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Commemorazione vittime italiane strage di Dacca- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani vuole ricordare l’attentato
terroristico di Dacca (1 luglio 2016) in cui persero la vita nove nostri connazionali (Cristian Rossi, 47 anni;
Marco Tondat, 39 anni; Nadia Benedetti, 52 anni; Adele Puglisi, 54 anni; Simona Monti, 33 anni; Claudia
Maria D'Antona, 56 anni; Vincenzo D'Allestro, 46 anni; Maria Riboli, 34 anni; Claudio Cappelli, 45 anni).

La strage si consumò nel ristorante Holey Artisan Bakery situato nel quartiere diplomatico di Gulshan e fu
rivendicata dall’organizzazione criminale bangladese Jamaat-ul-Mujahideen. Oggi nel commemorare le
vittime innocenti scomparse vogliamo condannare ogni forma di violenza o atti crudeli perpetrati nei
confronti di popolazioni o civili inermi. Intimidire, destabilizzare gravemente o distruggere le strutture
politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un Paese democratico costituiscono preparano
l’avvento delle dittature.

Il 29 novembre 2019 un tribunale della capitale sentenziò la pena di morte per sette estremisti islamici
coinvolti nell'attacco.
Il CNDDU ritiene fondamentale discutere all’interno delle scuole caratteriste e aspetti di contenuto
geopolitico per comprendere le cause che hanno determinato i fatti accaduti.
“Ci tenevo a parlare con voi, a scambiare qualche idea. È anche un’occasione per mettere in comune il
dolore che vi ha accomunato in questa tragedia immane.

Accanto alla solidarietà, bisogna poi occuparsi anche di altre cose, dalle forme di sostegno che sono previste
in questi casi, che sono già in stato avanzato per molti, e per altri si stanno definendo, e anche assicurare alla
giustizia i colpevoli.” (Sergio Mattarella, Discorso incontro i familiari delle vittime)

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Silvia Romano e la conversione all’Islam: facciamo chiarezza


Di Salvatore Santoru

La recente liberazione di Silvia Romano ha dato adito alle più disparate prese di posizione nell’ambito della politica, così come anche e sopratutto nell’opinione pubblica.
Il rientro in Italia della giovane cooperante è stato visto in modo ‘trionfalistico’ da alcuni opinionisti, mentre altri hanno sostenuto che lo show” governativo si sarebbe comunque potuto evitare. Comunque sia, c’è da dire che due aspetti del caso hanno e stanno facendo molto discutere: il supposto pagamento del riscatto e la conversione all’Islam della ragazza.
Sulla questione del riscatto, c’è da dire che è notorio che l’Italia paghi in caso di sequestri internazionali, come d’altronde fanno anche altri Stati in maniera magari meno ‘vistosa'(1).
Tuttavia, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sostenuto che un riscatto non sarebbe stato pagato e(2), oltre a ciò, i miliziani di Al Shabaab hanno smentito l’intervista ad un loro rappresentante che avrebbe fatto La Repubblica(3).
Comunque sia e quale che sia la verità, l’ipotesi del pagamento di un riscatto è tutt’altro che campata in aria e, tal riguardo, c’è chi parla di 4 milioni e chi anche di 10 o più(4).
Tralasciando tale aspetto, è interessante concentrarsi sinteticamente sulle reazioni dell’opinione pubblica o della politica.

Il jilbab, il “mistero” della conversione e gli opposti schieramenti

Il giorno del rientro in Italia Silvia Aisha Romano indossava un abito verde presumibilmente religioso, più specificatamente il Jilbab. Tale abito è stato, in un primo momento, erroneamente attribuito da alcuni media mainstream alla tradizione somala mentre, invece, è utilizzato da alcune donne musulmane(5).
La presenza di tale abito ha causato alcune polemiche e ha dato avvio alla discussione sul “mistero” della conversione della ragazza, o meglio della conversione a quale Islam.
Difatti, alcuni opinionisti e attivisti hanno sostenuto che tale abito sarebbe comune presso certi settori dell’Islam politico mentre, al contrario, altri opinionisti hanno insinuato che darebbe fastidio la conversione all’Islam in sé.
In linea di massima, si sono avute due prese di posizione “egemoni” sul tema, com’è succede d’altronde quasi sempre quando si affrontano tematiche affini.
Al di là delle polemiche, il punto è capire a quale corrente dell’Islam si sarebbe convertita la ragazza e se tale conversione sarebbe spontanea o meno. Per il resto, certe polemiche o gli attacchi gratuiti alla giovane ragazza sono decisamente fuori logo e certamente rischiano di ‘gettare ulteriore benzina sul fuoco’.

