Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta ambiente. Mostra tutti i post

Coronavirus, l’inquinamento aiuterebbe il contagio. Urge una drastica inversione di tendenza


Di Antonio Lumicisi

Leggendo e analizzando le informazioni che puntualmente ci arrivano da diverse settimane, non si può non notare che la pandemia di Covid-19 si è manifestata in maniera sempre più preoccupante in alcune delle aree più inquinate del mondo. In Italia, sono infatti le aree della Lombardia e del Veneto, e in particolare della pianura padana, le più industrializzate e nelle quali da più tempo persistono condizioni ambientali critiche.
Dovremmo porci seriamente la domanda per quale motivo proprio in quelle aree il Covid-19 sia esploso in modo così virulento. Bene ha fatto il governo italiano a decretare misure sempre più stringenti per confinare il contagio all’interno di aree più controllate, non certamente coadiuvato dall’insensatezza di coloro che, alla prima allerta, sono fuggiti; ci auguriamo che, laddove siano andati, si siano messi in quarantena preventiva e abbiano evitato di propagare il virus anche in zone al momento meno toccate.
Nella pianura padana, i livelli di concentrazione del particolato (Pm10) sono tra i più alti in Europa e nel mondo e questa situazione permane da ormai tanti, troppi anni. E’ conclamato che alti livelli di Pm10 creano problemi anche al sistema respiratorio che potrebbe, quindi, risultare più sensibile alle complicazioni dovute a questo nuovo virus. Più a lungo si è esposti a tale situazione di inquinamento, e maggiori potrebbero essere le probabilità che i nostri sistemi respiratori si siano indeboliti e, quindi, più in difficoltà a combattere contro gli effetti del coronavirus.
Un tale ragionamento potrebbe dare delle spiegazioni al fatto che, al momento, sono le persone anziane ad avere i maggiori impatti negativi che arrivano, purtroppo, anche ad esiti fatali. Gli anziani sono, per definizione, coloro che maggiormente sono stati esposti ad un fenomeno quale l’inquinamento e questa permanenza all’esposizione potrebbe aver indebolito il loro sistema di difesa.
Inoltre, da un recente studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi di Covid-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino all’identificazione dell’infezione).
Secondo questo studio, nell’area della pianura padana, le curve di espansione dell’infezione hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di Pm10. Quindi, le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio avrebbero prodotto un’accelerazione alla diffusione dell’epidemia.
Ricerche più specifiche andrebbero fatte disaggregando alcuni dati, ad esempio confrontare gli effetti su coloro che risiedono in tali aree da sempre, diciamo negli ultimi 50 anni, con quelli di coloro che vi si sono insediati di recente. Se si riscontrasse una netta distinzione tra la mortalità di coloro che hanno sempre vissuto in quelle aree rispetto ai nuovi insediati, allora potremmo approfondire per circoscrivere e differenziare meglio gli effetti di breve e lungo periodo all’esposizione di inquinanti.
Il paese che, come l’Italia, è un osservato speciale per il Covid-19 è, come ben noto, la Cina. E proprio in Cina si rileva la stessa similitudine riscontrata in Italia: le aree con i più elevati livelli di emissione di Pm10 sono le stesse aree ove la mortalità legata a questo virus risulta più alta. La provincia cinese di Hubei, focolaio principale del virus, è un’area che, al pari della pianura padana, riscontra alti livelli di Pm10.

Perché la mortalità italiana per coronavirus è cosi alta? Questo potrebbe essere il motivo



Come hanno fatto notare in molti esiste una discrepanza enorme tra contagiati in Italia e nel resto dei paesi europei e extra-europei eccezion fatta per Cina, Corea del Sud e Iran. Come è possibile che paesi confinanti con l’Italia non siano stati toccati? Come può il virus in un contesto come quello Schengen fermarsi al confine invisibile tra i paesi? Questo è stato spiegato con varie ipotesi, una delle quali è che l’Italia abbia fatto più test (vero rispetto a Francia e Germania ma non vero rispetto a UK dove i test pro capite sono molto alti) o che la demografia italiana sia molto anziana. Ambedue le ipotesi possono essere vere ma non tengono conto di due fattori: il primo è che paesi con demografie simili a quella italiana come Germania e Giappone non sono stati colpiti allo stesso modo e il secondo riguarda la mancanza di sovraccarico della terapia intensiva. Su quest’ultimo punto in particolare vorrei spostare la vostra attenzione: se fosse vero (e potrebbe anche esserlo o contribuire a vedere meno contagiati) dovremmo comunque vedere un picco o sovraccarico dei reparti di terapia intensiva in paesi come Germania e Giappone. 
Ma questo non avviene. Mi potreste dire che questi paesi stanno falsando i dati categorizzando le morti per coronavirus come semplici polmoniti o altro. Sì, potrebbero anche farlo ma dovremmo vedere un sovraccarico di questi casi (polmoniti e company) nei loro sistemi. Ciò non sta accadendo a meno che non pensiate che gli anziani stiano morendo come mosche nelle case tedesche e giapponesi e le autorità stiano bruciando i corpi di nascosto. Mi pare una cosa assurda. Quindi eliminate le ipotesi qui in alto ci rimane questo dato di fatto: gli anziani italiani muoiono più degli anziani degli altri paesi. Anzi quelli del nord Italia muoiono piu degli altri anziani europei, inclusi gli italiani. Questa è una epidemia del nord Italia. Come è possibile? A meno di scomodare cause genetiche improbabili forse esistono cause ambientali specifiche. I morti sono nelle zone più produttive della Lombardia e del Veneto. Sono circoscritte da qualche elemento geografico che rende queste zone ad alta mortalità? Avremmo dovuto vedere centinaia se non migliaia di morti nel resto dello stivale e questo non è (ancora) successo. Sotto gli Appennini e oltre le Alpi non si muore come nella Pianura Padana nonostante sistema sanitario sia peggiore e ci sia stessa demografia se non addiruttra più anziana. Cosa rende la Pianura Padana diversa rispetto al resto d’Europa e del mondo?
Guardate questa mappa. Mostra i livelli di PM10 in Europa. Notate qualcosa? La Pianura Padana ha i livelli di PM10 più alti in Europa e uno dei più alti al mondo.
La mia ipotesi è questa: l’alta concentrazione di PM10 rende il sistema respiratorio più suscettibile alle complicazioni dovute al coronavirus. Piu è alta l’esposizione a PM10 e costante nel tempo (come per gli anziani) più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e predisposto ad avere complicazioni date da coronavirus. Questo spiegherebbe il motivo per cui le persone sotto i 40 anni e soprattutto i giovanissimi non muoiano,  e questo perché sono stati esposti per meno tempo a inquinamento. Sarebbe interessante confrontare i dati di chi ha vissuto dal dopoguerra a oggi in queste regioni e chi invece vi si sia spostato recentemente. Mi aspetterei una più alta mortalità per autoctoni (che hanno vissuto tra gli anni 50 e oggi con altissimi livelli di PM10 per decenni) rispetto a chi vi è emigrato recentemente.
E questo spiegherebbe anche per quale motivo le regioni con più alti livelli di PM10 in Cina hanno anch’esse i più alti livelli di mortalità. Guardate queste mappe: livelli di PM10 combaciano quasi perfettamente con alti livelli di mortalità.
L’epicentro dell’epidemia, Hubei province, è esattamente in un’area con alti livelli di PM10, esattamente come il Nord Italia. Per l’Iran si tratta di un caso a parte: anni e anni di embargo possono avere effetti tragici sui livelli di mortalità  quindi non possiamo giudicare per il momento. Però credo che la mia ipotesi possa essere interessante e possa essere un cofattore insieme alla demografia della maggiore mortalità nel Nord Italia.
Che ne pensate?

