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Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

Giornata mondiale degli oceani 2020 e locandina


Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani intende ricordare la
Giornata mondiale degli Oceani (8 giugno). Il tema di quest’anno è l'Innovazione per un oceano
sostenibile;. Tale data ha origini inizialmente dalla dichiarazione fatta al Global Forum di Rio de
Janeiro dal Governo canadese e diventa giornata internazionale nel 2008 quando viene fissata
dall’Assemblea generale dell’ONU.

1,2 milioni le microplastiche presenti nel solo Mediterraneo per chilometro quadrato (Nature
scientific reports del 2016 a cura di Ismar – Cnr); circa 380 milioni di tonnellate prodotte ogni anno
di plastica (rapporto Science Advaces); la quantità di tonnellate di plastica che finisce negli oceani e
nei mari del pianeta è stimata mediamente intorno agli 8 milioni, la Great Pacific Garbage Patch
valutata oggi su un’estensione da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km², inquinamento
acustico costituiscono alcune criticità su cui riflettere ed intervenire per evitare la distruzione degli
ecosistemi.

Attualmente sia l’ONU con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile che l’Ue con alcuni
documenti ufficiali (la comunicazione congiunta: Governance internazionale degli oceani: un'agenda
per il futuro dei nostri oceani (JOIN(2016); Sintesi dei risultati della consultazione sulla governance
internazionale degli oceani (SWD(2016); Sviluppare la dimensione internazionale della politica
marittima integrata dell'Unione europea, (COM(2009); Contributo della direttiva quadro sulla
strategia per l’ambiente marino (2008/56/CE) all’adempimento degli obblighi e degli impegni
nonché all’attuazione delle iniziative esistenti degli Stati membri o dell’Unione europea, a livello di
Unione o internazionale, in tema di protezione ambientale nelle acque marine (COM/2012/0662))
hanno avviato una serie di strategie per la salvaguardia marina.
Come ha ribadito il Segretario Generale dell’ONU António Guterres “gli oceani stanno diventando
più acidi, mettendo a repentaglio la biodiversità marina e le essenziali catene alimentari” e l’aspetto
più grave è costituito dalla probabile estinzione di un numero sempre più corposo di specie ittiche
dovuto alla pesca intensiva e all’inquinamento delle acque.

Così potrebbe capitare a breve di non vedere più lo squalo bianco, l’ombrina boccadoro, l’anguilla,
il palombo, il rombo chiodato, lo squalo mako, lo squalo angelo, la verdesca, la cernia, il tonno
rosso e il pesce spada, le acciughe, i cetacei ed altri ancora.
Il CNDDU propone ad ogni studente, supportato dal proprio docente, di adottare simbolicamente un
pesce in via di estinzione postandolo sui canali social scolastici e non, adottare pratiche che
consentano di limitare l’impatto dell’uomo sull’oceano e segnalare eventuali progetti sviluppati nel
corso dell’anno afferenti alla tematica.
“Noi facciamo affidamento sugli oceani per il cibo, il sostentamento, il trasporto e il commercio. E
come polmoni del nostro pianeta e i suoi più grandi pozzi di assorbimento del carbonio, gli oceani
hanno un ruolo vitale nel regolare il clima globale.” (Messaggio del Segretario Generale António
Guterres in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani 2020)

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Giornata internazionale dell'ambiente 2020- COMUNICATO CNDDU


mondiale dell’ambiente 2020 (5 giugno), proclamata il 15 dicembre 1972 dall'Assemblea generale
delle Nazioni Unite con risoluzione n. 2994 in occasione dell'istituzione del Programma delle
Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) e della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano
tenutasi a Stoccolma dal 5 al 16 giugno del 1972, intende sensibilizzare il mondo della scuola sulle
prerogative di strategie ambientali ecosostenibili e praticabili nella vita di ogni giorno. Lo slogan
per l’edizione 2020 è “È il momento per la Natura”.

