resta tesa. Martedì dieci membri del movimento di opposizione Lotta per il Cambiamento (Lucha) sono stati condannati a tre anni di carcere con l’accusa di “disobbedienza all’autorità pubblica” per aver partecipato alle manifestazioni anti-governative. “I media sono tutti schierati con il governo e l’opposizione è debole e frammentata in oltre 600 diversi partiti politici”, spiega padre Cikongo. Per questo, secondo il sacerdote, non sarà facile ottenere le dimissioni di Kabila. Il presidente, inoltre, “gode dell’appoggio di Paesi occidentali e superpotenze quali India e Cina, che lo proteggono in cambio del controllo delle risorse minerali congolesi”. “Fin quando questi attori non faranno nulla, non ci sarà modo di uscire dall’attuale crisi”, afferma convinto il religioso. “Tutti sanno esattamente quanto sta accadendo, ma dal momento che le nostre sofferenze significano il guadagno di altri, il mondo intero preferisce rifugiarsi in un silenzio complice”, accusa invocando un intervento della comunità internazionale.