Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta analisi. Mostra tutti i post

Libia: dal ricatto petrolifero a quello terroristico


Di Alberto Negri

Chi non vorrebbe la pace in Libia, l’obiettivo per cui si riunisce oggi la Conferenza di Berlino? I protagonisti libici, Sarraj e Haftar, hanno continuato fino all’ultimo a giocare sulla loro presenza all’appuntamento come Nanni Moretti in Ecce Bombo: mi si nota di più se vado o se non vado? Nel dubbio le due parti hanno dato via libera ai ricatti per far capire che possono procurare guai a tutti.

Facendo intuire che forse sarebbe il caso per il futuro della Libia trovare altri personaggi, cosa per la verità più facile a dirsi che a farsi. Ma pensare che con questa coppia si possa riunificare l’ex colonia italiana divisa tra Tripolitania e Cirenaica, oltre che tra mille fazioni, appare irrealistico.

Così il generale Khalifa Haftar, cittadino americano, ex generale di Gheddafi sconfitto in Chad, sostenuto da Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche beniamino dei francesi, si è giocato la carta del petrolio, una di quelle più sensibili nel poligono libico. Trincerandosi dietro a un’azione delle milizie popolari, ha quindi fatto chiudere i terminali per l’esportazione del greggio alla Sirte.

Mossa fondamentale perché da lì vengono gli unici proventi dell’economia libica incassati dalla Banca centrale che li distribuisce sia alle fazioni della Tripolitania che a quelle della Cirenaica.

Haftar, per l’embargo, non può esportare il «suo» petrolio. Assai irritante per il generalone che deve fare pure «campagna acquisti» tra le fazioni.
Il suo resta un avvertimento pesante: nell’assedio di Tripoli tiene per il manico il coltello che taglia alcune fette consistenti della torta petrolifera. Certo non può mettere ancora le mani sui pozzi dell’Ovest e sul terminale del gas Eni di Mellitah, che insieme all’eventuale cattura dell’aereoporto della capitale, lo porterebbero a controllare la Libia.


Fallita quella in Siria, dove grazie al ritiro di Trump ha fatto massacrare i curdi nostri alleati contro l’Isis, ma è stato fermato dalla Russia e da Assad, adesso ci riprova in Libia che l’impero ottomano perse nel 1911 con l’occupazione italiana insieme al Dodecaneso.

Non solo: ha fatto firmare a Sarraj una carta per lo sfruttamento del gas nella «zona esclusiva» di Cipro greca dove si prepara ad assegnare le «sue» concessioni. E qui fa arrabbiare Italia, Francia e Usa ma anche Israele – che ha inviato i suoi droni a Nicosia – e persino l’Egitto interessato alla costruzione del gasdotto East-Med, concorrente del Turkish Stream appena inaugurato da Mosca e Ankara.

Si spiega così il suo a appello a favore di Sarraj la cui caduta porterebbe secondo Erdogan a una ripesa del terrorismo. In realtà il terrorista è lui che usa i mercenari jihadisti impiegati in Siria, oltre ai suoi soldati, per difendere Tripoli. Erdogan, che ricatta l’Europa con i profughi siriani e ha acquistato armi dalla Russia, sbarrando di fatto la base di Incirlik agli americani, gioca tra le contraddizioni occidentali e del mondo arabo.

Putin lo può contrastare ma Erdogan gli serve per gli affari nel gas e la penetrazione nel Mediterraneo. È un suo avversario ma anche un alleato perché giustifica il ruolo di Mosca in tutta la regione. Trump, nella visita a Washington del leader turco, si è dichiarato pubblicamente un «tifoso» di Erdogan. Perché come lui se ne frega degli accordi e della legalità internazionale e tratta gli europei a pesci in faccia.

L’Italia, dopo il lungo sonno dell’ex ministro Moavero e la propaganda anti-migranti di Salvini, si accorge in questa fase di obbligato attivismo diplomatico del nuovo governo di non avere nessuna arma negoziale, né con Sarraj, né con Haftar, perché i loro rispettivi alleati sono avversari o partner a seconda delle situazioni. Se sostieni uno irriti l’altro. A Trump, per esempio, piace Haftar, aiutato da Paesi arabi che sono anche i maggiori clienti di armi degli
Usa. Vediamo se a Berlino ci beviamo ancora la favoletta americana della «cabina di regia» in Libia. Di Maio una particina in Ecce Bombo, ai tempi, non gliela toglieva nessuno.

Ma deve dimostrare agli alleati che è in grado di avere risorse economiche, visto che è indebitato con i russi – che gli hanno stampato carta moneta in dinari e fornito mercenari – e con gli egiziani che puntano alla Libia come a una cassaforte energetica e a un bacino dove scaricare qualche milione di disoccupati.

Ma prima il generale Al Sisi deve «ripulirla», in accordo con Arabia Saudita ed Emirati, dai Fratelli Musulmani e dai gruppi islamici ostili, i veri nemici di questo blocco arabo, una sorta di Nato «minore» che ha ormai sostituito quella vera che aveva bombardato Gheddafi nel 2011 provocando con Francia, Gran Bretagna e Usa un disastro di cui l’Italia si è poi fatta complice partecipando ai raid contro il suo maggiore alleato nel mediterraneo.