Considerando che un milione di specie viventi (su un totale stimato di circa 8,7 milioni) è
fortemente a rischio a causa delle alterazioni indotte dall’uomo all’ecosistema; che la temperatura
aumenta proprio in Italia, Annuario dei dati ambientali 2019 dell’Ispra, più che in altre parti del
mondo (+1,71° nel 2018 contro +0,98° globale); che è stato registrato una crescita della temperatura
media pari a circa 0,38 °C ogni dieci anni, soltanto nel periodo 1981-2018, che, dato ancora più
allarmante, l’Italia, con 14.600 decessi prematuri l’anno, è la prima nazione europea per morti
causate dall’NO2, non possiamo più parlare di “coincidenze” e dobbiamo invece responsabilizzarci
circa il ruolo che possiamo assumere per salvare quanto resta dell’equilibrio climatico.

La scuola può intervenire in diverse maniere, sottolineando l’importanza del fattore individuale:
ciascuno può fare tantissimo nel suo piccolo.
Molteplici sono i fattori che contribuiscono a danneggiare il pianeta: ecoreati (inquinamento
ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento
del controllo, omessa bonifica); riscaldamento globale; industria allevamento intensivo; diffusione
malattie connesse al trasferimento in un nuovo habitat di una specie tipica di un’area.

IL CNDDU propone di rendere una buona pratica – abitudine stilare un elenco di azioni quotidiane
finalizzate alla salvaguardia del pianeta da pubblicare sulla bacheca digitale di ogni classe. I docenti
potranno inviarci alla nostra email (coordinamentodirittiumani@gmail.com) le migliori soluzioni e
attività proposte. L’hashtag della giornata è #cooperariamoperunmondopulito.

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Ambiente, 40 anni fa sapevamo già tutto


Di Massimo Fini
Non ho niente da fare. Scartabello il mio archivio cartaceo, che ovviamente è datato al tempo in cui i giornali esistevano ancora, e trovo la cartellina “Ambiente”. Sono articoli fra la fine degli anni 80 e gli inizi dei 90. L’allarme ambientale, con tutte le sue implicazioni che non sono solo e semplicemente ecologiche ma anche sociali ed esistenziali, era stato lanciato una ventina d’anni prima dal Club di Roma diretto da Aurelio Peccei che aveva incaricato un gruppo di scienziati del mitico MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) di elaborare uno studio che era stato poi raccolto in un libro col titolo: I limiti dello Sviluppo. C’erano stati dei precursori come Rachel Carson che aveva pubblicato Silent spring (1962) ma avevano avuto una scarsissima eco perché negli anni Sessanta la sensibilità ambientale era modesta. A cavallo fra gli Ottanta e i Novanta la questione era diventata invece calda. 
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Dopo la pubblicazione de I limiti dello Sviluppo conferenze internazionali sull’ambiente, con partecipazione spesso di capi di Stato, si sono fatte un po’ ovunque ma senza cavarne un ragno dal buco perché nessuno vuole rinunciare al mito della crescita, inoltre sono entrati in scena Paesi enormi come la Cina che stanno crescendo esponenzialmente. Ma quello che negli anni Ottanta poteva sembrare un dibattito fra intellettuali, oggi è diventata una questione di vita o di morte. Secondo una ricerca della rivista scientifica Geophysical Research Letters dal 1979 il volume del ghiaccio del Polo Nord si è ridotto del 70 per cento. Ma è solo uno dei tanti segnali sinistri dell’aumento sempre più galoppante dell’anidride carbonica (Co2) nell’atmosfera, dovuto, in massima parte, alla produzione industriale.

OGGI È L’OVERSHOOT DAY ITALIANO


Di C. Alessandro Mauceri 

Presi dall’emergenza e dalla frenesia per il Covid-19 e dalle conseguenze sanitarie ed economiche, di ambiente non si parla più. Anche la COP26, che avrebbe dovuto svolgersi a novembre a Glasgow, in Scozia, è stata rimandata a data da destinarsi, al contrario delle partite di calcio che si “devono” giocare e subito.
Figurarsi se in questo quadro a qualcuno possa interessare di sapere che cosa accade il 14 maggio.
Il 14 maggio è l’Overshoot Day italiano, il giorno in cui si esaurirebbero le risorse se tutti gli abitanti della Terra si comportassero come fa l’Italia. Per fortuna non tutti sono altrettanto “spreconi” e la data in cui si celebrerà l’Overshoot Day mondiale dovrebbe cadere tra qualche mese, il 29 luglio.
Due date, un solo argomento, tanti spunti di riflessione.

