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Verso la Zee marittima? Così il Mediterraneo torna centrale per l’Italia


Di Andrea Muratore

In queste settimane avanzerà nelle Commissioni della Camera dei Deputati una proposta di legge di grande rilevanza per l’approccio italiano al contesto geografico e geopolitico di più diretta rilevanza per il Paese, il teatro del Mar Mediterraneo. Parliamo della proposta di legge per l’istituzione di una Zona Economica Esclusiva (ZEE) marittima da parte del nostro Paese, avente come prima firmataria la deputata del Movimento Cinque Stelle Iolanda Di Stasio.
Il cluster mediterraneo italiano è di rilevanza internazionale e, come fa notare l’ammiraglio Fabio Caffio in Geopolitica del mare, numerosi settori testimoniano l’importanza strategica della marittimità: “flotta mercantile, cantieristica, portualità, forze navali di Marina militare e Guardia Costiera. Cui vanno aggiunti i distretti della pesca e i settori dell’offshore energetico, della protezione dell’ambiente marino e del patrimonio archeologico subacqueo”.
Puntare alla costituzione di una ZEE italiana nel Mediterraneo è un obiettivo difficilmente derogabile in una fase cruciale per la competizione strategica ed economica nel “Grande Mare” e in cui emergono con forza tendenze e spinte alla “territorializzazione del mare”, da intendersi come la spinta degli Stati a cercare il controllo diretto della gestione degli spazi che vanno oltre le proprie acque territoriali utilizzando, al contempo, la spregiudicatezza dei rapporti di forza e le possibilità garantite dagli accordi internazionali.
E parlare di ZEE nel Mediterraneo significa entrare in un tema decisamente combattuto: si pensi, per esempio, alla manovra diretta con cui la Turchia di Recep Tayyip Erdogan si è accordata con la Libia per delimitare le rispettive aree d’influenza e i confini marittimi di riferimento, nell’ottica di una partita fondamentale come quella energetica; o alla manovra con cui l’Algeria nel 2018 aveva istituito unilateralmente la propria ZEE, sovrapponendosi in parte alla Zona di Protezione Ecologica italiana, fino a 13 miglia dalle coste della Sardegna, aprendo un contenzioso con l’Italia che è alla radice della presa di consapevolezza del problema a Roma.
Una ZEE, tecnicamente, garantisce fondamentali priorità al Paese che la proclami, ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) firmata a Montego Bay il 10 dicembre 1982. Tale convenzione agli Stati assegna come “diritto naturale” e non richiedente proclamazioni di alcun tipo la possibilità di sfruttare le risorse economiche della piattaforma continentale, ovvero la parte di territorio in continuità con il profilo geologico nazionale che si trovi sotto i fondali marini, mentre nel titolo V garantisce agli Stati la possibilità di proclamare ZEE entro e non oltre le 200 miglia dalla costa. Lo Stato in questione beneficia di diritti sovrani ai fini dell’esplorazione, dello sfruttamento, della conservazione e della gestione delle risorse naturali, biologiche e minerali che si trovano nel tratto di mare e nel fondale dell’area in riferimento, ottiene il controllo dei diritti di pesca e deve in ogni caso concedere agli Stati terzi la garanzia della libertà di navigazione e di sorvolo e di posare cavi sottomarini all’interno della ZEE. L’onorevole Di Stasio ha dialogato con noi nel merito di tale iniziativa, sottolineando come “fosse arrivato il momento per il nostro Paese di prendere una posizione nel merito della questione. L’Italia prima d’ora non ha mai provveduto a legiferare sull’istituzione di una propria ZEE, sebbene fosse nei propri diritti, in accordo con la Convenzione di Montego Bay. In questo modo si intende anche inaugurare una nuova direttrice giuridica, con la quale ci auspichiamo che possano essere introdotti in seno al governo nuovi strumenti interdisciplinari per la valutazione di una nuova politica marittima”.
