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NOTRE DAME, sul social alcuni jihadisti hanno esultato per l'incendio


Di Salvatore Santoru

Diversi jihadisti hanno celebrato la recente distruzione di una parte della cattedrale di Notre Dame, avvenuta il 15 aprile 2019. Come riporta il MEMRI(1), nei social alcuni jihadisti hanno reputato la stessa cattedrale come un simbolo del cristianesimo e l'hanno collegata al periodo delle Crociate.

Altri hanno sostenuto che l'incendio potrebbe essere una 'punizione' per i crimini commessi dai cristiani e, specialmente in questo caso, dai francesi.

NOTA:

Sempre più jihadisti in Italia: ecco tutte le zone a rischio


Di Giovanni Giacalone
L’Italia si conferma al primo posto in Europa per il numero di islamisti radicali espulsi per motivazioni legate a jihadismo e terrorismo. Nel 2018 la media è salita a dieci soggetti espulsi ogni mese (rispetto agli 8 al mese del 2017). Da inizio 2018 sono stati 105 i provvedimenti presi dal Ministero dell’Interno raggiungendo quota 340 negli ultimi tre anni.
L’ultima espulsione è di appena due giorni fa, quando le forze dell’ordine hanno accompagnato alla frontiera dell’aeroporto romano di Fiumicino Arta “Anila” Kacabuni, cittadina albanese condannata nel 2015 dal Tribunale di Milano a 3 anni e 8 mesi con l’accusa di aver aderito ai principi dell’Isis e alle sue modalità operative (tra cui gli attentati di Parigi del 2015) nonché di aver contribuito a far arruolare suo nipote, Aldo Kobuzi e la moglie Maria Giulia Sergiosupportando l’organizzazione del matrimonio tra i due e il viaggio in Siria.
Intanto nella giornata di giovedì la Digos di Trapani intercettava su un barcone diretto in Sicilia l’imam tunisino Lamjed ben Krajem, già espulso lo scorso febbraio per rapporti con ambienti islamisti radicali.
Il tunisino era stato arrestato nel 2013 per traffico di stupefacenti e durante la detenzione nel penitenziario di Trapani era entrato a far parte di un gruppo di estremisti islamici guidati dall’imam egiziano Mohamed Mohamed Rao (espulso anch’egli), gruppo noto per aver più volte esultato in seguito ad attentati di matrice islamista.

La radicalizzazione in carcere

Secondo gli investigatori dell’antiterrorismo, le carceri restano uno dei maggiori focolai per gli estremisti in quanto sono il luogo sociale dove si verifica un intenso e costante scambio di informazioni tra le persone esposte al rischio di radicalizzazione.
L’ambiente duro e coercitivo del carcere genera isolamento, frustrazione, alienazione e senso di rivalsa, tutto terreno fertile per la radicalizzazione e il rischio di diffusione propagandistica di stampo jihadista; un pericolo che resta elevato anche a causa della potenziale presenza di predicatori in qualche modo riconosciuti dagli altri detenuti, sia per carisma, sia per una minima conoscenza di fonti religiose, che possono far breccia nelle menti dei detenuti con la propaganda radicale.
Come illustra il prof. Paolo Branca, islamologo presso l’Università Cattolica di Milano: “È sufficiente che un detenuto ne sappia un po’ più degli altri per diventare guida; nel momento in cui poi riesce a intercettare i sensi di colpa di altri detenuti che non sentono redenzione nella pena carceraria allora si presenta il potenziale problema. Del resto vengono segnalati soggetti che si fanno arrestare appositamente per andare a radicalizzare altri detenuti nei penitenziari”.

I casi, anche recenti, non mancano: lo scorso giugno veniva rimpatriato un trentaduenne cittadino egiziano; dopo l’arresto nel 2014 per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, nel 2016 il soggetto in questione era emerso come leader di un gruppo di detenuti che divulgavano l’Islam radicale cercando di fare proseliti in carcere. A Sanremo invece un 42enne tunisino detenuto per reati comuni veniva inserito nel più alto livello di monitoraggio in quanto trovato in possesso di materiale che inneggiava alla supremazia dell’Islam oltre a un disegno con la bandiera dell’Isis. Non bisogna inoltre dimenticare che l’attentatore al mercatino di Natale di Berlino del 2016, Anis Amri, era stato detenuto nei penitenziari siciliani.

"Incita al Jihad e va espulso dall'Italia": ma i giudici lo mandano ai domiciliari

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Di Ivan Francese

Pericoloso al punto da istigare altri islamici radicalizzati a compiere attentati terroristici.
"Continguo" all'Isis, tanto da meritare un decreto di espulsione dall'Italia una volta scontata la pena. Eppure secondo la Corte d'Appello di Genova, in grado di poter saldare il proprio debito con la giustizia agli arresti domiciliari.
La vicenda di Hossameldin Antar, egiziano 37enne ritenuto membro di una cellula jihadista operante in Liguria, risale almeno al 2016, quando venen arrestato a seguito di un'inchiesta condotta dai magistrati della procura del capoluogo ligure. Contro di lui vennero formulate accuse pesanti: avere reclutato online potenziali attentatori, aiutandoli a raggiungere la Siria e istigandoli a colpire da terroristi.
Per questo ricevette una condanna di primo grado a cinque anni di reclusione per associazione terroristica: in Appello la condanna fu poi ridimensionata a "istigazione" e la pena ridotta a tre anni e otto mesi. Tuttavia i magistrati d'Appello hanno stabilito che la pena restante può essere scontata agli arresti domiciliari e non nel supercarcere di Rossano Calabro dove è attualmente detenuto.
Antar sconterà il proprio debito con la giustizia nella propria abitazione di Cassano D'Adda, in provincia di Milano. Tuttavia, riferisce il quotidiano genovese Il Secolo XIX , i carabinieri del Ros hanno aperto un’indagine per ottenerne l'allontamento "per la tutela della sicurezza".