Il primo è che questo giorno cade ogni anno sempre prima. Ciò significa che stiamo sfruttando le risorse naturali in modo sempre più irrazionale, che stiamo consumando le risorse che il nostro pianeta ci mette a disposizione come se ne avessimo a disposizione non uno, ma ben due (o quasi: 1,7 circa). Nel 1987, ben prima dell’introduzione delle COP e anche della firma del primo protocollo di Kyoto, la Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo WCED, guidata da Gro Harlem Brundtland, ministro norvegese, pubblicò un documento noto come Rapporto Brundtland o come Our Common Future nel quale per la prima volta veniva definito e introdotto il concetto di “sviluppo sostenibile”: “Uno sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
Da allora, nonostante gli accordi internazionali, le conferenze per l’ambiente, le promesse fatte dai paesi e dai governi che si sono succeduti non hanno fatto altro che far peggiorare la situazione e far aumentare la “pressione” che esercitiamo sulla capacità delle risorse terrestri di “ricaricarsi”.

A confermarlo è l’impronta ecologica dei singoli paesi e nel suo insieme quella della Terra. Anno dopo anno i paesi più sviluppati della Terra mettono sempre più a rischio la biocapacità globale, cioè la capacità del pianeta di rigenerare risorse naturali.
Il secondo aspetto importante (ma anche di questo molti governi e i loro media preferiscono non parlare) è che esiste una radicale differenza tra quanto vengono sfruttate le risorse naturali dai paesi “sviluppati” e quanto invece fanno i paesi considerati meno sviluppati se non addirittura sottosviluppati e poveri. Quella dei paesi sviluppati è una ricchezza che costa al pianeta l’esaurimento delle risorse naturali prima che la Terra riesca a rigenerarle. A dimostrare qual è il costo nascosto di questo sviluppo, di questo consumismo sfrenato, basta vedere le date in cui i singoli paesi raggiungono il proprio Overshoot Day.
Ai primissimi posti ci sono alcuni paesi arabi, che grazie alle risorse petrolifere di cui dispongono pensano di poter fare tutto ciò che vogliono all’ambiente, e soprattutto molti paesi sviluppati: gli Stati Uniti d’America hanno già raggiunto il loro “punto di non ritorno” il 14 marzo, da allora in poi stanno vivendo sfruttando le risorse di altri paesi o causando danni irreversibili alle risorse incuranti delle generazioni future. Eppure nessun candidato alla Casa Bianca ne ha parlato, tranne forse Bernie Sanders che però si è chiamato fuori dai giochi. Subito dopo gli USA vi sono altri paesi “sviluppati”: Canada, Australia, Lussemburgo e perfino alcuni paesi “verdi” per antonomasia come la Danimarca, la Finlandia e la Svezia, che non sono riusciti ad andare oltre i primi giorni di Aprile.
All’altro capo di questa classifica troviamo l’Indonesia, un paese sorprendentemente quasi sostenibile: raggiunge il suo Overshoot Day il 18 dicembre. A seguirlo, l’Ecuador (14 dicembre), l’Iraq (7 dicembre) e il Nicaragua (5 dicembre). 
Tutti paesi di cui i media parlano solo quando c’è da riportare notizie negative, mai per lodare il fatto che riescono a vivere in modo ben più sostenibile della maggior parte dei paesi sviluppati.
In un mondo dove lo spreco e il consumismo prevalgono su tutto il resto, parlare di impronta ecologica, di impronta idrica o di qualsiasi altri strumento che possa mettere in evidenza il “bilancio ecologico” di una nazione, rappresentarne “i costi” sull’ambiente è scomodo. Forse è anche per questo motivo che, come spiega il Global Footprint Network, l’organizzazione che ogni anno calcola l’Overshoot Day, pochi si prendono la briga di analizzare e agire sulle “aree biologicamente produttive necessarie a produrre cibo, fibre e legname che la popolazione di quel paese consuma, ad assorbire i materiali di scarto come le emissioni di CO2, prodotti per generare l’energia che un Paese utilizza e a sostentare le infrastrutture che il paese realizza”. E di valutare come queste risorse vengono utilizzate.
E di Overshoot Day non parla nessuno. Anche in Italia.