Coronavirus, Ebola e le loro cause


Di Francesco Bilotta

L’epidemia da coronavirus che sta spaventando il mondo ripropone con forza la questione del rapporto tra organismi e ambiente. Le più importanti epidemie che si sono manifestate negli ultimi decenni e che hanno colpito la specie umana (AIDS, Ebola, Influenza aviaria, Sars, Mers) sono dovute al “salto di specie”. I virus presenti negli animali selvatici, che sono serbatoi naturali di molti patogeni, trovano in alcuni casi le condizioni favorevoli per adattarsi all’uomo. L’invasione delle nicchie ecologiche ha prodotto una alterazione del sistema di relazioni esistente tra le diverse popolazioni animali, modificando le loro abitudini e il rapporto con la specie umana.
LA PRESSIONE ANTROPICA e la distruzione degli habitat naturali delle specie selvatiche hanno prodotto squilibri ambientali, favorendo il contatto e il passaggio di virus patogeni. Lo spillover, il salto di specie, si verifica più facilmente se c’è un rapporto più stretto con gli animali selvatici. L’impatto che le attività umane hanno sugli ecosistemi, le pratiche agricole, i sistemi di allevamento, la distruzione della biodiversità, i cambiamenti climatici, sono tutti elementi che entrano in gioco quando si verifica la comparsa di un nuovo virus. La diffusione di questi virus è poi favorita dalla crescita demografica che la popolazione umana ha avuto nel XX secolo e dalla rapidità con cui si spostano le persone da un continente all’altro. L’epidemia di Covid-19 è arrivata, in poco più di un mese, alle porte di Milano dopo aver fatto la sua comparsa in una remota regione della Cina. Un virus ospitato da una specie animale può trasferirsi all’uomo se avviene un processo di riassortimento, un insieme di modificazioni che portano il patogeno ad acquisire geni provenienti da virus umani e che gli consentiranno di trasferirsi da persona a persona.
ANCHE L’EPIDEMIA CAUSATA dal nuovo coronavirus, che non ha trovato nel corpo umano gli anticorpi specifici e si è diffuso rapidamente, è il risultato della rottura dell’equilibrio tra patogeni di specie diverse. Gli squilibri ambientali e i comportamenti umani hanno favorito questa rottura. I coronavirus, individuati a metà degli anni ’60, sono una vasta categoria di virus a RNA che causano malattie che vanno dal comune raffreddore fino alla Sars e alla Mers. Per la loro struttura sono in grado di adattarsi in misura maggiore rispetto ad altri virus alle cellule umane e la modalità di trasmissione avviene quasi esclusivamente per via aerea. Mentre conviviamo senza troppi problemi con gli Human coronavirus, i comuni virus del raffreddore, il nostro organismo mostra serie difficoltà a difendersi dai nuovi coronavirus arrivati negli ultimi anni da altre specie animali. Il nuovo coronavirus cinese, denominato Sars-Cov-2, è parente stretto di quello che ha provocato nel 2002 l’epidemia di Sars (Sindrome respiratoria acuta grave).
LA SARS SI DIFFUSE IN CINA E DETERMINÒ il contagio di 8 mila persone con una mortalità del 10%. Sono stati i pipistrelli il serbatoio naturale del virus della Sars e il passaggio all’uomo è avvenuto attraverso un ospite intermedio, lo zibetto, un piccolo mammifero simile al gatto che viene catturato e venduto nei mercati alimentari. Il divieto temporaneo del commercio di animali selvatici, varato dopo lo scoppio dell’epidemia, fu abolito negli anni successivi. Anche per la Sars-Cov-2 sono ancora i pipistrelli e i mercati di animali selvatici a essere sotto accusa. Si è arrivati alla convinzione, sulla base degli studi genetici effettuati all’Università di Pechino, che alcune specie di serpenti sono stati gli ospiti intermedi dove il virus avrebbe subito un processo di ricombinazione prima di passare all’uomo. Ci si augura che il nuovo divieto di commercializzazione della fauna selvatica, emanato in Cina il 26 gennaio, possa diventare permanente. Per quanto riguarda la Mers (Sindrome respiratoria del Medio Oriente), la sua comparsa si è registrata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012. Sono stati i cammelli e i dromedari a fare da ospiti intermedi del virus prima di passare all’uomo. Il consumo di carne e latte di questi animali ha determinato il contagio di 2500 persone con un tasso di mortalità del 30%. L’attuale epidemia di Covid-19 mostra un tasso di mortalità inferiore al 2%, anche se la sua diffusione avviene più velocemente di Sars e Mers. Tra le cosiddette malattie emergenti sono state Ebola e AIDS a sconvolgere il mondo scientifico per le loro particolari caratteristiche.
L’EPIDEMIA DI EBOLA, CHE SI È SVILUPPATA a metà degli anni ’70 nella Repubblica Democratica del Congo, ha un elevato livello di contagiosità e causa una febbre emorragica che porta alla morte il 90% dei malati. Un filovirus che alberga nei pipistrelli della frutta è passato a gorilla, scimpanzè e alla specie umana, producendo una febbre emorragica dagli effetti devastanti per l’organismo, con una mortalità del 90%. L’epidemia ha causato la morte di 12 mila persone e il suo elevato livello di contagiosità rende difficile l’approccio ai malati, in una realtà come quella del centro Africa dove le strutture sanitarie sono particolarmente carenti. La deforestazione che ha interessato le foreste pluviali tropicali, distruggendo gli habitat naturali dei pipistrelli, è alla base della diffusione dell’epidemia. Non si è riusciti a trovare un vaccino in grado di fermare il virus Ebola.
ANCHE L’AIDS (SINDROME da immunodeficienza acquisita), esplosa negli anni ’80 proviene dal mondo animale. Il virus HIV dell’immunodeficienza delle scimmie ha fatto il salto di specie passando all’uomo. Non si sa esattamente quando è avvenuto questo passaggio, ma l’impatto delle attività umane sull’ambiente, la deforestazione, la caccia agli scimpanzè nell’Africa equatoriale, nelle aree del Camerun e del Congo, sono stati fattori determinanti perché il virus si adattasse alla specie umana e si diffondesse in tutto il mondo. Dall’inizio dell’epidemia si sono contati nel mondo 35 milioni di morti e negli ultimi anni la media di decessi che viene registrata è di 800 mila persone all’anno.
ATTUALMENTE SONO ALMENO 40 MILIONI le persone che nel mondo vivono con il virus HIV. Nonostante gli innumerevoli tentativi, il vaccino non c’è. Siamo ancora alla fase sperimentale. I farmaci che vengono impiegati non eliminano il retrovirus, ma gli impediscono di replicarsi e di attaccare il sistema immunitario. Gli studi e le ricerche di questi anni hanno dimostrato che la diffusione del virus HIV, passato dai primati all’uomo, è stata la conseguenza della pressione antropica sull’ambiente. Ogni qual volta si diffonde un virus si spera nel vaccino giusto, ma se non si sviluppa una attività di prevenzione e salvaguardia ambientale dovremo fare, sempre di più, i conti con la comparsa di nuovi virus e nuove epidemie.