Islam, islamismo e jihadismo: le differenze di base

Sostanzialmente, come già accennato, serve capire a quale ‘tipo’ di Islam si sarebbe convertita la giovane cooperante milanese. Il fatto è che la religione musulmana non è un monolite e vi sono, com’è ben noto, diverse correnti all’interno di essa.
Su ciò, c’è da dire che non raramente nell’ambito dell’opinione pubblica e di certi media mainstream si tende a fare di tutta l’erba un fascio e da una parte l’Islam viene identificato con il radicalismo, se non con il terrorismo tout court, e dall’altra si sostiene invece che l’estremismo islamista non avrebbe nulla a che fare con certe interpretazioni della religione musulmana.
In linea di massima, c’è da ribadire che di per sé l’Islam non è né una religione intrinsecamente e gratuitamente violenta e/o guerrafondaia e, al contempo, non è una “religione di pace”. Il fatto è che, essenzialmente, l’Islam è una religione con lati chiari e oscuri avente diverse interpretazioni.
Su tale tematica, c’è da dire che vi sono interpretazioni diciamo più ‘positive’ e altre più ‘negative’ e poi c’è l’islamismo e la questione del jihadismo.
Entrando maggiormente nei particolari, c’è da dire che quando si parla di “islamismo” si parla sostanzialmente dell’Islam politico e sempre più spesso dell’utilizzo perlopiù ideologico della religione musulmana(6), utilizzo che a volte funzionale per determinati interessi di potenze e/o gruppi di potere che hanno l’intenzione di “riprendere” e/o continuare la ‘storica espansione islamica’ iniziata nel 622 d.C.
C’è anche da specificare che lo stesso islamismo è diviso in varie correnti, alcune pacifiche e altre decisamente meno e da queste ultime nasce, almeno parzialmente, il moderno jihadismo e il terrorismo.
Per precisare ulteriormente, c’è da ribadire che quando si parla di jihadismo si parla dell’interpretazione violenta e integralista del principio della stessa jihad, un principio importante per diverse correnti della religione musulmana in sé(7).
Su questo argomento, c’è poi da ricordare che per l’Islam il concetto di jihad è sinonimo sia di “miglioramento interiore” e di “lotta interna” che, non raramente ma non sempre, esteriore (difensivo e/o offensivo) e che le organizzazioni jihadiste rimarcano molto la seconda interpretazione in modo offensivo e “bellicista”.
Fatta questa sintetica e assai incompleta sintesi di queste differenze, la matrice della conversione di Silvia Romano risulterebbe in questo senso da chiarire, a prescindere dal ‘gossip’ sull’atto in sé.

NOTE

- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

La rinascita di Al Qaeda e l’incognita Africa


Di Salvatore Santoru

La recente liberazione della giovane cooperante Silvia Romano ha riportato alla ribalta, anche nell’ambito dell’opinione pubblica e dei media mainstream, la tematica della lotta al terrorismo di matrice islamista radicale.
La giovane ragazza milanese era stata sequestrata da parte di alcuni miliziani legati ad Al-Shabaab, un’organizzazione terroristica somala legata alla rete globale di Al-Qaeda(1).
Più specificatamente, Al-Shabaab è nata a seguito della sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche ed è stata riconosciuta ufficialmente da Al Qaida nel 2012(2).
La stessa formazione estremista ha anche dei sporadici rapporti con alcuni esponenti del mondo della pirateria somala, ma tuttavia tale relazione è ambigua e sostanzialmente Al-Shabaab e pirati somali hanno generalmente strategie e obiettivi interni contrastanti(3).
Negli ultimi anni, i miliziani di Al Shabaab si sono macchiati di numerosi attacchi terroristici che hanno provocato diverse vittime e uno dei più recenti è stato quello del 31 dicembre del 2019, avvenuto a Mogadiscio(4).
L’escalation del terrore portata avanti da Al Shabaab in Somalia rientra, a livello internazionale, nel tentativo di ‘rinascita’ operato dal network internazionale di Al Qaida.