Il «campione» tripolino Sarraj ha invece trovato la sponda del suo principale sponsor: Erdogan, il quale ha spazio per un’altra avventura neo-ottomana.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://ilmanifesto.it/quando-il-barile-raschia-la-pace/

VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articoli/libia-dal-ricatto-petrolifero-a-quello-terroristico

E SU https://www.alganews.it/2020/01/19/libia-dal-ricatto-petrolifero-a-quello-terroristico/

Il ruolo strategico del Qatar nella crisi libica


Di Salvatore Santoru

L’attuale conflitto libico si inserisce in un contesto geopolitico che vede contrapposti gli interessi di alcune grandi potenze internazionali e, allo stesso tempo, di diverse potenze regionali particolarmente attive nello scacchiere nordafricano e medio-orientale.
Tra di esse bisogna indubbiamente menzionare la Turchia guidata dall’AKP di Erdogan, artefice di una politica estera imperniata su una strategia di chiara matrice ‘neo-ottomana’(1). Tale strategia ‘neo-imperiale’ risulta essere decisamente esplicita nell’ambito della guerra civile siriana e nella stessa crisi libica, scenari che vedono il governo turco impegnarsi anche nel sostegno e nel finanziamento di formazioni legate all’islamismo di tendenza sunnita(2).
Oltre la Turchia, altri attori geopolitici particolarmente influenti nello scenario libico risultano essere alcune delle principali monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita, gli Emirati e il Qatar guidato dall’emiro Tamir bin Hamad Al Thani. Proprio lo stesso Qatar risulta essere, al pari della Turchia, un importante alleato del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj.

Il ‘ruolo mediatore’ del Qatar e lo scontro tra Haftar e Erdogan 

Nelle ultime settimane la già precaria situazione libica è tornata a farsi incandescente e, stando ad alcuni opinionisti, si è avuto il rischio di una nuova guerra. Particolarmente influenti nel riacutizzarsi della crisi sono state la ‘radicalizzazione’ politica e comunicativa del generale Haftar e, al contempo, il decisionismo interventista di Ankara(3).
A tal riguardo, bisogna segnalare la proclamazione della jihad anti-turca lanciata dallo stesso generale(4), proclamazione che è stata seguita da un discorso altrettanto minaccioso di Erdogan. Più specificatamente, nell’ambito dello stesso discorso, il presidente turco ha voluto ricordare che la nazione nordafricana è di strategica importanza per la nazione euroasiatica e d’altronde “è stata una parte importante dell’impero Ottomano”(5).
Tuttavia, c’è da dire che negli ultimi giorni si è avuta una relativa ‘distensione’ diplomatica e militare nonostante le ‘reticenze’ di Haftar. Nell’ambito di tale “distensione” un ruolo di primaria importanza è stato svolto, insieme ad altre potenze mondiali e regionali, dalla Russia con la collaborazione dello stesso Qatar.
Entrando nei particolari, l’emiro al-Thani si è dimostrato favorevole nei riguardi della mediazione russo-turca e durante una telefonata con Vladimir Putin ha espresso il suo sostegno alla necessità di porre fine alle ostilità presenti nella nazione del Nordafrica(6).In tal modo, il Qatar ha ribadito il suo approccio ‘moderato’ nell’ambito del sostegno dato alle forze di al-Serraj, mentre il governo turco oscilla tra pulsioni “belliciste” e approcci più cauti e distensivi.

La relativa ‘distensione’ tra l’Arabia Saudita e l’emirato

Il conflitto libico risulta essere fondamentale nella ‘guerra fredda’ che interessa l’emirato guidato da Tamid al-Thani e la principale potenza del Golfo, ovvero sia l’Arabia Saudita.
La rottura tra i due paesi arabi risale al 2017 e, come ricordato da Ferdinando Calda sul sito dell’ISPI(7), in quello stesso anno venne imposto a Doha un embargo da parte dell’Arabia e di alcuni suoi importanti alleati locali come gli Emirati, il Bahrein e l’Egitto.

Importanti segnali di distensione, argomenta Calda, sono stati segnalati alla viglia del meeting annuale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, tenutosi nel dicembre del 2019 senza la partecipazione di Tamim Al Thani. Al posto dell’emiro era presente il primo ministro qatriota, Abdullah bin Nasser bin Khalifa al-Thani, e ciò fa capire che la tensione tra le due potenze rimane comunque decisamente alta.
Comunque sia, pur tra ovvie difficoltà, il processo di riavvicinamento tra le due monarchie arabe sembra essere sempre più vicino e ciò potrebbe portare a notevoli cambiamenti nello scacchiere mediorientale e nordafricano.
Questi mutamenti, riporta Mauro Indelicato su Inside Over(8),  potrebbero interessare anche le relazioni tra il Qatar e la Fratellanza Musulmana.

