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Le Sfide, il ritorno della politica è il tema del 7º numero della rivista edita dalla Fondazione Craxi. Parte I


Di Salvatore Santoru

Recentemente è uscito il settimo numero della rivista 'Le Sfide', edita dalla Fondazione Craxi.
La tematica principale dell'interessante pubblicazione, denominata Fine di una storia: il ritorno della politica?”,  è quella della de-globalizzazione e del ritorno della centralità della politica e degli Stati.

Il numero si apre con l'introduzione ad opera di Mario Barbi, direttore della rivista ed esponente del Partito Democratico. In tale editoriale, "Verso un Mondo Nuovo", si anticipano gli argomenti che verranno affrontati nella rivista e, inoltre, si sottolinea il fallimento di quella concezione diventata egemone dagli anni 90 nota come "fine della storia".

Segue "Alle Origini del Declino", il 'colloquio' con lo storico Pietro Craveri. Nell'intervista lo storico, nonché presidente della Fondazione Benedetto Croce, opera una riflessione articolata su diverse questioni diventate centrali nell'attuale dibattito politico e geopolitico come l'ascesa del populismo, la crisi della dicotomia destra-sinistra, l'ambientalismo nonché la crisi delle ideologie novecentesche e la posizione dell'Italia e dell'Unione Europea nell'ambito delle relazioni internazionali.

La rivista prosegue con il trattamento di alcuni determinate tematiche d'attualità.
Il primo articolo 'tematico' è "Il progressismo come ideologia del tempo globale", scritto dal docente e giornalista Giancristiano Desiderio. Lo scrittore e insegnante, nonché studioso del pensiero di Croce, rimarca le differenze tra progresso e progressismo e sostiene che l'ideologia progressista vada a braccetto e accetti dalla globalizzazione alcuni aspetti come il relativismo e l'interconnessione.

Tuttavia, sempre a detta del giornalista, il progressismo non ritiene possibile coniugare tali aspetti della globalizzazione con la cultura della libertà.

L'articolo successivo, "La democrazia liberale nell'era del tecnopopulismo", è scritto dal docente Lorenzo Castellani. In esso Castellani, assegnista di ricerca in Storia delle Istituzioni Politiche presso la LUISS, riflette sull'attuale crisi della democrazia parlamentare e sulla sempre più imponente crescita di tendenze populistiche e tecnocratiche.

Nonostante l'aperta opposizione tra i movimenti populisti e le élite tecnocratiche, argomenta il docente, entrambe le due tendenze hanno comunque alcuni notevoli punti di somiglianza.

Nell'articolo che segue, "Politicamente Coretto, ideologia dell'Occidente globalizzato", il docente e scrittore Eugenio Capozzi critica il mantra della 'fine delle ideologie'.
Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, sostiene che l'attuale ideologia dominante sia quella del politically correct.

Il docente ripercorre la storia dell'ascesa di tale ideologia, che da "diversitarismo" filosofico anti-establishment è diventata, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, la cultura politica ed etica maggiormente ascoltata e diffusa tra le attuali classi dirigenti dell'Occidente.

Nell'articolo successivo, "La sovanità perduta", il giornalista e saggista Gennaro Malgieri riflette sul concetto filosofico e giuridico di sovranità e sulla sua messa in discussione a partire dal XIX secolo. 
Malgieri, ex direttore del Secolo D'Italia e importante pensatore della Nuova Destra negli anni 80, reputa che l'attuale Union Europea manchi di sovranità e sia la negazione dell'Europa.

L'intellettuale conservatore reputa che attualmente un'Europa unita non esiste e che se esistesse sarebbe, invece, fondata su un assetto statale. 

Nell'articolo che segue, "Le culture politiche dell'Italia repubblicana", il filosofo e saggista Corrado Ocone ripercorre la storia delle correnti ideologico-politiche che hanno interessato l'Italia dal Secondo Dopoguerra.
Ocone, ex direttore scientifico della Fondazione Einaudi e attualmente Direttore Scientifico del think tank Nazione Futura e membro della Fondazione Tatarella, si concentra sopratutto sulla "sinistra italiana ufficiale" e ricorda che essa non ha mai avuto una sua Bad Godesberg.

Oltre a ciò, l'intellettuale liberale riflette sul 'punto di non ritorno' in cui si troverebbe l'ideologia globalista e, al contempo, sulle reazioni sovraniste e populiste ad essa.

"Le Sfide" prosegue con la trattazione specifica di temi che riguardano l'Italia, l'Unione Europea e il rapporto tra Roma e Bruxelles.
Il primo articolo che affronta l'argomento è "L'Italia e l'Europa, la lezione di Guarino", scritto dal giornalista e vicedirettore del Tg1 Angelo Polimeno Bottai

In esso Polimeno Bottai, già direttore della Comunicazione della Società Dante Alighieri, ripercorre la storia e la carriera del giurista Giuseppe Guarino, dai vertici della Banca d'Italia alla partecipazione nei governi Fanfani e Amato.
In seguito, il giornalista si concentra sulla stagione delle privatizzazioni di parte dell'apparato industriale nazionale, progetto per cui inizialmente era stato incaricato lo stesso Guarino. 

Polimeno riporta che Guarino era favorevole alle privatizzazioni e che, allo stesso tempo, si oppose alle pressioni di alcuni potenti industriali e di chi intendeva utilizzare tali privatizzazioni per imporre la svendita dell'Italia.

La rivista prosegue con l'articolo "Le prospettive dello Stato-stratega", scritto dai due giovani studiosi Andrea Muratore e Ivan Giovi.
Nell'articolo Giovi e Muratore, co-fondatori del centro studi indipendente diretto dallo storico Aldo Giannuli "Osservatorio Globalizzazione", riflettono sulla tematica dell'intervento dello Stato nell'economia, tema di cui si sta tornando a parlare molto a seguito dell'emergenza Covid-19.