L’ambientalismo di destra: il secondo dopoguerra


Di Matteo Luca Andriola

Dopo la seconda guerra mondiale l’ambientalismo rispunterà fuori fra gli anni ’60 e ’70, dopo la pubblicazione del libro di Rachel Carson Silent Spring (1962), che criticava l’uso indiscriminato che si faceva all’epoca di pesticidi, destando notevoli polemiche ma anche molto interesse fra la gente comune, stimolando il nascere di una legislazione – fino allora inesistente – orientata alla tutela dell’ambiente, e dando il via alla nascita dei primi partiti propriamente detti ‘verdi’.
L’interesse della destra per l’ecologismo, nonostante l’esistenza di altri interessi più contingenti, non svanì mai del tutto, ma non era presente come oggi, ma a cui si darà sempre una connotazione differente da quella della sinistra.
Dagli anni ’70-90 settori della destra sociale europea, basandosi sulle suggestioni poc’anzi viste, fecero militanza ecologista in gruppi vari, in Italia con i Gruppi di ricerca ecologica e Fare verde, due emanazioni della corrente del Msi legata a Pino Rauti, in Germania con l’Okologisch Demokratische Partei, nato nel 1982 da una scissione dell’ala più moderata e conservatrice dei Grüne, e in Francia con il Mouvement écologiste indépendant, nato nel 1994 sempre con l’intento di differenziarsi da un ecologismo di sinistra. Tutte forme di militanza che incrociano la strada del Grece, il Groupement de recherche et d’etudes pour la civilisation europeenne, associazione che si fa promotrice delle riflessioni filosofiche della Nouvelle droite di Alain de Benoist. Infatti, secondo Marco Tarchi, teorico del neodestrismo italiano e direttore di riviste come Diorama letterario e Trasgressioni, i cardini di una destra sensibile all’ambientalismo “sono la protezione della diversità dell’ecosistema, contro la monocultura omogeneizzante planetaria; la credenza nell’esistenza di leggi di natura invalicabili e la accettazione della nozione di limite (che ha portato, fra l’altro, all’opposizione agli organismi geneticamente modificati, o ogm); la valorizzazione del rapporto con i luoghi e il paesaggio, contro
la riduzione della natura a strumento di profitto” (15).
Ma non sempre la corrente di pensiero di Alain de Benoist s’è distinta in una forte sensibilità per l’ambiente. Negli anni ’70, nonostante le citate suggestioni negli ambienti della destra sociale, il Grece aveva posizioni nietzcheane, faustiane, prometeiche e molto inclini allo scientismo, cercando di giustificare uno dei capisaldi del suo pensiero, l’ineguaglianza
dell’uomo (in seguito divenuta “differenza”) con ogni argomentazione scientifica, cooptando fra i suoi collaboratori studiosi e accademici. In quel decennio le pubblicazioni del centro studi traboccavano di riflessioni come l’etologia umana, i rapporti tra razza e intelligenza, l’evoluzione, la sociobiologia, la demografia ecc., polemizzando spesso “contro la repressione culturale e scientifica in essere su questi argomenti” (16), come si evince sfogliando le sue pubblicazioni, con toni diversi da quelli antimoderni espressi oggi. Questo tipo di scientismo spingerà de Benoist, in un articolo pubblicato su Éléments nel 1977, a contestare il movimento ecologista francese ed europeo come piccolo-borghese, una sorta di neo-gauchisme, o di pseudo-gauchisme che pretendeva di sostituire alla contraddizione “fatale” del capitalismo di marxiana memoria, la contraddizione “ambientale”, per cui il capitalismo sarebbe da superare perché andrebbe a confliggere con le condizioni ambientali necessarie al genere umano e a tutte le altre specie animali, presentando l’ecologismo come un’ideologia reazionaria e antimoderna che si fonda sui fondamenti dottrinari della vecchia destra (17), teorie che vengono però modificante nel corso degli anni ’80, quando vi è un graduale riposizionamento della corrente e dello stesso de Benoist: “Riguardo all’ecologismo, avevo espresso una decina di anni fa un certo numero di riserve legate alle aporie filosofiche suscitate dal concetto di ‘natura’. Da allora le mie opinioni hanno senza dubbio subito delle evoluzioni”, spingendolo a valorizzare l’ecologismo in quanto antagonista rispetto “a una società diventata incapace di capire che le cose che hanno veramente ragione sono quelle che sfuggono allo scambio commerciale, proprio perché non hanno prezzo” (18).
3 – Continua
3 – Dalla seconda guerra mondiale ad Alain de Benoist
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15) M. Tarchi, Molte destre, nessuna destra?, Trasgressioni, n. 62, settembre-dicembre 2018
16) S. Vaj, Biopolitica. Il nuovo paradigma, Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino
17) A. de Benoist, De l’écologie à l’éco-manie, Éléments, n. 21-22, estate 1977
18) A. de Benoist, Une remise en cause salutaire des valeurs merchandes, Éléments, n. 66, settembre-ottobre 1989, pp. 40 e 44