I Fratelli Musulmani, l’asse turco-qatariota e la polveriera libica

Nel già citato articolo di Inside Over, Indelicato riporta che l’avvicinamento tra sauditi e Qatar potrebbe portare all’abbandono, da parte di Doha, degli stessi Fratelli Musulmani.
In tal modo, i vertici della storica organizzazione islamista di origine egiziana, notoriamente sostenuti dall’emirato(9), potrebbero rafforzare i già ottimi rapporti con la Turchia e contribuire a rendere Ankara come il ‘centro geopolitico’ fondamentale dell’Islam politico mondiale.

Ciò porterebbe all’inasprirsi del “conflitto sotterraneo” che si sta svolgendo all’interno del mondo islamista di matrice sunnita, ‘conflitto’ che ha come principali attori i settori filo-turchi della Fratellanza e le principali monarchie del Golfo e che vede il Qatar in veste di relativo ‘paciere’.
Tuttavia, bisogna ricordare che proprio la Fratellanza ospita diverse correnti al suo interno e risulta divisa tra fazioni più moderate per così dire “unioniste” e frange minoritarie che strizzano l’occhio al radicalismo di matrice salafita.
Questo aspetto risulta di fondamentale importanza nel contesto libico, dove la Fratellanza gioca un ruolo tutt’altro che secondario e risulta legata all’asse turco-qatariota. D’altronde, la stessa rilevanza locale dell’organizzazione islamista internazionale è ritenuta sempre più strategica e, d’altro canto, sia gli Stati Uniti che l’Egitto ritengono prioritaria la lotta al radicamento in Libia del movimento fondato da Hasan al-Banna(10).
Comunque sia, c’è da dire che il graduale processo di riavvicinamento tra Qatar e Arabia Saudita e, al contempo, un eventuale mutamento delle relazioni dell’emirato con Turchia e Fratelli Musulmani potrebbe portare a delle ripercussioni anche in Libia.
NOTE:
(1) https://aawsat.com/english/home/article/2085451/salman-al-dossary/libya-turkey%E2%80%99s-neighbor
(2) http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-tripoli-presenti-anche-miliziani-islamisti-siriani-1811630.html
(3) https://www.agi.it/estero/erdogan_di_maio_libia-6749191/news/2019-12-17/
(4) https://ilmanifesto.it/haftar-chiama-alla-guerra-santa-contro-la-turchia/
(5) http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/01/14/erdogan-haftar-compie-pulizia-etnica_3aa27b16-d6d4-4eee-aa76-ceb0d2c5eca2.html
(6) https://www.agenzianova.com/a/0/2763068/2020-01-11/libia-cremlino-putin-discute-situazione-attuale-nel-paese-con-emiro-del-qatar-al-thani-2
(7) https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/larabia-saudita-apre-al-dialogo-con-il-qatar-24644
(8) https://it.insideover.com/politica/il-qatar-abbandona-i-fratelli-musulmani.html
(9) http://english.alarabiya.net/en/features/2019/08/07/Qatar-s-history-using-banks-to-aid-Brotherhood-terror-groups-in-other-countries.html
(10) https://www.ilmessaggero.it/mondo/libia_guerra_trump_america_haftar_ultime_notizie_oggi_16_gennaio_2020-4985870.html
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

L’influenza strategica di Mosca si espande in Medio Oriente


Di Andrea Walton

La Federazione Russa continua ad espandere la propria influenza strategica in diverse aree del globo e sembra aver messo gli occhi, negli ultimi anni, anche sul Medio Oriente, un’area dove, tradizionalmente, Mosca ha avuto meno voce in capitolo che altrove. Sono stati finalizzati, infatti, una serie di accordi che garantiranno forniture di armi russe a diversi Paesi, spesso considerati (almeno in passato) più vicini all’Occidente. L’intesa più sorprendente è quella che ha portato all’acquisto, da parte della Turchia, del sistema di difesa missilistico S-400: Ankara è giunta fino alla conclusione delle trattative malgrado gli avvertimenti dissuasivi lanciati da Washington che, di certo, non vede di buon occhio un possibile riavvicinamento tra le parti. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha affermato che la Turchia utilizzerà questa tecnologia militare e che i missili saranno dispiegati ed operativi entro aprile del 2020.

Accordi variegati

L’iperattivismo di Mosca non è limitato alla Turchia: l‘Egitto ha firmato un’intesa, dal valore di due miliardi di dollari, che porterà il Paese all’acquisto di una flotta di aerei militari Su-35 mentre anche l’Arabia Saudita si è dimostrata interessata all’acquisto dell’S-400. La recente crisi nei rapporti tra Stati Uniti ed Iraq, in seguito all’uccisione del Generale iraniano Qassem Soleimani, potrebbe portare ulteriori benefici agi interessi russi nell’area: Baghdad potrebbe essere interessata ad acquistare il sistema S-400 o similari e colloqui in materia avevano avuto inizio lo scorso mese di agosto, in seguito ad un raid israeliano condotto sul territorio iracheno. Qais al-Khazali, figura di vertice delle Forze di Mobilitazione Popolare (una milizia irachena sciita), ha inoltre recentemente suggerito come Cina e Russia potrebbero sostituire gli Stati Uniti nel fornire supporto militare a Baghdad. Non bisogna infine dimenticare quella che è, a tutti gli effetti, la roccaforte dell’influenza russa in Medio Oriente: la Siria di Bashar al-Assad che, dopo aver praticamente sconfitto gli avversari sul campo, contribuirà a consolidare la presa strategica di Mosca sulla regione.