La crisi dello Stato Islamico e il tentativo di ribalta dei qaedisti

Negli ultimi anni la leadership del terrorismo islamista era stata conquistata dall’autoproclamato Stato Islamico, noto più comunemente con l’acronimo “ISIS” o “ISIL”.
I miliziani dell’ISIS erano riusciti, partendo dall’Iraq e dalla Siria, a costruire una rete del terrore particolarmente violenta e pervasiva a livello mondiale. In tal modo, lo stesso autoproclamato Stato Islamico era diventato il più temuto gruppo terroristico di matrice islamista radicale, mentre Al Qaeda attraversava una fase di decadenza(5).
Uno dei successi iniziali della strategia del Califfato era relativo alla scelta di unire l’impostazione marcatamente espansionista e globale della ‘jihad globale’ con il radicamento territoriale mentre, invece, Al Qaeda era sì fondata su una strategia di ‘jihadismo globale‘ ma anche sulla mera destabilizzazione e sulla mancanza di un efficace radicamento(6).
Tuttavia, la scia di sconfitte dello Stato Islamico in Siria ha portato alla crisi dell’organizzazione fondata dall’ex miliziano qaedista Abu Bakr al-Baghdadi, la cui eliminazione avvenuta nel 2019 ha contribuito alla decadenza dell’autoproclamato Califfato.
La crisi dell’ISIS ha, di conseguenza, lasciato un vuoto nella leadership del terrorismo islamista e la “nuova Al Qaeda” ha cercato di colmarlo.
Specialmente sotto la guida di Hamza Bin Laden, anch’egli eliminato nel 2019(7), tale progetto di “rinascita” di Al Qaida ha mosso le sue prime e forse più importanti mosse.

Il rischio dell’alleanza Al Qaeda-Isis e l’incognita Africa

La guerra civile siriana e quella yemenita hanno costituito, in linea di massima, due scenari particolarmente interessanti per la rete globale di Al Qaeda. Difatti, l’organizzazione terroristica fondata da Al Zawahiri e da Bin Laden ha potuto, pian piano, ricostruire la sua potenza comunicativa e militare messa a dura prova dalla competizione dell’ISIS.
Approfittando della stessa lotta al Califfato, i quaedisti hanno potuto ri-organizzare il proprio apparato terroristico e in qualche modo hanno avuto una sorta di “lascia passare” da parte di alcune forze e potenze impegnate nella lotta contro l’Isis.
Difatti, è notorio che la guerra in Yemen ha visto un certo disinteresse iniziale da parte dell’opinione pubblica mainstream e l’avanzata di quella che era la “legione siriana” di Al Qaeda, ovvero sia Al Nusra, non è stata contrastata a dovere.
In seguito, c’è da segnalare che la stessa Al Nusra ha reciso i legami con Al Qaida ma, tuttavia, quanto è stato detto sino ad ora è sintomatico di ciò che è successo sino a poco tempo fa(8).
Comunque sia, c’è anche da ribadire che oggi Al Qaida può contare un importante radicamento in Siria, nello Yemen, nel Maghreb e sempre di più nell’Africa subshariana.
A tal riguardo, è interessante il fatto che nel Sahel si ha notizie di vicinanze e alleanze tra gruppi legati ad Al Qaeda e l’ISIS e proprio tale saldatura risulta essere molto pericolosa(9).
Difatti, un’ipotetica alleanza ufficiale tra Al Qaeda e Daesh in quell’area costituirebbe un pericolo da non sottovalutare per tutta quell’area e per lo stesso Occidente.
Il fatto è che, anche a seguito degli effetti collaterali disastrosi della guerra in Libia, lo scacchiere che va dal Nord Africa all’Africa subshariana è diventato una polveriera potenzialmente esplosiva.
D’altro canto, c’è anche da ribadire che un’eventuale collaborazione “localistica” tra Al Qaeda e Daesh potrebbe anche portare all’inasprimento di quella che potremmo chiamare come “industria dei sequestri“, della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento dell’immigrazione di massa verso i paesi occidentali come la stessa Italia.