Muratore e Giovi analizzano i casi di Germania e Francia e, inoltre, analizzano possibili strategie per affrontare il 'caso italiano'. 
I due studiosi riflettono anche sulla possibilità della costituzione di un nuovo IRI e, oltre a ciò, ribadiscono la necessità di sviluppare competenze politiche e operative all'Italia nonché la necessità di pensare a livello sistemico.

CONTINUA

NOTA :

Il presente numero della rivista si può leggere online qua, http://www.lesfide.org/07_lesfide.html .

Verso la Zee marittima? Così il Mediterraneo torna centrale per l’Italia


Di Andrea Muratore

In queste settimane avanzerà nelle Commissioni della Camera dei Deputati una proposta di legge di grande rilevanza per l’approccio italiano al contesto geografico e geopolitico di più diretta rilevanza per il Paese, il teatro del Mar Mediterraneo. Parliamo della proposta di legge per l’istituzione di una Zona Economica Esclusiva (ZEE) marittima da parte del nostro Paese, avente come prima firmataria la deputata del Movimento Cinque Stelle Iolanda Di Stasio.
Il cluster mediterraneo italiano è di rilevanza internazionale e, come fa notare l’ammiraglio Fabio Caffio in Geopolitica del mare, numerosi settori testimoniano l’importanza strategica della marittimità: “flotta mercantile, cantieristica, portualità, forze navali di Marina militare e Guardia Costiera. Cui vanno aggiunti i distretti della pesca e i settori dell’offshore energetico, della protezione dell’ambiente marino e del patrimonio archeologico subacqueo”.
Puntare alla costituzione di una ZEE italiana nel Mediterraneo è un obiettivo difficilmente derogabile in una fase cruciale per la competizione strategica ed economica nel “Grande Mare” e in cui emergono con forza tendenze e spinte alla “territorializzazione del mare”, da intendersi come la spinta degli Stati a cercare il controllo diretto della gestione degli spazi che vanno oltre le proprie acque territoriali utilizzando, al contempo, la spregiudicatezza dei rapporti di forza e le possibilità garantite dagli accordi internazionali.
E parlare di ZEE nel Mediterraneo significa entrare in un tema decisamente combattuto: si pensi, per esempio, alla manovra diretta con cui la Turchia di Recep Tayyip Erdogan si è accordata con la Libia per delimitare le rispettive aree d’influenza e i confini marittimi di riferimento, nell’ottica di una partita fondamentale come quella energetica; o alla manovra con cui l’Algeria nel 2018 aveva istituito unilateralmente la propria ZEE, sovrapponendosi in parte alla Zona di Protezione Ecologica italiana, fino a 13 miglia dalle coste della Sardegna, aprendo un contenzioso con l’Italia che è alla radice della presa di consapevolezza del problema a Roma.
Una ZEE, tecnicamente, garantisce fondamentali priorità al Paese che la proclami, ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) firmata a Montego Bay il 10 dicembre 1982. Tale convenzione agli Stati assegna come “diritto naturale” e non richiedente proclamazioni di alcun tipo la possibilità di sfruttare le risorse economiche della piattaforma continentale, ovvero la parte di territorio in continuità con il profilo geologico nazionale che si trovi sotto i fondali marini, mentre nel titolo V garantisce agli Stati la possibilità di proclamare ZEE entro e non oltre le 200 miglia dalla costa. Lo Stato in questione beneficia di diritti sovrani ai fini dell’esplorazione, dello sfruttamento, della conservazione e della gestione delle risorse naturali, biologiche e minerali che si trovano nel tratto di mare e nel fondale dell’area in riferimento, ottiene il controllo dei diritti di pesca e deve in ogni caso concedere agli Stati terzi la garanzia della libertà di navigazione e di sorvolo e di posare cavi sottomarini all’interno della ZEE. L’onorevole Di Stasio ha dialogato con noi nel merito di tale iniziativa, sottolineando come “fosse arrivato il momento per il nostro Paese di prendere una posizione nel merito della questione. L’Italia prima d’ora non ha mai provveduto a legiferare sull’istituzione di una propria ZEE, sebbene fosse nei propri diritti, in accordo con la Convenzione di Montego Bay. In questo modo si intende anche inaugurare una nuova direttrice giuridica, con la quale ci auspichiamo che possano essere introdotti in seno al governo nuovi strumenti interdisciplinari per la valutazione di una nuova politica marittima”.
In un mare chiuso come il Mediterraneo nessuna regione costiera ha garantita una distanza superiore alle 400 miglia marittima capace di permettere a due ZEE opposte di lambirsi e confinare reciprocamente. Ciò rende fonte di potenziali instabilità geopolitiche proclamazioni unilaterali come quella algerina, non concordata con i Paesi il cui mare si trova a lambire la possibile ZEE: nel Mediterraneo le ZEE proclamate sono, in un secondo momento, soggette a negoziazioni analoghe a quelle compiute per determinare l’effettiva demarcazione della piattaforma continentale. “Il Ministero degli Esteri ha avviato le negoziazioni bilaterali con l’Algeria per stabilire reciprocamente i confini delle rispettive ZEE, nell’ottica di promozione di una buona politica comune nel Mediterraneo. L’Italia ha un’estensione costiera estremamente rilevante, ed è dunque prioritario per il Paese dare un impulso alla propria vocazione marittima in termini economici, energetici e ambientali”, ha inoltre aggiunto la Di Stasio.
Da questi negoziati derivano i citati diritti marittimi su stock ittici, esplorazione scientifica e, settore in crescente e dinamico sviluppo, ricerca del settore energetico.
Proprio sul tema energetico si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze del case study più importante riguardante la potenziale Zee italiana, il confronto con l’Algeria. Il citato ammiraglio Caffio, in uno studio pubblicato su Analisi Difesae l’ammiraglio Nicola de Felice, in un paper per il Centro Studi Machiavelli, hanno avvertito che l’Algeria potrebbe in futuro pensare di espandere all’esplorazione alla ricerca di gas e petrolio le attività nella zona contesa. Il rischio, tuttavia, non sarebbe cogente o concreto secondo l’onorevole sardo dei Cinque Stelle Pino Cabras, ritenuto uno dei maggiori esperti di questioni internazionali nella galassia pentastellata: “la dichiarazione unilaterale con cui l’Algeria ha proclamato la propria Zona economica esclusiva (Zee) nel marzo 2018 non ha avuto e non avrà alcun effetto concreto”, ha dichiarato a febbraio Cabras, replicando all’ex presidente della regione Sardegna Mauro Pili, che aveva ventilato minacce alla sovranità nazionale.
Non a caso Cabras, assieme a tutti i deputati sardi dei Cinque Stelle, ha cofirmato la legge presentata dalla Di Stasio, che riguarda in maniera principale proprio l’area rimasta sguarnita dei confini marittimi italiani, quella prospiciente la Sardegna. La necessità di un cambio di passo si avverte come necessaria, ora più che mai. Nei decenni passati la strada seguita da Roma ha puntato nella direzione della delimitazione della piattaforma continentale, a seguito di accordi stipulati con Jugoslavia (1969), Tunisia (1971), Spagna (1974), Grecia (1977) e Albania (1992) e della ricerca di un complesso modus vivendi con Malta; nel corso degli anni, però, la proclamazione di ZEE da parte degli altri Stati mediterranei ha alzato il livello della competitività e esposto il Paese al rischio di atti unilaterali non corrisposti. Proclamare la ZEE è di conseguenza un atto di grande rilevanza geopolitica e che certifica la decisa proiezione marittima dello Stato che lo compie. Può l’Italia, tra le maggiori potenze economiche, commerciali e militari del bacino del Mediterraneo esimersi dal farlo?