Le prospettive

La Russia di Vladimir Putin ha dimostrato di riuscire a muoversi piuttosto bene in diverse aree del globo: in Africa, ad esempio, ha espanso progressivamente la propria penetrazione ed è riuscita ad intessere legami sempre più stretti con diversi Paesi del continente. La Federazione Russa aspira, senza dubbio, al ruolo di superpotenza globale e sta lentamente adoperandosi per tornare ad occupare quel posto che aveva perso in seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica. Le strategie russe si sono rivelate particolarmente efficaci anche grazie alla sostanziale stabilità politica di cui può godere Mosca: il presidente Vladimir Putin, infatti, è al potere da oltre un ventennio e ha potuto così perseguire un piano di espansione coerente in diverse aree del mondo. Il Cremlino potrebbe puntare, in seguito, ad allargare le sue mire strategiche anche all’Asia Centrale: in primis rafforzando i legami con l’Afghanistan dopo il probabile ritiro del contingente americano dalla nazione ed indipendentemente dagli equilibri che si verranno a formare dalle parti di Kabul. In questo caso, però, potrebbe scontrarsi con la Cina che, sebbene più focalizzata sull’aspetto economico, mira ad espandere la propria penetrazione verso l’esterno.

Il caso Soleimani e la “nuova Guerra Fredda” tra USA e Cina


Di Salvatore Santoru

Il recente omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani è stato considerato una sorta di “casus belli” e, stando a diversi analisti, potrebbe aver posto le basi per una futura guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti. Certi opinionisti hanno anche parlato della possibilità di un’imminente escalation militare e del rischio di un eventuale scoppio della terza guerra mondiale, un’ipotesi che è stata considerata comunque decisamente ‘allarmista’ da parte di diversi giornalisti(1).
Tale supposto rischio risulta essere momentaneamente rientrato e ciò a seguito della relativa “normalizzazione” diplomatica tra States e Iran, avvenuta a seguito della ‘tiepida’ reazione militare iraniana e al conseguente discorso di Donald Trump, discorso che è stato ritenuto parzialmente conciliante e tendenzialmente ‘moderato'(2).
Intanto, negli ultimi giorni diversi esperti hanno avanzato delle interessanti ipotesi relative alle motivazioni e agli interessi che starebbero dietro l’omicidio del comandante delle Brigate Al Qds. Tra di esse, una delle più plausibili è quella che lega l’eliminazione di Soleimani al contesto della ‘nuova guerra fredda’ tra gli Stati Uniti D’America e la Repubblica Popolare Cinese.

L’alleanza militare tra Cina, Russia e Iran

In un articolo pubblicato su Famiglia Cristiana(3), il noto giornalista Fulvio Scaglione ha avanzato delle tesi molto interessanti da un punto di vista geopolitico e geostrategico. Entrando nei dettagli, Scaglione ha ipotizzato che l’eliminazione del generale iraniano non ha costituito esclusivamente un mero attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran ma, al contempo, un tentativo di destabilizzazione nei confronti della sempre più forte intesa militare tra la Cina e la Russia nell’area mediorientale.
Nell’articolo il giornalista ha anche ricordato che il 27 dicembre 2019 erano iniziate delle importanti esercitazioni navali congiunte tra lo stesso Iran, la Russia e la Cina. Scaglione ha anche segnalato che, durante un colloquio tenutosi a Pechino tra Mohammad Zarif e Wan Yi, lo stesso ministro degli Esteri cinese ha dichiarato che l’Iran e la Cina dovrebbero “lavorare insieme contro l’unilateralismo e il bullismo internazionale”.

Il ruolo dell’Iran nel progetto della Nuova Via della Seta

Un’altra tesi molto interessante è quella che collega l’omicidio di Soleimani al contesto della “nuova guerra fredda” è stata portata avanti, in un articolo sul Manifesto, da parte di Manlio Dinucci. Dinucci ha ricordato che l’Iran esercita un ruolo di primo piano nell’ambito dell’ambizioso progetto cinese della ‘Nuova Via della Seta’, varato nel 2013 e che si prospetta dovrà diventare realtà entro il 2049(5).
Tale progetto, argomenta Dinucci, consiste nella realizzazione di una grande rete ferroviaria e viaria che possa collegare la Cina all’Europa passando per l’Asia Centrale, il Medio Oriente e la Russia. Nell’ambito della sua realizzazione, la stessa Repubblica Popolare Cinese sta effettuando degli imponenti investimenti di circa 400 miliardi di dollari.
Andando maggiormente nello specifico, almeno 120 miliardi di dollari saranno utilizzati nella realizzazione di infrastrutture dei trasporti.