In un mare chiuso come il Mediterraneo nessuna regione costiera ha garantita una distanza superiore alle 400 miglia marittima capace di permettere a due ZEE opposte di lambirsi e confinare reciprocamente. Ciò rende fonte di potenziali instabilità geopolitiche proclamazioni unilaterali come quella algerina, non concordata con i Paesi il cui mare si trova a lambire la possibile ZEE: nel Mediterraneo le ZEE proclamate sono, in un secondo momento, soggette a negoziazioni analoghe a quelle compiute per determinare l’effettiva demarcazione della piattaforma continentale. “Il Ministero degli Esteri ha avviato le negoziazioni bilaterali con l’Algeria per stabilire reciprocamente i confini delle rispettive ZEE, nell’ottica di promozione di una buona politica comune nel Mediterraneo. L’Italia ha un’estensione costiera estremamente rilevante, ed è dunque prioritario per il Paese dare un impulso alla propria vocazione marittima in termini economici, energetici e ambientali”, ha inoltre aggiunto la Di Stasio.
Da questi negoziati derivano i citati diritti marittimi su stock ittici, esplorazione scientifica e, settore in crescente e dinamico sviluppo, ricerca del settore energetico.
Proprio sul tema energetico si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze del case study più importante riguardante la potenziale Zee italiana, il confronto con l’Algeria. Il citato ammiraglio Caffio, in uno studio pubblicato su Analisi Difesae l’ammiraglio Nicola de Felice, in un paper per il Centro Studi Machiavelli, hanno avvertito che l’Algeria potrebbe in futuro pensare di espandere all’esplorazione alla ricerca di gas e petrolio le attività nella zona contesa. Il rischio, tuttavia, non sarebbe cogente o concreto secondo l’onorevole sardo dei Cinque Stelle Pino Cabras, ritenuto uno dei maggiori esperti di questioni internazionali nella galassia pentastellata: “la dichiarazione unilaterale con cui l’Algeria ha proclamato la propria Zona economica esclusiva (Zee) nel marzo 2018 non ha avuto e non avrà alcun effetto concreto”, ha dichiarato a febbraio Cabras, replicando all’ex presidente della regione Sardegna Mauro Pili, che aveva ventilato minacce alla sovranità nazionale.
Non a caso Cabras, assieme a tutti i deputati sardi dei Cinque Stelle, ha cofirmato la legge presentata dalla Di Stasio, che riguarda in maniera principale proprio l’area rimasta sguarnita dei confini marittimi italiani, quella prospiciente la Sardegna. La necessità di un cambio di passo si avverte come necessaria, ora più che mai. Nei decenni passati la strada seguita da Roma ha puntato nella direzione della delimitazione della piattaforma continentale, a seguito di accordi stipulati con Jugoslavia (1969), Tunisia (1971), Spagna (1974), Grecia (1977) e Albania (1992) e della ricerca di un complesso modus vivendi con Malta; nel corso degli anni, però, la proclamazione di ZEE da parte degli altri Stati mediterranei ha alzato il livello della competitività e esposto il Paese al rischio di atti unilaterali non corrisposti. Proclamare la ZEE è di conseguenza un atto di grande rilevanza geopolitica e che certifica la decisa proiezione marittima dello Stato che lo compie. Può l’Italia, tra le maggiori potenze economiche, commerciali e militari del bacino del Mediterraneo esimersi dal farlo?