Il crocevia della globalizzazione: quale mondo dopo il coronavirus?


Di Andrea Muratore

L’epidemia di coronavirus e le sue conseguenze per le società del mondo globalizzato stanno, giorno dopo giorno, acquisendo tutte le caratteristiche di una svolta epocale. Di un contesto di catalizzazione di dinamiche, scenari e sviluppi già in atto, accelerati dall’incontro tra la pandemia originatasi in Cina e un mondo globalizzato di cui stavano, gradualmente, venendo in emersione spigolature e contraddizioni. Come ha dichiarato in un’intervista alla rivista francese Le Grand Continent la virologa Ilaria Capuail virus e i suoi effetti corrono sfruttando la velocità e l’iperconnessione, fisica e non, del nostro sistema: “Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane”.
Il coronavirus impatta come il temuto “cigno nero”, lo shock esogeno teorizzato nell’omonimo saggio di Nassim Nicholas Taleb e che in Italia è stata resa popolare dall’attuale presidente della Consob Paolo Savona. La tutt’altro che remota ipotesi di una malattia pandemica accelerata dai meccanismi della globalizzazione si trasforma in uno shock sistemico. Paradigmi consolidati sono saltati in poche settimane, dopo che le società occidentali si erano cullate nell’illusione che le strategie draconiane messe in campo dalla Cina di Xi Jinping fossero sufficienti a prevenire un’espansione del coronavirus oltre i confini dell’Impero di Mezzo. Le frontiere tornano ad essere limes, i commerci si bloccano, gli istituti di libero scambio e libera circolazione della globalizzazione si sospendono,la folle corsa delle borse dopate da un decennio di liquidità facile si trasforma in schianto sistemico, i governi tornano in campo. L’esponenzialità del contagio precede la capacità di coglierne gli scenari, le dinamiche, le conseguenze.
Ma, per limitarci al contesto italiano ed occidentale, siamo certi che l’impatto della crisi del coronavirus sarà evidente su tre fronti importanti: quello economico-finanziario, quello politico e quello sociale. Non è il coronavirus a determinare i cambiamenti in atto: la somma di criticità in emersione nel nostro sistema, le vulnerabilità evidenti di un sistema, soprattutto economico-finanziario, poco resiliente agli shock di natura esogena, dal rischio geopolitico a quello epidemiologico, il clima di dinamica competizione tra potenze in atto e la magmatica emersione di un malessere sociale internazionale tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 prefiguravano l’avvicinamento di una fase di rottura.
Il mondo dopo il coronavirus si evolverà in diversi scenari perché ciò che c’era prima era instabile e sotto certi punti di vista disfunzionale. I cambi di paradigma e gli scenari di discontinuità non nascono dal nulla ma da un precedente substrato sociale. Ma quali sono, dunque, i nodi venuti al pettine con l’attuale crisi? Quali direttrici di cambiamento determineranno lo sviluppo del mondo che verrà? Abbiamo voluto investigare per trovare le risposte a queste domande, indagando le tre aree precedentemente citate.

Fine corsa per la finanza sregolata?