La Cina, principale partner commerciale dell’Iran

Nel già citato articolo scritto sul Manifesto, Manlio Dinucci ha segnalato che almeno 280 miliardi di dollari saranno investiti nell’industria del gas, in quella petrolchimica e in quella petrolifera. Proprio a proposito delle ‘relazioni petrolifere’ tra Cina e Iran ci sono da segnalare dei dati riportati in un interessante articolo d’approfondimento scritto da Federico Giuliani e pubblicato su Inside Over(5).
Nell’articolo Giuliani ha riportato che, stando ai dati del novembre 2019, la nazione asiatica ha importato ben 547.758 tonnellate di petrolio iraniano e ciò costituirebbe una quantità decisamente rilevante, seppur in calo rispetto alle 3,07 milioni di tonnellate registrate ad aprile.
Oltre a ciò, l’articolista ha ribadito che la Cina costituisce il principale partner commerciale iraniano e ha ricordato che lo stesso paese asiatico risulti essere strategicamente importante anche nell’ambito della vendita di armi.
Nell’articolo di Inside Over è stato anche segnalato, citando il South China Morning Post, che già negli anni ottanta la Cina aveva fornito hardware militare durante la guerra combattuta tra l’Iran e l’Iraq di Saddam Hussein.
NOTE:
- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Perché a Trump non conviene una guerra all’Iran


Di Aldo Giannuli

Poniamoci una domanda: conviene agli Usa una mossa come l’uccisione del generale Soleimani? Nessuno pensa che fosse un ignaro turista o l’erede di San Francesco: sappiamo che era la mente politico militare del regime, che stava facendo o progettando operazioni a cavallo fra Siria e Iraq, che usava forme di lotta di tipo terroristico. Dunque, non intendiamo proporre alcuna beatificazione dell’uomo e tanto meno descrivere il regime iraniano come “i buoni aggrediti dall’America cattiva”.
Il punto è un altro e tutto politico: dove porta l’azione decisa da Trump? Per il merito ed ancor più per il metodo, ci troviamo di fronte ad una ripresa dell’unilateralismo di Bush jr, una strategia già fallita con i disastri di Iraq ed Afghanistan, costati agli Usa molti morti e una valanga di denaro (Stiglitz calcolò che la sola guerra dell’Iraq sarebbe costata 3.000 miliardi di dollari, ma il conto finale potrebbe essere maggiore). Oggi si parla della strategia di Obama come di un ingenuo cedimento pacifista all’Iran, ma non è affatto così.
La sua dottrina in politica estera puntava al ridimensionamento del peso strategico del Medio Oriente teorizzato dai neocon, per disimpegnarsi da quella regione e spostare il centro strategico dell’attenzione americana verso l’asse indo-pacifico (il cosiddetto Pacific Pivot) in vista di un nuovo containement nei confronti della Cina. E l’accordo nucleare con l’Iran faceva parte di questo disegno. Quella operazione non riuscì, perché il succedersi degli avvenimenti (il persistere della guerriglia irachena, le primavere arabe, la crisi siriana aggravata dall’intervento russo, la comparsa dell’Isis) non lo consentì. Questo sarebbe possibile ora, dopo la sconfitta del Califfato, ma Trump, nella sua rozzezza politica, continua a pensare che l’unico disegno da perseguire sia quello della pax americana perché gli americani hanno “il migliore esercito del Mondo”. Che gli Usa abbiano l’esercito più potente è fuori discussione, ma questo non significa che questo basti a vincere le guerre.
Nel caso specifico, agli Usa non conviene affatto impegnarsi in un nuovo conflitto in Medio Oriente e in particolare in una guerra all’Iran e per diverse ragioni.
Prima di tutto perché inchioderebbe di nuovo Washington al pivot mediorientale, riducendone molto l’efficienza in quello indo-pacifico, con grande giovamento per la Cina.
In secondo luogo perché l’esercito iraniano è un osso più duro di quelli sin qui battuti e, pur essendo destinato a perdere in uno scontro all’ultimo sangue, infliggerebbe perdite decisamente superiori a quelle delle tre guerre mediorientali precedenti.
In terzo luogo, perché questo sta già causando un deciso rialzo del prezzo del petrolio e il picco sarebbe inimmaginabile se si giungesse al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale passa quasi un terzo della produzione petrolifera.
In quarto luogo perché la guerra non si limiterebbe al solo Iran, ma coinvolgerebbe tutta la comunità sciita ed anche parte del mondo sunnita,producendo una fiammata che rischierebbe di coinvolgere anche Libano, Qatar, Siria, Yemen, Arabia Saudita ed Egitto, rendendo ingestibile la situazione.
In quinto luogo perché, nella bolgia, potrebbe riprendere fiato l’Isis che già sta mettendo radici nell’Africa nord occidentale.
Ma, soprattutto per una ragione: perché la guerra all’Iran sarebbe senza prospettiva per gli Usa. Lo scontro avrebbe subito un andamento asimmetrico, comportando operazioni di cyber war, guerriglia urbana, attentati petroliferi, eccetera. Anche se gli Usa occupassero l’Iran, magari con una guerra di tre o quattro mesi, dopo dovrebbero affrontare – come nei casi precedenti – una durissima e lunga guerriglia in un Paese che è più vasto e complicato dei due precedenti. Quanti dollari costerebbe una impresa del genere? E gli Usa hanno queste risorse dopo la crisi apertasi nel 2008 ed ancora non del tutto superata? Forse andrebbero fatti due conti.
(Originariamente pubblicato su “Formiche”)
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Dallo Stato-imprenditore allo Stato-stratega: dibattito sull’Iri


Di Andrea Muratore

Nelle ultime settimane la crisi industriale dell’Ilva, con la problematica partita apertasi tra il governo e Arcelor-Mittal, unitamente al nuovo rinfocolamento del caso-Alitalia ha riportato in auge il tema dello “stato-imprenditore”, del coinvolgimento pubblico nell’economia funzionale allo svolgimento della politica industriale, e la parola “Iri” è ritornata prepotentemente nel dibattito.
Il modello di riferimento, nel dibattito italiano, non ha potuto che essere l’Istituto di Ricostruzione Industriale (Iri), il conglomerato fondato nel 1933 per iniziativa di Alberto Beneduce e divenuto nel secondo dopoguerra il principale braccio operativo del sistema di economia mista che ha guidato la rinascita del Paese. L’Iri, fino alla crisi conclusiva della Prima Repubblica che segnò l’inizio della sua messa in liquidazione (terminata nel 2002), ampliò gradualmente il suo perimetro sino a risultare protagonista nei principali gangli strategici del sistema Paese: dal ramo bancario (azionista in Banco di Roma, Credito Italiano e Banca Commerciale Italiana) alla siderurgia (Finsider, l’antenato dell’Ilva), passando per le telecomunicazioni (Stet), la cantieristica e la difesa (Fincantieri e Finmeccanica) e i trasporti (controllando Alitalia e le autostrade). Nel 1993, quando il governo Ciampi iniziò la sua graduale privatizzazione, l’Iri era il settimo conglomerato al mondo per dimensione, potendo contare su un fatturato superiore ai 67 miliardi di dollari.
L’Iri è stato citato esplicitamente dal Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli (Movimento Cinque Stelle) che ha affermato esplicitamente di non essere contrario al “ritorno” al sistema di gestione statale, nel contesto di una forte critica alle modalità di privatizzazione delle proprietà dell’ente. Riteniamo necessario contestualizzare nel migliore dei modi la questione per evitare che il dibattito si riduca a prese di posizioni fini a sé stesse e che non contribuiscono al tema cruciale del dibattito su un’evoluzione dell’attuale sistema di gestione degli asset cruciali del Paese: come può tornare l’Italia ad avere una politica industriale degna di questo nome? Come possono essere bilanciati equamente gli interessi del governo e del Paese nella gestione degli asset chiave dell’economia e le prospettive di sviluppo di un’impresa privata capace di produrre sviluppo e occupazione?

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Iri si, Iri no. Due opinioni a confronto