La Giornata della Terra ha 50 anni



La Giornata della Terra è la più nota e importante ricorrenza internazionale sulla sostenibilità e la protezione dell’ambiente: quest’anno festeggia il 50esimo anniversario dalla fondazione e Google le ha dedicato il doodle di oggi. È una breve animazione sulle api, un giochino in cui le si fanno impollinare i fiori.
La Giornata della Terra, Earth Day in inglese, è un momento di informazione sullo stato dell’ambiente del pianeta e di condivisione di consigli su come inquinare meno e preservare gli ecosistemi. Fu scelta come data il 22 aprile perché cade un mese e un giorno dopo il “tradizionale” equinozio di primavera.
Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente. Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, ci fu uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil: l’incidente convinse Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.
Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università, altre istituzioni accademiche e associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (dell’EDN fanno ora parte migliaia di movimenti e associazioni da tutto il mondo).
Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In 50 anni la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone, sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.
Alcuni consigli per la Giornata della Terra
L’adozione di nuove politiche e accordi internazionali sono la base per ridurre le cause del riscaldamento globale ma, nel 1970 come oggi, buona parte della responsabilità ricade su ciascuno di noi e su un uso più responsabile delle risorse che abbiamo a disposizione. I consigli sono quelli di sempre, ma può essere utile un breve ripasso dei comportamenti più semplici da adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente:
– l’utilizzo di lampadine a basso consumo consente di ridurre di molto la quantità di energia necessaria per illuminare gli ambienti di casa; inoltre, le nuove lampadine LED sono molto più pratiche e durano più a lungo delle precedenti generazioni di lampadine fluorescenti a basso consumo;
– seguire le indicazioni per la raccolta differenziata – a partire dalla separazione di vetro, plastica, carta e umido – rende più semplice ed economico il riciclo dei materiali, e al tempo stesso contribuisce a ridurre i costi della tassa per i rifiuti;
– aria condizionata e riscaldamento dovrebbero essere tenuti entro un intervallo di 5 °C in meno o in più rispetto alla temperatura esterna, per ottenere la massima resa e al tempo stesso ridurre i consumi di energia elettrica o gas;
– mezzi pubblici, biciclette o i piedi sono ottimi sostituti dell’automobile, e una alternativa più salutare (poi, certo, molto dipende dall’offerta di servizi per questo tipo di trasporti nella propria città, ma anche su questo si può migliorare esigendo più attenzione da parte delle amministrazioni cittadine);
– mangiare meno carne, una grossa fonte di emissioni di gas serra;
– l’acqua non è una risorsa infinita, oltre al classico consiglio di non lasciare il rubinetto aperto mentre ci si lavano i denti o di preferire la doccia al bagno, è bene utilizzare elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico, oltre all’acqua si risparmia qualcosa anche in bolletta;
– se state pensando di cambiare un elettrodomestico, scegliete quelli di classe A+ o A++, che consumano molta meno energia rispetto alla loro resa e sono spesso costruiti con materiali più ecologici;
rifiuti speciali come batterie, computer, smartphone e tablet devono essere portati nei centri di raccolta del proprio comune e non lasciati nei normali cassonetti; se il dispositivo è lento, ma funziona comunque ancora, può essere donato a scuole o altre istituzioni.

