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Rafsanjiani, il riformatore

Di Michele Paris
La morte improvvisa nel tardo pomeriggio di domenica dell’ex presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani potrebbe rappresentare un punto di svolta sia nelle dinamiche politiche interne alla Repubblica Islamica sia nell’evoluzione delle relazioni internazionali di quest’ultimo paese, a cominciare da quelle in piena trasformazione con le potenze occidentali.

A contribuire alla spiegazione del significato della dipartita a 82 anni di uno dei protagonisti della rivoluzione del 1979 è stata l’uscita in lacrime dall’ospedale di Teheran, dove Rafsanjani era stato ricoverato nella mattinata di domenica dopo un attacco cardiaco, dell’attuale presidente dell’Iran, Hassan Rouhani.

Il suo governo, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, ha perso infatti il proprio principale punto di riferimento, nonché il leader politico e religioso che aveva svolto un ruolo cruciale per il formarsi di una coalizione in grado di garantire il successo alle urne di un candidato “moderato”, dopo i due mandati di Mahmoud Ahmadinejad, e di frustrare le aspirazioni della corrente “principalista” conservatrice.

Rafsanjani fu presidente dell’Iran dal 1989 al 1997, dopo che negli anni Ottanta aveva ricoperto il ruolo di presidente del parlamento di Teheran (Majlis). Con un’inclinazione marcatamente “pragmatica”, nonostante le responsabilità personali nella sanguinosa repressione del dissenso interno, Rafsanjani ha navigato le acque spesso agitate dei vertici della Repubblica Islamica, grazie alla sua astuzia politica, che gli garantì il soprannome di “squalo”, e al legame di lunga data con il padre della rivoluzione, ayatollah Ruhollah Khomeini.

Tra il 2007 e il 2011 è stato inoltre presidente della potente Assemblea degli Esperti, composta da 86 membri religiosi e incaricata di scegliere la Guida Suprema e sorvegliarne l’operato, mentre per tre decenni è stato a capo del Consiglio per il Discernimento, organo previsto dalla revisione costituzionale del 1988 con un ruolo consultivo della stessa Guida Suprema.

La singolarità e il peso della figura di Rafsanjani risiedono forse nella sua capacità di promuovere politiche pragmatiche, spesso assimilabili alle posizioni dei “riformatori”, pur continuando a far parte in tutto e per tutto dell’apparato di potere della Repubblica Islamica, all’interno del quale ha potuto arricchire enormemente se stesso e la sua famiglia.

Sia pure indebolito politicamente dopo le vicende legate al cosiddetto “Movimento Verde”, da lui appoggiato nel 2009, il mantenimento di posizioni di spicco tra le élite iraniane è stata anche la conferma dell’esistenza ad altissimi livelli e per almeno tre decenni di una fazione interessata a costruire rapporti amichevoli con l’Occidente e, soprattutto, a integrare il paese nei meccanismi del capitalismo internazionale.

Come spiegano in questi giorni i necrologi dei giornali di tutto il mondo, Rafsanjani è stato precocemente protagonista del dialogo, o delle prove di esso, con le potenze che avevano sostenuto strenuamente il regime dello shah, abbattuto dalla rivoluzione del 1979. Dai negoziati segreti degli anni Ottanta con Washington nell’ambito delle vicende che avrebbero portato allo scoppio dello scandalo “Iran-Contra” fino alle trattative sull’accordo relativo al nucleare di Teheran, siglato a Vienna nel luglio del 2015, e, in precedenza, al contributo all’elezione di Rouhani, Rafsanjani è stato di fatto il referente degli sforzi volti a un’apertura non violenta della Repubblica Islamica all’Occidente.

Non a caso, i commenti dei media internazionali hanno disegnato un ritratto tutto sommato positivo dell’ex presidente, ricordato come figura appunto equilibrata e sempre disponibile al dialogo a differenza dei fautori della linea dura e dei rappresentanti dell’estremismo religioso sciita.