Traffici illeciti e simpatie jihadiste lungo l’asse Italia-Libia


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Di Mauro Indelicato

È il 22 maggio 2015 quando, all’aeroporto di Linate, i doganieri rimangono sbigottiti dinnanzi ad una dichiarazione di un cittadino libico appena giunto dall’aeroporto di Malta: alla richiesta di indicare quanti soldi ha in suo possesso, su un foglio di carta scrive la cifra di 296.000 Euro, un qualcosa che certamente non può passare inosservato ed iniziano così i controlli. Ma in quella serata, negli uffici della dogana dello scalo milanese, ad iniziare in realtà è una storia ben più complessa: il cittadino libico in questione si chiama Salem Bashir Mazan Rajah, appare come un uomo profondamente religioso grazie alla presenza di un copricapo ed alla folta barba che porta sul viso; dopo i controlli effettuati quella sera, Rajah viene denunciato a piede libero con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco e gli inquirenti iniziano a scandagliare precedenti e legami del cittadino libico, fino ad appurare l’esistenza di una fitta rete in grado di muovere, tra traffico d’esseri umani e traffico d’organi, qualcosa come cento milioni di Euro sulla rotta Libia – Italia. Da quella sera, Salem Bashir Mazan Rajah risulta irreperibile.

L’organizzazione criminale smantellata ed i sospetti legami con il mondo jihadista

La storia iniziata tra gli uffici della dogana di Linate oramai più di due anni fa, ha riflessi anche nella cronaca delle ultime ore: la Guardia di Finanza di Milano ha arrestato in tutto tredici persone, dieci in Italia e tre in Ungheria e, per loro, l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro; sei di loro sono egiziani, cinque invece siriani e due marocchini. Perno dell’inchiesta sono proprio i file ritrovati nel cellulare di Salem Bashir Mazan Rajah la sera del 22 maggio 2015: è da lì che sono emersi contatti che fanno riferimento ad un’organizzazione criminale capace di trasportare, tramite il metodo dell’hawala, milioni di Euro lungo l’asse Libia – Italia e che appaiono come proventi di traffico di sostanze stupefacenti, traffico d’organi e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E’ un lavoro certosino e minuzioso quello messo in campo dagli inquirenti, i quali hanno unito gli intricati punti di un altrettanto intricato puzzle: l’hawala, metodo molto utilizzato nel mondo arabo, consiste di fatto in un legame fiduciario tra gli appartenenti ad un’organizzazione  il quale, per tal motivo, lascia poche tracce dei vari passaggi di denaro.
Pur tuttavia, grazie all’inchiesta iniziata dopo la denuncia a piede libero di Rajah, si è potuta appurare l’esistenza di un’organizzazione ben ramificata e che negli anni ha avuto in Roma e Milano dei punti base da cui poter giostrare i traffici illeciti e l’imponente mole di denaro da essi derivata. Ma all’interno del cellulare del cittadino libero fermato a Linate due anni fa, sono emersi anche altri ed inquietanti dettagli: nella memoria della scheda, fanno bella mostra di sé infatti filmati e foto di esaltazione dell’attività jihadista, assieme ad immagini che ritraggono miliziani con tanto di bandiere ISIS in mano; dunque la possibilità che non solo Mazan Rajah, ma anche il resto dell’organizzazione, possa in qualche modo essere legato ad ambienti jihadisti non è affatto remota. Lo ha anche esplicitamente dichiarato il GIP, Teresa De Pascale: “Rajah è sicuramente contiguo ad ambienti dell’integralismo islamico – si legge nell’ordinanza – e potrebbe rivestire un ruolo di trasportatore di denaro per conto di gruppi terroristici riconducibili alla jihad”. Del cittadino libico denunciato a Linate però, come detto in precedenza, non si sa più nulla: ufficialmente risulta irreperibile e potrebbe essere tornato nel suo paese.

I traffici pericolosi lungo la principale rotta mediterranea

Al di là di quanto emerso nel merito dell’inchiesta, le indagini che hanno portato all’arresto di tredici persone nelle scorse ore confermano quanto già sospettato da alcuni mesi a questa parte: lungo l’asse Italia – Libia si svolgono alcuni dei più redditizi traffici malavitosi i quali, oltre a fruttare milioni di Euro ad organizzazioni criminali, creano problemi di rilevanza sociale grazie allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina e del traffico di organi, così come non meno pericolosi appaiono i problemi legati alla sicurezza per via del forte sospetto di inserimento di soggetti islamisti all’interno dei sodalizi malavitosi. La debolezza, per non dire quasi inesistenza, delle istituzioni libiche, appare ancora una volta uno degli elementi più nocivi per il nostro paese; in una Libia senza un governo in grado di controllare il territorio, il radicamento tanto di organizzazioni dedite ai traffici illeciti, quando jihadiste e fondamentaliste, crea alcuni dei problemi più gravi da affrontare per le nostre autorità.