Coronavirus, l’inquinamento aiuterebbe il contagio. Urge una drastica inversione di tendenza


Di Antonio Lumicisi

Leggendo e analizzando le informazioni che puntualmente ci arrivano da diverse settimane, non si può non notare che la pandemia di Covid-19 si è manifestata in maniera sempre più preoccupante in alcune delle aree più inquinate del mondo. In Italia, sono infatti le aree della Lombardia e del Veneto, e in particolare della pianura padana, le più industrializzate e nelle quali da più tempo persistono condizioni ambientali critiche.
Dovremmo porci seriamente la domanda per quale motivo proprio in quelle aree il Covid-19 sia esploso in modo così virulento. Bene ha fatto il governo italiano a decretare misure sempre più stringenti per confinare il contagio all’interno di aree più controllate, non certamente coadiuvato dall’insensatezza di coloro che, alla prima allerta, sono fuggiti; ci auguriamo che, laddove siano andati, si siano messi in quarantena preventiva e abbiano evitato di propagare il virus anche in zone al momento meno toccate.
Nella pianura padana, i livelli di concentrazione del particolato (Pm10) sono tra i più alti in Europa e nel mondo e questa situazione permane da ormai tanti, troppi anni. E’ conclamato che alti livelli di Pm10 creano problemi anche al sistema respiratorio che potrebbe, quindi, risultare più sensibile alle complicazioni dovute a questo nuovo virus. Più a lungo si è esposti a tale situazione di inquinamento, e maggiori potrebbero essere le probabilità che i nostri sistemi respiratori si siano indeboliti e, quindi, più in difficoltà a combattere contro gli effetti del coronavirus.
Un tale ragionamento potrebbe dare delle spiegazioni al fatto che, al momento, sono le persone anziane ad avere i maggiori impatti negativi che arrivano, purtroppo, anche ad esiti fatali. Gli anziani sono, per definizione, coloro che maggiormente sono stati esposti ad un fenomeno quale l’inquinamento e questa permanenza all’esposizione potrebbe aver indebolito il loro sistema di difesa.
Inoltre, da un recente studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi di Covid-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino all’identificazione dell’infezione).
Secondo questo studio, nell’area della pianura padana, le curve di espansione dell’infezione hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di Pm10. Quindi, le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio avrebbero prodotto un’accelerazione alla diffusione dell’epidemia.
Ricerche più specifiche andrebbero fatte disaggregando alcuni dati, ad esempio confrontare gli effetti su coloro che risiedono in tali aree da sempre, diciamo negli ultimi 50 anni, con quelli di coloro che vi si sono insediati di recente. Se si riscontrasse una netta distinzione tra la mortalità di coloro che hanno sempre vissuto in quelle aree rispetto ai nuovi insediati, allora potremmo approfondire per circoscrivere e differenziare meglio gli effetti di breve e lungo periodo all’esposizione di inquinanti.
Il paese che, come l’Italia, è un osservato speciale per il Covid-19 è, come ben noto, la Cina. E proprio in Cina si rileva la stessa similitudine riscontrata in Italia: le aree con i più elevati livelli di emissione di Pm10 sono le stesse aree ove la mortalità legata a questo virus risulta più alta. La provincia cinese di Hubei, focolaio principale del virus, è un’area che, al pari della pianura padana, riscontra alti livelli di Pm10.