NOTE

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

La lettera a Silvia Romano della somala Maryan Ismail


Maryan Ismail
Lettera a Silvia Romano
Ho scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post.
Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa.
Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosidetto volto “perbene” . Gente capace di trattare, investire, fare lobbing, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo.
Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi.
Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare NON ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa.
Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro.
Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare?
Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.
Comprendo tutto di Silvia.
Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere.
E in un nano secondo.
Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee… Nossignore è un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti.
Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito ( che per cortesia non ha nulla di SOMALO, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.
La sua non è una scelta di LIBERTA’, non può esserlo stata in quella situazione.
Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.

maryan-ismail a Silvia Romano
E poi quale Islam ha conosciuto Silvia ?
Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?
No non è Islam questa cosa.
E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE.
E’ puro abominio.
E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime.
I simboli, sopratutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.
Quando e se sarà possibile , se la giovane Silvia vorrà , mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti.
Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi.
I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall’italiano).
Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.
Adoriamo i colori della terra e del cielo.
Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni.
Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale) , ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano.
Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.
Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..
Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato.
Della fierezza e gentilezza del popolo somalo.
E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.
In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore.
Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..
Soo dhowaw, gadadheyda macaan.

Al Shabaab: viaggio alla scoperta dei terroristi del Corno d’Africa



La recente liberazione della cooperante italiana Silvia Romano ha riportato alla ribalta della cronaca il gruppo terrorista Al Shabaab, che da anni imperversa nel tormentato scenario della Somalia. Oggi vi presentiamo un ampio dossier curato dal nostro analista Gaetano Magno in cui la storia e gli obiettivi di Al Shabaab sono spiegati in maniera esaustiva.
Di Gaetano Magno

In questo report saranno approfondite alcune vicende inerenti alla formazione terroristica somala Al Shabaab secondo due principali matrici.
In primo luogo analizzerò le sue strategie adattive, che le hanno consentito di resistere, sopravvivere ed adattarsi, come una contemporanea Idra di Lerna, ai vari approcci ed interventi con cui le fragili istituzioni somale e la comunità internazionale hanno tentato di sconfiggerla.
In secondo luogo prenderò in esame le linee di faglia interne al gruppo, mettendo in evidenza quanto le differenti provenienze claniche dei suoi membri, la più qualificata esperienza militare di taluni suoi militanti rispetto ad altri e la loro scelta di collocarsi in differenti campi della galassia jihadista mondiale, rendano Al Shabaab molto eterogeneo e frammentato nella sua composizione, a dispetto della rappresentazione monolitica e compatta data dai media.
In alcuni punti dell’elaborato cercherò di evidenziare quanto il gruppo terroristico somalo sia stato un vero e proprio precursore dell’Isis, anticipandone e forse ispirandone, con le proprie azioni, alcuni ambiti del suo modus operandi.
Un ultimo aspetto che sarà oggetto della mia analisi è il pericolo che questa formazione terroristica rappresenta per l’Europa e la comunità internazionale, vista la presenza di una nutrita comunità somala, non impermeabile a forme di radicalizzazione islamica, in molti paesi europei, del nord America e dell’Oceania.
Il gruppo terroristico somalo, nonostante questi indici di pericolosità e pur vantando il triste primato di essere la più letale compagine terrorista dell’intero continente africano, risulta poco attenzionato ed investigato dai media internazionali che, inerentemente al continente africano, sembrano prestare più attenzione ed interesse alla formazione terroristica nigeriana Boko Haram.

Al Qaeda tra perdita di leadership e sfide dei gruppi affiliati


Di Alberto Bellotto

Gli attentati dell’11 settembre hanno cambiato tutto. Anche Al Qaeda. Le guerre che dal 2001 in poi hanno percorso la regione, dall’Afghanistan alla Siria, non hanno solo ridisegnato i destini del Medio Oriente. Hanno anche scosso profondamente l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden nelle sue fondamenta.
Colpita al cuore dalla caduta del regime talebano dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, Al Qaeda ha attraversato periodi difficili come la morte dello sceicco saudita, il passaggio di consegne a Ayman al-Zawahiri e soprattutto l’ascesa dell’Isis, capace addirittura di creare un Califfato. In tutto questo Al Qaeda ha saputo cambiare pelle e sopravvivere, lavorando sulla capacità di decentrarsi. Anche se questo in molti casi ha voluto dire minare le fondamenta stesse del gruppo.