Terrorismo, sospetto jihadista beccato a Roma: era sbarcato in Sardegna dall'Algeria

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Un algerino di 36 anni, sospettato di avere legami con gruppi terroristici di matrice islamica, è stato rintracciato a Roma dal comando provinciale dei carabinieri. I militari hanno accompagnato l'uomo, che era stato espulso per tre anni dall'area Shengen dalle autorità del Belgio e rimpatriato in Algeria l'8 maggio scorso, presso l'Ufficio Immigrazione della Questura di Roma che ha emesso nei suoi confronti un decreto di espulsione, con collocazione presso il Centro di permanenza per rimpatri di Torino-Brunelleschi. 

Fonte e articolo completo: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13262159/roma-fermato-algerino-aveva-legami-con-terrorismo-islamico.html

IL CASO DEL GOMMONE FERMATO IN SICILIA,L'INTERCETTAZIONE DI UN SOSPETTO JIHADISTA: 'SPERO DI ARRIVARE IN ITALIA E CHE NON MI RIMANDINO INDIETRO PER TERRORISMO'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente lProcura di Palermo ha disposto il fermo di 15 trafficanti accusati di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi(1).
Stando ai media(2)uno dei sospetti jihadisti intercettato aveva auspicato di arrivare in Italia e di non venir rimandato indietro per terrorismo.
Più precisamente,il sospetto jihadista ha dichiarato che "Spero di arrivare in Italia e che non mi rimandino indietro per terrorismo".

NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/06/siciliafermato-un-gommone-dalla-tunisia.html

(2)http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/06/06/news/in_gommone_dalla_tunisia_a_marsala_la_rotta_segreta_dei_sospetti_jihadisti-167365202/,http://www.ilgiornale.it/news/cronache/immigrazione-rotta-dei-sospetti-jihadisti-italia-su-moderni-1405889.html

Ecco chi sono i 100 jihadisti pronti a colpire anche l'Italia

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Di Fausto Biloslavo

Chi sono i Salman Abedi, il kamikaze della strage degli innocenti di Manchester, nel nostro paese? Circa 100 potenziali terroristi risultano schedati e monitorati, ma il bacino di potenziali jihadisti è ben più ampio fra i 1000 e 2000 radicali islamici.
«Il profilo di chi potrebbe farsi saltare in aria è la giovane età, poco più che ventenne, non integrato e contiguo alla criminalità con piccoli reati dallo spaccio ai furti», spiega uno degli uomini in prima linea nell'arginare il terrorismo a casa nostra. A differenza del kamikaze libico di Manchester in Italia sono altri i paesi di origine delle potenziali minacce. «La maggioranza dei segnalati sono magrebini della Tunisia o del Marocco, ma non mancano i balcanici estremisti», spiega al Giornale una fonte dell'antiterrorismo. La cosiddetta «spirale balcanica» trova radici soprattutto nel Nord Est. Gran parte dei magrebini espulsi per «sicurezza nazionale» erano nascosti, al contrario, in Piemonte e Lombardia.
Il rapporto dei servizi segreti per il parlamento relativo al 2016 conferma che «i principali profili di criticità appaiono riconducibili alla possibile attivazione di elementi radicalizzati in casa, dediti ad attività di auto-indottrinamento e addestramento su manuali on-line () e dichiaratamente intenzionati a raggiungere i territori del Califfato». L'intelligence lancia un allarme preciso: «Sempre più concreto si configura il rischio che alcuni di questi soggetti decidano di non partire a causa delle crescenti difficoltà a raggiungere il teatro siro-iracheno ovvero spinti in tal senso da motivatori con i quali sono in contatto sul web o tramite altri canali di comunicazione determinandosi in alternativa a compiere il jihad direttamente in territorio italiano». Il profilo di un Salman Abedi di casa nostra come avrebbe potuto diventare Abderrahim Moutaharrik, l'operaio-kickboxer arrestato lo scorso anno nell'operazione Terre vaste.
Dietro le sbarre risultano 375 i radicalizzati o sospetti tali sotto osservazione. «Ma il problema è costituito dai 400-500 che sono stati scarcerati. Impossibile sorvegliarli tutti perché ci vogliono almeno quattro uomini al giorno ciascuno», spiega Marco Lombardi esperto di terrorismo jihadista dell'Università cattolica. «Un attentato come a Manchester può accadere in qualunque momento anche da noi - osserva il docente - ma la probabilità è bassa rispetto agli altri paesi. Noi non abbiamo ancora la terza generazione di possibili radicali».
I numeri e la tipologia dell'islamico estremista, potenzialmente pericoloso, si possono dedurre dalle espulsioni che negli ultimi due anni sono arrivate a 176. Da gennaio sono 44, oltre due potenziali jihadisti a settimana. Uno degli ultimi, il 13 maggio è Sayed Yacoubi sodale del killer di Berlino Anis Amri. La parte del leone la fanno i marocchini che sono circa un terzo seguiti da una cinquantina di tunisini e poi algerini ed egiziani. I balcanici sono poco più di una ventina fra kossovari, albanesi e macedoni. Fra gli espulsi dal ministero dell'Interno figurano anche 13 imam. Cattivi maestri annidati in moschee fai da te ricavate in garage o appartamenti, che sarebbero un migliaio in tutta Italia. Solo in Lombardia sono 160 e altri 120 in Veneto. L'intelligence sottolinea che non bisogna «sottovalutare l'influenza negativa esercitata in alcuni centri di aggregazione da predicatori radicali () soprattutto nei confronti di giovani privi di adeguata formazione religiosa che potrebbero essere indotti a una visione conflittuale nei confronti dell'Occidente, foriera di derive violente».
La minaccia più pericolosa è rappresentata dal «ritorno» dei veterani della guerra santa. Per la Siria e l'Iraq sono partiti dall'Italia in 113 ed almeno 20 sono stati uccisi. In gennaio erano rientrati in Europa appena 17, sei due quali presenti sul territorio nazionale. I servizi segnalano che «oltre a rappresentare un potenziale target di attacchi diretti, l'Italia potrebbe costituire un approdo o una via di fuga verso l'Europa per militanti del Califfato presenti in Libia o altre aree di crisi, una base per attività occulte di propaganda, proselitismo e approvvigionamento logistico, nonché una retrovia o un riparo anche temporaneo per soggetti coinvolti in azioni terroristiche in altri Paesi». E proprio sulla Libia è tornato ieri il ministro degli Interni Marco Minniti: «nell'attentato di Manchester è emerso un link diretto con la Libia: sono due questioni su cui abbiamo riflettuto e dobbiamo continuare a riflettere».