Nel primo mese dell’emergenza coronavirus è ammontato, secondo quanto ricostruito da Vito Lops per Il Sole 24 Ore,a ben 25mila miliardi di dollari il conto delle perdite finanziarie dei mercati principali del pianeta. Wall Street ha bruciato circa un quinto della sua capitalizzazione. Ancora più pesante il conto europeo: il Ftse Mib si è quasi dimezzato in un mese arrivando a perdere il 44% del proprio valore. Il Dax 30 di Francoforte ha perso il 40%, in linea con gli altri listini continentali rappresentati dall’indice Eurostoxx 50 (-40%).
In seguito, aprile ha mostrato un graduale riflusso della marea, ma oramai l’attestazione dell’inaffidabilità della scelta di sottoporre al “giudizio dei mercati” l’evoluzione del destino dei popoli e degli Stati è risultata conclamata anche al grande pubblico.
Charles Kindleberger, nel mai dimenticato testo di storia finanziaria Manias, panic and crashes, ha ricostruito con dettaglio e capacità di analisi la traiettoria comparata delle diverse crisi finanziarie sottolineandone la ciclicità dell’andamento. In questa fase, sotto diversi punti di vista vengono al pettine i nodi del decennio seguito alla Grande Recessione del 2008: la risposta messa in campo dalle banche centrali, incentrata unicamente sull’espansione dell’offerta di moneta, ha letteralmente “dopato” le borse di tutto il mondo, fornendo risorse per quello che era creato un circolo virtuoso dagli operatori. La somma tra il denaro facile, i bassi tassi di sconto e l’elevata dilatazione dei listini ha creato uno scenario di vacche grasse per diversi operatori. Slegandosi completamente dall’economia reale in Europa e Stati Uniti, la folle corsa della finanza ha portato i listini a macinare record e gli operatori a cavalcare la redditività con massicci programmi di riacquisti di azioni proprie, piani di dilatazione dei dividendi e spericolate operazione di fusione e acquisizione guidate unicamente dal valore borsistico.
Lo stop improvviso di catene logistiche, flussi economici e scambi per l’emergere del contagio ha bruscamente richiamato alla realtà: l’economia materiale serve e il suo brusco blocco ha precipitato i mercati finanziari di tutto il mondo in una profonda fase d’incertezza, sconosciuta negli ultimi anni, a cui ha fatto seguito un’accelerazione della volatilità al ribasso. Fine della fase di “euforia” e inizio della fase di “panico” delle tesi di Kindleberger. Per evitare lo schianto, le banche centrali di tutto il mondo sono state risolute nell’aumentare la potenza di fuoco dei propri “bazooka” e la Federal Reserve statunitense ha addirittura passato il Rubicone dell’acquisto dai mercati di titoli e obbligazioni delle società di Wall Street.
Basterà? Difficile a dirsi. La crisi in corso vede la sovrapposizione di uno shock all’offerta legata alla sospensione delle attività di imprese e società produttrici di servizi a un potenziale e credibile shock di domanda per la dispersione di redditi e la distruzione di posti di lavoro nelle economie avanzate. Su cui si interseca la debolezza conclamata delle borse e la marea montante crisi petrolifera connessa alla sfida russo-saudita e al crollo della domana. I governi sono chiamati a intervenire in prima persona per tamponare l’emorragia: il ristabilimento di uno status quo creditizio, finanziario e monetario già sorpassato dagli eventi non potrà essere certamente risolutore.
Va in frantumi il mito della fabbrica globale, l’economia del just-in-time che snobba l’accumulazione di scorte e riserve industriali (cruciali, come abbiamo visto, in ambito sanitario) predicando la frammentazione delle produzioni in tutto il mondo e riprende piede la prospettiva di vedere coperture e azioni dirette degli Stati in funzione anti-recessione. La Cina ha aperto la strada, poi con grado diverso Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna Stati Uniti, Australia e Giappone hanno imposto piani di stimolo da miliardi di dollari. Angela Merkel affossa sul fronte interno l’austerità predicata per anni e ancora ottusamente difesa in sede europea e chiede alla banca pubblica Kfw di promuovere un piano di prestiti alle imprese da 550 miliardi di euro, annunciando poi oltre 150 miliardi di deficit; Boris Johnson ha lanciato prima del suo ricovero ospedaliero l’idea della riconversione industriale all’economia di guerra per la produzione di respiratori e ha messo in campo, sull’unghia, 50 miliardi di sterline; negli Stati Uniti il fine settimana del 21-22 marzo ha portato con sé una dilatazione dello stimulus package proposto dai repubblicani da 500 a 2.000 miliardi di dollari, base dell’accordo tra amministrazione Trump e democratici. Hong Kong, Singapore e Macao varano la distribuzione di helicopter money a tappeto, e anche la superpotenza decide di seguirli, forse pregiudicando in questo modo le prospettive di una più spedita ripresa in nome di un maggiore equilibrio interno.
Intendiamoci: tutto questo non potrà ricostituire esclusivamente un sistema disfunzionale o servire unicamente a ridare linfa a una finanza deregolamentatache, dagli Anni Novanta ad oggi, si è fatta anno dopo anno sempre più instabile. Si avoca, a causa della manifestazione delle problematiche dell’economia, un ritorno in auge del primato della politica. Chiamata a compiere l’opera interrotta dopo la risposta agli effetti travolgenti dell’ultima recessione.