La perdita della centralità afghana

Fino all’inverno del 2001 l’Afghanistan ha rappresentato un rifugio sicuro per Al Qaeda. Ma la guerra al terrore scatenata dall’amministrazione Bush ha rimesso tutto in discussione. Ha portato alla fuga dei leader storici, alla cattura di alcuni di loro e alla distruzione di decine di centri di reclutamento e addestramento. La pressione massima è arrivata il 2 maggio 2011 con la morte di Bin Laden in un compound di Abbottabad, in Pakistan. Sembrava che il colpo mortale all’organizzazione fosse arrivato, ma in realtà così non è stato. Il conflitto in Afghanistan si è trascinato ancora per nove anni con momenti di tensione più o meno crescente. Il governo di Kabul, che ha sostituito la leadership talebana, non ha mai dato segno di essere forte e stabile. E ancora oggi la pressione degli eredi del Mullah Omar resta alta. Diverse province del Paese sono fuori dal controllo dell’autorità locale, e una “pace” che non li comprenda al tavolo dei negoziati è praticamente impossibile.
Non è un caso che alla fine di febbraio il governo americano abbia trovato un’intesa coi talebani per completare il ritiro degli oltre 12mila uomini ancora presenti nel Paese. Tra i punti dell’accordo c’è anche quello in cui i miliziani si impegnano a non rendere l’Afghanistan un Paese rifugio per le organizzazioni terroristiche. Tra queste ovviamente Al Qaeda. Ma quello che resta del gruppo originario al momento è poca cosa. Secondo i rapporti di intelligence i capi storici si muovono tra Afghanistan e Pakistan, come ha dimostrato la notizia della morte di Hamza Bin Laden, figlio del fondatore e candidato a guidare il gruppo, ucciso lungo il confine. Non sono però da escludere anche viaggi in Iran, come hanno dimostrato i movimenti di due leader storici: Saif al-Adel e Abdullah Ahmed Abdullah.
Nell’area, soprattutto in Pakistan, opera anche Aqis, Al Qaeda nel subcontinente indiano. Si tratta di uno dei rami dell’organizzazione più piccoli e deboli. Nel novembre scorso il dipartimento della Difesa Usa ha scritto nero su bianco che la costola asiatica non supera i 300 miliziani e che più che rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale, sta concentrando i suoi sforzi per “sopravvivere”.
Negli anni, visto anche il trasferimento di alcune figure chiave della leadership centrale in Siria, come nel caso di Abu Khayr al-Masri ucciso in un raid americano nella provincia di Idlib, Aqis si è qualificata come interlocutore diretto dei talebani: in parte inserendo alcuni dei suoi uomini tra le fila degli studenti del mullah, in parte dirigendo alcuni centri di addestramento. La stessa Dia (Defense intelligence agency) ha confermato che nel 2019 che il Al Qaeda ha ceduto tutte le operazioni sul campo al suo gruppo affiliato.
Nata nel 2014 per volontà dello stesso al-Zawahiri, Aqis opera in stretto contatto con miliziani locali nell’area che va dal Pakistan ai Paesi del Sud-Est asiatico. Non a caso uno dei leader del gruppo, Asim Umar di nazionalità indiana, è stato ucciso nel settembre del 2019 in compound talebano nella provincia di Helmand.
Se la debolezza di Al Qaeda e Aqis in Afghanistan è evidente, non significa che siano vicini alla sconfitta. Come evidenziato anche in un rapporto Onu pubblicato a gennaio, le connessioni tra i capi talebani e quelli qaedisti restano molte, con i primi che garantiscono protezione e i secondi che forniscono risorse e addestramenti per i combattenti. Non solo. I legami tra le due formazioni sarebbero garantiti anche da matrimoni congiunti. La stessa morte di Umar, avvenuta insieme a miliziani talebani e a un corriere di al-Zaqahiri, dimostra che i talebani dialogavano con Al Qaeda anche durante i colloqui di Doha con gli americani. A questo punto le incognite restano due: se Aqis sia in grado di colpire fuori dalla sua sfera di competenza e se intenda farlo. Magari evitando i contraccolpi dello scenario siriano.

La scissione siriana che ha colorato il gruppo

Per Al Qaeda le cosiddette Primavere arabe e la guerra civile siriana hanno rappresentato quasi un’occasione mancata. Fin dalle primissime battute in Tunisia, Egitto e Libia, “la base” ha mosso uomini e finanze per allargare la sua sfera di influenza, arrivando anche a creare nuovi rami della propria organizzazione. In Siria già nel 2012 al-Zawahiri aveva dato l’ordine di creare un’unità specifica che si occupasse di combattere contro il regime di Bashar al Assad facendo di fatto nascere Jabhat al-Nuṣra. Attiva soprattutto nel Nord-Est della Siria Al-Nusra ha mostrato un volto nuovo di Al Qaeda. Non più un élite di combattenti d’avanguardia dediti ad attaccare l’Occidente, ma una forza capace di esercitare un controllo su una fetta del territorio. Un’attitudine che da lì a poco avrebbe mostrato molto bene anche lo Stato islamico.
Dopo i successi militari sul campo tra il 2013 e 2015, nel 2016 l’organizzazione decide di recidere i legami con la leadership storica facendo nascere una nuova formazione, Jabhat Fatḥ al-Sham. Un maquillage in grado di togliere la patina “terroristica” per proporsi come interlocutore credibile. Poco meno di sei mesi dopo, nel gennaio 2017 arriva il secondo rebranding con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, una nuova sigla che ospita non solo vecchi elementi di al-Nusra ma anche nuove e più piccole formazioni.
Fin dalle prime avvisaglie la leadership di Al Qaeda ha respinto l’intera operazione dichiarando di fatto che il gruppo non è più una legittima costola dell’organizzazione. Hts, nei fatti, è la rappresentazione plastica del fallimento di Ayman al-Zawahiri e dell’incapacità del nucleo storico di controllare la “localizzazione” della lotta. Questo però ha mostrato uno dei paradossi che il nucleo storico si trova ad affrontare: come gestire gli affiliati in contesti in cui sono richieste decisioni da prendere in tempi rapidi.
Quello che è mancato, ha sottolineato l’analista Charles Lister, è il controllo dei leader del gruppo. Non a caso gli stessi vice del medico egiziano si erano spaccati sul rebrandig del 2017: Abu Khayr al-Masri aveva infatti dato il suo via libera senza sentire Abdullah Ahmed Abdullah e Sayf al-Adel.
Il “tradimento” siriano ha costretto la leadership a creare un nuovo gruppo con la nascita nel febbraio del 2018 di nascita Hurras al-Din. Sulla nuova formazione arriva la benedizione dello stesso al-Zawahiri che però ribadisce: sia un soggetto dedito alla guerriglia e non al controllo del territorio. Nei mesi successivi, fino al 2020, Hurras al-Din inizia a fare da calamita nei confronti di vari miliziani, non solo ex membri dello Stato islamico, ma anche delusi di Hts e altre formazioni più piccole come Ansar al-Tawhid. Attualmente, stando a un dossier dell’Onu, i combattenti stimanti sarebbero tra i 3.500 e i 5mila per lo più provenienti da Egitto, Giordania, Marocco, Arabia Saudita e Tunisia.
La riconfigurazione intorno a Hurras ha riacceso anche i riflettori degli Stati Uniti. Nel giugno dello scorso anno, infatti, velivoli americani hanno bombardato una zona nei pressi di Aleppo tornando a colpire la regione dopo due anni. Nello strike, si legge in un comunicato dello Us Central Command, sono stati uccisi diversi operativi di Al Qaeda che progettavano di colpire obiettivi sensibili in occidente, americani e alleati. Due mesi dopo il dipartimento di Stato americano ha messo una taglia di cinque milioni di dollari sulla testa di alcuni leader del gruppo. La pericolosità della nuova formazione siriana è tutta da dimostrare, ma gli ultimi movimenti hanno fatto vedere come l’idea della leadership centrale sia quella di tornare a una purezza iniziale.

Il successo del modello yemenita

In tutt’altra direzione è andato il ramo di Al Qaeda in Yemen, Aqap (Al Qaeda nella Penisola arabica). Nel Paese, dove infuria la guerra dal 2015, la situazione è disastrosa. Nella battaglia tra il movimento sciita degli Houthi, sostenuti dall’Iran, e quello che resta del governo centrale appoggiato dall’Arabia Saudita, ad approfittarne sono stati sia i movimenti separatisti del Sud e che le organizzazioni terroristiche. Tra queste in prima linea si è collocata Aqap. Nata nel 2009 dalla fusione delle cellule saudite e yemenite ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano dentro e fuori lo Yemen, con una forza di circa 6-7mila uomini. Più di tutte è stata quella capace di coniugare un certo controllo del territorio con la propensione “avaguardista” anti occidentale, basti pensare all’attentato contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo a Parigi nel 2015.

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