Con queste premesse il dibattito è alzato di livello e inserito in un’ottica sistemica. In questa direzione vanno numerose pubblicazioni che nelle ultime settimane non sono mancate e hanno portato aria fresca alla discussione sul tema. Sul fronte degli scettici si è distinto un interessante articolo pubblicato da Francesco Bruno su Econopoly de Il Sole 24 Ore, mentre tra coloro che non hanno chiuso alla possibilità di uno “Stato-imprenditore” di ritorno è stato rilevante il contributo di Alessandro Aresu.
Bruno, in maniera pragmatica, critica l’intervento sul tema “nuovo Iri” del ministro Patuanelli in un post pubblicato su Facebook, ritenuto dal commentatore confusionario. “Non sono riuscito a comprendere quali dovrebbero essere le funzioni del soggetto pubblico evocato. In un primo momento il post menziona politiche di innovazione, facendo pensare ad investimenti pubblici in ricerca e sviluppo. Poi però si passa al desiderio di evitare shock al sistema produttivo e occupazionale, al green new deal ed infine ad una banca pubblica”. Scarsa chiarezza nella definizione degli obiettivi e tentativi acrobatici di un soggetto “pigliatutto” in cui far convergere la risposta a problematiche e esigenze diverse del sistema-Paese. Tale concezione, secondo Bruno, rischierebbe di accentuare la già esistenza tendenza del Mise a trasformarsi in un “comitato fallimentare” permanente per tutelare imprese in perdita. Più nebulosa è la parte dell’intervento in cui Bruno sottolinea la sostanziale convergenza tra impresa pubblica e privata: “si fa fatica a comprendere che non è dirimente il tipo di proprietà, pubblica o privata. Ciò che conta veramente è se l’impresa svolga la sua attività con criteri di governance societaria moderni e in un regime di mercato concorrenziale oppure se sia favorita (o danneggiata) dall’intervento pubblico”.
Ma lo “Stato-imprenditore” dovrebbe, in linea teorica, superare questa dicotomia basata unicamente sulla proprietà e supplire a esigenze strategiche capaci di trascendere i meri fini di profitto di breve termine. La Stet con le telecomunicazioni, l’Italstat in ambito infrastrutturale e la Finsider con l’acciaio sono esempi, in tal senso illuminanti. E su questo pensiero-cardine si innesta il ragionamento di Aresu.
In un’analisi pubblicata su Atlante,rivista di approfondimento della Treccani, Aresu ricorda come il fenomeno dello “Stato-imprenditore” descritto nell’analogo saggio di Marianna Mazzucato sia la norma nell’era contemporanea.
E, anzi, a ben vedere l’Italia si trova oggi nel mirino di tre tipologie di Stati di questo tipo: quello franceseprimeggiante in Europa per “la vicenda di lungo corso della costruzione dello Stato francese attraverso corpi che prevedono una forte relazione tra pubblico e privato, tra le imprese e lo Stato; il ruolo militare della Francia, che è ben superiore rispetto a quello degli altri Paesi europei; il modo con cui la Francia ha razionalizzato i suoi strumenti di partecipazione nelle imprese”; quello cinese, la cui manifestazione è l’utilizzo dell’intervento pubblico e delle imprese di Stato da parte del Partito comunista come braccio armato per l’espansione geostrategica del Paese; infine, quello statunitense, la cui proiezione è sotto gli occhi di tutti con l’apparato mondiale del Pentagono e la ramificazione della rete a stelle e strisce e delle imprese del big tech, che hanno avuto a Washington il loro incubatore politico ed economico.
“In ogni caso, “piani” e “programmi” economici fanno pienamente parte della realtà internazionale. La differenza sta sempre nel modo con cui vengono attuati”, sottolinea Aresu. In che modo un Paese come l’Italia potrebbe dare seguito alle necessità della sua economia e rispondere alle domande che precedentemente ci eravamo posti? L’analista sardo ha provato a proporre una sua ipotesi in un’ulteriore pubblicazione per StartMag.
“All’Iri non è stato consentito di sopravvivere, snellito e ristrutturato, per custodire un grande patrimonio culturale e svolgere due compiti essenziali: la promozione e la connessione di una scuola di manager industriali; l’investimento in ricerca e trasferimento tecnologico”. Metaforicamente, di nuovi Iri ne servirebbero…tre, a certificare le principali funzioni che secondo Aresu l’intervento pubblico in economia dovrebbe espletare. Servirebbe un Istituto per il Rilancio dell’Innovazione, un Istituto per la Realizzazione delle Infrastrutture, un Istituto per il Rafforzamento delle Imprese. In altre parole, l’Italia potrebbe conoscere una nuova stagione di fioritura dell’economia a gestione pubblica ricostruendo un progetto nazionale ben definito.

Fonte e articolo completo: http://osservatorioglobalizzazione.it/progetto-italia/iri-leterno-ritorno/

Libia, la strategia neo-ottomana di Erdogan


Di Salvatore Santoru

Nelle ultime settimane la Libia è stata interessata dalla radicalizzazione della ‘guerra civile permanente’ che, ormai da diversi anni, contrappone le forze dell’esercito nazionale guidato da Khalifa Haftar alle milizie coordinate dal premier tripolino Fayez al-Sarraj(1).
Tale conflitto rientra in un contesto geopolitico particolarmente intricato e che, d’altronde, vede contrapposti gli interessi di alcune superpotenze così come di diverse potenze regionali. Tra di esse, a favore delle forze di Sarraj vi è la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan. Nell’ambito del sostegno ad Al-Sarraj, la stessa nazione euroasiatica è in compagnia dell’Italia così come del Qatar. Diversamente, tra le potenze che sostengono il generale Haftar vi sono la Francia e la Russia ma anche l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati(2).