Le api sono il termometro dell’ecosistema impazzito


Di Francesco Bilotta

Un’ape è in grado di visitare in un solo giorno più di 7 mila fiori, rappresentando il principale «corriere del polline». Sono gli insetti impollinatori (o pronubi, perché favoriscono l’unione) a svolgere un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi e a consentire la riproduzione della maggior parte delle specie vegetali. Il 70% della produzione agricola mondiale dipende dall’attività svolta dagli impollinatori.

DELLE 100 PIANTE PIU’ IMPORTANTI A LIVELLO MONDIALE, 71 sono impollinate dalle api. Le 250 mila specie di Angiosperme (piante con fiori) presenti sul pianeta sono il risultato di un processo evolutivo in cui gli insetti impollinatori hanno avuto un ruolo determinante. Ma l’equilibrio tra insetti pronubi, coltivazioni e ambiente è sempre più compromesso e il declino delle api si sta manifestando in modo drammatico in tutto il mondo. Si calcola che negli ultimi 5 anni, a livello mondiale, sono andati perduti 10 milioni di alveari. In Italia, nello stesso periodo, sono almeno 200 mila gli alveari scomparsi. In molti paesi, negli ultimi 20 anni, la popolazione di api si è ridotta tra il 30 e il 90%.

Questa drammatica diminuzione è il risultato dell’azione svolta da pesticidi e riscaldamento globale, fattori che sommano i loro effetti sulle api. Sono i neonicotinoidi, insetticidi di sintesi che hanno un meccanismo d’azione simile alla nicotina, i principali responsabili della moria delle api. L’impiego di questi pesticidi, a partire dagli anni ’90, era stato visto con favore per la loro capacità di essere assorbiti dalla pianta e agire sugli insetti fitofagi. Ma questa caratteristica porta a gravi conseguenze: la linfa e le strutture floreali, contaminate dai neonicotinoidi, stanno producendo danni irreversibili sugli insetti impollinatori. Sono oltre 1500 gli studi scientifici effettuati in tutto il mondo che dimostrano la relazione tra impiego dei neonicotinoidi e declino delle api. La moria raggiunge livelli elevati in caso di grave intossicazione e negli impollinatori che sopravvivono si manifestano gravi alterazioni nel sistema immunitario, perdita delle capacità di orientamento, minore fertilità.

MA SOLO NEL 2018 L’UNIONE EUROPEA ha messo al bando tre delle sostanze più dannose: l’Imidacloprid e il Clothianidin della Bayer e il Tiamethoxam della Syngenta. Per un altro neonicotinoide, il Thiacloprid della Bayer, l’UE ha consentito l’uso fino al 30 aprile 2020. Sono insetticidi ampiamente usati in frutticoltura contro gli afidi e la mosca dell’olivo, ma anche in orticoltura per controllare i fitofagi della parte aerea delle piante. Tuttavia, sono ancora una decina i neonicotinoidi impiegati in agricoltura e di cui è stata documentata la tossicità su impollinatori e ambiente.

UNA RICERCA EFFETTUATA DALL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA e dall’Università di San Diego (California) ha dimostrato che anche l’assunzione di basse dosi di neonicotinoidi da parte delle api altera la loro capacità di volo, la velocità, la durata, la distanza coperta. Le api, intossicate dai pesticidi, subiscono alterazioni sensoriali che riducono la loro capacità di raccolta di nettare e polline e la capacità di impollinazione, manifestando quella che viene chiamata CCD (Colony Collapse Disorder) o «sindrome di spopolamento degli alveari». Gli alveari, costituiti da colonie di 20-25 mila individui, sono diventati ambienti tossici, con una riduzione della vita media delle api operaie che non riescono a completare il loro ciclo di vita (70-80 giorni). Secondo studi recenti, nel 75% del miele mondiale prodotto dalle api mellifere si registra la presenza di uno o più pesticidi, con una inevitabile intossicazione cronica degli insetti. Paradossalmente risultano più sane le api che vivono nei parchi e nei giardini delle città rispetto alle api il cui habitat si trova in zone agricole, dove si fa un uso massiccio di pesticidi. Il progetto «Api e Orti», risultato della collaborazione tra Università di Bologna, Conapi e Legambiente, mira a riqualificare il territorio urbano, piantando alberi e fiori in tutte le aree disponibili, lungo le strade e davanti alle case.

IL DECLINO DELLE API E’ ACCENTUATO DAI CAMBIAMENTI climatici e dagli eventi estremi (troppo freddo o troppo caldo) che si accompagnano a tali cambiamenti. Numerose ricerche hanno dimostrato che la moria delle api raggiunge i livelli massimi in corrispondenza di gravi periodi di siccità e in presenza di forti sfasature stagionali. Uno studio del Centro ricerche di Bioclimatologia dell’Università di Milano ha confermato che l’aumento della temperatura del pianeta ha gravi conseguenze sulla salute delle api e, di conseguenza, sul sistema ecosistemico dell’impollinazione. La minore durata delle stagioni invernali e le temperature medie sempre più elevate stanno alterando il ciclo vitale di questi impollinatori, la loro capacità riproduttiva, la loro attività all’interno e all’esterno degli alveari. Inoltre, le temperature elevate hanno favorito la diffusione di acari e funghi negli alveari, che in molti casi hanno portato alla distruzione delle comunità.