Proprio questa lettura del ruolo di Rafsanjani ha parallelamente prodotto negli Stati Uniti e in Europa commenti e analisi allarmate, dal momento che la sua morte potrebbe lasciare un vuoto difficilmente colmabile per la galassia “riformista” iraniana, soprattutto in vista delle presidenziali del mese di maggio.

In molti hanno lamentato l’assenza di una forza comparabile a quella di Rafsanjani in grado di equilibrare il potere dei “principalisti” fedeli dell’ayatollah Ali Khamenei, con i moderati difficilmente in grado di ottenere l’appoggio politico necessario all’interno dell’establishment conservatore e di evitare l’influenza della destra religiosa sulla stessa Guida Suprema.

Il vuoto che i media in Occidente hanno prospettato dopo la morte di Rafsanjani sarebbe dovuto anche alla marginalizzazione da parte del regime delle icone del “riformismo”, o presunte tali, dall’ex presidente Mohammad Khatami ai due leader del “Movimento Verde” e candidati alla presidenza nel 2009, Mir-Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, entrambi da tempo agli arresti domiciliari.

Se la repressione ha indubbiamente avuto qualche peso, fuori da ogni ricostruzione e analisi dell’eredità politica di Rafsanjani restano tuttavia le responsabilità di quest’ultimo e dello stesso movimento “riformista” a cui il defunto ex presidente si era avvicinato negli ultimi anni.

Il fallimento della presidenza Khatami, il quale aveva ricevuto il sostegno di Rafsanjani, e lo stato comatoso dell’opposizione “riformista”, almeno fino alle proteste di piazza seguite alle discusse elezioni del 2009, viene cioè attribuito principalmente alla reazione dei “falchi” nelle posizioni di potere non elettive, i quali avrebbero frustrato gli sforzi per allentare i vincoli religiosi e ampliare le libertà personali, nonché il tentativo di apertura all’Occidente.

In realtà, se pure l’elezione di Khatami, così come i consensi significativi, anche se non maggioritari, raccolti dai candidati “moderati” nel 2009, era stata la risposta di una parte degli elettori iraniani al clima opprimente creato dal regime, è stata precisamente quell’esperienza di governo e il curriculum dei politici “riformisti” a screditare il movimento di opposizione.

Perfettamente in linea con le posizioni di Rafsanjani in ambito economico, Khatami aveva perseguito politiche di ristrutturazione dell’economia che hanno aumentato le disuguaglianze sociali in Iran, nonostante il sostanziale appoggio di governi, media e istituzioni internazionali a quelle che continuano a essere descritte come iniziative necessarie al rilancio di un’economia in stallo.

Rafsanjani e la fazione “riformista” o “moderata” all’interno della Repubblica Islamica hanno cioè sempre fatto leva sulle libertà personali e democratiche, anche se in maniera limitata, allo scopo di avanzare un’agenda liberista sul fronte economico. La ragione di ciò è da ricercare nelle aspirazioni della loro (limitata) base elettorale, vale a dire la borghesia urbana, spesso filo-occidentale, interessata ad avanzare il proprio status grazie alle occasioni messe a disposizione dall’ingresso del loro paese nei circuiti del capitalismo transnazionale.

L’ostilità nei confronti di questo progetto manifestata dalle fasce più povere della società iraniana ha rappresentato in definitiva il fallimento dei candidati dell’opposizioni nel 2009. Un fallimento che sarebbe costato a Rafsanjani l’esclusione dalle presidenziali del 2013, quando il Consiglio dei Guardiani bocciò la sua candidatura, con ogni probabilità per evitare il coagularsi attorno a essa di una nuova campagna, orchestrata in Occidente, per destabilizzare il regime.