Silvia Romano e la conversione all’Islam: facciamo chiarezza


Di Salvatore Santoru

La recente liberazione di Silvia Romano ha dato adito alle più disparate prese di posizione nell’ambito della politica, così come anche e sopratutto nell’opinione pubblica.
Il rientro in Italia della giovane cooperante è stato visto in modo ‘trionfalistico’ da alcuni opinionisti, mentre altri hanno sostenuto che lo show” governativo si sarebbe comunque potuto evitare. Comunque sia, c’è da dire che due aspetti del caso hanno e stanno facendo molto discutere: il supposto pagamento del riscatto e la conversione all’Islam della ragazza.
Sulla questione del riscatto, c’è da dire che è notorio che l’Italia paghi in caso di sequestri internazionali, come d’altronde fanno anche altri Stati in maniera magari meno ‘vistosa'(1).
Tuttavia, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sostenuto che un riscatto non sarebbe stato pagato e(2), oltre a ciò, i miliziani di Al Shabaab hanno smentito l’intervista ad un loro rappresentante che avrebbe fatto La Repubblica(3).
Comunque sia e quale che sia la verità, l’ipotesi del pagamento di un riscatto è tutt’altro che campata in aria e, tal riguardo, c’è chi parla di 4 milioni e chi anche di 10 o più(4).
Tralasciando tale aspetto, è interessante concentrarsi sinteticamente sulle reazioni dell’opinione pubblica o della politica.

Il jilbab, il “mistero” della conversione e gli opposti schieramenti

Il giorno del rientro in Italia Silvia Aisha Romano indossava un abito verde presumibilmente religioso, più specificatamente il Jilbab. Tale abito è stato, in un primo momento, erroneamente attribuito da alcuni media mainstream alla tradizione somala mentre, invece, è utilizzato da alcune donne musulmane(5).
La presenza di tale abito ha causato alcune polemiche e ha dato avvio alla discussione sul “mistero” della conversione della ragazza, o meglio della conversione a quale Islam.
Difatti, alcuni opinionisti e attivisti hanno sostenuto che tale abito sarebbe comune presso certi settori dell’Islam politico mentre, al contrario, altri opinionisti hanno insinuato che darebbe fastidio la conversione all’Islam in sé.
In linea di massima, si sono avute due prese di posizione “egemoni” sul tema, com’è succede d’altronde quasi sempre quando si affrontano tematiche affini.
Al di là delle polemiche, il punto è capire a quale corrente dell’Islam si sarebbe convertita la ragazza e se tale conversione sarebbe spontanea o meno. Per il resto, certe polemiche o gli attacchi gratuiti alla giovane ragazza sono decisamente fuori logo e certamente rischiano di ‘gettare ulteriore benzina sul fuoco’.

Islam, islamismo e jihadismo: le differenze di base

Sostanzialmente, come già accennato, serve capire a quale ‘tipo’ di Islam si sarebbe convertita la giovane cooperante milanese. Il fatto è che la religione musulmana non è un monolite e vi sono, com’è ben noto, diverse correnti all’interno di essa.
Su ciò, c’è da dire che non raramente nell’ambito dell’opinione pubblica e di certi media mainstream si tende a fare di tutta l’erba un fascio e da una parte l’Islam viene identificato con il radicalismo, se non con il terrorismo tout court, e dall’altra si sostiene invece che l’estremismo islamista non avrebbe nulla a che fare con certe interpretazioni della religione musulmana.
In linea di massima, c’è da ribadire che di per sé l’Islam non è né una religione intrinsecamente e gratuitamente violenta e/o guerrafondaia e, al contempo, non è una “religione di pace”. Il fatto è che, essenzialmente, l’Islam è una religione con lati chiari e oscuri avente diverse interpretazioni.
Su tale tematica, c’è da dire che vi sono interpretazioni diciamo più ‘positive’ e altre più ‘negative’ e poi c’è l’islamismo e la questione del jihadismo.
Entrando maggiormente nei particolari, c’è da dire che quando si parla di “islamismo” si parla sostanzialmente dell’Islam politico e sempre più spesso dell’utilizzo perlopiù ideologico della religione musulmana(6), utilizzo che a volte funzionale per determinati interessi di potenze e/o gruppi di potere che hanno l’intenzione di “riprendere” e/o continuare la ‘storica espansione islamica’ iniziata nel 622 d.C.
C’è anche da specificare che lo stesso islamismo è diviso in varie correnti, alcune pacifiche e altre decisamente meno e da queste ultime nasce, almeno parzialmente, il moderno jihadismo e il terrorismo.
Per precisare ulteriormente, c’è da ribadire che quando si parla di jihadismo si parla dell’interpretazione violenta e integralista del principio della stessa jihad, un principio importante per diverse correnti della religione musulmana in sé(7).
Su questo argomento, c’è poi da ricordare che per l’Islam il concetto di jihad è sinonimo sia di “miglioramento interiore” e di “lotta interna” che, non raramente ma non sempre, esteriore (difensivo e/o offensivo) e che le organizzazioni jihadiste rimarcano molto la seconda interpretazione in modo offensivo e “bellicista”.
Fatta questa sintetica e assai incompleta sintesi di queste differenze, la matrice della conversione di Silvia Romano risulterebbe in questo senso da chiarire, a prescindere dal ‘gossip’ sull’atto in sé.

