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IL SIMBOLO DEL SERPENTE NELL'ANTICA GRECIA



Nell'antica Grecia la figura del serpente fu contraddistinta da un aspetto di ambivalenza. 

Questo animale era tenuto dagli antichi in grande considerazione per la sua vita misteriosa e sotterranea, per la sua grande velocità pur senza organi motori e per la sua capacità di ipnotizzare le sue prede. 

Era temuto per il suo veleno ma gli vennero conferite capacità positive, rendendolo simbolo propiziatore e donatore di fertilità.

Questo suo dualismo antitetico è senza dubbio il suo principale aspetto: veleno/medicina, maschile/femminile, immobile/fulmineo erano solo alcune delle caratteristiche che gli antichi vedevano rappresentate nel serpente.

Il video con le rappresentazioni simboliche del serpente su Ars Europa Channel.


Matera 2019, da oggi è Capitale europea della cultura. Congratulazioni da Conte


Di Salvatore Santoru

Matera è ufficialmente la Capitale europea della cultura del 2019. Alla cerimonia per l'evento hanno preso parte diversi esponenti della politica e dell'attuale governo del cambiamento, tra cui  il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli e il premier Giuseppe Conte.

Lo stesso Conte ha dichiarato, riporta l'ANSA, che l'evento costituisce la riscossa della città della Basilicata e del Sud d'Italia.

J. R. R. Tolkien, custode della Tradizione Primordiale


Di Renato Ghenone

Che Tolkien non fosse un semplice esclusivista di religione cattolica, lo si può chiaramente evincere dal Silmarillion (1), la sua massima opera (al pari, e per certi aspetti persino superiore al più famoso ‘Signore degli Anelli’). In codesto testo, vi è al riguardo una Teogonia veramente esplicativa. Il divino assoluto Eru Ilùvatar decide di creare e plasmare l’universo (Eä) avvalendosi dell’Ainulindalë, ovvero “la musica degli Ainur”. Eru per assolvere al gravoso compito, convoca l’assemblea degli Ainur (i quali fino ad allora sapevano cantare solo separatamente) ed espone loro quello che Tolkien usa definire “il Grande Tema Musicale” chiedendo loro di farne un grande Canto corale in cui ognuno di essi avrebbe avuto la possibilità di aggiungere qualcosa secondo la propria creatività. Quando la Grande Musica – ovvero l’Ainulindalë propriamente detta – si levò in alto, per la prima volta gli Ainur riuscirono a cantare tutti insieme in armonia, seguendo lo spartito senza difficoltà alcuna. Codesti Ainur, e cioè i Valar (2) – i numi del contesto – sono da considerare in tutto e per tutto delle manifestazioni divine – subordinati però al creatore in un senso che possiamo senza dubbio definire ‘Enoteistico’ – del dio unico trascendente Eru, il quale checché ne dicano taluni, non andrebbe messo in relazione esclusivamente col Dio biblico vicino orientale e/o cristiano (3), ma semmai anche col dio unico metafisico delle tradizioni pagane ed indoeuropee. Eru in quanto creatore dell’intero universo (manifestazione) e trasmettitore unico del ‘Verbo’ (la Rivelazione Primordiale) oltre che ad equivalere al Dio giudaico-cristiano, equipolle in perfetta sincresi anche al Brahma indù, nonché a Varuna, Bran, Urano, Giano e gli altri numi aurei (4) delle tradizioni sacre più disparate del mondo antico (5).
Durante la ‘creazione del mondo’ tramite la soave musica cantata degli Ainur, unico tra tutti, Melkor, il potente Valar che incarna la malvagità e la corruzione nell’universo di Arda – del tutto simile al Loki nordico, e forse ancor di più al Lucifero biblico (6) – impegnato com’era a cercare disperatamente il “Fuoco Segreto”, onde creare delle cose che gli appartenessero (superbia di sé, sostanzialmente osa sfidare l’autorità suprema di Dio), non cantava insieme agli altri né li ascoltava. In questo modo, nella più profonda solitudine il Valar, sicuro e sprezzante del fatto suo, sviluppò una creazione parallela a quelle di Eru. Eru capì che Melkor non stava eseguendo lo “sparito” come gli altri, ma lo lasciò fare, poiché esso aveva dotato tutte le sue creazioni del ‘libero arbitrio’. Il mondo materiale necessità di equilibrio, non può esistere soltanto la luce, così come non può esserci soltanto l’oscurità.
* * *
Per quanto riguarda invece i molteplici riferimenti alle Quattro Età dell’Umanità, all’Albero Cosmico, ai ‘Giorni dei Valar’, al Paradiso Terrestre (chiaramente la Thule Iperborea), a Númenor (l’Atlantide Platonica), alle varie Razze della Terra di Mezzo, ai Principî dell’Ermetismo, ai Colori Alchemici ecc.., ci sarebbe veramente tanto da dire (forse anche troppo), ma non possiamo farne menzione diretta in questa sede, per ovvi motivi. Ci limitiamo soltanto a far notare, che ciò che Tolkien ha tramandato nei suoi pregevolissimi testi definiti generalmente ‘Fantasy’, avvalendosi del “linguaggio degli uccelli” (7), appare chiaro che l’abbia potuto apprendere solo tramite una vita di approfonditi ed ossessivi studi sulle cosmografie, le cosmogonie, le mitologie e le dottrine tradizionali dei popoli di tutta l’antichità. In Tolkien, come abbiamo avuto modo di spiegare sopra – benché purtroppo soltanto sinteticamente, vista la sede nella quale abbiamo pubblicato questo breve scritto – non c’è soltanto il Vecchio Testamento, il Nuovo Testamento e i Vangeli apocrifi; in Tolkien vi sono anche (e sopratutto), il Vedânta, i Purana, le Upaniṣad, il Mahābhārata, l’Edda, l’Avesta, il ciclo Arturiano, Graeliano ecc…
Evidentemente il maestro Oxfordiano, oltre ad essere stato uno studioso di livello senzazionale, capace addirittura di inventare ex novo una lingua (Il quenya), ha avuto la capacità non da poco di saper pescare nel profondo gli elementi dell’antica zuppa primordiale di miti, tradizioni e di leggende e di averli ricomposti; non attraverso il mero caso sia chiaro, ma attraverso una vita di studio, meditazione, riflessione e forse qualcosa di più. A questo riguardo crediamo che abbia avuto modo di usufruire di un’iniziazióne non indifferente. Personalmente non sappiamo se da parte dell’Oto riformato o dalle varie scuole iniziatiche tradizionali del tempo, ma sta di fatto che la maggior parte delle sue acquisizioni sarebbero state praticamente impssibili senza una “chiamata” di un certo livello.
* * *
Note
(1) J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, a cura di Christopher Tolkien e Marco Respinti, traduzione di Francesco Saba Sardi, Bompiani, 2014 [1 edizione originale pubblicata nel 1977].
(2) Gli Ainur che partecipano all’Ainulindalë sono: Manwë, Ulmo, Aulë, Oromë, Námo, Irmo, Tulkas e Melkor.
(3) Ovviamente ci riferiamo all’Elohim Yahweh
(4) Parliamo dei Numi – divinità – posti ciclicamente nell’età dell’oro (la prima delle quattro età che compongono un intero Grande Eone = Manvantara) dalla prima generazione Umana.
(5) Naturalmente anche il veterotestamentario Yahweh è un dio completo, e dalle chiare origini auree (Equivale al titano Crono, per i Romani ‘Saturno’) ma a differenza delle altre divinità, nella tradizione ebriaca non ha manifestazioni divine di sè; eccetto l’Adamo Primordiale, il quale infatti viene creato a sua immagine e somiglianza, e in quanto tale anch’esso partecipa alla “creazione del mondo”.
(6) Lucifero è l’angelo decaduto per eccellenza, il quale diventa ‘Satana’ (l’avversario) dopo la sua ribellione nei confronti di Dio. Lo stesso ruolo ha Melkor nel Silmarillion, che decade dal suo status angelico originario, divenendo “Morgoth” quando decide di mettersi alla ricerca della ‘fiamma imperitura”, ed opporsi così ad Eru. Bisogna rammentare che la ribellione nei confronti di Dio, è ciò che porta al ‘Peccato Originale”, e cioè alla “caduta dell’uomo”; e conseguentemente alla cacciata dal Paradiso Edenico della prima coppia umana (Adamo ed Eva); evento che si ritrova in maniera similare anche presso la leggenda del Re Yama (anch’esso primo uomo) nella Persia Avestica.
(7) Il linguaggio degli uccelli, altro non è che il linguaggio esoterico simbolico tradizionale; il quale è stato da sempre riservato soltanto a coloro che sono in grado di capire i significati più reconditi: e cioè agli “iniziti”.