Quell’esperienza finì con ogni probabilità per convincere l’ex presidente a cambiare parzialmente rotta e ad adoperarsi per il successo alle urne di un candidato con credenziali “moderate” ma accettabile agli occhi dell’establishment conservatore. L’elezione di Rouhani è stata così l’ultimo successo politico di Rafsanjani, il quale negli anni successivi ha visto andare in porto, almeno parzialmente, i progetti di riavvicinamento all’Occidente.

Ciò è stato però possibile anche grazie al momentaneo abbandono della linea dura nei confronti dell’Iran da parte dell’amministrazione Obama a Washington e alla convinzione della Guida Suprema e delle fazioni conservatrici meno estreme a tentare un cauto approccio nei confronti degli Stati Uniti.

Gli equilibri usciti dall’accordo sul nucleare di Vienna, a cui ha indubbiamente contribuito Rafsanjani o, quanto meno, la sua visione pragmatica delle relazioni internazionali, restano in ogni caso molto fragili. La morte dell’ex presidente iraniano potrebbe infatti avere conseguenze molto negative per i sostenitori del dialogo con l’Occidente nella Repubblica Islamica, i cui piani dovranno oltretutto fare i conti con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e con il rapido consolidarsi dell’asse economico-diplomatico-militare tra Teheran, Mosca e Pechino.

Muore Rafsanjani, l’ayatollah del compromesso

Rafsanjani

Di Enrico Campofreda
http://enricocampofreda.blogspot.it/

Con la morte di Ali Hashemi Rafsanjani, stroncato da un attacco cardiaco a 82 anni, se ne va un pezzo centrale della Rivoluzione Iraniana, un chierico vicino a Khomeini che aprì il Paese al post-khomeinismo. Un’apertura giocata con astuzia, e interesse, fra l’osservanza delle direttive del Ruhollah e uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso un percorso insidioso, compiuto al fianco e in competizione alla Guida Suprema Ali Khamenei di cinque anni più giovane. I due scalarono i più alti ranghi del potere per decisione dello stesso Khomeini che, fra il 1988 e l’89, stravolse precedenti decisioni alcuni mesi prima di morire. Fece dimettere il delfino Ali Montazeri, presidente negli anni Ottanta dell’Assemblea degli Esperti (massimo organo del velayat-e faqih che elegge la Guida Suprema), che si mostrava critico verso la guerra con l’Iraq e sulle esecuzioni capitali di ‘nemici della rivoluzione’ e lo costrinse a un ritiro meditativo a Qom. Ma l’uomo del destino dell’Iran islamico fece molto di più. Fu lui a volere una modifica dei requisiti per diventare Guida Suprema che non previdero più il titolo di marja’-e taqlid (guida da imitare, qual era Montazeri), ma accettarono un hojatoleslam (qualifica dei religiosi di medio rango che esprimono giudizi legali). Grazie a questo Khamenei potè accedere a quel ruolo, contestualmente Rafsanjani diventava presidente della Repubblica.

I due divisero un comune periodo di diarchia: Rafsanjani dopo una prima elezione dal 1989 al ’93 ne infilò una seconda fino al ’97, fu anche presidente del Parlamento e dal 2007 al 2011 presidente dell’Assemblea degli Esperti. I due non si amarono mai e lessero la politica interna ed estera da sponde diverse, emanazione dell’ala conservatrice del clero qual è Khamenei, mentre Rafsanjani costruì quel variegato pragmatismo che ne ha fatto per quasi un quarantennio il fulcro delle vicende iraniane palesi e occulte. L’origine benestante della famiglia Rafsanjani (imprenditoria e commercio di prodotti agricoli) consentì al giovane Ali studi teologici a Qom, dove fu allievo di Khomeini. La vicinanza si trasformò in ossequiosa militanza quando, nei primi anni Sessanta, il clero sciita s’era posto in aperto contrasto con lo Shah, fino all’esilio forzato subìto da Khomeini. La gestione dello Stato nel primo mandato presidenziale di Rafsanjani dovette fare i conti con la pesante crisi economica frutto del lacerante decennio di guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Lo stesso piano di nazionalizzazione condotto per tutti gli anni Ottanta dai governi radicali (Moussavi fu premier per otto anni) aveva prodotto un accentramento di risorse in mani politico-amministrative non sempre scevre da fenomeni corruttivi.