NOTE

- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Covid-19, il report di ASRIE Analytica sugli effetti geopolitici in Africa


Di Salvatore Santoru

Recentemente è stato pubblicato il quarto Geopolitical Report annuale di ASRIE Analytica, una piattaforma di analisi geopolitiche legata alla testata online 'Notizie Geopolitiche'(1).
Nel report, intitolato “Effetti geopolitici del COVID-19 sui paesi africani tra migrazioni e povertà”, si affronta la tematica dell'impatto dell'attuale emergenza sanitaria nei paesi africani. Il report è stato scritto dal giornalista C.Alessandro Mauceri e l'editore è Giuliano Bifolchi, direttore della stessa ASRIE Analytica(2).
Entrando nello specifico, nello studio ci si concentra inizialmente sulle criticità legate ai flussi migratori di massa e l'assai elevato rischio di contagio presente nei spesso sovraffollati campi profughi. In seguito, si parla di altri fattori di criticità che potrebbero potenzialmente rendere ancor meno gestibile il contrasto al Covid-19 e, tra di esse, vi sono le problematiche economiche come l'eccessiva povertà in determinate zone e settori di diversi paesi dell'Africa.
Nel report si riportano anche alcuni fattori di criticità ambientale, come l'impatto di sicittà e alluvioni e, oltre a ciò, la questione legata alla recente 'invasione di cavallette' che sta interessando alcune nazioni dell'Africa subshariana e del Corno d'Africa.
NOTE:

La doppia morale sulle “fake news”


Di Salvatore Santoru

Negli ultimi anni il tema delle fake news” è diventato uno dei più discussi nell’ambito del mondo dell’informazione, specialmente occidentale. L’attuale emergenza legata al Covid-19 ha contribuito ad un’ulteriore presa di coscienza dei potenziali danni derivanti dalla proliferazione di notizie false e, d’altronde, è stata accompagnata da proposte politiche tese a limitarne la diffusione.
Tuttavia, c’è da dire che tali proposte sono state accompagnate da un discreto e comprensibile scetticismo e alcuni opinionisti hanno sostenuto che una possibile stretta “anti-fake news” potrebbe eventualmente portare alla limitazione della libertà dell’informazione e dei media.
Comunque sia, ciò che risulta attualmente chiaro è che le recenti campagne anti-fake news risultano essere alquanto “selettive” e non propriamente “super partes”.