Addio allo storico sardo Manlio Brigaglia, aveva 89 anni

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Di Salvatore Santoru

Se n'è andato a causa di un infarto il noto storico, accademico e giornalista sardo Manlio Brigaglia. Brigaglia era nato a Tempio il 12 gennaio del 1929 e aveva insegnato al liceo Azuni e in seguito all'università di Sassari(1).

Inoltre, all'università aveva diretto il dipartimento di storia dal 1981 al 1985 ed era da lungo tempo collaboratore della Nuova Sardegna.

NOTA:

(1) http://www.lanuovasardegna.it/sassari/cronaca/2018/05/10/news/la-nuova-sardegna-in-lutto-addio-a-manlio-brigaglia-aveva-89-anni-1.16817580

LA FONDAZIONE FELTRINELLI ANNULLA LA CONFERENZA DI ALAIN DE BENOIST, la decisione è avvenuta dopo proteste da parte di alcuni giovani accademici

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Di Salvatore Santoru

La Fondazione Feltrinelli ha deciso di annullare la conferenza del filosofo e scrittore francese Alain De Benoist.
La decisione dell'ente è avvenuta a seguito di una lettera decisamente critica verso l'invito a De Benoist, in quanto si sostiene che lo stesso pensatore francese sia ispiratore della moderna estrema destra populista rappresentata, in Italia, da formazioni come la Lega Nord e CasaPound.

Gli estensori della lettera hanno anche scritto che il pensiero di De Benoist, influenzato da Oswald Spengler e da Julius Evola, è estremamente forte nell'ambito dell'estrema destra nazionalista e la decisione della Feltrinelli è stata presa anche per evitare strumentalizzazioni politiche.