Il richiamo della politica

Così come viene meno la considerazione della finanza come isola felice e centro di profitto si riduce anche lo spazio di manovra per la pulsione tecnocratica che è stata a lungo al centro della governance del sistema della globalizzazione neoliberista. Rappresentando l’altra faccia della medaglia del flusso crescente di commerci e interconnessioni. La politica, fatta di scelte discrezionali, capacità d’azione strategica e progettualità, reclama il proprio spazio: cresce la domanda, in tutto l’Occidente, di una classe dirigente all’altezza delle sfide del presente. Mentre il paradigma economicistico frana e la stessa comunità scientifica si deve adattare alla sfida del nuovo contagio, reagendo a livello internazionale con grande volontà ed energia, in tutto il mondo i decisori e i leader acquisiscono una centralità pienamente operativa e progettuale.
Torna il primato della politica o, perlomeno, la sua esigenza. Assieme all’ammonimento di Marcel Proust, rivelatore di un’esigenza profonda della nostra epoca: ““Datemi una buona politica e vi darò una buona finanza!”. Assieme al primato della politica si va alla ricerca del tempo perduto pensando che ogni auspicio dell’attuale globalizzazione si sarebbe materializzato. Relegando dunque nell’angolo la politica, la dialettica, il confronto d’idee.
Nel suo saggio capitale La grande trasformazione (1944) il sociologo austriaco Karl Polanyi teorizzò la necessità del superamento delle vincolanti maglie del dominio dell’economia sula società, del mito dei mercati quali sovrani giudici degli avvenimenti dell’ideologia dell’homo oeconomicusriferendosi all’incapacità delle società liberali degli Anni Trenta di cogliere i sintomi della Grande Crisi del 1929. In una fase storica da tempo caratterizzata da un profondo ritorno del “momento Polanyi”, ovvero da un deciso rilancio del dibattito sul primato della politica sull’economia e sui migliori modi di portare quest’ultima al servizio della vasta massa dei cittadini, la crisi del coronavirus altro non fa che enfatizzare la rilevanza su tali punti. Portando a un esteso ampliamento delle sfere in cui la politica è chiamata a esercitare i suoi doveri e a porsi come ordinatore: si riscopre la validità dei sistemi sanitari nazionali come creazione di una politica di compromesso sociale, si apre il dibattito sugli “Stati strateghi” capace di porre un freno alla marea montante della crisi del neoliberismo, si assiste al richiamo di una classe dirigente finalmente all’altezza delle sfide della globalizzazione.
“La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza della società”, scriveva Polanyi nel 1944. “Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso essa ostacolava l’autoregolazione del mercato“. Un memento che vale anche come tracciato per il superamento della crisi attuale.
Non a caso che ad annaspare in acque agitate sia proprio quell’Unione Europea che nella sua evoluzione ha volutamente espunto il discorso del primato della politica sulle austere logiche della finanza e interiorizzato il mito della “fine della Storia” nel suo percorso storico. Il rigore dei falchi del Nord sulle forme di solidarietà da attuare, sulla necessità di uno shock politico come premessa a una risposta economica comune e una debolezza sostanziale delle strutture comunitarie. Mario Draghi è sceso in campo a favore del rilancio di una vigorosa azione degli Statie di una svolta politica comunitaria, ma le élite di Bruxelles si sono mostrate sino ad ora sorde alla necessità di una svolta radicale. Anche nell’ora più buia per l’Unione il mito economicista non viene scalfito. Quella che rimane, per citare Pierluigi Fagan, “l’ultima Thule dell’utopia antipolitica”, anche di fronte al rischio di una crisi interna senza precedenti, non riesce a venire a patti con la realtà. Anche di fronte al pacchetto approvato dal più recente Consiglio Europeo l’Unione non ha sciolto la riserva sulla priorità politica da garantire alla sua azione: iniziative di tamponamento ai danni della crisi come la misura anti-disoccupazione Sure si sono unite a programmi di maggior razionalità strategica come il coinvolgimento della Banca Europea degli Investimenti e al sempre problematico punto interrogativo del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Il caso Silvia Romano: le questioni aperte


Di Andrea Muratore

La liberazione di Silvia Romano in Somalia dopo il suo sequestro in Kenya è una notizia che non può non destare sentimenti di gioia ed è la prima, reale dimostrazione di soddisfazione collettiva per l’Italia dall’inizio dell’emergenza coronavirus. Un sollievo collettivo, al termine di una lunga operazione che ha visto coinvolti l’Aise – il servizio segreto estero -, i servizi segreti turchi e le autorità somale.

Risulta molto probabile, stando alle ricostruzioni, il pagamento di un riscatto. E proprio attorno a questo tema stanno nascendo tutte una serie di domande e interrogativi a cui è importante dare risposta.

Ci permettiamo una precisazione: anche se ammontante a diversi milioni di euro, chi scrive ritiene giusto e doveroso nel caso di Silvia Romano il pagamento di un riscatto per salvare una vita di una concittadina in pericolo. Da sostenitore delle istituzioni è fiero dell’operazione dell’intelligence; da italiano, chiaramente, lieto del ritorno a casa di Silvia; da cristiano non può non ricordare il principio biblico “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Ma ci sono anche diverse risposte legate a questioni eminentemente politiche.

Perchè paghiamo riscatti per salvare nostri connazionali? Lo si può dire al di fuori da ogni fraintendimento: la risposta apparentemente più superficiale è quella più realistica, perchè è la maggiore certezza per il ritorno a casa dei nostri concittadini. Poche nazioni al mondo possono permettersi di tenere la linea della resistenza a tutti i costi, meno ancora hanno la capacità di organizzare interventi di liberazione armi in pugno e anche alcune di esse (dagli USA al Regno Unito, dal Giappone alla Francia) hanno in certi casi ceduto. Non dimentichiamo che anche le operazioni “armi in pugno” contro i sequestratori non hanno certezza di successo: il caso di Giovanni Lo Porto, ucciso in Pakistan nel 2015 da un attacco americano condotto coi droni, è tristemente istruttivo.

Inoltre, ricordiamocelo, nei sequestri di cittadini occidentali all’estero la questione più importante non è il fatto che risulti necessario procurarsi il denaro da versare, ma avere la certezza di trattare con le persone giuste. Ecco perché ci si coordina con somali e turchi, nel caso di Silvia. Il “Sultano” Recep Tayyip Erdogan è il dominus del quadrante geopolitico somalo. “Lo Stato africano”, ha scritto Lorenzo Vita su Inside Over, è un complesso ginepraio di interessi strategici e di lotte per il controllo del territorio. I signori della guerra, i pirati, bandi di predoni, i terroristi di Al Shabaab e un governo fragile fanno da sfondo a una vera e propria sfida per il controllo delle aree del Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno da tempo avviato una loro politica di penetrazione nella parte settentrionale, quella che si affaccia sul Golfo di Aden. Mentre più a Sud, nella capitale Mogadiscio, è con i turchi che bisogna trattare. E gli italiani lo sanno benissimo”.

In terzo luogo, la questione dovrebbe essere primariamente rivolta a una svolta metodologica: c’è distinzione tra la risoluzione delle crisi degli ostaggi delle organizzazioni terroristiche (Al-Shabaab nel caso) e la loro prevenzione. Nella prima fattispecie, molto spesso il riscatto diviene l’unica soluzione praticabile. Ma la battaglia con il terrorismo e i sequestratori si combatte in primo luogo riducendo e prevenendo le occasioni di vulnerabilità per i nostri concittadini in nazioni potenzialmente rischiose. Aggiungiamo che in tal senso il caso del sequestro di Silvia è doppiamente istruttivo, in quanto avvenuto non in un focolaio di instabilità perenne, ma in una località del Kenya ritenuta, in linea teorica, abbastanza sicura. Ma vicino al buco nero somalo, questione irrisolta di lungo termine della politica internazionale.

