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Sempre più jihadisti in Italia: ecco tutte le zone a rischio

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Di Giovanni Giacalone
L’Italia si conferma al primo posto in Europa per il numero di islamisti radicali espulsi per motivazioni legate a jihadismo e terrorismo. Nel 2018 la media è salita a dieci soggetti espulsi ogni mese (rispetto agli 8 al mese del 2017). Da inizio 2018 sono stati 105 i provvedimenti presi dal Ministero dell’Interno raggiungendo quota 340 negli ultimi tre anni.
L’ultima espulsione è di appena due giorni fa, quando le forze dell’ordine hanno accompagnato alla frontiera dell’aeroporto romano di Fiumicino Arta “Anila” Kacabuni, cittadina albanese condannata nel 2015 dal Tribunale di Milano a 3 anni e 8 mesi con l’accusa di aver aderito ai principi dell’Isis e alle sue modalità operative (tra cui gli attentati di Parigi del 2015) nonché di aver contribuito a far arruolare suo nipote, Aldo Kobuzi e la moglie Maria Giulia Sergiosupportando l’organizzazione del matrimonio tra i due e il viaggio in Siria.
Intanto nella giornata di giovedì la Digos di Trapani intercettava su un barcone diretto in Sicilia l’imam tunisino Lamjed ben Krajem, già espulso lo scorso febbraio per rapporti con ambienti islamisti radicali.
Il tunisino era stato arrestato nel 2013 per traffico di stupefacenti e durante la detenzione nel penitenziario di Trapani era entrato a far parte di un gruppo di estremisti islamici guidati dall’imam egiziano Mohamed Mohamed Rao (espulso anch’egli), gruppo noto per aver più volte esultato in seguito ad attentati di matrice islamista.

La radicalizzazione in carcere

Secondo gli investigatori dell’antiterrorismo, le carceri restano uno dei maggiori focolai per gli estremisti in quanto sono il luogo sociale dove si verifica un intenso e costante scambio di informazioni tra le persone esposte al rischio di radicalizzazione.
L’ambiente duro e coercitivo del carcere genera isolamento, frustrazione, alienazione e senso di rivalsa, tutto terreno fertile per la radicalizzazione e il rischio di diffusione propagandistica di stampo jihadista; un pericolo che resta elevato anche a causa della potenziale presenza di predicatori in qualche modo riconosciuti dagli altri detenuti, sia per carisma, sia per una minima conoscenza di fonti religiose, che possono far breccia nelle menti dei detenuti con la propaganda radicale.
Come illustra il prof. Paolo Branca, islamologo presso l’Università Cattolica di Milano: “È sufficiente che un detenuto ne sappia un po’ più degli altri per diventare guida; nel momento in cui poi riesce a intercettare i sensi di colpa di altri detenuti che non sentono redenzione nella pena carceraria allora si presenta il potenziale problema. Del resto vengono segnalati soggetti che si fanno arrestare appositamente per andare a radicalizzare altri detenuti nei penitenziari”.

I casi, anche recenti, non mancano: lo scorso giugno veniva rimpatriato un trentaduenne cittadino egiziano; dopo l’arresto nel 2014 per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, nel 2016 il soggetto in questione era emerso come leader di un gruppo di detenuti che divulgavano l’Islam radicale cercando di fare proseliti in carcere. A Sanremo invece un 42enne tunisino detenuto per reati comuni veniva inserito nel più alto livello di monitoraggio in quanto trovato in possesso di materiale che inneggiava alla supremazia dell’Islam oltre a un disegno con la bandiera dell’Isis. Non bisogna inoltre dimenticare che l’attentatore al mercatino di Natale di Berlino del 2016, Anis Amri, era stato detenuto nei penitenziari siciliani.
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