L’ANDAMENTO CLIMATICO ANOMALO DEL 2019 IN ITALIA ha messo in evidenza quali conseguenze le sfasature stagionali possono determinare sulla vegetazione e sugli insetti impollinatori. I primi mesi dell’anno sono stati siccitosi e con fioriture anticipate, seguiti da un maggio freddo e molto piovoso, un giugno torrido e un luglio di temporali intensi con grandine e trombe d’aria alternati a ondate di calore. Le fioriture anticipate, in periodi in cui le temperature sono ancora troppo basse, non consentono alle api di svolgere il loro lavoro, perché non escono dagli alveari al di sotto dei 12-13 °C. Inoltre, in presenza di siccità i fiori non sono in grado di produrre nettare e polline e le api affamate devono usare il miele di riserva. Le temperature elevate determinano fenomeni di disidratazione delle piante e comportamenti anomali nelle api, con sciamature continue e l’istinto ad abbandonare gli alveari.

QUESTO «ISTINTO AD ANDARSENE» VERSO LATITUDINI più fresche è un fenomeno che viene osservato con molta attenzione da parte degli entomologi, perché le api fanno fatica a adattarsi alle nuove condizioni, al contrario delle farfalle. Il fenomeno della «fuga» dagli alveari che si trovano nelle aree più calde è destinato ad accentuarsi, con la conseguenza che molte piante perdono i loro specifici impollinatori, senza i quali generano esemplari sterili. Una alterazione nella composizione degli insetti impollinatori avrebbe gravi ripercussioni sul funzionamento degli ecosistemi, con una riduzione del numero delle specie vegetali e della produzione di cibo. Il declino delle api rappresenta una minaccia per la sicurezza alimentare del pianeta.


FONTE: https://ilmanifesto.it/le-api-sono-il-termometro-dellecosistema-impazzito/


VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articoli/le-api-sono-il-termometro-dell-ecosistema-impazzito

Smog, Torino maglia nera del decennio


Di Salvatore Santoru

Torino è la città maggiormente interessata dallo smog nel 2019. 
Più specificatamene, riporta il Fatto Quotidiano(1), lo è stata anche nel decennio appena trascorso.

L’emergenza smog della città piemontese, così come di altri importanti centri italiani, è stata confermata dai nuovi dati del report annuale di Legambiente Mal’aria.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/23/emergenza-smog-a-torino-laria-piu-inquinata-nel-decennio-nel-2020-frosinone-e-milano-maglia-nera-ogni-anno-oltre-60mila-morti/5682666/

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
FOTO: https://www.fanpage.it

Dieselgate, Volkswagen condannata a pagare una multa di 135 milioni di euro al Canada



La Volkswagen è stata condannata a pagare una multa di 196,5 milioni di dollari canadesi, pari a circa 135 milioni di euro, per lo scandalo Dieselgate.
La sentenza è arrivata da un tribunale di Toronto, dopo che la casa tedesca aveva ammesso di aver violato 60 norme canadesi sull’ambiente. Lo scorso dicembre, la Volkswagen era stata accusata di aver importato 128 mila veicoli in Canada. Auto che non rispettavano i limiti sulle emissioni stabiliti dalle legge del Paese, così come già riscontrato nelle indagini che hanno travolto l’azienda negli Stati Uniti.

La canapa può ripulire i terreni inquinati da metalli pesanti: via alla sperimentazione in Puglia


Di Mario Catania

Non è solo una risorsa per ridurre le emissioni di CO2, la deforestazione e l’uso sfrenato di petrolio e derivati: la canapa può rivelarsi un’ottima alleata nel difficile compito di ripulire il pianeta da inquinanti e metalli pesanti. La canapa infatti è una delle piante più efficaci dal punto di vista della fitorimediazione, termine che indica appunto la capacità di alcuni vegetali di depurare terreni, aria e acqua da sostanze inquinanti, per stoccarle al proprio interno.

La parola è stata coniata negli anni ’90 dalla ricercatrice Ilya Riskin, impegnata nei dintorni di Chernobyl nel tentativo di ripulire i terreni contaminati proprio con la canapa. Nella pubblicazione scientifica creata insieme ai colleghi, la definirono come una delle migliori piante fitorimediatrici che avessero sperimentato.

E la ricerca internazionale è poi proseguita, dalla Germania all’India, con diversi scienziati che ne hanno testato le potenzialità per scoprire che la canapa funziona benissimo per togliere dal terreno metalli pesanti come piombo, cromo, nichel arsenico e altri. E che queste sostanze vengono stoccate principalmente nelle foglie e nelle radici, aprendo alla possibilità che le altre parti della pianta vengano riutilizzate.


Ma anche in Italia qualcosa si muove. Di recente infatti un gruppo guidato dai biologi dell’ABAP ha vinto un bando regionale da 20mila euro per poter lanciare un progetto di ricerca proprio su questo tema. “Sono stati stanziati dei fondi per la ricerca sulla canapa e il nostro progetto prevede una semina id varietà di canapa certificate a livello europeo. Saranno seminate in primavera in un ettaro di terra vicino all’aeroporto di Bari”, sottolinea il biologo Marcello Colao puntualizzando che: “Dopo i campionamenti preventivi, sarà preparato il terreno e si procederà con la semina per verificarne le capacità fitodepuranti: metà del terreno sarà seminata a filari e l’altra metà ‘a macchia' per fare poi un paragone sulla loro capacità di estrarre metalli pesanti dal terreno”. E' il progetto GREEN, acronimo che sta per generare risorse ed economie nuove.

Saranno seminate diverse varietà in modo da confrontare la diversa capacità di depurare i terreni e capire quali possano essere più performanti. E poi si passerà allo studio delle parti della pianta in cui vengono stoccati i metalli pesanti assorbiti dal terreno. Il punto interrogativo è se la canapa impiegata per questo tipo di bonifiche possa poi essere riutilizzata per lavorazioni industriali che ovviamente non prevedono l’uso alimentare. “Da letteratura scientifica la parte del fusto potrebbe essere impiegata in vari settori come nella bioedilizia o nella filiera bioenergetica come biomassa”.