E qui veniamo a un punto fondamentale, quarto ed ultimo: la responsabilità delle organizzazioni che si occupano di arruolare e inviare volontari e cooperanti nei Paesi dell’Africa e del resto del mondo. Risulta fondamentale un coordinamento a tutto campo tra queste organizzazioni e le autorità, italiane e locali, per preservare la sicurezza e l’operatività dei nostri concittadini in loco. Le organizzazioni di volontariato hanno una grande responsabilità nel promuovere attivamente la sicurezza e la formazione delle persone inviate sul campo: conosco personalmente esempi di organizzazioni che, dal Perù al Mozambico, dalla Bosnia al Togo, intrattengono una relazione virtuosa con autorità nazionali e locali per rendere utile e sicuro il lavoro dei volontari. Altre, purtroppo, mancano della serietà necessaria per supportare le innegabili energie di chi, magari con l’intenzione di cambiare il mondo, magari con la semplice buona volontà, parte per Paesi lontani e complessi.

Sotto il profilo del contrasto al terrorismo e degli sviluppi geopolitici, in conclusione, la liberazione di Silvia Romano ha mostrato l’abilità strategica di Al-Shabaab, organizzazione terroristica che ha acquistato una crescente capacità operativa sul terreno somalo e ha inoltre ottenuto un indubbio successo di “immagine” riconsegnando Silvia in buona salute e riuscendo, tramite un suo portavoce, addirittura a parlare ai microfoni di Repubblicacome un rappresentante di uno Stato sovrano, arrivando a discutere della destinazione dei soldi del riscatto: “In parte serviranno ad acquistare armi, di cui abbiamo sempre più bisogno per portare avanti la jihad, la nostra guerra santa. Il resto servirà a gestire il Paese: a pagare le scuole, a comprare il cibo e le medicine che distribuiamo al nostro popolo, a formare i poliziotti che mantengono l’ordine e fanno rispettare le leggi del Corano”. Il modus operandi dell’organizzazione dimostra una raffinatezza strategica e narrativa mancante ad altri gruppi terroristici, esaltando di conseguenza la pericolosità di un gruppo terrorista di cui, troppo spesso, non si è parlato con abbastanza approfondimento e di cui preoccupa la presenza stabile in un Paese strategico per la sua vicinanza alla giuntura tra Oceano Indiano e Mar Rosso e allo scenario etiope e nilotico, teatro della partita geopolitica per l’acqua che anima l’Africa.  Di Al Shabaab sentiremo ancora parlare: e un nemico così insidioso potrebbe essere difficile da scalzare.

FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/progetto-italia/il-caso-silvia-romano-le-questioni-aperte/

La risposta al coronavirus: le questioni aperte


Di Andrea Muratore

Il senno di poi può essere molto spesso cattivo consigliere, ma alla luce dell’esperienza tragica vissuta dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus da svariate comunità (nomi come Codogno, Orzinuovi, Nembro e Alzano hanno assunto tristemente notorietà nazionale), dalla Lombardia e dall’Italia intera paiono ragionevoli alcune domande e alcuni interrogativi sulla gestione dell’emergenza. Dubbi che si sono sedimentati e che risulta importante esprimere a due mesi dall’inizio dell’emergenza.

Su scala nazionale mi ha colpito la rivelazione del Corriere della Sera che ha ottenuto le dichiarazioni di Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria, secondo il quale il governo già dal 20 gennaio aveva pronto un piano secretato, non rivelato per non allarmare la popolazione (si parlava di 600-800mila morti in caso di libertà di circolazione del virus) ma che sarebbe stato poi ordinatamente seguito. Ma allora, perchè ci si è ritrovati con una tanto grande impreparazione, con i vuoti nei magazzini e nelle riserve di prodotti sanitari? Perchè la Protezione Civile è risultata, ai suoi più alti livelli, così scoordinata? Perchè prima di prendere misure incisive si è aspettato che al caso dei turisti cinesi allo Spallanzani seguisse lo scoppio del focolaio di Codogno? Perchè non si è centralizzata l’emergenza evitando il rodeo e la rissa con l’intervento delle Regioni? Portogallo e Grecia hanno deliberato chiusure anticipate, misure rigorose e concentrazione delle risorse scarse a disposizione. Perchè – poi – cedere alle pressioni allentando il primo “lockdown” e insistere col caos comunicativo dei DPCM? Se l’esistenza di un piano segreto e strategico basato sull’esperienza cinese ha rappresentato la pista su cui il governo si è mosso viene da pensare che di questi temi si avesse compiuta conoscenza.

Anche le Regioni, però, non escono affatto limpide da questa faccenda. Va in frantumi il mito della maggiore efficienza della sanità regionalizzata e lottizzata, come dimostra il caso lombardo . Perchè le Regioni hanno proseguito col loro protagonismo? Perchè non sono state prese linee guida efficaci di ospedalizzazione? Il 6 febbraio scorso, due settimane prima dei casi di Codogno, in un’intervista allo “Straits Times” di Singapore Peng Zhiyong, direttore di un reparto di medicina al Wuhan University South Central Hospital, aveva dettato le linee guida per i ricoveri legati al Covid-19: evitare le ospedalizzazioni massicce, il contatto con pazienti ad alto tasso di rischio, l’esposizione del personale. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente: ma le linee guida regionali, in molti casi, sono state farraginose. Rari casi di eccellenza (Veneto in primis) si sono confrontati con altri, come quello lombardo, dove il contagio è stato lasciato libero di circolare.