L'incontro di De Benoist, fondatore della 'Nouvelle Droite' e creatore di un pensiero politico non propriamente riconducibile a quello classico dell'estrema destra,  era inserito nell'ambito di un ciclo di conferenze, chiamato 'What's Left, What's Right?', che aveva visto la partecipazione anche del noto politico di sinistra Yanis Varoufakis.

La cancellazione dell'invito ha scatenato alcune polemiche e ci sarebbe da dire che, in ambito strettamente intellettuale e culturale, la libertà d'espressione dovrebbe essere comunque valorizzata, specialmente se basata sulla ricerca di un serio dialogo tra pensieri e visioni del mondo differenti.
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ARTICOLO PER APPROFONDIRE SULLA VICENDA:
http://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/la-fondazione-feltrinelli-cancella-un-incontro-di-alain-de-benoist-002345665.html.

Il Futurismo e la velocità verticalizzata

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Di Guido Santulli 
Il tema che più di ogni altro caratterizza il futurismo è certamente la velocità. Ma cos’è la velocità per il movimento artistico fondato da Marinetti? Innanzitutto va sottolineato che il semplice andar veloce esclusivamente materiale, porta con se dei limiti incapacitanti ai quali l’uomo futurista non avrebbe potuto sottostare. Colui che può guardare solo avanti, incapace di alzare lo sguardo al cielo, fa della sua vita ciò che Dante chiama un correre alla morte, viene cioè relegato ad uno spazio e ad un tempo, partecipando così a una inutile corsa orizzontale; al contrario i futuristi affermavano la necessità di oltrepassare lo sguardo romantico teso all’orizzonte sostituendolo con lo slancio d’animo che esorta a penetrare gli spazi verticali nelle profondità dal cielo.
Da una parte il mesto tramonto all’orizzonte, dall’altra la luce abbagliante del sole alto di mezzogiorno. D’altronde lo stesso Manifesto Futurista tratteggia questa verticalità evocando l’immagine plastica del promontorio estremo dei secoli, laddove la velocità acquista un carattere metafisico tanto da poter affermare:Il tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, perché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
Il tema della velocità quindi, affrontando e varcando i limiti imposti da ritmi e forme, si eternizza in una dimensione universale. A questo punto l’uomo futurista non è più un corpo meramente materiale ma acquista una componente spirituale nuova e invulnerabile che fa dire ai futuristi:
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!
L’immagine verticale della cima del mondo è indicativa di quanto il concetto di velocità sia il giusto mezzo per giungere ad un vertice assiale, sul quale l’uomo futurista è finalmente libero di mostrare la sua intelligenza attiva e dunque: creare.

Arnold J. Toynbee, il detective profeta del crollo delle Civiltà

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Di Francesco Perfetti

Alla fine del 1947 Benedetto Croce liquidò l’opera più celebre di Arnold J. Toynbee con una battuta acida: «non è un libro di storia» e aggiunse che dalla sua lettura «par ci sia da apprendere poco». Il giudizio crociano pesò sulla scarsa fortuna italiana dello storico inglese. La sua opera maggiore, A Study of History, attende ancora di essere tradotta. Solo nel 1974 il compendio della stessa, redatto da D.C. Somervell, fu pubblicato in una collana economica ma non più ristampato. Più volte ristampata in Italia da Garzanti è, invece, l’ultima (e la meno felice) opera dello studioso inglese, Mankind and Mother Earth, tradotta con il fuorviante titolo Il racconto dell’Uomo. Adesso, però, si profila una rinnovata attenzione su questo grande storico. Lo dimostra il volume che un giovane studioso, Luca Castellin, gli ha dedicato. Il saggio, che ha per titolo Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di A. J. Toynbee (pagg. 294, euro 25), è pubblicato per i tipi di Vita e Pensiero. Esso lascia intendere come certi aspetti della riflessione di Toynbee, soprattutto quelli relativi all’analisi comparata delle nascita e della morte delle civiltà, abbiano mantenuto una sorprendente attualità influenzando, per esempio, la celebre analisi di Samuel Huntington contenuta in quel saggio, Lo scontro delle civiltà (Garzanti), che fu al centro del dibattito geografico e geopolitico negli ultimi due decenni.
Toynbee cominciò a interessarsi di studio comparato delle civiltà per caso. Correva l’autunno del 1914 e la prima guerra mondiale era agli inizi. Allora giovane docente a Oxford, egli stava illustrando la Guerra del Peloponneso di Tucidide, quando fu colpito dalla somiglianza fra le esperienze della civiltà del suo tempo e quelle dell’antichità. La narrazione dello storico greco gli parve attuale: la crisi di una civiltà era stata già vissuta e raccontata. Che cosa sarebbe accaduto? All’Occidente sarebbe stato riservato lo stesso destino della civiltà ellenica? E, poi, perché muoiono le civiltà?
Nato nel 1899, Toynbee, imbevuto di cultura greca, era cresciuto in un clima di ottimismo tardo vittoriano che concepiva la storia come una sequela di avvenimenti che avevano portato alla supremazia dell’Occidente. Il conflitto mondiale assunse, per lui, il carattere di una guerra intestina che minava quell’edificio di certezze. Di qui la spinta a indagare il passato, a varcare quella «porta della morte» che aveva condotto tante civiltà, una volta fiorenti, alla scomparsa. Di qui, dunque, l’interesse per lo studio della nascita, dello sviluppo, del collasso o del disfacimento delle civiltà. Poco alla volta, mattone su mattone, egli venne edificando una costruzione storiografica gigantesca nella quale - per usare la colorita espressione di uno dei suoi critici più severi, lo storico francese Lucien Febvre - c’era «un’atmosfera di brivido dinanzi all’ampia maestà della storia».
Toynbee fu accusato di aver elaborato una visione deterministica e ciclica della storia. Nulla di più falso. Tutt’altro che deterministica e ciclica è la concezione per la quale ogni civiltà si configura come una risposta a una sfida, come una vittoria dell’uomo sulle condizioni avverse. 

Fonte e articolo completo: http://www.ilgiornale.it/news/arnold-j-toynbee-detective-profeta-crollo-delle-civilt.html

Se n'è andato Tzvetan Todorov, grande filosofo dell'alterità e dei totalitarismi

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È morto Tzvetan Todorov, grande filosofo dell'alterità e dei totalitarismi

Il filosofo bulgaro naturalizzato francese Tzvetan Todorov è morto la notte scorsa a Parigi all'età di 77 anni. Fu studioso dei totalitarismi e di temi dell'alterità

Di Enrica Iacono

Il filosofo bulgaro naturalizzato francese Tzvetan Todorov, celebre teorico della letteratura e studioso di grande originalità dei temi dell'alterità, dello spaesamento e dei totalitarismi, è morto la scorsa notte a Parigi all'età di 77 anni.
Nel 1965 Todorov pubblicò da Einaudi un libro che fece epoca, l'antologia "I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico". Tra i suoi libri più famosi "La letteratura fantastica" (Garzanti, 1970), "La conquista dell'America. Il problema dell'altro" (Einaudi, 1984), "Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana (Einaudi, 1989), "Michail Bachtin" (Einaudi,1990), "Di fronte all'estremo" (Garzanti, 1991).
Direttore di ricerca onorario al Centro Nazionale di Ricerca Scientifica di Parigi, ha ricevuto numerosi premi in Italia e all'estero, tra i quali, nel 2008, il Premio Principe delle Asturie per le Scienze sociali, il Premio Charles Lévêque dell'Accademia Francese di Scienze Morali e Politiche, il primo Premio Maugean dell'Académie Française e il Premio Nonino. Nel 2007 è stato vincitore del Premio "Dialogo tra i continenti" assegnato dal Premio Grinzane Cavour.
Nel 2010 è stato ospite al Salone del Libro di Torino, ricevendo il Premio "Giuseppe Bonura" per la critica militante. Nato a Sofia, in Bulgaria, il 1 marzo 1939, Tzvetan Todorov viveva a Parigi dal 1963, dove studiò filosofia del linguaggio con Roland Barthes.
Todorov contribuì alla divulgazione del formalismo russo con l'importante volume antologico" I formalisti russi" (965) e all'affermazione dei metodi strutturalisti di analisi del racconto, da lui approfonditi nella prospettiva di una scienza della letteratura, la "poetica", volta a studiare le leggi generali e le proprietà astratte del discorso letterario.

ADDIO A ZYGMUNT BAUMAN,IL TEORICO DELLA SOCIETA' LIQUIDA

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Di Salvatore Santoru

Se n'è andato all'età di 91 anni Zygmunt Bauman, uno dei sociologi e filosofi più noti del Novecento.
Bauman era conosciuto per le sue analisi critiche su alcuni aspetti della modernità e sopratutto per la teoria della "società liquida".

PER APPROFONDIRE:

https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman

Thanksgiving, il Giorno del Ringraziamento degli USA

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Da http://www.focus.it/

Il giorno del Ringraziamento, o Thanksgiving Day, è una festa celebrata negli Stati Uniti ogni quarto giovedì di novembre e in Canada ogni secondo lunedì di ottobre. Dunque il 24 novembre di quest'anno negli Usa si festeggia il giorno del Ringraziamento. Il 395esimo, per la precisione.




Il primo giorno del Ringraziamento viene comunemente fatto risalire al 1621, quando nella città di Plymouth, nel Massachusetts, i padri pellegrini si riunirono per ringraziare il Signore del buon raccolto.

Nel 1863, nel bel mezzo della guerra di secessione, Abramo Lincoln proclamò la celebrazione del giorno del Ringraziamento, che da quel momento diventò una festa annuale e perse gradualmente il suo contenuto cristiano. Oggi rappresenta una delle feste più importanti per i nordamericani.

A TAVOLA. In Europa la celebrazione è conosciuta grazie ai film e telefilm di importazione in cui viene rappresentata spesso come l'occasione di riunirsi attorno al famoso tacchino per ringraziare (Dio, la vita, gli amici, i parenti) per ciò che si ha. La tradizione vuole che la cena venga sempre organizzata a casa, mai al ristorante, con familiari e amici.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.focus.it/cultura/curiosita/thanksgiving-giorno-del-ringraziamento

A 82 anni ex perito padovano si prende la settima laurea. Ai giovani consiglia: "Studiate, la cultura è fondamentale"

LAUREATO
A felicitarsi con lui c'erano ieri moglie, figli e nipoti: per Luigi Milana, 82 anni, quella conseguita in Filologia all'università di Padova è stata la settima laurea consecutiva. Titoli inanellati, come riportano la Repubblica e il Mattino di Padova, soprattutto da quando l'anziano, che vive a Pontelongo, un paesino di 4 mila abitanti alle porte del capoluogo euganeo, è andato in pensione.
Le corone d'alloro rappresentano la concretizzazione di un sogno che Milana ha coltivato per una vita: "da ragazzo sognavo di diventare ingegnere ma sono rimasto orfano a 10 anni - racconta -.Sono stato costretto a crescere in fretta. Sono finito in un collegio a Verona. Lì diventano tutti periti elettrotecnici". Messo nel cassetto il desiderio di diventare dottore, ha trovato posto prima allo zuccherificio di Pontelongo, poi nei cantieri navali di Venezia dove è rimasto per 25 anni.
Ma il bisogno della laurea è tornato a farsi sentire e così, nonostante il lavoro, ha deciso di sfidare la sorte. "Sono riuscito a trovare lavoro vicino a casa e con tutto il tempo libero che avevo a disposizione ho deciso di rimettermi sui libri - dice -. A 53 anni ho conseguito la prima laurea in Lettere con il vecchio ordinamento". Poi sono arrivati il diploma in Teologia, la laurea triennale in Filosofia e quella magistrale in Storia. Non contento, ha arricchito la sequenza con Scienze storiche e lo scorso anno con la magistrale in Scienza delle religioni. La sua soddisfazione più grande è stata vedersi offrire a 73 anni un anno di assegno di ricerca come esperto di Cartesio. "Se ci penso - confida - ancora mi commuovo".
Ieri ha discusso la tesi su "Guido Gozzano: poetica, lettere, poesie". Ai giovani che, come la nipote, si sentono incerti se continuare o meno l'università, Milani dà un suggerimento.
"Consiglio di studiare tanto - conclude, ammettendo che quella di ieri sarà l'ultima laurea come promesso alla moglie - .La cultura non è importante, è fondamentale".

Francesco Giubilei, il più giovane editore d'Italia: "Senza il web e il mondo digitale non avrei mai aperto la mia casa editrice"


Francesco Giubilei, 24 anni, è il più giovane editore d’Italia. Ha fondato due case editrici, la prima a soli 16 anni. Insomma, un talento precoce che ha deciso di confrontarsi con uno dei mondi più complessi del business attuale: quello dei libri.

Intervista di Francesco Bommartini a Francesco Giubilei

Di Francesco Bommartini 

Francesco, come mai hai deciso di creare una casa editrice?Come spesso accade tutto è nato dalla passione. Nel mio caso passione per i libri, la letteratura e l’editoria che, con il tempo, è diventata un lavoro. Senza il web e il mondo digitale aprire una casa editrice per me non sarebbe stato possibile. 





Historica è nata come un magazine online da scaricare gratuitamente. Poi è diventato una rivista letteraria cartacea e infine una casa editrice. All’inizio tutti i contatti e la visibilità del progetto arrivavano dal web. Oggi Historica conta un catalogo di quasi 150 titoli e dal 2013, insieme al mio socio Giorgio Regnani, abbiamo dato vita a un altro marchio, Giubilei Regnani editore con distribuzione nazionale inlibreria CDA.
In cosa differisce Historica da altri editori e quali sono i valori che portate avanti?Da quando siamo nati nel settembre 2008 cerchiamo di portare avanti un progetto culturale che si basa sul nostro catalogo. Ogni libro pubblicato è un piccolo tassello di un grande puzzle, cerchiamo di non seguire la logica del best seller ma del long seller, di pubblicare libri che non scadano, che durino nel tempo. Il nostro obiettivo è quello di creare attorno alla casa editrice una comunità di lettori che creda nel nostro progetto e nei nostri valori: tutela della bibliodiversità e delle librerie indipendenti e valore culturale, ancor prima che commerciale, dei libri.
Come è strutturata la casa editrice? Quante persone ci lavorano?Oltre al mio lavoro e alla consulenza del mio socio abbiamo un collaboratore fisso, Daniele Dell’Orco (che è anche il direttore di Cultora.it, il portale di informazione culturale edito da Historica), e un grafico, Alberto Malossi. Vi sono poi una serie di collaboratori che contattiamo a collaborazione  (gli editor ad esempio).
È vero che i giovani non amano leggere? 
Generalizzare è sbagliato, ci sono tanti giovani che amano i libri e la lettura, purtroppo però la società contemporanea offre troppe distrazioni e per prendere in mano un libro occorre essere realmente motivati. Pensate che un grande editore, giornalista e artista come Leo Longanesi negli anni ’50 accusava il termosifone di essere uno strumento che provocava una diminuzione della lettura poiché le famiglie non si riunivano più attorno al caminetto per leggere un libro come avveniva a fine ottocento. In generale i nuovi strumenti di comunicazione di massa, la radio, la televisione – come ricordavano Pasolini e Bianciardi – e da ultimo il computer hanno certamente determinato una diminuzione della lettura di libri cartacei da parte delle nuove generazioni. La sfida del futuro sarà riuscire a educare i bambini e i ragazzi alla lettura, inutile dire che il ruolo della scuola sarà strategico. Non appena riusciremo a comprenderlo diventeremo un paese migliore.
Credi che gli ebook soppianteranno il libro cartaceo o sono solo un corollario o qualcosa a sé stante? Historica ha anche pubblicato un libro sul tema.Abbiamo pubblicato un libro che si intitola “L’ebook e (è?) il futuro del libro” scritto da Massimo Maugeri – critico letterario siciliano e curatore del sito letterario Letteratitudine – in cui si raccolgono le opinioni di vari addetti ai lavori sul futuro del libro. Non credo che il libro cartaceo scomparirà: ebook e libro cartaceo in futuro conviveranno così come oggi avviene per i cd (e addirittura i vinili) e la musica online. In futuro la quota di mercato del libro cartaceo diminuirà e cresceranno sempre di più i lettori di ebook finché il mercato si assesterà. Gli ebook offrono indubbiamente dei vantaggi e determinate pubblicazioni (per esempio testi universitari, atti dei tribunali, codici) possono essere avvantaggiate dal nuovo supporto, ma ci sono alcuni libri o generi letterari (mi vengono in mente i classici) la cui lettura su carta è insostituibile.
Quali sono i tuoi gusti in ambito letterario? Dicci 3 libri che ti hanno cambiato la vitaNon ci sono tre libri che hanno cambiato la mia vita perché ogni libro che leggo contribuisce in piccolo a cambiarmi e a formarmi, ma voglio citare tre romanzi che per varie ragioni mi sono particolarmente cari: “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Martin Eden” di Jack London e “Il Giardino dei Finzi-Contini” di Bassani.
Quando pensi agli aspiranti autori che ti inviano un libro, cosa ti viene in mente?Ogni giorno riceviamo tra le due case editrici 4-5 manoscritti di autori che si propongono per pubblicare un libro. Il problema è che molti lo fanno senza conoscere la nostra linea editoriale e senza seguire le regole che abbiamo inserito nella sezione “manoscritti” del sito.
Per questo abbiamo deciso di organizzare il 18 aprile un workshop pomeridiano a Roma intitolato “Pubblicare un libro. Come presentare il manoscritto corretto all’editore giusto” con la partecipazione degli scrittori Marco Proietti Mancini e Paolo Gambi (autore Mondadori e coautore di Cecchi Paone) in cui spiegare, a chi scrive, le regole basilari per proporre un manoscritto a un editore.
Che criteri attuate per scegliere chi pubblicare?
Per la scelta dei manoscritti da pubblicare ci atteniamo a poche regole principali: il testo deve rientrare nella nostra linea editoriale, avere un valore culturale e un potenziale commerciale.
Che consiglio daresti al governo in merito all’editoria?Proprio in questi giorni ho scritto un editoriale per Cultora intitolato “Così il governo uccide librerie indipendenti e piccoli editori” in cui si spiega come con la scelta di introdurre nel decreto legge “Concorrenza sulle liberalizzazioni” una norma che abroghi la Legge Levi con cui si fissa il tetto massimo di sconto per i libri al 15%, si rischia di affossare definitivamente migliaia di librerie indipendenti e piccoli e medi editori. Un segnale importante da parte del governo sarebbe quello di lasciare la Legge Levi così come è concepita oggi, in modo da regolamentare il mercato ed evitare la corsa allo “sconto selvaggio”.


Giornata Mondiale della Poesia. Da Hikmet a Alda Merini: i versi indimenticabili

Alda Merini (1931-2009)
In foto: Alda Merini (1931–2009)


Di Federica D'Alfonso

Ogni 21 marzo dal 2000 in tutto il mondo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia. Istituita dall'Unesco, la giornata coincide con il primo giorno di primavera, e in un certo senso vuole simboleggiare anche la riscoperta e la rinascita all’espressione poetica.






 La poesia porta con sé, etimologicamente, il significato più puro legato all'arte, quello della "creazione" (‘poiesis' in greco antico vuol dire appunto "creare dal nulla"): un'espressione profondamente legata anche alla musica, in l'uomo ha sempre racchiuso i dubbi ancestrali, le sicurezze momentanee e reso immortali i momenti di gioia così come quelli di sconfitta. In occasione della Giornata dedicata a questa grande arte, ecco cinque poesie fra le più belle della letteratura moderna e contemporanea.

1. “Addormentarsi adesso”, di Nazim Hikmet
Hikmet è considerato uno dei più importanti poeti turchi della modernità. Le sue costanti attività contro il regime, le sue idee comuniste e le sue iniziative internazionali anti-naziste e anti-franchiste gli causarono una lunga serie di arresti, e fu solo grazie all'intervento di una commissione internazionale composta tra gli altri da Pablo Picasso, Pablo Neruda e Jean-Paul Sartre che nel 1950 venne scarcerato dopo anni di dura prigione. Una poesia, la sua, d'amore e di lotta al tempo stesso, in cui la passione e il fervore politico sono diventano il corrispettivo esteriore di un'anima interiormente lacerata dall'inquietudine del sentimento.
"Addormentarsi adesso

svegliarsi tra cento anni, amor mio…"

"No, non sono un disertore.

(…) Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto

sono del ventesimo secolo e ne son fiero.

Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,

e battermi per un mondo nuovo…"

"Tra cento anni, amor mio…"

"No, prima e malgrado tutto".

2. “Nella moltitudine”, Wislawa Szymborska
Sono quella che sono.

Un caso inconcepibile

come ogni caso.

(…) Potevo essere qualcunomolto meno a parte.

Poteva non essermi dato

Il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta

L’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso.

Premiata con il Nobel nel 1996, la Szymborska è considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi decenni, oltre ad essere una delle voci più amate dal pubblico. "Sono, ma non devo esserlo, una figlia del secolo", diceva. Negli anni quaranta la pubblicazione del suo primo volume di poesie venne rifiutata, perché "non possedeva i requisiti socialisti". Szymborska usa il verso libero, e le sue opere sono contraddistinte, dal punto di vista linguistico, da una grande semplicità.

3. “Il pianto della scavatrice”, Pier Paolo Pasolini
Solo l'amare, solo il conoscere

conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto.

Dà angoscia il vivere di un consumato amore.

L'anima non cresce più.

“Le ceneri di Gramsci” è probabilmente la raccolta di poesie più famosa di Pier Paolo Pasolini: pubblicata nel 1957, raccoglie gli scritti tra il 1951 e il 1956. Protagonista delle Ceneri è la nuova realtà storica del sottoproletariato romano, che il poeta rappresenta in modo ostinatamente realista: il tema centrale è l'alternarsi di speranza e disperazione che alla fine, nel Pianto della scavatrice, diventa accettazione dolorosa delle ferite provocate dai cambiamenti. Nel lungo poemetto, che apparve nel 1957 sulla rivista "Il Contemporaneo", Pasolini ricorda i primi tempi del suo esilio dopo la fuga dal Friuli, rimpiangendo quei momenti di vita e la scavatrice diviene il simbolo della vecchia realtà che scompare e che piange di fronte a un mondo che si rinnova.

4. “Oh Capitano, mio capitano!”, Walt Whitman
"In Whitman tutto il mondo americano prende vita, il passato e il futuro, la nascita e la morte. Tutto quel che c'è di valido in America, l'ha espresso Whitman, e non c'è altro da dire". Considerato "il primo e l'ultimo poeta", Whitman credeva che esistesse un saldo, vitale rapporto simbolico fra il poeta e la società, e non a caso è divenuto il cantore per eccellenza del sogno americano: la celeberrima “Oh Capitano, mio Capitano!”, divenuta famosa anche grazie al film "L'attimo fuggente” interpretato da Robin Williams, venne scritta dopo l'assassinio di Abraham Lincoln.

O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato,
la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato,
vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta,
occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida;
ma o cuore! Cuore! Cuore!
O gocce rosse di sangue,
là sul ponte dove giace il Capitano,
caduto, gelido, morto.

5. “La terra santa”, Alda Merini
Alda Merini è è forse una delle maggiori poetesse italiane contemporanee. Dopo la pubblicazione della raccolta di versi Tu sei Pietro, nel 1962, inizia per lei un difficile periodo di silenzio e di isolamento dovuto all'internamento al "Paolo Pini": una vita vissuta fra periodi di salute e malattia, dovuti ad un grave disturbo bipolare. Nel 1979 la Merini ritorna a scrivere, con testi intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza dell'ospedale psichiatrico, testi contenuti in quello che può essere inteso il suo capolavoro: La Terra Santa, con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale.

Ho conosciuto Gerico,

ho avuto anch'io la mia Palestina,

le mura del manicomio

erano le mura di Gerico

e una pozza di acqua infettata

ci ha battezzati tutti.

(…) E, dopo, quando amavamo,

ci facevano gli elettrochoc

perchè, dicevano, un pazzo

non può amare nessuno.

FONTE: http://www.fanpage.it/giornata-mondiale-della-poesia-da-hikmet-a-alda-merini-i-versi-indimenticabili/

Il concetto di Parresia: la libertà di esprimersi con franchezza



La parresìa - dal greco παρρησία composto di pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto) - nel significato letterale è non solo la "libertà di dire tutto" ma anche la franchezza nell'esprimersi, dire ciò che si ritiene vero e, in certi casi, un'incontrollata e smodata propensione a parlare. In questo senso la parresia fu uno dei principi filosofici del cinismo(che propugnava "l'imitazione del cane") come dimostrano gli aneddoti relativi alla figura di Diogene di Sinope, non a caso chiamato "il cane", e al suo modo franco e quasi scorbutico di rapportarsi con gli altri quasi come il cane che abbaia a chi lo disturba.
« [Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi." »
La parresìa quindi assume un significato che va oltre quello di isegoria (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico) che vuol dire riconoscere a tutti i cittadini la libertà di prendere la parola nelle assemblee pubbliche della democrazia greca antica.
I due termini vengono però spesso confusi come sinonimi: Erodoto usa più volte il termine "isegorìa" con il significato di parresia, mentre EuripideDemosteneIsocrate usano più spesso nello stesso contesto "parresìa" non differenziandolo da isegoria. Lo pseudo Aristotele invece non usa mai isegoria con valore di diritto di parola nelle assemblee pubbliche, ma ne parla solo per i rapporti personali nella sfera privata.

La "parresia" come etica della verità

Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all'Università californiana di Berkeley nel 1983,[7] ha trattato il tema della parresia: una parola usata per la prima volta da Euripide nel V secolo a.C. per indicare una nuova virtù: dire la verità. La parola parresia attraversa la letteratura greca sino alle opere della patristica del V secolo d.C. e per l'ultima volta si ritrova in Giovanni Crisostomo. Da allora, come afferma Foucault, questa virtù non compare più e si perde il coraggio di dire la verità.[8]
Foucault rintraccia varie forme di parresia nei drammi di Euripide:
  • la parresia politica che è quella di «di esercitare il potere attraverso il dire-il-vero»;
  • la parresia giudiziaria: pretendere che si dica il vero per ottenere giustizia;
  • la parresia morale: «confessare la colpa che grava sulla coscienza»
« la parresia è un atto direttamente politico che viene esercitato davanti all’Assemblea, o davanti al capo, o davanti al governante, o davanti al sovrano, o davanti al tiranno ecc. È un atto politico, ma sotto un altro aspetto, la parresia [...], è anche un modo di parlare a un individuo, all’anima di un individuo: un atto che riguarda la maniera in cui quest’anima verrà formata.[9] »
Ma la parresia può divenire un ostacolo all'esercizio della democrazia quando essa si confonde con la retorica «...quello strumento con cui chi vuole esercitare il potere non può che ripetere molto puntualmente ciò che vuole la folla, oppure ciò che vogliono i capi o il Principe. La retorica è un mezzo che permette di persuadere la gente ad abbracciare posizioni che sono già le sue...»[10]
Denunciare «questo cattivo funzionamento della parresia nella democrazia ateniese» è il dovere morale che si assume Socrate come riferisce Platone nell'Apologia. Socrate, a rischio della sua vita, rivela, contrariamente a quanto pensa la maggioranza persuasa dalla retorica, come su di lui sono state dette cose non vere come quella di corrompere i giovani e di non credere negli dei della città. Quelli che lo accusano «poco o nulla di vero hanno detto, e voi, invece, da me non udirete altra cosa che la verità»[11], perché il filosofo è colui che dice la verità dimostrandola con il suo comportamento di vita.
In Socrate la parresia filosofica coincide con la vita reale: non è solo una tecnica dialogica, «essa non è assolutamente una funzione politica, ma è necessaria in relazione alla politica»[12]

Per il filosofo «amante della verità» e che «non accetta mai di mentire consapevolmente»[13][14] dire la verità vuol dire praticare la parresia come scelta di vita.


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Parresia (dal greco παρρησίαparresía, composta di πᾶνpān, "tutto", e di ρῆσιςrhēsis, "discorso") letteralmente significa "libertà di dire tutto".
È frequente nel testo greco del Nuovo Testamento dove indica il "coraggio e la sincerità della testimonianza". È stato molto usato nella tradizione cristiana, specie agli inizi, come contrario di ipocrisia[1].
Dal momento che l'esercizio di questa libertà comporta inevitabilmente scontri e resistenze, il significato del termine si allarga anche a quello di imperturbabilità,sincerità[2]. Nelle fonti cristiane ha due significati fondamentali: franchezza nel parlare, e fiducia nel giudizio.[3]

Nell'Antico Testamento

L'uso del termine e degli altri della stessa famiglia è piuttosto raro nell'Antico Testamento dei LXX: compare solo dodici volte come sostantivo e sei volte come verbo:

Nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento il sostantivo compare 31 volte. È la dinamica ordinaria della vita di chi segue Gesù ed è quello che Gesù chiede ai suoi. La parresia, prima personale e poi in assemblea diventa l'ultima istanza di recupero della dinamica con il fratello: in Mt 18,15-17 la correzione fraterna è resa possibile proprio dalla franchezza nel parlare.

Nel corpus giovanneo

Negli scritti attribuiti a Giovanni[4] il sostantivo compare 13 volte.
Giovanni afferma che Gesù opera παρρησίᾳ, parrēsía (dativo), e cioè che la sua predicazione si svolge nella sfera pubblica (7,26; 11,14.54; 18,20; cfr. Mc 8,32), però in un senso diverso da quello che intendevano i suoi fratelli (7,3-5): Gesù parla apertamente e senza sottintesi, cioè non solo per allusioni (11,14; cfr. 10,24-25) o inparabole enigmatiche (cfr. 16,29).
C'è da dire però che Gesù si esprime con franca apertura solo nei confronti del credente (16,25-29); al mondo egli parla in parabole, che il mondo non può capire, poiché non vive nella fede.

Negli Atti

Negli Atti degli Apostoli il sostantivo compare 5 volte, il verbo 7 volte.
Gli Atti mostrano come alla parrēsía di Gesù corrisponde la franca testimonianza degli Apostoli: essi, soprattutto PietroPaolo, ma anche altri, si presentano eannunciano con tutta franchezza le opere di Dio davanti a giudei e pagani (2,29; 4,13; 9,27; ecc.).
La franchezza degli Apostoli suscita meraviglia (4,13), divisione (14,3-4), persecuzione (cfr. 9,27).
Tale atteggiamento non è un qualcosa che l'uomo possa produrre da sé: esso è frutto dello Spirito Santo (4,31).

In San Paolo

Il sostantivo compare 8 volte in Paolo, il verbo solo 2 volte.
Paolo vede nella franchezza del testimone l'attuazione dell'autentica predicazione dei misteri di Dio (Ef 6,19) e la glorificazione di Cristo con l'anima e il corpo (Fil1,20).
La franchezza deve essere mantenuta in ogni momento, anche nella prigionia (cfr. Ef 6,20): per questo parrēsía diviene in certi casi sinonimo di audaciacoraggio(1Ts 2,2): è un coraggio però che all'uomo è dato da Dio (ibid.), o in Cristo (Fm 8).