Quando le fake news sono diffuse dal mainstream: alcuni esempi

Solitamente, quando si parla di fake news si pensa generalmente a certe bufale diffuse nella Rete o, in alternativa, a certe menzogne utilizzate dalla propaganda di determinati regimi totalitari o autoritari, sia di ieri che di oggi.
D’altronde, nei principali mass media si identifica perlopiù il problema delle fake news con certa disinformazione, propaganda e/o falsità particolarmente diffusa su Internet. Di per sé, c’è da dire che effettivamente esiste un forte problema legato a tutto ciò ma, d’altro canto, non è propriamente corretto restringere la tematica delle notizie false al solo web o al mondo dell’informazione non mainstream.
Il fatto è che, purtroppo, pare questa la piega che si sta prendendo in Occidente e ciò andrebbe a vantaggio degli interessi dei pochi grandi gruppi editoriali internazionali. Sempre a riguardo di ciò c’è anche il rischio che, dietro il paravento della nobile causa della battaglia per la “corretta informazione”, si possa portare avanti un’attacco ai media indipendenti e alla stessa libertà d’informazione e ciò in modo ‘indiretto’ e/o ‘subdolo’.
Uno degli aspetti che rafforza questa ipotesi è un certo “doppio standard” che si registra a seconda della fonte che diffonde notizie false o, ancora, informazioni distorte o più semplicemente misinformazione(1).
Il punto è che, a volte e non così raramente, anche i media mainstream pubblicano notizie false o informazioni distorte e al riguardo si possono fare alcuni esempi.
Uno dei più noti è sicuramente quello delle famigerate “arme di distruzioni di massa” dell’Iraq, un falso diffuso anche e sopratutto dal New York Times, che in seguito fece ‘mea culpa’ per ciò(2). Altri esempi più recenti riguardano alcune ‘mezze verità’ e notizie false diffuse prima dell’intervento militare in Libia e altre che rientrano nell’ambito della propaganda di guerra contemporanea(3).
Oltre a ciò, si possono citare casi di importanti reporter che per anni si sono ‘specializzati’ nella creazione di notizie false prima di essere ‘scoperti’, come Stephen Glass del New Repubblic(4) e, più recentemente, Claas Relotius dello Spiegel(5).
Inoltre, poche settimane fa è stata diffusa da diversi media mainstream, tra cui la CNN, la notizia della presunta scomparsa di Kim Jong-un, notizia che è stata smentita inizialmente dallo stesso presidente statunitense Donald J Trump e pochi giorni dopo da tutti i media globali(6).
Passando all’Italia, c’è da segnalare che pochi giorni fa La Repubblica ha pubblicato un’intervista con un individuo identificato come il portavoce di Al Shabaab in merito alla recente liberazione di Silvia Romano, ma tale rappresentante (Ali Dhere) in realtà è scomparso alcuni anni fa(7).

La necessità di un’informazione più libera e corretta

Gli esempi citati possono servire a capire che la questione delle notizie false e della “cattiva informazione” è, in linea di massima, più “trasversale” di quanto comunemente si pensi. Difatti, come appena ricordato, anche nei media ritenuti più autorevoli capita di incorrere in qualche errore, sia involontariamente che qualche volta spontaneamente.
Un altro dei punti cruciali della questione è che, d’altronde, anche l’informazione mainstream occidentale (e non) è ben meno “libera” e “indipendente” di quanto si pensi. Difatti, com’è notorio, la maggioranza dei media che ‘realmente contano’ appartiene a pochi gruppi editoriali decisamente potenti ed influenti a livello globale.
Detto ciò, è di conseguenza superfluo aggiungere che buona parte dei media mainstream fa gli interessi delle società ‘controllanti’ o segua determinate agende politiche/economiche o di altro tipo (private o pubbliche). Affermare ciò, comunque, non sta a significare che la maggioranza dei media mainstream occidentali diffonderebbe un’informazione non autorevole ma, semmai, riconoscere che essa è comunque funzionale a determinati interessi piuttosto che essere propriamente ‘imparziale’ come si vorrebbe far credere.
Il punto fondamentale di tutta la questione è che c’è indubbiamente bisogno di un’informazione che sia, almeno nei limiti possibili, maggiormente autorevole così come corretta e libera.
Quindi, sarebbe anche necessario che si crei un ‘rinnovamento’ del mondo dell’informazione occidentale e globale e che, al contempo, si promuova sempre di più l’importanza di un’informazione più indipendente e libera.
In tal modo si creerebbero le basi di un’informazione più genuina e, oltre a ciò, si promuoverebbe quella che dovrebbe essere la stessa funzione ufficiale dei mass media, mainstream o meno.
Ovvero sia, fungere da “mezzi” di una comunicazione e di un’informazione utile e efficace nella comprensione e nello ‘svelamento’ dei meccanismi che governano la società e il mondo.