Non solo, perché esiste una tecnica, chiamata fitoestrazione, che permette di recuperare i metalli estratti dal terreno che possono essere successivamente riutilizzati nell’industria. E’ una metodica già impiegata che permetterebbe di chiudere un cerchio importante: non solo si ripulisce la terra, ma si riescono anche a recuperare i metalli pesanti come cadmio, piombo o rame, che sarebbero addirittura più rispetto a quelli ottenuti con i vari processi di estrazione classica.


in foto: La canapa coltivata presso la masseria Fornaro
Ma l’ABAP, insieme a Canapuglia, era già stata protagonista di uno dei primi progetti italiani di fitorimediazione con la canapa, effettuato presso la masseria Fornaro che sorge vicino all’ex Ilva, in cui tutti gli ovini erano stati abbattuti a causa degli alti livelli di diossina riscontrati. “Era stata anche una provocazione – spiega Colao –  per dire che Taranto non è soltanto l’Ilva, ma può essere origine di una nuova buona pratica che può essere considerata un volano per una nuova economia verde per la città, soprattutto per gli allevatori e coltivatori e per favorire il ritorno dei giovani nelle nostre campagne”.

E anche in Sardegna nel 2017 è stato avviato un progetto sperimentale a cura dell’agenzia regionale Agris sempre per indagare queste proprietà della canapa.

“Ci auguriamo che le piante possano rispondere bene al progetto sarà accompagnato da eventi pubblici e sfocerà probabilmente in una pubblicazione scientifica per dare il nostro contributo. Voglio sottolineare che si tratta di un progetto finanziato dal pubblico, e sulla canapa ad oggi ce ne sono davvero pochi, con la Puglia che può indicare una via che spero possa essere seguita anche dalle altre regioni”.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/la-canapa-per-ripulire-il-pianeta-dai-metalli-pesanti-in-puglia-parte-la-sperimentazione/

Steve Cutts - The Turning Point


Di Salvatore Santoru

L'illustratore ed animatore britannico Steve Cutts ha recentemente pubblicato un nuovo video.
In tale video, postato il primo gennaio 2020, viene ribaltato il rapporto tra l'essere umano e la natura

In esso, riporta Ecopost(1), Cutts ha espresso una decisa critica rivolta alla società contemporanea e alla sua relazione con l'ambiente e il mondo animale.

NOTA:

(1) https://lecopost.it/cambiamento-climatico/the-turning-point-il-nuovo-capolavoro-di-steve-cutts/

Amianto: il killer silenzioso con il quale continuiamo a convivere


Di Marco Cedolin

A partire dall’inizio del secolo scorso l’amianto è stato utilizzato nei più svariati ambiti d’uso, in virtù delle proprie qualità ignifughe, delle proprietà isolanti e della duttilità con cui poteva essere lavorato. Nonostante già negli anni 40 fosse noto come l’esposizione alle fibre di asbesto potesse provocare il mesotelioma pleurico (un tumore maligno particolarmente aggressivo con tasso di mortalità del 100%), altre forme di carcinomi maligni e naturalmente l’asbestosi, fin quasi alla fine del secolo l’amianto venne estratto e utilizzato in maniera sempre più smodata.  Nella coibentazione degli edifici, così come delle navi e dei treni, come materiale da costruzione nell’edilizia (il tristemente noto Eternit) per fabbricare tegole, tubazioni, pavimenti, canne fumarie, ripiani dei forni per la panificazione, nella produzione delle auto, delle tute dei Vigili del fuoco, degli assi da stiro, nella fabbricazione della plastica, dei cartoni, della corda, perfino come coadiuvante nella filtrazione del vino....

Insomma fino al 1992, anno in cui la produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono state messe fuori legge in Italia, tutti noi abbiamo vissuto immersi in una sostanza killer che praticamente era presente dappertutto, nelle nostre case, nei mezzi con i quali ci spostavamo, così come nei luoghi dove lavoravamo. Per non parlare dei lavoratori che estraevano l’asbesto dalle cave, come a Balangero, o di coloro che lo lavoravano, come i migliaia di dipendenti della Eternit di Casale Monferrato. E di tutte le persone che vivevano in prossimità delle cave o delle industrie di produzione.

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano e può pertanto venire trasportata dai venti a grande distanza, mentre risulta estremamente difficile bloccarla con dei filtri. Inoltre se è vero che un’esposizione prolungata nel tempo ad elevate quantità di fibre d’amianto (come accadeva ai lavoratori e ai loro familiari che venivano a contatto con gli indumenti) aumenta significativamente la probabilità di contrarre il mesotelioma o l’asbestosi, lo è altrettanto il fatto che non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa. Una sola fibra d’amianto, qualora inalata, potrebbe insomma essere sufficiente per innescare le patologie di cui sopra.

Abbiamo scritto che dal 1992, in virtù della legge 257 la produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono state dichiarate fuori legge in Italia, ma questo purtroppo non significa che l’amianto sia sparito dalle nostre vite e con esso il rischio di ammalarci. Intorno a noi esistono ancora vecchie case e capannoni con i tetti in Eternit esposti alle intemperie, moltissimi edifici sono ancora coibentati con l’amianto senza essere stati bonificati, così come le vecchie carrozze ferroviarie e molto altro ancora.

Secondo le stime di Cnr-Inail e dell’Osservatorio nazionale amianto, in Italia esistono ancora circa 40 milioni di tonnellate di amianto da bonificare e sono ben 96mila i siti contaminati da amianto censiti dal ministero dell’Ambiente. Ad oggi sono state censite sul territorio nazionale 370.000 strutture che hanno circa  58.000.000 di m2 di coperture in cemento amianto, ma finora solamente 6 Regioni hanno effettuato il necessario censimento, per cui le cifre reali saranno per forza di cose molto più alte.
Tra tutti i rifiuti esistenti quelli contenenti amianto sono secondi solamente ai rifiuti solidi urbani e primi in assoluto nel novero di quelli nocivi, l’85% di essi è costituito da cemento-amianto.

Proprio per questa ragione in Italia, oltre 25 anni dopo la sua messa al bando, l’amianto provoca ancora 6000 morti ogni anno, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che nel mondo sono 125 milioni le persone esposte al rischio amianto e si calcola che l’impatto economico dell’asbesto nei Paesi della UE sia pari a 410 miliardi l’anno, lo 0,7% del suo PIL.
Questo accade poiché la legge 257 del 1992 che ha messo al bando l’amianto non impone l’obbligo di dismissione di tale sostanza o dei materiali che la contengono, operazione per effettuare la quale sarebbero necessarie enormi risorse economiche.
L’amianto una volta rimosso dal luogo dove era allocato deve essere smaltito all’interno di discariche per rifiuti speciali (la tecnica in assoluto più utilizzata ma che non rappresenta una soluzione definitiva al problema) o reso inerte attraverso una complessa serie di procedure che comportano una totale trasformazione cristallochimica delle fibre, rendendo di fatto il materiale riciclabile, e in entrambi i casi si tratta di operazioni estremamente costose di cui nessuno intende assumersi l’onere.
Inoltre le discariche adatte a ospitare i rifiuti contenenti amianto in Italia sono solamente una ventina e una cospicua parte del materiale viene “esportata” in Germania con conseguente aggravio dei costi.