Le ambizioni ‘neo-imperiali’ della Turchia

La Turchia sta svolgendo un ruolo di primo piano nel conflitto libico e, inoltre, risulta avere delle ambizioni geopolitiche e militari particolarmente importanti a livello regionale e globale. Entrando nei dettagli, tali ambizioni rientrano nella più ampia visione strategica di matrice neo-ottomana(3).
Le aree d’influenza al centro di tale strategia sono quattro: quella mediorientale e quella nordafricana in particolare e, al contempo, l’area meditterranea e balcanica. Per l’appunto, i paesi maggiormente interessanti dal punto di vista neo-ottomano sono la Siria e la stessa Libia e, d’altronde, tali nazioni sono state a suo tempo parte del ‘Sublime Stato’.
Alcuni analisti sostengono che Erdogan e il suo entourage avrebbero intenzione di riportare la Turchia ai fasti di un tempo e in tal modo ricreare, almeno parzialmente e in modo ‘attualizzato’, l’Impero Ottomano. Al fine di perseguire tale ambizioso progetto, il governo sta investendo delle importanti risorse in ambito militare e geostrategico ma anche intellettuale e ciò al fine di creare una sorta di ‘egemonia culturale’ nell’ambito mediatico ed educativo tesa a diffondere presso l’opinione pubblica la tesi portate avanti dalle correnti neo-ottomane facenti parte dell’establishment turco.
Su tale questione, è indubbiamente interessante segnalare che, a marzo del 2018, lo stesso Recep Erdogan aveva sostenuto la necessità di introdurre l’insegnamento della lingua ottomana nella scuola pubblica e ciò in quanto la lingua turca contemporanea allontanerebbe la nazione dalle ‘radici della sua civiltà'(4).

Erdogan e l’agenda dell’islamismo internazionale

La politica estera dell’attuale governo turco non è incentrata sul mero neo-ottomanismo ma, anche e sopratutto, sulla promozione di un islamismo per così dire “internazionalista”. Ciò è particolarmente visibile in Libia e, a tal riguardo, c’è da segnalare il sostegno a determinate milizie filo-islamiste attive nel paese nordafricano(5).
Inoltre, è particolarmente noto il finanziamento e l’aiuto dato dalla Turchia ad importanti formazioni di matrice islamista attive nella guerra civile siriana. Per essere più specifici, una consistente parte di tali formazioni armate sostenute dall’entourage di Erdogan rientravano nell’alveo della Fratellanza Musulmana, organizzazione internazionale che da sempre è stata poco tollerata dalla Siria di Assad.
Oltre a ciò, si è anche parlato di sostegni turchi a formazioni legate all’islamismo radicale e al terrorismo come Al Nusra o l’Isis e ciò in funzione anti-Assad e anti-curda. Su tale delicata questione, bisogna dire che ufficialmente il governo turco è impegnato in una guerra contro il terrorismo islamista e l’estremismo salafita e wahabita ma, allo stesso tempo, l’esistenza di determinate ‘collusioni’ tra alcuni settori governativi e del complesso militare-industriale con formazioni estremiste e/o terroristiche è una tesi tutt’altro che campata in aria.
Comunque sia, a livello ufficiale Erdogan e l’establishment turco stanno lavorando per far diventare Ankara il perno di un’alleanza internazionale tra personalità e movimenti legati alla galassia dell’Islam politico ‘modernista’ ma di stampo (neo)conservatore e che abbia come riferimento le tesi portate avanti storicamente dai Fratelli Musulmani e che, allo stesso tempo, cerchi di competere con il ruolo egemonico esercitato dai paesi del Golfo sulla variegata area dell’islamismo di matrice sunnita.

I rapporti ambigui tra Turchia e Russia

Il conflitto siriano e quello libico stanno vedendo decisamente contrapposti, da un punto di vista militare e strategico, la Russia di Vladimir Putin e la stessa Turchia di Erdogan. D’altronde, come già ricordato, in Libia Putin sostiene Haftar e la Siria baathista è da sempre un fondamentale alleato russo.
D’altro canto, una buona parte delle organizzazioni islamiste globali vede la Russia come un nemico a causa di diverse ragioni storiche e di natura geopolitica particolarmente conosciute. Tornando ai rapporti tra Russia e Turchia, bisogna dire che a seguito della crisi siriana essi si erano fatti sempre più tesi ma ultimamente erano nettamente migliorati.
Tale miglioramento delle relazioni russo-turche è avvenuto a seguito dell’inasprirsi dei rapporti del governo di Erdogan con gli Stati Uniti, l’UE e parzialmente la NATO, anche se bisogna sempre tenere presente che la Turchia è una delle nazioni strategicamente e militarmente più importanti della suddetta Alleanza Atlantica.
Tale ‘distensione’ ha portato ad una maggiore collaborazione militare tra le due nazioni tanto che, a luglio del 2019, si è positivamente concluso l’accordo per la vendita dei missili antiaerei russi S-400 alla stessa Turchia(6). In seguito, tale accordo ha destato decise perplessità da parte degli States e per alcuni giorni si è parlato di un’ipotetica alleanza russo-turca in funzione anti-occidentale.
Tuttavia, tale ipotesi è venuta meno a seguito dell’inasprirsi della questione curda e, ovviamente, all’aggravarsi dell’attuale tensione libica. Per completezza d’informazione, bisogna sottolineare che la distensione russo-turca è stata resa possibile anche grazie alla collaborazione tra alcuni settori filo-russi presenti nel paese anatolico (sia dell’opposizione kemalista che di alcune fazioni minoritarie pro-governative) e alcuni settori (specialmente certe fazioni neo-eurasiatiste) favorevoli ad un’alleanza con la Turchia e con contatti presso alcuni circoli militari e culturali facenti parte dell’establishment russo.
NOTE:
- Articolo pubblicato anche su Osservatorio Globalizzazione

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *