Biden, il presidente “ambientalista” che trivella più di Trump

feb 10, 2022 0 comments


Di Andrea Muratore

Un’agenda politica fortemente improntata sulla transizione energetica e la retorica ambientalista in opposizione al “negazionista” (del cambiamento climatico) Donald Trump ha permesso nel 2020 al democratico centrista Joe Biden di diventare il paladino della sinistra liberal del partito e di mobilitarla alle elezioni presidenziali, conquistando la Casa Bianca.

L’ex vicepresidente di Barack Obama ha messo l’ambiente al centro nel discorso sui suoi progetti per il futuro degli Stati Uniti con cui si è presentato alla nazione il 20 gennaio 2021. Come abbiamo visto, però, Biden ha fino ad ora governato un Paese complesso e segnato da problematiche contingenti, dovendo piuttosto fare sfoggio un acrobatico pragmatismo che, complici diverse interruzioni di marce, non hanno reso per molti soddisfacente il suo primo anno di mandato.

Ma se su alcune sfide (dall’Afghanistan alla riforma elettorale) divisioni interne al partito e errori di governance hanno favorito il rallentamento dell’agenda di Biden, si può capire che sia molto più difficile accusare il presidente di aver tradito sé stesso laddove si viene al dato sulla produzione di gas naturale e petrolio: Biden ha infatti, nel suo primo anno alla Casa Bianca, battuto Trump in termini di nuovi permessi di estrazione, visto gli Usa programmare sia sul piano pubblico che su quello privato una strategia volta a portare il Paese al record storico di produzione di greggio nel 2023 e consolidato il ruolo di Washington potenza esportatrice di gas naturale liquefatto, rispolverando con una retorica diversa ma una sostanza simile l’obiettivo trumpiano della energy dominance.

In particolare, il petrolio è in volo. Il “re” dell’energia dell’ultimo secolo non ha ancora abdicato né è stato detronizzato. E in attesa che si sdogani la potenza di fuoco degli investimenti volti a sviluppare reti ad energia pulita e tecnologie di frontiera sulle rinnovabili, Biden sa che solo le fonti tradizionali, in un Paese energivoro come gli Usa, possono evitare che la situazione resa già tesa dall’inflazione da “surriscaldamento” delle economie e dalla volatilità di diversi mercati e catene del valore degeneri. L’amministrazione Biden ha promesso uno scostamento sul lungo periodo dai combustibili fossili, ma recentemente ha fatto affidamento sul settore petrolifero nazionale per aumentare la produzione e calmierare così l’aumento dei carburanti, i cui prezzi hanno raggiunto i livelli più elevati dal 2014.

L’Energy Information Administration, l’ente che compie previsioni sul settore e sul suo stato di salute, prevede la produzione di petrolio destinata a toccare quota 12,41 milioni di barili al giorno nel 2023, sopra il precedente record di 12,3 del 2019. Partito riportando Washington negli Accordi di Parigi e fermando progetti del suo predecessore come quelli per l’assalto all’Artic National Wildlife Refuge, un’area protetta per la biodiversità che in passato Donald Trump aveva pensato di aprire allo sfruttamento a fini estrattivi ed energetici, Biden ha poi però seguito la linea del pragmatismo.

Il Washington Post ha fatto notare che Biden ha promosso nel suo primo anno ben 3500 aste, 900 in più di quanto fatto da Trump dopo il debutto alla Casa Bianca nel 2017, per le concessioni energetiche in suolo federale. In particolare, ha fatto scalpore l’avvio di un’asta da 80 milioni di acri nel Golfo del Messico, la più grande della storia americana, poi fermata da un tribunale del Distretto di Columbia. L’amministrazione da marzo in avanti inizierà a concedere permessi di trivellazione per il greggio e il gas su un’area di oltre 200mila acri nella parte occidentale del paese a cui faranno seguito il via libera a concessioni su un milione di acri nella baia di Cook, al largo delle coste dell’Alaska.

A febbraio del 2021, in piena scia dell’insediamento di Biden, una corte d’appello locale ha provato a ribaltare gli ultimi progetti approvati da Trump bloccando la costruzione di un nuovo sito e di un oleodotto nel quadro del progetto Willow di ConocoPhillips da 2 miliardi di dollari. Esso ha come punto di riferimento la National Petroleum Reserve dell’Alaska (Npr-A), un’area di poco meno di 100mila chilometri quadrati nel Nord-Ovest dell’Alaska, che si affaccia sulle acque del Mar Glaciale Artico, è gestito dal dipartimento per gli Affari Interni tramite il Bureau of Land Management. Chiamato a deliberare, il governo americano ha scelto la strada dei produttori di oro nero. Nella giornata di mercoledì 26 maggio il dipartimento della Giustizia di Washington ha ribadito che il governo statunitense continua a sostenere l’opportunità di realizzare l’impianto di estrazione nella concessione di sua proprietà.

Biden sa che con un Partito Democratico spaccato bisogna mediare: e il “dem conservatore” Joe Manchin, originario della West Virginia che rappresenta al Senato e i cui cittadini sono i più favorevoli ai combustibili fossili, vale politicamente di più dei membri ambientalisti della sinistra, perché capace di creare quella sinergia coi Repubblicani più aperti al dialogo che consente la mediazione decisiva per diverse proposte di legge di Biden. E il via libera al progetto in Alaska va nella direzione di mostrare la buona volontà della Casa Bianca verso la senatrice Lisa Murkowski, rappresentante dell’Alaska e per sei anni, dal 2015 al febbraio scorso, alla guida del comitato per l’Energia di Capitol Hill, che si giocherà presto la riconferma, e il collega di partito e Stato Dan Sullivan. Due politici decisivi per le mediazioni e le leggi bipartisan.

StartMag ha fatto notare come  “la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, abbia spiegato che l’amministrazione Biden non è riuscita a bloccare molte concessioni per via dell’opposizione legale all’ordine esecutivo firmato dal presidente il 27 gennaio 2021, che conteneva una moratoria sui nuovi permessi oil & gas sui terreni e le acque federali: lo scorso giugno il giudice distrettuale Terry A. Doughty, in Louisiana (nominato da Trump), lo ha bloccato, sostenendo che l’autorità di sospendere le concessioni spetti “esclusivamente” al Congresso”. Una giustificazione molto labile: più prosaicamente, Biden sa che con consensi in calo e Repubblicani in ripresa sarebbe suicida per Washington mettere a terra un’accelerazione sulla transizione e l’addio al fossile mentre gli Usa sono i più grandi produttori di gas e petrolio al mondo e studiano da leader esportatori. Nessuna amministrazione prenderebbe una decisione di questo tipo: e la realtà dei fatti si dimostra molto più complessa di semplici dicotomie legate alle posizioni di singoli leader sul cambiamento climatico. Non è certamente questo il primo dossier su cui Biden, in fin dei conti, è più trumpiano di Trump. La continuità strategica americana impone, del resto, di evitare strappi troppo traumatici.

FONTE: https://it.insideover.com/energia/biden-il-presidente-ambientalista-che-trivella-piu-di-trump.html

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