Senza dimenticare che il conferimento dell’amianto in discarica non elimina il rischio del rilascio di fibre nell’ambiente in quanto l’imballaggio può lacerarsi per decadimento strutturale e rilasciare un numero notevole di fibre nei percolati, così come le discariche possono subire fessurazioni per essiccamento o cedimenti differenziali, generando contaminazioni del suolo o delle acque.
Il risultato di questa situazione determina il fatto che quasi una trentina d’anni dopo la sua messa al bando l’amianto continui ad albergare fra noi, come un killer silenzioso  che purtroppo non ha smesso di mietere le proprie vittime. Occorre assolutamente un piano nazionale serio, sostenuto dai necessari cospicui investimenti, per mappare a livello nazionale tutte le criticità esistenti e smaltire al più presto l’enorme quantità di amianto ancora presente, possibilmente privilegiando le tecniche d’inertizzazione che sono in grado di risolvere definitivamente il problema, piuttosto che non il conferimento in discarica.
Occorre farlo e farlo presto, perché 6000 morti evitabili ogni anno sono un prezzo da pagare davvero troppo alto per un Paese che ha la velleità di definirsi civile.

Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/amianto-il-killer-silenzioso-con-il-quale-continuiamo-a-convivere/


http://ilcorrosivo.blogspot.com/2019/10/amianto-il-killer-silenzioso-con-il.html

Dopo la Siberia gli incendi devastano anche l’Amazzonia


Di Andrea Muratore

Luglio nero per l’ecosistema planetario. Dopo le foreste siberiane brucia l’altro grande “polmone verde” della Terra, la foresta amazzonica brasiliana. L’Inpe, l’ente brasiliano della ricerca spaziale, ha lanciato l’allarme sulla condizione della più grande foresta del Sudamerica: in Amazzonia si sono concentrati il 52,5 per cento degli incendi divampati tra gennaio e agosto 2019 in tutto il Brasile, cresciuti dell’82% rispetto a tutto l’arco del 2018 e passati da poco meno di 40.000 a quasi 73.000 in soli otto mesi.
Il colpo è duro per una serie di fattori. In primo luogo quello ambientale. L’Amazzonia è il più ricco polmone di biodiversità del pianeta, popolata da specie animali e vegetali in larga parte endemiche, e al tempo stesso un vero e proprio regolatore degli equilibri climatici planetari come pochi altri elementi (essenzialmente la Corrente del Golfo e El Nino). I 5,5 milioni di chilometri quadrati dell’Amazzonia, in larga parte interni al territorio brasiliano, trattengono circa il 10% dell’anidride carbonica emessa a livello globale, in una quantità stimata in circa 110 miliardi di tonnellate. Una riduzione dell’area coperta dall’Amazzonia,specie negli oltre 2,7 milioni di chilometri quadrati protetti come riserve di biodiversità o santuari indigeni, colpirebbe al cuore tale potenzialità.
Il secondo fattore è di ordine politico e sociale. L’Amazzonia è al centro di una vera e propria “guerra” di matrice economica che i roghi hanno tutta l’aria di incentivare gravemente. L’ascesa al potere di Jair Bolsonaro a inizio anno, infatti, ha scatenato appetiti e sfide sul futuro dell’Amazzonia. Da un lato, la biodiversità e i popoli indigeni, che vivono nelle aree loro assegnate dal governo centrale. Dall’altro, i fazendeiros del comparto agroalimentare brasiliano, sostenitori del Presidente e rappresentati nel governo dal ministro dell’Agricoltura Tereza Cristina, i cercatori d’oro, i finanzieri e gli industriali in cerca d’affari e un’amministrazione pubblica che si mantiene schierata sul loro medesimo versante.

Una guerra contro l’Amazzonia

Ne abbiamo avuto un assaggio alcune settimane fa, e lo abbiamo raccontato su queste pagine: “Nel Nord del Brasile è iniziata un’offensiva pericolosa, condotta contro una tribù indigena costretta a difendere con le unghie e con i denti i suoi terreni. Parliamo dell’attacco dei cacciatori d’oro abusivi, i garimpeiros, contro la piccola e isolata popolazione dei Waiapi,costituita da soli 1.200 individui sparsi su una distesa di oltre 600.000 ettari di foresta vergine che copre territori ricchi di risorse e materie prime. L’oro è il volano di un attacco che i Waiapi hanno subito dopo trent’anni di convivenza pacifica con le comunità locali e i governi brasiliani, nella giornata di sabato 20 luglio”. Assalti e incendi sono il mezzo con cui si sostanzia l’attacco all’Amazzonia: e innegabile è l’impatto del fattore umano e dei roghi dolosi nell’aumento del 15% della deforestazione della foresta pluviale tra il 31 luglio del 2018 e il 31 luglio del 2019 nei nove Stati brasiliani in cui l’Amazzonia si estende (Acre, Amapà, Amazonas, Parà, Rondonia, Roraima e aree degli stati di Mato Grosso, Tocantins e Maranhão).
La somma di agricoltori desiderosi di espandere i loro terreni, cercatori d’oro abusivi e personaggi in cerca d’autore che agiscono per favorire l’antropizzazione della foresta ha più volto prodotto gravi danni all’Amazzonia, e non sarebbe strano ipotizzare un revival di queste azioni ora che a Brasilia si è insediato un governo aggressivo con la foresta e poco desideroso di mettere la conservazione dell’Amazzonia in cima alle sue priorità politiche.
Bolsonaro ha incentivato con durezza la linea pro-business del predecessore Michel Temer, che nell’agosto 2017 ha provato senza successo a ottenere l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati. E con le dichiarazioni e le sue azioni politiche ha mostrato di voler limitare gli spazi per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni: scandalosa, in tal senso, è stata la nomina alla guida della Funai, agenzia governativa per la tutela degli indigeni, di un  paladino dell’agrobusiness, il 41enne Marcelo Xavier da Silva.