Donne e jihad, un fenomeno in crescita

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Di Lorenzo Vita
Il fenomeno del terrorismo femminile è stato molto spesso sottovalutato in Occidente. Probabilmente per colpa di un inconscio pregiudizio non tanto maschilista, quanto della considerazione della donna nell’Islam. L’Occidente ha per anni analizzato il fenomeno in modo errato, considerando la donna terrorista come una sorta di oggetto nelle mani della jihad di impronta maschile. In sostanza, poiché per gli occidentali l’islam renderebbe la donna come un oggetto, allora la conseguenza è che la donna jihadista sia, di fatto, un oggetto in mano alle volontà terroristiche dell’uomo. L’erroneità di questa interpretazione ha di fatto escluso che per molto tempo si discutesse del ruolo della donna all’interno del jihadismo, il più delle volte contrapposto all’emancipazione della donne europea piuttosto che compreso nel suo fondamento sociale nel mondo islamico.
Il cliché della donna sottomessa senza ruolo all’interno dell’islamismo ha però una grossa lacuna nella percezione della realtà. C’è, infatti, una realtà ben diversa da quella prospettata dal sistema occidentale, che è invece la femminilizzazione della jihad. Secondo quanto affermato dal Real Instituto Elcano di Madrid, istituto specializzato nello studio dei fenomeni e delle relazioni internazionali, il 10% dei foreign-fighters sarebbe di sesso femminile. Non è una cifra bassa, al contrario, è in netta crescita rispetto al passato. Negli ultimi tre anni, sono stati, infatti, sempre crescenti i numeri delle donne impegnate nel terrorismo.
Secondo le analisi, da una parte c’è un motivo prettamente organizzativo e militare: con la perdita di terreno del Califfato in Siria e Iraq e con il numero di morti tra gli uomini, le donne possono diventare un bacino di reclutamento di notevole importanza. Il loro ruolo sta quindi cambiando in virtù della differenza di numeri e valori degli uomini. Da oggetto di piacere degli uomini o donne impegnate nella semplice gestione della casa o della retrovia, nel tempo il reparto femminile jihadista ha iniziato anche a impegnarsi attivamente nella commissione di attentati e attacchi di varia natura.
Dall’altra parte però non è da sottovalutare anche l’importanza dell’educazione occidentale che queste donne hanno ricevuto. Infatti, la maggior parte delle ragazze che giungono in Siria e Iraq viene da Paesi occidentali, in particolare dall’Europa, dove hanno potuto in molti casi ricevere un’educazione molto più approfondita rispetto alla media delle donne dei paesi arabi e delle province. Questo incide evidentemente sulle possibilità di queste donne di influire nel processo decisionale di un movimento jihadista sempre più debole e sempre più fatto di cellule solitarie.
In sostanza, le donne musulmane, giovani, e di cittadinanza europea, che giungono in Siria e Iraq, arrivano con la consapevolezza sempre maggiore di andare nel Califfato anche con l’idea di poter contare qualcosa e di lottare per qualcosa più grande di loro. È dunque una rivoluzione del concetto di jihadismo per come viene inteso in Europa, dove l’idea della donna islamica è quella dell’oggetto in mano allo schiavismo maschilista. In realtà, sono le donne stesse che vedono nel Califfato una possibilità di riscatto sociale rispetto alle periferie sociali d’Europa. Che è poi lo stesso ideale che lega molti cosiddetti lupi solitari nella loro volontà di unirsi all’Isis, cioè la necessitò di sentirsi parte di qualcosa di più grande rispetto alle frustrazioni quotidiane.
Questo riscatto della donna nell’universo jihadista procede parallelo con l’evoluzione della stessa donna nell’islam europeo. Sono sempre più le donne islamiche che ritengono di dover esprimere le proprie posizioni, così come le donne che scendono in piazza per i propri diritti di donna musulmana. La stessa larga affluenza nelle manifestazioni contro i divieti di niqab, burqa o di burkini, nei Paesi occidentali, dimostra come vi sia un ripensamento del concetto di donna islamica all’interno della comunità. Non è più la semplice donna ancillare all’uomo, ma una donna con una sua autonomia di pensiero e di azione.
Questa indipendenza e autonoma rispecchia una particolare evoluzione che può condurre a due tipologie di donna all’interno del mondo islamico. C’è una donna che diventa consapevole dell’importanza della propria posizione all’interno della fede, e si batte per essa come cittadina islamica. C’è poi una donna, più pericolosa, che si evolve in female fighters diventando una donna che pone la propria vita al servizio della guerra santa. Diventa una mujiaiahdat, una donna-combattente.
E se il fenomeno è in crescita, occorre anche trovare nuove alternative nella lotta al terrorismo. L’idea che il terrorista sia un lupo solitario, tendenzialmente maschio, solo e con un retroterra alle spalle di frustrazione, deve cedere il passo anche alla possibilità che dietro un attentato o un piano terroristico vi possa essere una donna che vede nella jihad un riscatto morale, religioso e sociale. Perché la donna non è un oggetto, da nessuna parte, ma trova una sua via particolare, in ogni società, per raggiungere l’emancipazione. Como lo fa un uomo, lo fa una donna, e questo, per un islamista radicale, può significare anche jihad.