NOTE

- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Silvia Romano, la strategia della Turchia e il ruolo dell'intelligence: intervista a Lorenzo Vita


Intervista di Salvatore Santoru a Lorenzo Vita

Di Salvatore Santoru

Le modalità della liberazione di Silvia Romano hanno generato diversi interrogativi e, almeno al momento, la vicenda appare ancora avvolta da un certo 'mistero'.
Questa e altre tematiche sono state affrontate nell'intervista al giornalista Lorenzo Vita, analista di Inside Over e redattore del Giornale nonché esperto di geopolitica e politica internazionale.
L'intervista è stata, inoltre, originariamente pubblicata sul sito web del centro studi Osservatorio Globalizzazione”.

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La recente liberazione di Silvia Romano è stata, notoriamente, opera dell’intelligence italiana ed è avvenuta tramite la collaborazione con i servizi segreti della Turchia.
A tal riguardo, c’è anche da dire che alcuni media filo-governativi turchi hanno rivendicato la paternità dell’azione e, a partire dal sito web dell’agenzia “Anadolu”, è stata diffusa una foto che raffigurava la giovane cooperante con un giubbotto antiproiettile recante il simbolo della mezzaluna rossa. Tale immagine è stata considerata un falso da parte dei servizi segreti italiani e da numerosi media nazionali ma, tuttavia, intorno al coinvolgimento turco permangono ancora diversi “misteri”. Come valuti tale caso e, a tuo parere, quali sarebbero i possibili retroscena dietro la liberazione della Romano?
La liberazione di Silvia Romano è sicuramente una vittoria dell’intelligence italiana, ma dal punto di vista politico non c’è dubbio che la Turchia abbia avuto un tornaconto enorme.
La foto della cooperante con il giubbotto antiproiettile è stata un colpo da maestro che ha inviato un segnale chiarissimo: il Mit ha avuto un ruolo fondamentale. E per ora l’Aise ha detto che la foto “potrebbe essere un fake”: che non equivale esattamente a una smentita. La regia di Turchia (e Qatar) è chiara, ma i misteri restano ancora molti. Alcuni hanno parlato di un’offerta degli Emirati all’Italia per aiutarli nella liberazione (Emirati che hanno fortissimi interessi strategici in Somalia) in cambio di un aiuto in Libia.
Altri di un’irritazione americana per il presunto riscatto mentre Africom bombarda le postazioni di Al Shabaab. E sono in molti all’interno dei servizi segreti italiani ad aver storto il naso per il modo di agire del governo…
La partecipazione dell’intelligence turca è sintomatica della sempre più forte influenza di Ankara in Somalia e, più generale, in Africa. D’altronde, tale presenza è funzionale alla strategia geopolitica neo-ottomana portata avanti dall’entourage di Erdogan.
Come giudichi tale fatto e, inoltre, quali ritieni possano essere gli obiettivi strategici a lungo termine del governo turco?
Gli obiettivi a lungo termine sono chiaramente quelli dell’avere una leva contrattuale sempre maggiore in un momento di caso geopolitico come quello attuale. Erdogan sfrutta la confusione e l’eredità storico-culturale dell’Impero ottomano per sostituire gli Stati occidentali più deboli in Africa.
L’esempio somalo è perfetto: dopo una decolonizzazione italiana e il caso degli anni Novanta, negli ani Duemila Erdogan è giunto all’inizio con un carico di aiuti e il riconoscimento al lavoro del governo di Mogadiscio. Adesso ha una base militare in Somalia e un’influenza politica enorme. Tutto a vantaggio suo e a discapito di chi c’era prima.
Un altro aspetto importante dell’attuale strategia turca è il sostegno a certi influenti settori dell’Islam politico, a partire dalla Fratellanza Musulmana. Tale appoggio è particolarmente evidente in Siria e in Libia, dove la Turchia può contare anche su una decisa collaborazione del Qatar.
Come inquadri tale alleanza nel contesto della ‘lotta interna’ nel mondo islamista tra l’Arabia Saudita e le forze pro-Fratellanza e, oltre a ciò, quale ruolo ritieni possano giocare l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti?
Sono tutti attori diversi tra loro e con strategie molto particolari. La religione in questi casi è un mezzo, ma attenzione a confonderlo con il fine. Qatar e Turchia hanno la Fratellanza musulmana come collante, ma seguono due direttrici diverse: Ankara ha una pianificazione profonda erede di una cultura strategica millenaria, il Qatar non ha la stessa visione di lungo termine ma ha tre armi: soldi, idrocarburi e capacità di finanziare l’islam più affine alle sue esigenze.
Dove non può arrivare con diplomazia e forza militare, arriva con questi strumenti. Idem gli Emirati, che però, al contrario del Qatar, stanno puntando molto sulla loro proiezione militare, tanto che negli ambienti Usa è soprannominata la piccola Sparta. La sfida che si gioca tra potenza del Golfo non è eminentemente culturale-islamica, ma strategica: sunnismo (e sue correnti interne) e sciismo sono solo grandi anticamere culturali a guerre che si combattono per molto più “concreti”.
E qui entra in gioco anche l’Iran, che al pari della Turchia ha visione strategica decisamente superiore a quelle delle monarchie del Golfo. La storia è importante.
Ufficialmente il governo turco è impegnato da anni nella lotta contro formazioni terroristiche come Al Qaeda e l’Isis.
Tenendo conto che, comunque, il governo di Erdogan ha appoggiato strumentalmente determinate milizie jihadiste in Libia e Siria, ritieni che una maggiore presenza turca in certe zone dell’Africa possa costituire potenzialmente il rischio di ulteriori radicalizzazioni nell’area, tra l’altro particolarmente pericolose per Paesi occidentali come la stessa Italia?
Senza dubbio. Ma attenzione a non individuare un solo colpevole: Erdogan è il leader più sfacciato in questo senso (basta vedere le sue azioni a Idlib, Afrin, e altri cantoni siriani), ma anche altri alleati dell’Occidente come le monarchie del Golfo hanno per anni supportato le milizie jihadiste e quello che fu lo Stato islamico.
Un aiuto che va di pari passo con la miopia di alcune decisioni degli Stati Uniti e della Coalizione internazionale che combatteva l’Isis lasciando però spazio alle milizie ribelli che in molti casi altro non erano che costole di organizzazioni jihadiste che hanno sparso sangue in tutta la Siria. Ecco, gli stessi errori si sono visti in Libia. E non è detto che non possano ripetersi nel caos somalo o nel Sahel.
La stessa Fratellanza Musulmana risulta essere divisa in varie correnti, alcune maggiormente aperte al dialogo democratico e altre decisamente più vicine e/o contigue al mondo del radicalismo salafita o anche del jihadismo propriamente detto.
Tenendo conto che, specialmente in passato, anche l’Arabia Saudita ha sostenuto strumentalmente organizzazioni estremiste di matrice wahabita, ritieni che la già citata “guerra civile” all’interno dell’Islam politico possa avvantaggiare o, al contrario, limitare la proliferazione del terrorismo islamista?
Sicuramente la avvantaggia in quanto molto spesso sono le uniche vere forze che hanno questi Stati per combattersi a vicenda. Naturalmente tutto dipenderà anche dagli interessi delle vere grandi potenze, anche extra mediorientali.
Queste potenze regionali si muovono in maniera autonoma, ma devono sempre “rendere conto” a chi li protegge e a coloro con cui fanno affari.
Cambiando argomento e passando al tema del Covid-19, come giudichi la reazione politica dell’UE e le mosse adottate dall’asse franco-tedesco?
L’Ue ha reagito male e chi dice che ne uscirà rafforzata pecca in realtà di presunzione. È bastato l’avvento dei primi focolai per disciogliere ogni vincolo di solidarietà tra Paesi, annullando in pochi giorni accordi sulla libera circolazione, mercato unico e cooperazione.
Adesso provano a intervenire con la crisi economica ma con ricette farraginose, miopi e soprattutto con l’obiettivo di rafforzare il controllo sui Paesi in crisi. Anche l’asse franco-tedesco non ne esce molto rafforzato, visto che Macron e Merkel hanno mostrato spesso punti di vista diversi… ma si sa che alla fine Francia e Germania trovano sempre un accordo (per adesso conviene a entrambe).
La stessa emergenza legata al Covid ha contribuito al peggioramento delle già critiche relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina. A riguardo c’è chi parla di strisciante “Nuova Guerra Fredda” e, inoltre, anche la stessa Italia risulta essere al centro della contesa sino-statunitense da alcuni anni, specialmente a causa degli accordi per la Nuova Via Della Seta e la questione del 5G.Come reputi la stessa posizione dell’Italia in questo scenario e, al contempo, consideri la questione degli aiuti anti-Coronavirus centrale in ciò?
Gli aiuti sono stati l’immagine plastica di una guerra ben più profonda e che va avanti da anni, non da ieri. Lo scontro in Italia si è visto già l’anno scorso con la firma da parte dell’allora governo giallo-verde del Memorandum sulla Nuova Via della Seta.
È stato quello il vero momento di frizione tra Roma e Washington, ben più degli aiuti umanitari, che invece sono un tema di ordine diplomatico e propagandistico.
Passando alla Russia, come ritieni possa evolvere il suo ruolo nell’ambito della crisi
Cina-Stati Uniti ? Inoltre, reputi possibile un ipotetico riavvicinamento con la Turchia in
funzione anti-UE e anti-NATO o diversamente, essendo comunque la Turchia un
importante paese dell’Alleanza Atlantica, pensi che le relazioni russo-turche possano
diventare maggiormente conflittuali ?
La Russia gioca una partita molto complessa. Da un lato ha nell’Asia (e nella Cina) mercati enormi in cui vendere gas e petrolio e scambiare tecnologie. Dall’altro lato non ha una visione strategica perfettamente in linea con quella di Pechino e gli Usa possono servire come limite all’espansionismo cinese, soprattutto in Asia centrale e Africa.
Sul fronte turco, Mosca ha chiaramente interesse ad avere una Turchia vicina: controlla il Bosforo che è essenziale per avere accesso al Mediterraneo, ha un ruolo fondamentale in Medio Oriente e Africa ed è una porta d’accesso del proprio gas verso l’Europa in alternativa alla turbolente Europa orientale.
Ma è sempre un Paese Nato: elemento che non va ami sottovalutato nella partita dell’intelligence internazionale. Diciamo che ora nessuno ha interesse ha farsi una guerra, ma le cose cambiano in fretta.
Tornando al Coronavirus, come valuti l’iniziale reazione dell’establishment politico e economico/finanziario occidentale? Pensi che ci siano stati dei colpevoli ritardi nell’affrontare l’emergenza e che, d’altro canto, siano stati commessi errori parzialmente evitabili?
Di errori ce ne sono stati moltissimi, dalla prima sottovalutazione (con una Oms responsabile) all’eccesso successivo scatenando una vera ondata di panico. Difficile valutare ora che siamo in piena emergenza.
Chiaro che i governi si siano trovati di fronte a una sfida nuova: ma tutti gli Stati occidentali avevano piani pandemici e tutti hanno ricevuto in questi anni allarmi continui sulla possibilità dell’avvento di una pandemia (anche espressamente di un coronavirus).
La prova è stata evidentemente non superata dalle classi politiche Dal punto di vista economico bisognerà vedere nei prossimi mesi, per ora la crisi è alle porte e il mondo appare ancora poco consapevole del possibilmente cambiamento generale, a partire dall’avvento del digitale e della nuova globalizzazione che vede la riscoperta della realtà nazionale per le aziende strategiche.

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