Bolsonaro dà la colpa alle Ong

Per Bolsonaro, gli studi dell’Ispe sono tutt’altro che attendibili. Come scrive Agenzia Nova, “Bolsonaro, ha criticato duramente il presidente dell’Inpe, Ricardo Galvao, per aver divulgato i dati che mostrano una preoccupante accelerazione nel processo di deforestazione dell’Amazzonia, accusando Galvao di essere un “bugiardo al servizio di qualche Ong”, e affermando che la deforestazione deve essere combattuta non facendo “campagna contro il Brasile”, dal momento che la diffusione di dati allarmanti “danneggia” il paese”. Immediata la replica di Galvao, che accusa Bolsonaro di essere “pusillanime e codardo […] Ha fatto commenti impropri, infondati e ha fatto attacchi inaccettabili”.
L’attacco di Bolsonaro, che cozza con le migliaia di segnalazioni video e fotografiche degli eventi catastrofici, è un segno del nervo scoperto rappresentato dalla questione amazzonica. Il Presidente deve accontentare l’agrobusiness per favorire la ripresa dei suoi consensi in continuo calo, ma poterlo fare senza ricevere le critiche globali per aver scatenato una corsa all’Amazzonia è per lui difficoltoso. Non è detto, data l’ondata di sdegno suscitata, che possa però essere molto meno costoso politicamente attendere l’azione individuale dei singoli avventurieri. A perderci è il polmone verde del Sudamerica. Priva di tutele, colpita dagli incendi e da una corsa selvaggia all’accaparramento delle sue risorse, l’Amazzonia soffre. E ai tropici, come nel grande nord siberiano, il fuoco impone un durissimo prezzo alla salute dell’ambiente globale.

La deturpazione del paesaggio dei colli Berici


Di Gianni Sartori

Esteticamente parlando, come una bestemmia  in Chiesa. Oppure uno sfregio sulla Gioconda, l'originale beninteso. Se preferite: come portare il cane a  pisciare sull'Altare della Patria...
Questo è quanto verrebbe da pensare “contemplando” l'ennesimo colpo inferto  al paesaggio collinare berico. Una villa in costruzione che già troneggia (letteralmente) sopra Castegnero, umiliando la svettante pieve (a cui ora si sovrappone, incongrua, la pesante presenza della nuova costruzione) e spezzandone lo slancio spiritualmente ascensionale.
Per non parlare del crinale che - lievemente, elegantemente - discende da Sermondi verso la piccola incisione (il “passo” per Lumignano) per poi riprendere ritmo fino alla “vetta” del Castellaro.
Mi spiace per voi ma ormai l'armonia è spezzata, irreparabilmente.
Proprio lungo la linea dei Covoli che sovrastano Nanto e Castegnero con due evidenti lunghi affioramenti rocciosi, ad un osservatore superficiale potrebbe sembrarne emerso un terzo. Ma si starebbe ingannando. In realtà è un lungo muro in cemento (di contenimento, presumo, altrimenti con i brutali sbancamenti veniva giù tutto). E sopra il muro, la casa, due piani. Fin troppo visibile dalla pianura (o forse lo scopo era questo, ostentare l'agognato status symbol finalmente acquisito).
In passato qui c'era soltanto un minuscolo rudere, buono per qualche attrezzo o - al massimo  - riparo per un animale (proprio uno, di numero, due pecore non entravano). Sufficiente comunque per giustificare (in base a quali criteri?) la nuova smisurata  - rispetto al contesto - costruzione.
Amministrazioni distratte sui Beni comuni (ed il paesaggio dei Colli Berici è “bene comune”), popolazioni poco attrezzate culturalmente nell'opporsi a chi è ricco e benestante. 
Magari sarà anche tutto formalmente in regola...e poi comunque prima o poi interviene un condono o un piano-casa a sanare il tutto. Con tanti saluti all'ambiente, al paesaggio, all'estetica, alla biodiversità, al genius loci etc.
Un film già visto. A Cà Menarini (alla fine del secolo scorso) o al Crearo (più recentemente).
Insomma, ancora una volta è stato applicato il noto articolo quinto (“chi che ga fato i schei ga vinto”). 
Per ora il Mondo va ancora così...
Per ora.


FONTE: https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62258

https://www.nuovaresistenza.org/2019/07/il-mite-paesaggio-dei-colli-berici-nuovamente-deturpato-gianni-sartori/

Pesticidi, il lato oscuro dell’Europa: così le lobby minacciano la salute dei cittadini