IL TRAFFICO DI OSTAGGI E MIGRANTI CHE FINANZIA IL JIHADISMO IN LIBIA

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Di Loretta Napoleoni *
L’Italia è il paese che paga i riscatti più ricchi ed allo stesso tempo quello che ha sofferto il numero maggiore di sequestri. Una verità che le imprese di sicurezza e quelle di assicurazioni conoscono bene, ma di cui anche gli italiani sono a conoscenza.
Naturalmente, come tutti i governi europei, il nostro nega qualsiasi coinvolgimento finanziario con i sequestratori. Ma le prove che ciò avvenga le abbiamo viste tutti, ad esempio nel documentario sul business dei riscatti di al Jazeera dove la telecamera ha ripreso una piramide di contante destinata ai sequestratori di Domenico Quirico e del suo compagno di prigionia, il belga Pierre Piccinin da Prata.
Tuttavia, la maggior parte dei riscatti non sono pagati per liberare giornalisti di grido ma operai e tecnici che lavorano in zone ad alto rischio. E le cifre sono da capogiro.
Secondo l’Europol il business dei riscatti nel 2015 ha superato i 2 miliardi di dollari e una delle zone più battute dai sequestratori è stata ed è tutt’ora la Libia dove l’Italia ha grossi interessi economici.
Gli ultimi ostaggi italiani sequestrati in Libia erano due operai piemontesi e un italo-canadese che lavoravano alle riparazioni dell’aeroporto di Ghat per conto di una società di Mondovì, in provincia di Cuneo, la Con.I.Cos. Sono stati liberati alla fine del 2016.
Ghat si trova nel sudovest della Libia, proprio sul confine con l’Algeria, un crocevia importantissimo del Sahel.
Qui si intersecano le piste del contrabbando che partono dal sud dell’Algeria e dal Niger, tratturi di sabbia lungo i quali viaggiano i migranti dell’Africa occidentale e orientale, tutti diretti in Europa.
Ghat è territorio tuareg, l’etnia berbera che neppure Gheddafi è mai riuscito a piegare. Da più di un decennio i tuareg cooperano con al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), il gruppo jihadista che nel 2003 si autofinanziò con i primi rapimenti di stranieri nel Sahel e che per primo ha investito parte dei proventi dei riscatti nel contrabbando dei clandestini africani.
Da sequestratori i jihadisti di Aqimi sono diventati contrabbandieri di clandestini e come loro altri lo hanno fatto perché questo è un business ancora più lucrativo dei sequestri. Secondo l’Europol nel 2015 ha fruttato tra i 3 ed i 6 miliardi di dollari e l’80 per cento dei clandestini era diretto in Europa e transitava per il nord Africa o il Medio Oriente. 
Il sud della Libia è un crocevia importantissimo. Dopo la caduta di Gheddafi, i tuareg hanno collaborato con altri gruppi armati libici, alcuni vicini ai Fratelli Musulmani, che hanno partecipato alle trattative per il rilascio degli ostaggi italiani.
I jihadisti sono di casa a Ghat, diventata una sorta di Tortuga del deserto, rifugio sicuro per i mercanti di uomini – bande criminali e jihadiste – che si arricchiscono trafficando in vite umane. 
A Ghat i sequestratori si scambiano merce preziosa: gli ostaggi. Da Ghat si negoziano i riscatti. A Ghat i contrabbandieri di migranti imprigionano coloro che a parere loro val la pena sequestrare lungo il cammino verso l’Italia, e aspettano che le famiglie paghino i riscatti per portarli sulle coste libiche e da lì in Italia.
A Ghat è difficile distinguere i contrabbandieri dai trafficanti, dai sequestratori o dai membri dei gruppi armati.
Sono vestiti uguali, portano le stesse armi, guidano gli stessi Suv e si finanziano nello stesso modo. Le fonti principali di reddito sono i riscatti e i guadagni generati dal contrabbando di prodotti e di migranti. Un’industria altamente integrata, questa, dove il denaro, indipendentemente da come viene guadagnato, circola di continuo. 
Tutto questo avviene in un paese poco distante da casa nostra, un’ex colonia, una nazione semi-fallita con la quale non abbiamo mai smesso di fare affari. 
* Loretta Napoleoni è un'economista esperta di terrorismo. Vive da trent’anni tra Londra e gli Stati Uniti, ha insegnato Etica degli Affari alla Judge Business School di Cambridge e conduce seminari in diverse università internazionali. 
Nel suo libro “Mercanti di uomini”, edito da Rizzoli, racconta il business sofisticato che ogni giorno fa approdare migliaia di rifugiati sulle coste italiane e quali sono i suoi legami con il traffico di cocaina, i rapimenti di ostaggi occidentali, l’Isis e la 'ndrangheta.
La sua ricostruzione si avvale di interviste esclusive a negoziatori, membri dei servizi segreti, esperti del contrasto al terrorismo e alla pirateria, ex ostaggi e molti altri. Attraverso queste testimonianze, l'autrice ci porta nel mondo complesso dei mercanti di uomini, spiegando come le vite umane vengono “valutate” in termini economici e come alcune scellerate politiche occidentali alimentino tanto il mercato dei riscatti quanto il traffico dei clandestini.

LA STRAGE DI DACCA FU FINANZIATA DA FONDI ARRIVATI DAGLI EMIRATI ARABI UNITI

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Di Fabio Polese
Lo scorso primo luglio, a Dacca, 20 persone - compresi 9 cittadini italiani – sono morte a causa di un feroce attentato terroristico. Per finanziare la carneficina, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbero stati usati fondi arrivati dagli Emirati Arabi Uniti, elargiti da un simpatizzante - noto alle autorità e attualmente ricercato - ad una corrente del gruppo Jamaat-ul-Mujahideen, considerato la costola dello Stato Islamico in Bangladesh.
Monirul Islam, capo dell’unità antiterrorismo del Paese, ha precisato che il finanziamento è stato di 1,4 milioni di taka, circa 18mila dollari. I jihadisti avrebbero utilizzato il denaro per pagare un’abitazione in affitto da usare come base operativa e per comprare le armi usate durante l’attacco. Islam ha anche detto che le armi del massacro sono arrivate dell’India, ma non ha aggiunto altri particolari.
Il governo di Dacca, che subito dopo l’assalto ha iniziato ad ammettere la presenza di gruppi collegati ai tagliagole dell’ISIS nel Paese, sostiene che gran parte dei finanziamenti ai jihadisti arrivino dall’estero, anche grazie ad innumerevoli «associazioni umanitarie» con base in Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Proprio per questo, le autorità del Bangladesh, a fine luglio hanno messo sotto osservazione undici Organizzazioni non governative (ONG). Tra queste troviamo la famosissima Islamic Relief  - i suoi membri più volte sono stati accusati di aver fatto donazioni a personaggi radicali e gruppi estremisti - e poi Muslim Add Bangladesh, Rabata Al-Alam Al-Islmi, Qater Charitable Society e Kuwait Joint Relief Committee.
Ma i numeri delle ONG coinvolte potrebbero essere molte di più. Secondo Abul Barkat, professore all’Università di Dacca, esperto di economia e di fondamentalismo, infatti, sarebbero più di duecento le associazioni che avrebbero ricevuto fondi per aiutare gruppi terroristici in Bangladesh. Non solo. Barkat, nel suo scritto Economics of Fundamentalism and the Growth of Political Islam in Bangladesh dà un resoconto dettagliato, ben documentato e molto preoccupante delle infrastrutture organizzative ed economiche costruire negli anni dai jihadisti. L’esperto spiega che il netto annuo di incassi sarebbe pari a circa 200 milioni di dollari e arriverebbero grazie a numerose società create dai fondamentalisti. «Il 27 per cento dei ricavi – scrive Barkat – arriva da istituzioni finanziare, il 20,8 dalle organizzazioni umanitarie. Il 10,8 da esercizi commerciali, il 10,4 dal settore farmaceutico» e poi ancora da strutture educative, dal settore immobiliare, da quello del trasporto e dai mezzi di comunicazione.
Intanto la polizia del Paese ha riferito che il gruppo Jamaat-ul-Mujahideen, dopo le operazioni antiterrorismo che hanno ucciso una ventina di estremisti islamici, tra cui  Tamim Ahmed Chowdhury - numero uno dei miliziani e considerato leader dello Stato Islamico in Bangladesh -, ha perso il 60 per cento della propria potenzialità. Ma con una macchina organizzativa ben strutturata, come quella descritta da Abul Barkat, sarà molto difficile smantellare l’organizzazione jihadista in poco tempo.  

DA AL QAEDA ALL'ISIS, ECCO COME E' CAMBIATO IL TERRORISMO ISLAMISTA

Di Carmine Savoia
L’Isis é un’organizzazione terroristica moderna, intelligente, capace di cogliere i punti di debolezza dell’Occidente e usarli a proprio favore. Negli anni ha mutato notevolmente il classico modus operandi della jihad islamica, compiendo una vera e propria evoluzione rispetto al modello storicamente proposto da Al Qaeda. Un’evoluzione che in linea di massima riguarda le strategie, le tattiche e la propaganda.
Dal punto di vista strategico cambiano gli obiettivi: se Al Qaeda puntava a colpire target particolarmente sensibili, l’Isis al contrario sembra scegliere obiettivi minori, strategicamente irrilevanti, ma che paradossalmente riescono più facilmente a instaurare un clima di terrore, dato che si va a colpire la vita quotidiana delle persone; in pratica si vuole spostare il fronte della guerra in Occidente. Questo comporta delle implicazioni anche dal punto di vista tattico, ossia nelle condotta stretta dell’atto terroristico. Essendo gli obiettivi non sensibili, perché non parliamo di una metropolitana, di un luogo di richiamo di masse, come può essere Piazza San Pietro, il Colosseo o Piazza di Spagna, la tattica da adottare è ben diversa e semplificata.
Al contrario di Al Qaeda, che aveva la necessità di creare sul nostro territorio delle cellule terroristiche che si occupassero di scegliere l’obiettivo, ispezionarlo, occuparsi della logistica, degli armamenti, del loro reperimento e della pianificazione dell’attacco, l’Isis non ha bisogno di tutto ciò, perché si affida a una miriade di “lupi solitari” che agiscono da soli e che non hanno bisogno di grandi armi, né di una rete logistica, di ampio supporto, perché gli obiettivi sono semplici da attaccare, basta un machete o un’arma corta. Anche un supermarket della più calma provincia può diventare un luogo del terrore; anzi è proprio quello il luogo ideale.
Non essendoci una cellula terroristica, non c’è neanche un flusso di contatti con l’estero. Nessuna telefonata, email, messaggio. E non c’è neanche con l’interno perché si è totalmente autonomi. Non sussiste la necessità di un contatto con la criminalità organizzata per reperire armi o esplosivi, e infine viene meno la ricognizione e il sopralluogo dell’obiettivo, perché non è necessario, anzi risulta essere controproducente. É chiaro che diventa molto difficile per le polizie occidentali e per l’intelligence svolgere un’attività investigativa in grado di sventare l’attentato, perché vengono a mancare tutte quelle attività collaterali che possono far accendere una spia d’allarme.
Infine analizziamo l’evoluzione comunicativa e propagandistica che ha effettuato il Califfato: i social networksono luoghi virtuali finalizzati al reclutamento di nuovi miliziani, attraverso la diffusione di video ben curati, sia nella regia che nella qualità delle immagini. Sono ormai un vecchio ricordo i proclami di Bin Laden dentro le tende anonime. L’Isis mostra i muscoli: lunghe carovane di mezzi, bandiere nere che sventolano nei villaggi e nelle città occupate, prigionieri sgozzati, uccisi a colpi di arma da fuoco, aerei abbattuti e video rivendicativi dei vari attentati. Oltre ai social network vi sono però anche applicazioni comunicative che utilizzano la connessione a internet, come Whatsapp e Telegram. L’Isis utilizza queste piattaforme per mantenere una minima comunicazione con i suoi affiliati; comunicazione che non avviene con messaggi di testo, ma con messaggi vocali, più difficilmente intercettabili. Questo palesa la consapevolezza da parte dell’organizzazione delle enormi potenzialità di internet, ma contemporaneamente dei rischi connessi al suo utilizzo. L’Isis sa perfettamente quando e come avvalersi di questo supporto e quando, al contrario, rinunciarvi e bypassare questi meccanismi.
Agire in solitaria significa anche questo, uscire dalle logiche moderne, diventando invisibili. Ma per diventare effettivamente invisibile c’è una ulteriore tattica che si sta sviluppando: abiti occidentali, niente barba, libero consumo di alcol, sigarette e carne di maiale. Tutto necessario per passare inosservati, integrarsi nella società e pianificare il proprio attacco.

Il vero significato della Jihād nell'Islam e il suo utilizzo ideologico da parte dell'islamismo radicale



Di Salvatore Santoru

Com'è noto, il termine "Jihād" è uno dei più utilizzati e abusati quando si parla del fenomeno dell'islamismo radicale, tanto che tale termine è stato praticamente associato con esso.

In realtà c'è da segnalare che la "Jihād"(letteralmente "sforzo") nell'Islam ha un significato ben più ampio, che va dalla "lotta spirituale" e "resistenza interiore" sino, come riporta "Wikipedia", "allo sforzo del migliorante (il «jihad superiore»)," soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto".

L'utilizzo che viene fatto dagli islamisti radicali è quello della «jihad inferiore», ovverosia,sempre citando Wikipedia, "la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano".

Come si può vedere, è chiaro che la "Jihād" ha diversi significati a seconda del contesto e che il termine viene utilizzato strumentalmente da parte di fondamentalisti e islamisti radicali per legittimare i propri dogmi ideologici.

PER APPROFONDIRE:
https://it.wikipedia.org/wiki/Jihad

FOTO:http://informa.airicerca.org

Alain de Benoist: ma quale scontro di civiltà, la jihad è una guerra interna all'Islam

 ad Alain De Benoist
Di Matteo Luca Andriola
Ed ecco che l'Europa davanti si trova davanti a nuove crisi e a nuovi dilemmi. Può questa, come attore, affrontare sfide quali la crisi finanziaria, le novità della globalizzazione come il Trattato transatlantico, le nuove regole del mercato del lavoro o lo stesso terrorismo islamico? È davanti ad uno “scontro di civiltà”? Il pericolo è l'Islam o il radicalismo islamico? E perché è in fermento? «Quanto sta accadendo in Medio Oriente è il risultato delle guerre intraprese dal 1991 contro l'Iraq baathista di Saddam Hussein, che hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime e facilitato la destabilizzazione generale della regione», spiega aLinkiesta.it Alain de Benoist, filosofo e ideologo detta cosiddetta “Nouvelle Droite”. «La stupida offensiva occidentale in Libia ha portato anche alla guerra civile e al caos, dove l'afflusso di “rifugiati” in Europa è uno dei più evidenti risultati, oltre alla nascita dello Stato islamico. Che questi si rivolta principalmente contro l'Europa non mi sorprende. Noi facciamo la guerra a loro, loro fanno la guerra a noi. È così semplice».
Prima New York, Madrid e Londra, a novembre Parigi, ora Bruxelles. Da una parte aumenta l'islamofobia dall'altra chi parla di “scontro di civiltà”: l'Occidente è in guerra contro l'Islam?
Guardi, gli attentati a New York, Madrid e Londra non hanno alcuna connessione con quelli a Bruxelles e a Parigi. Gli attori e il contesto sono diversi. L'Islam e l'Occidente non sono in guerra e non hanno nulla di omogeneo: i sunniti sono prima in guerra con gli sciiti e gli interessi europei non coincidono con quelli americani.
Lo «scontro di civiltà» è una formula «culturalista» che ignora la logica politica di tali conflitti, che spesso avvengono entro la stessa civiltà. Il jihadismo non va visto come proseguo dell'espansionismo islamico, ma è un conflitto fra due immaginari diversi che lavorano per lo sradicamento e la mondializzazione, facendola apparire così spesso una mentalità che si rivolta contro la modernità stessa (i jihadisti sono, malgrado tutto, essi stessi moderni). Non dimentichiamo però che quelli che combattono il Daesh in Iraq e in Siria sono anch'essi musulmani! L'Iran, in guerra contro lo jihadismo, è musulmano! L'islamofobia che assicura che l'Islam e lo jihadsmo sono la stessa cosa, dice esattamente la stessa cosa dei sostenitori del Daesh. Ecco perché l'islamofobia fa comodo allo jihadismo. Si pensa che questo spingerà tutti i musulmani ad unirsi a loro. Gli islamofobi, da questo punto di vista, sono gli utili idioti dello jihadismo.
L'opinione pubblica è rimasta colpita perché gli attentatori non erano “immigrati clandestini”, ma perfettamente integrati, istruiti ecc. anche se il jihadismo fa proseliti nelle banlieu. Va messo in discussione il modello d'integrazione occidentale?
L'ondata di attentati è ovviamente legata al problema dell'immigrazione, dato che coinvolge giovani immigrati di origine nordafricana con la nazionalità francese o belga, il cui profilo è simile: ex criminali passati allo jihadismo dopo una «radicalizzazione» in carcere. Invocare i disagi sociali nelle banlieu è una spiegazione di comodo, che noi chiamiamo «culture de l'excuse». Gli attentatori avevano una buona educazione, svolgevano mestieri stabili. Dobbiamo invece considerare la crisi identitaria che li investe, fattori psicologici come il risentimento, la volontà di combattere, la voglia di diventare famosi, ecc. Siamo davanti al fallimento delle «politiche di integrazione» dei governi che pensavano di risolvere il tutto distribuendo borse di studio e buone parole «politicamente corrette». La Francia è rimasta cieca alle comunità a causa del suo giacobinismo (che integra gli individui a scapito dalle comunità d'origine). Pensava che modelli differenti potevano armonizzarsi spontaneamente entro lo stesso spazio sociale. Quando si rese conto che era impossibile era troppo tardi.
Quale dovrebbe essere il ruolo dell'Europa visto che ambisce a essere uno Stato e un attore internazionale?
Per essere un «attore internazionale» l'Europa dovrebbe parlare con una sola voce, avere una politica indipendente, consapevole della sua identità entro un contesto multipolare. Invece avviene il contrario: la costruzione europea è partita dall'economia, non dalla politica e dalla cultura. Si è immaginato che la «cittadinanza economica» avrebbe portato a quella politica, ma non è così. Si assiste all'espropriazione graduale delle sovranità statali, senza crearne una europea. L'UE non ha mai voluto creare una potenza europea, ma solo un'Europa-mercato. Intanto i segnali sono preoccupanti: continua la crisi dell'euro, il «no» al referendum danese del 3 dicembre, grandi migrazioni, rabbia sociale, agricoltori sull'orlo della rivolta, peggioramento delle prospettive finanziarie, esplosione del debito, aumento dei populismi «conservatori» ed euroscettici e la possibile secessione della Gran Bretagna che creerebbe un precedente.
L'UE sta cadendo a pezzi davanti ai nostri occhi sotto l'impatto degli eventi. Aggiungiamo una situazione finanziaria preoccupante che, per alcuni economisti, potrebbe evolversi in una crisi peggiore di quella del 2008, una recessione generale sotto forma di crollo del mercato obbligazionario e di una crisi di insolvenza causata dall'esplosione dei debiti accumulati, che conferma che siamo su una polveriera e che la dinamica di accumulazione del capitale funziona su basi fittizie e precarie.

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