Interessante poi è la questione delle Rsa. Brescia Today ha raccolto la testimonianza del direttore della Rsa Orzinuovi, controllante anche le unità dei vicini centri di Barbariga e Orzivecchi, che ha disposto la chiusura delle strutture dopo la crisi di Codogno, ricevendo poi un ordine di dietrofront dalla Regione. La gestione delle case di riposo e dei centri diurni, la scarsa dotazione di dispositivi al personale (gli eroi dimenticati di questa tragedia) e la confusione nella gestione hanno contribuito a una strage nelle unità della bergamasca, del bresciano, del milanese e del cremonese.

Facciamo queste domande da cittadino, da studioso dell’attualità e delle questioni del presente per cercare di capire cosa abbia funzionato e cosa si sia sbagliato in queste settimane. Nella speranza di un dibattito sereno capace di dare risposte: le autorità e gli esponenti del mondo politico e scientifico troppo spesso si sono chiusi in un’autoreferenzialità che lascia interdetti in questo momento. Si salvano diversi amministratori di comunità piccole e colpite, i direttori di unità sanitarie arrivate a un passo dal collasso, larga parte delle istituzioni della sicurezza e tutte le persone impegnate in prima linea. Un analogo dibattito è in atto nel Regno Unito e nel caso italiano se condotto nei termini corretti potrà essere solo salutare per il Paese. Perchè tutti, nelle istituzioni e non solo, di fronte a eventi imponderabili come l’epidemia in corso commettono errori. Ma una visione a posteriori può aiutare a comprendere in che misura certi sbagli siano stati inevitabili e certi altri frutto di approssimazioni o addrittura negliegenze a livello programmatico.

FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/progetto-italia/la-risposta-al-coronavirus-le-questioni-aperte/

Il forte nesso tra inquinamento e coronavirus


Intervista di Andrea Muratore a Mario Menichella per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Di Andrea Muratore