Perché la mortalità italiana per coronavirus è cosi alta? Questo potrebbe essere il motivo



Come hanno fatto notare in molti esiste una discrepanza enorme tra contagiati in Italia e nel resto dei paesi europei e extra-europei eccezion fatta per Cina, Corea del Sud e Iran. Come è possibile che paesi confinanti con l’Italia non siano stati toccati? Come può il virus in un contesto come quello Schengen fermarsi al confine invisibile tra i paesi? Questo è stato spiegato con varie ipotesi, una delle quali è che l’Italia abbia fatto più test (vero rispetto a Francia e Germania ma non vero rispetto a UK dove i test pro capite sono molto alti) o che la demografia italiana sia molto anziana. Ambedue le ipotesi possono essere vere ma non tengono conto di due fattori: il primo è che paesi con demografie simili a quella italiana come Germania e Giappone non sono stati colpiti allo stesso modo e il secondo riguarda la mancanza di sovraccarico della terapia intensiva. Su quest’ultimo punto in particolare vorrei spostare la vostra attenzione: se fosse vero (e potrebbe anche esserlo o contribuire a vedere meno contagiati) dovremmo comunque vedere un picco o sovraccarico dei reparti di terapia intensiva in paesi come Germania e Giappone. 
Ma questo non avviene. Mi potreste dire che questi paesi stanno falsando i dati categorizzando le morti per coronavirus come semplici polmoniti o altro. Sì, potrebbero anche farlo ma dovremmo vedere un sovraccarico di questi casi (polmoniti e company) nei loro sistemi. Ciò non sta accadendo a meno che non pensiate che gli anziani stiano morendo come mosche nelle case tedesche e giapponesi e le autorità stiano bruciando i corpi di nascosto. Mi pare una cosa assurda. Quindi eliminate le ipotesi qui in alto ci rimane questo dato di fatto: gli anziani italiani muoiono più degli anziani degli altri paesi. Anzi quelli del nord Italia muoiono piu degli altri anziani europei, inclusi gli italiani. Questa è una epidemia del nord Italia. Come è possibile? A meno di scomodare cause genetiche improbabili forse esistono cause ambientali specifiche. I morti sono nelle zone più produttive della Lombardia e del Veneto. Sono circoscritte da qualche elemento geografico che rende queste zone ad alta mortalità? Avremmo dovuto vedere centinaia se non migliaia di morti nel resto dello stivale e questo non è (ancora) successo. Sotto gli Appennini e oltre le Alpi non si muore come nella Pianura Padana nonostante sistema sanitario sia peggiore e ci sia stessa demografia se non addiruttra più anziana. Cosa rende la Pianura Padana diversa rispetto al resto d’Europa e del mondo?
Guardate questa mappa. Mostra i livelli di PM10 in Europa. Notate qualcosa? La Pianura Padana ha i livelli di PM10 più alti in Europa e uno dei più alti al mondo.
La mia ipotesi è questa: l’alta concentrazione di PM10 rende il sistema respiratorio più suscettibile alle complicazioni dovute al coronavirus. Piu è alta l’esposizione a PM10 e costante nel tempo (come per gli anziani) più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e predisposto ad avere complicazioni date da coronavirus. Questo spiegherebbe il motivo per cui le persone sotto i 40 anni e soprattutto i giovanissimi non muoiano,  e questo perché sono stati esposti per meno tempo a inquinamento. Sarebbe interessante confrontare i dati di chi ha vissuto dal dopoguerra a oggi in queste regioni e chi invece vi si sia spostato recentemente. Mi aspetterei una più alta mortalità per autoctoni (che hanno vissuto tra gli anni 50 e oggi con altissimi livelli di PM10 per decenni) rispetto a chi vi è emigrato recentemente.
E questo spiegherebbe anche per quale motivo le regioni con più alti livelli di PM10 in Cina hanno anch’esse i più alti livelli di mortalità. Guardate queste mappe: livelli di PM10 combaciano quasi perfettamente con alti livelli di mortalità.
L’epicentro dell’epidemia, Hubei province, è esattamente in un’area con alti livelli di PM10, esattamente come il Nord Italia. Per l’Iran si tratta di un caso a parte: anni e anni di embargo possono avere effetti tragici sui livelli di mortalità  quindi non possiamo giudicare per il momento. Però credo che la mia ipotesi possa essere interessante e possa essere un cofattore insieme alla demografia della maggiore mortalità nel Nord Italia.
Che ne pensate?

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