Rafsanjani lanciò un piano di ricostruzione aprendo all’iniziativa privata, interna ed estera anche verso l’Occidente. Certo, dovendo mediare con gli amici e alleati di potenze imperialiste con cui l’Iran della rivoluzione era entrato in conflitto, dagli Usa sfidati nei 444 giorni di sequestro dei 52 addetti all’ambasciata americana di Teheran (1979-81), alla fatwa contro lo scrittore indiano-britannico Rushdie lanciata da Khomeini in persona (1989). Ma l’abilità diplomatica di Rafsanjani inizialmente non scontentava nessuno: la privatizzazione favorì lobbies interne come quelle del clero e della consolidata corporazione dei Pasdaran le cui fondazioni prestavano attenzione ai bisogni sociali degli strati più poveri della popolazione (mostazafin), si strizzava l’occhio ai bazari, il ceto medio dei mercanti, la cui presenza millenaria nella nazione che fu impero ne continua a fare una componente attiva dell’economia con riflessi sulla politica. In una nazione diretta dal clero gli organismi come le bonyad, fondazioni con intenti finanziari, hanno ricevuto impulso espansivo da questa politica liberalizzante, in tal modo Rafsanjani - che comunque teneva d’occhio anche gli investimenti delle aziende di famiglia e favoriva questo genere di accumulazione, - accontentava la stessa ala conservatrice del clero, vigorosa sostenitrice di Khamenei. Più che sul versante economico, che ebbe comunque scossoni non indifferenti, con un’inflazione galoppante e proteste popolari nel 1992, fu la ricerca di nuove vie di costumi a creare problemi a Rafsanjani.

E gli ayatollah conservatori che aveva rabbonito con gli affari delle bonyad, come tanti altri affaristi interni additati dai chierici radicali come un pessimo esempio di trame corruttive, si strinsero attorno alla Guida Suprema nel criticare le aperture che la modernizzazione di Rafsanjani apportava sul fronte dell’istruzione e delle libertà individuali. A metà degli anni Novanta l’aumento del numero degli studenti fu sensibile, le ragazze erano in prima fila e volevano restarci, durante il secondo mandato uscirà allo scoperto anche la figlia del presidente, Faezeh Hashemi, impegnata con una rivista femminile e nel 2000, durante il secondo mandato presidenziale del riformista doc Khatami, addirittura deputata. Se l’equilibrismo paterno, oscillante fra tradizione e innovazione condite d’un sano realismo, restano appese alla real politik che caratterizza la maggior parte del ceto iraniano (ne sono un esempio l’attuale presidente Rohani e il ministro degli esteri Zarif) l’accusa che ha continuato a seguire Rafsanjani in tutto il suo percorso pubblico è chiaramente quella d’essere stato il ‘cavallo di Troia’ del riformismo. Questo può sfociare in un radicalismo protestatario che, come l’Onda verde giovanile del 2010, rischia d’incrinare tratti fondanti della Repubblica Islamica che i conservatori considerano indiscutibili. Il confronto-scontro fra le due componenti prosegue, si riproporrà nelle presidenziali del maggio prossimo. E come i Mousavi e Karoubi non vogliono scomparire di scena, egualmente la vecchia guardia reazionaria si ripropone compatta. Nei mesi scorsi ha piazzato l’ultranovantenne Jannati in cima all’Assemblea degli Esperti, proverà a scalzare Rohani al quale stavolta mancherà l’ombra rassicurante di Rafsanjani, l’ayatollah del compromesso che ne aveva favorito l’elezione.

FONTE:http://enricocampofreda.blogspot.it/2017/01/muore-rafsanjani-layatollah-del.html

ARTICOLO VISTO ANCHE SU http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49691:e1