Oggi l’Osservatorio dialoga col dottr Mario Menichella sulla correlazione tra diffusione della pandemia da Covid-19 e tassi di inquinamento atmosferico. Un nesso che Menichella ha approfonditamente studiato, come dimostrato in una recente analisi su “Inquinamento Italia”, forte di un’esperienza pluridecennale nel campo. Fisico, data analyst e intellettuale, nipote dell’ex Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, il nostro ospite di oggi è un esperto di “problemi globali”, ovvero delle grandi tendenze a breve, medio e lungo termine e delle varie minacce attuali o via via emergenti alla nostra civiltà tecnologica.
  • Dottor Menichella, grazie per il tempo a noi dedicato. Lei ha studiato molto nel dettaglio la convergenza tra livello dell’inquinamento atmosferico e aumento del numero di casi coronavirus. Quali sono le principali motivazioni di questo fenomeno?
Il legame fra la diffusione di alcuni virus respiratori e l’inquinamento da particolato (in particolare, PM10 e PM2.5) è stato indagato da relativamente pochi anni, poiché la disciplina che lo studia è piuttosto giovane. Il mio lavoro in questo campo è stato, essenzialmente, divulgativo e di rassegna dei principali lavori scientifici sull’argomento: sia di quelli preesistenti nella letteratura peer-reviewedsia delle analisi più recenti, effettuate da numerosi ricercatori italiani, sul legame fra la diffusione del coronavirus che provoca il Covid-19 e l’inquinamento da particolato nel nostro Paese. Sia le vecchie analisi, come quella relativa alla diffusione della SARS in Cina nel 2003, sia quelle recentissime sui casi di Covid-19 in Italia, hanno evidenziato una forte correlazione fra le due variabili, che ha superato brillantemente i test statistici volti a stabilire che tale legame non sia casuale. Per avere un legame causa-effetto, però, occorre avere anche un meccanismo plausibile: esso è fornito da altri articoli presenti in letteratura ed è costituito dal fatto che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto ai vettori tradizionali: le ben più pesanti goccioline (o droplets, in inglese). Ciò, quindi, avrebbe provocato un boost dei casi, ad esempio, di Covid-19.        
  • Wuhan, New York, Pianura Padana: tre centri di inquinamento atmosferico risultano tra le aree più colpite dal Covid-19. Come ha fatto la situazione dell’inquinamento in queste aree a diventare insostenibile?
Si tratta, in tutti e tre i casi, di aree che hanno da decenni sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti, che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari (infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali. In Lombardia, di cui mi sono più occupato, d’inverno il traffico veicolare influisce per appena un quarto all’inquinamento da particolato (PM10), mentre il riscaldamento invernale (legna, pellet, etc.) costituisce il contributo dominante. Nella Pianura Padana, però, Il perdurare dell’alta pressione e l’assenza di ventilazione garantiscono spesso, durante il periodo invernale, la presenza di una densa coltre di nebbia e di un conseguente forte inquinamento, non a caso associato sovente al blocco del traffico nelle grandi città per diverse giornate. Pertanto, le varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.) prodotte dalle varie sorgenti vengono trattenute al suolo, e tendono a ristagnare e ad accumularsi in modo progressivo raggiungendo concentrazioni del tutto anomale, a differenza di quanto accade in altre zone d’Italia. Inoltre, nella Pianura Padana gli impianti a biogas ed a biomassa sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi 15 anni, a causa di incentivi statali del tutto inopportuni.
  • Parlando del caso italiano, ritiene non ci sia stata abbastanza attenzione al tema ambientale nella programmazione degli investimenti in sanità negli anni scorsi?
Negli ultimi anni mi sono occupato di tutti i principali tipi di inquinamento (atmosferico, dell’acqua, del suolo, chimico, elettromagnetico, radioattivo, acustico, etc.), anche operando sul campo con misurazioni ed a fianco di comitati spontanei di cittadini lombardi e toscani in aree caratterizzate da elevatissima mortalità per cancro, e posso dire senza tema di smentita che vi è stato il disinteresse più totale per la salute pubblica. Tanto per dare qualche elemento concreto: in molti settori, si sono elevati – o si stanno per elevare – i limiti di legge per permettere l’installazione di nuovi impianti inquinanti non indispensabili, che altrimenti risulterebbe impossibile; le analisi epidemiologiche di routine effettuate dalle Aziende sanitarie locali sono, in generale, del tutto insufficienti per evidenziare le aree più critiche per la salute e associarle alle relative fonti inquinanti, e la task force epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità è stata del tutto smantellata qualche anno fa; le ARPA collocano sempre, volutamente, le centraline di rilevamento dell’inquinamento ben lontano dagli impianti inquinanti, contribuendo alla falsa sensazione che non vi siano picchi pericolosi, quasi sempre in coincidenza delle aree con maggiore incidenza dei tumori maligni e/o rari. 
  • Quali lezioni dovranno trarre i decisori dalla crescente dimostrazione della correlazione tra inquinamento e tasso di incidenza di un virus pandemico?
In realtà, il “boomerang” cui lei si riferisce è, numericamente parlando, quasi il minore dei mali e, d’altra parte, come si dice, “se uno si scava la fossa, prima o poi ci finisce dentro”. Con riferimento alla Lombardia, che è complessivamente la regione più inquinata d’Italia e in cui ho vissuto per alcuni anni prima di abbandonarla per i livelli intollerabili di inquinamento, posso dire che il sistema è “marcio”. Nella Provincia in cui abitavo ho visto di tutto: nelle Conferenze dei servizi venivano autorizzati impianti inquinanti di ogni sorta, addirittura a insaputa dei Sindaci dei Comuni più piccoli, ad esempio “incistando” un impianto a biogas in uno ben più grande – e all’apparenza più innocuo – di trattamento rifiuti; i rappresentanti delle ASL non si presentavano nelle Conferenze in questione, dove avrebbero potuto porre un veto, come avviene in altre regioni d’Italia; un’azienda ha perfino richiesto un incontro privato all’ARPA prima di una Conferenza dei servizi (un po’ come se invitassi a cena un giudice prima della sentenza su di me) e, nonostante tutto ciò sia stato verbalizzato, l’impianto è stato ugualmente autorizzato; infine, le strutture della Provincia che si occupano di dare le autorizzazioni spesso sono dirette e gestite da persone che non hanno lauree – o competenze specifiche – adeguate al delicatissimo compito che dovrebbero svolgere.    
  • A livello aggregato, la crisi in corso ci pone problemi di analisi e studio della sostenibilità dei modelli economico-politici dominanti. Dal Sima di Bologna all’Università La Sapienza di Roma molti studiosi stanno portando avanti un’analisi del peso dello sviluppo “insostenibile” sulla diffusione dei contagi epidemici. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?
L’analisi del SIMA è coraggiosa e lodevole, ma è purtroppo soltanto una goccia nel mare, come si può intuire da quanto ho detto finora. In generale, ci si accorge della gravità della situazione in due casi: quando si cominciano a “contare” i morti, come nel caso del Covid-19, e/o quando a occuparsi della questione sono i giornalisti e non – come dovrebbero – gli scienziati, i politici, le Agenzie e Aziende sanitarie nazionali e locali, le ARPA o, in caso di loro mancato intervento, i magistrati. Le darò uno “scoop” relativo a qualcosa di cui quasi nessuno è oggi al corrente, a parte pochi esperti indipendenti di alto livello con cui sono in contatto. Mentre l’inquinamento dell’aria di cui si spesso si parla è in realtà rimasto relativamente costante negli ultimi decenni, al contrario il livello di inquinamento elettromagnetico – dovuto alle emittenti FM e TV e, oggi, specie alla telefonia mobile – è cresciuto di innumerevoli ordini di grandezza, ed è tuttora in crescita quasi esponenziale. Dato che i relativi effetti vanno dallo sviluppo dell’elettrosensibilità (condizione che sconvolge la vita, portando talvolta perfino al suicidio) all’aumento degli infarti in persone relativamente giovani e, soprattutto, al “boom” solo dopo alcuni anni (come per il tabacco) dei tumori al cervello e ad altri organi, le lascio immaginare che numeri di vittime potremo vedere nei prossimi anni per il 2G, il 3G e il 4G e quali potremmo avere con il 5G, che è oltre 1000 volte più impattante. 
  • Che opinione ha del ruolo del ritorno al “primato della politica” per la costruzione di sistemi economici a misura d’uomo e su di esso centrati? Come integrare fluidamente i progressi della scienza nel processo decisionale?
Come si è visto in questa emergenza, ogni decisione politica è stata subordinata a un’approfondita analisi scientifica della realtà, che per sua natura solo gli esperti possono fare: scienziati, ingegneri, economisti, geopolitici, etc. Dato però che la nostra società è altamente complessa, occorrerebbe anche una struttura – attualmente inesistente perfino negli Stati Uniti o a livello accademico – che si occupasse di problemi interdisciplinari, poiché quello che rende difficile le decisioni è, in primis, il non avere una visione chiara delle priorità, che sono un po’ l’equivalente dei valori per un singolo individuo. Le priorità per una società, ed i valori per un individuo, devono guidare le proprie azioni. E quali sono le vere priorità per la nostra società lo si può in gran parte capire leggendo il mio libro Mondi futuri (SciBooks, 2005), scaricabile gratuitamente dal mio sito web personale. A ciò si deve aggiungere il fatto che, mentre abbiamo una qualche conoscenza delle soglie critiche per i sistemi ecologici e per quelli economici, non l’abbiamo per i sistemi politici e sociali, ma tutti questi sistemi sono altamente interconnessi fra loro: ciò vuol dire che guidiamo una macchina senza conoscerne bene il funzionamento e senza avere delle “spie” che si accendano prima che accada l’irreparabile. I Cinesi venerano gli anziani per la loro saggezza, noi dobbiamo imparare a “venerare” gli esperti, da non confondersi con i “tuttologi”, da cui occorre invece stare alla larga.  

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