Di Irene Dominioni

Se voi aveste un campo di pomodori che dovete proteggere da insetti o malattie in modo da renderli sani e commerciabili, ma non sapeste se il pesticida che dovete usare potrebbe essere dannoso per la salute, lo usereste comunque? Ecco, questo è a grandi linee il dilemma che la Commissione europea si è trovata davanti nella discussione intorno alle direttive sui pesticidi agricoli all’interno dell’Ue. E la risposta che il corpo europeo ha dato è problematica.
Stando ad oltre 600 documenti interni che il Pesticide Action Network (PAN) Europe, un’unione di 38 organizzazioni in Europa e 600 a livello mondiale, è riuscito ad ottenere dopo una battaglia legale durata per ben due anni contro la Commissione, infatti, il quadro che emerge è poco confortante. All’interno dei lavori sulla definizione dei criteri scientifici per l’identificazione e il divieto di alcuni pesticidi di tipo EDC (ovvero “interferenti endocrini”, e cioè che alterano la normale funzionalità ormonale dell'apparato endocrino, ndr) un numero non meglio determinato di funzionari della Commissione europea avrebbe “spinto” per la protezione degli interessi economici del settore agricolo e industriale, a discapito della protezione della salute dei cittadini. In particolare, nel confronto sulla normativa che dovrebbe mettere al bando 32 pesticidi EDC, diversi DG (directorate-general, ndr) avrebbero cercato di piegare i criteri del cosiddetto impact assessment, equiparando criteri come la redditività agricola alle considerazioni di sicurezza medica.
«Come possono dei funzionari della salute tentare di distorcere una legge pensata per proteggere le persone in qualcosa che fa l’opposto, per conto di industrie che causano gravi malattie?», si chiede il portavoce di PAN Europe Hans Muilerman.
In particolare, infatti, sarebbe stato lo stesso DG Sante (il directorate-general dedicato alla salute all’interno della Commissione), tra gli altri, a contestare il principio della “non exposure”, quello che prevede l’esposizione nulla a determinati tipi di sostanze, premendo per distorcere la regolamentazione. Di più: PAN Europe, documenti alla mano, accusa lo stesso Segretariato generale della Commissione di aver orchestrato il cambio verso un impact assessment irregolare.
A questo punto, va detto che nella discussione all’interno della Commissione prendono parte diversi Directorate-General, come DG Growth, DG Enteprise, DG Environment (tra i pochi ad aver contestato il cambio di rotta), DG Research e DG Employment, in cui ognuno preme per difendere i propri interessi. «La gerarchia di questi DG, fortemente voluta da Juncker, ha dato ad alcuni di questi più peso che ad altri, e chiaramente DG come Growth o Enterprise hanno tutto l’interesse a rimuovere qualsiasi blocco al commercio. Lo stesso Segretariato generale ha un ruolo di peso, e si è dimostrato molto favorevole alle istanze economiche rispetto a quelle sanitarie», spiega Muilerman. Secondo la ricostruzione di PAN Europe, addirittura la Segreteria sosterrebbe la tesi che «più pesticidi rimangono in circolazione, minore è l’impatto sulla salute e sull’ambiente», e che «meno pesticidi EDC vengono identificati, meglio sarebbe», riporta il PAN.
Sull’uso delle sostanze chimiche in agricoltura, l’Unione europea ha iniziato a prendere misure a partire dal 2009. Ad oggi, in particolare malathion, diazinon, glifosato, tetrachlorvinphos e parathion sono stati indicati come pesticidi potenzialmente cancerogeni. Ma se alcuni di questi, come il tetrachlorvinphos e parathion, sono già stati banditi all’interno dell’Unione europea, altri, invece, vengono ancora utilizzati.
«Dei 500 diversi tipi di pesticidi disponibili sul mercato, la Commissione si era già pronunciata definendone 32 come tossici, ma ce n’è ancora almeno un 10% che dovrebbero essere vietati e che dovremmo togliere dalla circolazione il prima possibile», dice ancora a LinkiestaMuilerman.
Per stabilire il livello di pericolosità di una sostanza, in termini legislativi, si utilizza quello che in inglese viene chiamato hazard approach, ovvero un processo che identifica il livello accettabile di esposizione umana a determinate sostanze. Unico nel mondo, spiega Muilerman, questo principio comporta che ogni pesticida che viene classificato come EDC, cancerogeno, mutageno, tossico, persistente o bioaccumulante, anche a dosi molto basse, debba essere vietato in Europa. «Per alcune categorie speciali è prevista un’esposizione pari a zero, stabilita proprio dall’Unione europea nel 2009 con l’obiettivo ultimo della protezione dei cittadini», spiega l’esperto a Linkiesta.
Il problema fondamentale tra i pesticidi agricoli, infatti, è che diversi tipi di sostanze sono stati riconosciuti come potenziale causa di tumori, difetti alla nascita, alterate capacità riproduttive e altri disturbi dello sviluppo. Addirittura, non molto tempo fa casi di malformazioni degli arti di neonati venuti alla luce in tre diverse regioni rurali della Francia sarebbero stati attribuiti proprio ai pesticidi presenti nel cibo.
Malgrado si trovino dappertutto (i pesticidi vengono infatti usati soprattutto nelle coltivazioni di frutta e verdura, ma anche in carni e uova), però, l’effetto dei cosiddetti prodotti fitosanitari - pesticidi, insetticidi ed erbicidi - sulla salute umana è ancora poco compreso a livello scientifico, e quindi anche lì dove si sa che alcune sostanze possono causare il cancro, ad esempio, non si sa con precisione come ciò avvenga. La ragione di ciò è la mancanza di dati certi - numerosi sono i fattori esterni e le sostanze con cui si viene a contatto quotidianamente che possono incidere sullo stato di salute di una persona, il che rende difficile isolare il singolo componente.
Se possibile ancora più problematico, però, secondo quanto riportato dall’ultimo dossier di Legambiente “Stop pesticidi”, è il multiresiduo, ovvero la presenza contemporanea di più residui di prodotti fitosanitari su frutta e ortaggi. Sebbene sia più frequente rispetto al monoresiduo, osserva lo studio di Legambiente (che ha individuato la presenza di residui multipli nel 18% del totale dei campioni analizzati, contro il 15% di residui singoli), infatti, nella legislazione europea il multiresiduo «non viene considerato come non conforme se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano».
È soprattutto per queste ragioni che il PAN si è posto l’obiettivo di limitare il più possibile l’uso di pesticidi nelle filiere agricole, per sostituirli con metodi più ecosostenibili e meno impattanti, come ad esempio l’applicazione di corrette pratiche di gestione agronomica. Anche perché le conseguenze dell’uso di pesticidi non si riscontrano soltanto in termini dell’impatto sulla salute delle persone, ma anche sull’ambiente. Secondo quanto osserva il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti, infatti, «solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione». Le conseguenze sono facili da immaginare: «inquinamento delle falde acquifere e possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale».
In un tale contesto, dovremmo dare per scontata la malafede della Commissione nel tentativo di modificare la normativa attuale? Probabilmente no, ma il problema rimane: questo caso dimostra come sia stato molto facile per attori esterni inserirsi e indirizzare le regolamentazioni in una certa direzione, e come le lobby a Bruxelles giochino un ruolo di peso nell’elaborazione delle leggi. «C’è un rapporto molto sbilanciato tra l’industria e la Commissione, principalmente perché l’industria ha più risorse: così ha largo accesso al DG Growth - i loro portavoce si incontrano ogni settimana e si vantano di fronte alla Commissione di quanto sono sostenibili. D’altra parte, la Commissione non ha una conoscenza approfondita della questione, non hanno esperti interni, devono assumere dei professionisti per fare le valutazioni ma questi professionisti non possono verificare tutti gli aspetti. Allo stesso tempo la decisione non è solamente scientifica, ma anche politica, perché la votazione finale avviene all’interno della Standing committee che è composta dagli Stati membri e dai ministri dell’agricoltura, che spingono per un compromesso», puntualizza Muilerman.
Insomma, ad oggi rimane un serio rischio che pochi, se non nessuno, tra i pesticidi più dannosi ancora in circolazione venga vietato: «molti rimangono sul mercato, tra cui l’Epoxiconazolo, il Mancozeb, il Metconazolo, il Thiacloprid e il Tebuconazolo», specifica il PAN. Se ancora una volta è chiaro che l’unica direzione da prendere è quella della sostenibilità ambientale e della tutela della salute delle persone, è ancora più chiaro che, specialmente in casi come questo, la scelta da compiere è soprattutto politica: la Commissione non può permettersi di privilegiare interessi commerciali rispetto a quello per la salute delle persone. «È stato per merito di una chiara decisione politica che l’Europa ha adottato l’hazard approach, uno scudo dorato contro i pesticidi tossici che i funzionari devono applicare in pieno», conclude Muilerman. «Per questo speriamo che le prossime elezioni europee portino freschezza al comando di Bruxelles, per dare nuova vita a questa e a molte altre buone leggi Ue».

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *