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Giornata internazionale dell'ambiente 2020- COMUNICATO CNDDU


mondiale dell’ambiente 2020 (5 giugno), proclamata il 15 dicembre 1972 dall'Assemblea generale
delle Nazioni Unite con risoluzione n. 2994 in occasione dell'istituzione del Programma delle
Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) e della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano
tenutasi a Stoccolma dal 5 al 16 giugno del 1972, intende sensibilizzare il mondo della scuola sulle
prerogative di strategie ambientali ecosostenibili e praticabili nella vita di ogni giorno. Lo slogan
per l’edizione 2020 è “È il momento per la Natura”.

Considerando che un milione di specie viventi (su un totale stimato di circa 8,7 milioni) è
fortemente a rischio a causa delle alterazioni indotte dall’uomo all’ecosistema; che la temperatura
aumenta proprio in Italia, Annuario dei dati ambientali 2019 dell’Ispra, più che in altre parti del
mondo (+1,71° nel 2018 contro +0,98° globale); che è stato registrato una crescita della temperatura
media pari a circa 0,38 °C ogni dieci anni, soltanto nel periodo 1981-2018, che, dato ancora più
allarmante, l’Italia, con 14.600 decessi prematuri l’anno, è la prima nazione europea per morti
causate dall’NO2, non possiamo più parlare di “coincidenze” e dobbiamo invece responsabilizzarci
circa il ruolo che possiamo assumere per salvare quanto resta dell’equilibrio climatico.

La scuola può intervenire in diverse maniere, sottolineando l’importanza del fattore individuale:
ciascuno può fare tantissimo nel suo piccolo.
Molteplici sono i fattori che contribuiscono a danneggiare il pianeta: ecoreati (inquinamento
ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento
del controllo, omessa bonifica); riscaldamento globale; industria allevamento intensivo; diffusione
malattie connesse al trasferimento in un nuovo habitat di una specie tipica di un’area.

IL CNDDU propone di rendere una buona pratica – abitudine stilare un elenco di azioni quotidiane
finalizzate alla salvaguardia del pianeta da pubblicare sulla bacheca digitale di ogni classe. I docenti
potranno inviarci alla nostra email (coordinamentodirittiumani@gmail.com) le migliori soluzioni e
attività proposte. L’hashtag della giornata è #cooperariamoperunmondopulito.

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Giornata internazionale della biodiversità- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione della Giornata
internazionale della biodiversità del 22 maggio 2020, invita la comunità scolastica a riflettere
sull’importanza della conservazione di tutte le specie viventi.

La giornata è stata istituita dall’Assemblea delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 55/201 del 20
dicembre del 2000, per celebrare la Convenzione sulla diversità biologica adottata il 22 maggio del 1992 e
per promuovere la consapevolezza globale delle problematiche connesse alla biodiversità.
La diversità è una ricchezza. In natura essa consiste in una varietà di ecosistemi che ospitano una varietà di
interazioni tra specie animali e vegetali, ognuna delle quali è, a sua volta, caratterizzata da una varietà
genetica.
Oggi sappiamo quanto le conseguenze della continua perdita della biodiversità pesino in termini sanitari,
sociali ed economici sull’intera umanità.

Secondo il rapporto del WWF  “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi – Tutelare
la salute umana conservando la biodiversità” c’è un legame causale indiretto tra le malattie che oggi
minacciano l’umanità ( Ebola, AIDS, SARS, influenza aviara, influenza suina e il nuovo coronavirus SARS-
CoV-2 (COVID19)) e la perdita di biodiversità determinata dal nostro impatto sugli ecosistemi naturali.
Proprio il 2020 è un anno conclusivo del decennio delle Nazioni Unite sulla biodiversità” e, per tale
occasione, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha convocato un vertice in vista del 15° Riunione della
Conferenza delle Parti della Convenzione sulla diversità biologica (COP 15 della CBD) per valutare gli esiti
del Piano strategico adottato nel decennio trascorso e individuare le strategie politiche globali post 2020, in
ragione degli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Lo slogan lanciato per la Giornata internazionale della biodiversità 2020 è "Le nostre soluzioni sono nella
natura" che suona come un monito alla riprogrammazione del futuro in armonia con la natura.

La nostra sopravvivenza e il nostro benessere, infatti, dipendono dalla salubrità e dalla varietà degli
ecosistemi del nostro pianeta, ecco perché occorrono atti di responsabilità e responsabilizzazione per
trasformare le buone intenzioni in comportamenti attuali, seri e vincolanti.
A tale scopo, il CNDDU invita docenti e studenti a proporre ai Consigli d’Istituto l’introduzione di una
normativa regolamentare e negoziale con la previsione di impegni e comportamentali ecosostenibili.
Si propone di integrare il Patto educativo di corresponsabilità con formali impegni di educazione, formazione
e tutela ambientale al fine di perseguire gli obiettivi ambientali dell’Agenda 2030 con un’attiva
collaborazione tra studenti, scuola e famiglie, inserendo anche nel Regolamento d’Istituto di norme
comportamentali che incentivino la cura dell’ecosistema e ne sanzionino i danneggiamenti.
Tendere all’ideale di una scuola ecosostenibile ad impatto zero sull’ecosistema significa dare la possibilità
alle comunità scolastiche di diventare soggetti attivi per la biosicurezza.
Il CNDDU rende disponibile sul proprio sito un modello per le scuole e le invita a condividere il Patto
educativo di corresponsabilità ambientale (P.E.C.A.) alla mail coordinamentodirittiumani@gmail.com al fine
di creare un vero e proprio elenco delle scuole con P.E.C.A.
In questa giornata lanciamo l’hashtag siamo natura – sì amo natura.
#siamonatura

Prof. Veronica Radici
CNDDU

Ambiente, 40 anni fa sapevamo già tutto


Di Massimo Fini
Non ho niente da fare. Scartabello il mio archivio cartaceo, che ovviamente è datato al tempo in cui i giornali esistevano ancora, e trovo la cartellina “Ambiente”. Sono articoli fra la fine degli anni 80 e gli inizi dei 90. L’allarme ambientale, con tutte le sue implicazioni che non sono solo e semplicemente ecologiche ma anche sociali ed esistenziali, era stato lanciato una ventina d’anni prima dal Club di Roma diretto da Aurelio Peccei che aveva incaricato un gruppo di scienziati del mitico MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) di elaborare uno studio che era stato poi raccolto in un libro col titolo: I limiti dello Sviluppo. C’erano stati dei precursori come Rachel Carson che aveva pubblicato Silent spring (1962) ma avevano avuto una scarsissima eco perché negli anni Sessanta la sensibilità ambientale era modesta. A cavallo fra gli Ottanta e i Novanta la questione era diventata invece calda. 
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Dopo la pubblicazione de I limiti dello Sviluppo conferenze internazionali sull’ambiente, con partecipazione spesso di capi di Stato, si sono fatte un po’ ovunque ma senza cavarne un ragno dal buco perché nessuno vuole rinunciare al mito della crescita, inoltre sono entrati in scena Paesi enormi come la Cina che stanno crescendo esponenzialmente. Ma quello che negli anni Ottanta poteva sembrare un dibattito fra intellettuali, oggi è diventata una questione di vita o di morte. Secondo una ricerca della rivista scientifica Geophysical Research Letters dal 1979 il volume del ghiaccio del Polo Nord si è ridotto del 70 per cento. Ma è solo uno dei tanti segnali sinistri dell’aumento sempre più galoppante dell’anidride carbonica (Co2) nell’atmosfera, dovuto, in massima parte, alla produzione industriale.

OGGI È L’OVERSHOOT DAY ITALIANO


Di C. Alessandro Mauceri 

Presi dall’emergenza e dalla frenesia per il Covid-19 e dalle conseguenze sanitarie ed economiche, di ambiente non si parla più. Anche la COP26, che avrebbe dovuto svolgersi a novembre a Glasgow, in Scozia, è stata rimandata a data da destinarsi, al contrario delle partite di calcio che si “devono” giocare e subito.
Figurarsi se in questo quadro a qualcuno possa interessare di sapere che cosa accade il 14 maggio.
Il 14 maggio è l’Overshoot Day italiano, il giorno in cui si esaurirebbero le risorse se tutti gli abitanti della Terra si comportassero come fa l’Italia. Per fortuna non tutti sono altrettanto “spreconi” e la data in cui si celebrerà l’Overshoot Day mondiale dovrebbe cadere tra qualche mese, il 29 luglio.
Due date, un solo argomento, tanti spunti di riflessione.

Il primo è che questo giorno cade ogni anno sempre prima. Ciò significa che stiamo sfruttando le risorse naturali in modo sempre più irrazionale, che stiamo consumando le risorse che il nostro pianeta ci mette a disposizione come se ne avessimo a disposizione non uno, ma ben due (o quasi: 1,7 circa). Nel 1987, ben prima dell’introduzione delle COP e anche della firma del primo protocollo di Kyoto, la Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo WCED, guidata da Gro Harlem Brundtland, ministro norvegese, pubblicò un documento noto come Rapporto Brundtland o come Our Common Future nel quale per la prima volta veniva definito e introdotto il concetto di “sviluppo sostenibile”: “Uno sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
Da allora, nonostante gli accordi internazionali, le conferenze per l’ambiente, le promesse fatte dai paesi e dai governi che si sono succeduti non hanno fatto altro che far peggiorare la situazione e far aumentare la “pressione” che esercitiamo sulla capacità delle risorse terrestri di “ricaricarsi”.

A confermarlo è l’impronta ecologica dei singoli paesi e nel suo insieme quella della Terra. Anno dopo anno i paesi più sviluppati della Terra mettono sempre più a rischio la biocapacità globale, cioè la capacità del pianeta di rigenerare risorse naturali.
Il secondo aspetto importante (ma anche di questo molti governi e i loro media preferiscono non parlare) è che esiste una radicale differenza tra quanto vengono sfruttate le risorse naturali dai paesi “sviluppati” e quanto invece fanno i paesi considerati meno sviluppati se non addirittura sottosviluppati e poveri. Quella dei paesi sviluppati è una ricchezza che costa al pianeta l’esaurimento delle risorse naturali prima che la Terra riesca a rigenerarle. A dimostrare qual è il costo nascosto di questo sviluppo, di questo consumismo sfrenato, basta vedere le date in cui i singoli paesi raggiungono il proprio Overshoot Day.
Ai primissimi posti ci sono alcuni paesi arabi, che grazie alle risorse petrolifere di cui dispongono pensano di poter fare tutto ciò che vogliono all’ambiente, e soprattutto molti paesi sviluppati: gli Stati Uniti d’America hanno già raggiunto il loro “punto di non ritorno” il 14 marzo, da allora in poi stanno vivendo sfruttando le risorse di altri paesi o causando danni irreversibili alle risorse incuranti delle generazioni future. Eppure nessun candidato alla Casa Bianca ne ha parlato, tranne forse Bernie Sanders che però si è chiamato fuori dai giochi. Subito dopo gli USA vi sono altri paesi “sviluppati”: Canada, Australia, Lussemburgo e perfino alcuni paesi “verdi” per antonomasia come la Danimarca, la Finlandia e la Svezia, che non sono riusciti ad andare oltre i primi giorni di Aprile.
All’altro capo di questa classifica troviamo l’Indonesia, un paese sorprendentemente quasi sostenibile: raggiunge il suo Overshoot Day il 18 dicembre. A seguirlo, l’Ecuador (14 dicembre), l’Iraq (7 dicembre) e il Nicaragua (5 dicembre). 
Tutti paesi di cui i media parlano solo quando c’è da riportare notizie negative, mai per lodare il fatto che riescono a vivere in modo ben più sostenibile della maggior parte dei paesi sviluppati.
In un mondo dove lo spreco e il consumismo prevalgono su tutto il resto, parlare di impronta ecologica, di impronta idrica o di qualsiasi altri strumento che possa mettere in evidenza il “bilancio ecologico” di una nazione, rappresentarne “i costi” sull’ambiente è scomodo. Forse è anche per questo motivo che, come spiega il Global Footprint Network, l’organizzazione che ogni anno calcola l’Overshoot Day, pochi si prendono la briga di analizzare e agire sulle “aree biologicamente produttive necessarie a produrre cibo, fibre e legname che la popolazione di quel paese consuma, ad assorbire i materiali di scarto come le emissioni di CO2, prodotti per generare l’energia che un Paese utilizza e a sostentare le infrastrutture che il paese realizza”. E di valutare come queste risorse vengono utilizzate.
E di Overshoot Day non parla nessuno. Anche in Italia.

La geopolitica dell’acqua: intervista a Alessandro Mauceri


Intervista di Salvatore Santoru a Alessandro Mauceri

Di Salvatore Santoru

L'acqua è, notoriamente, la risorsa naturale più indispensabile per l'essere umano e il pianeta. Negli ultimi anni tale risorsa è diventata sempre di più di importanza strategica e, d'altronde, i conflitti legati all'acqua sono in continuo aumento.

Di questa e di altre tematiche ne parlo oggi con C.Alessandro Mauceri, studioso di geopolitica e di questioni ambientali nonché autore del saggio “Guerra all’acqua”.
Tale intervista è stata, inoltre, originariamente pubblicata anche sul sito web del centro studi Osservatorio Globalizzazione”.

1- L’emergenza Covid-19 è stata considerata, per diversi aspetti, come una vera e propria “sfida epocale”. Inoltre, l’attuale pandemia mondiale è arrivata nel bel mezzo di una ‘Nuova Guerra Fredda’ che si sta combattendo tra gli Stati Uniti e la Cina.
Lei cosa pensa riguardo a tale contesto geopolitico e, d’altro canto, quali ritiene possano
essere i possibili scenari futuri?
Il contesto geopolitico che è emerso nelle ultime settimane è deludente, ma non sorprendente. I governi stanno facendo ognuno le proprie scelte, in modo indipendente, senza tener conto in alcun modo dei legami che esistono tra paesi e senza alcun controllo da parte di nessuno.
Basti pensare che la Commissione Europea, in barba ai numerosi incontri tenuti, non è mai arrivata ad una decisione condivisa e applicata da tutti. Stessa situazione a livello globale con le Nazioni Unite e l’OMS.
L’unico aspetto che è emerso con chiarezza e che, in caso di pandemia, ognuno pensa al proprio interesse. E, quando può, sfrutta le debolezze degli altri per il proprio tornaconto: si pensi alle dichiarazioni degli USA sulla Cina (accuse poco “diplomatiche” ma che non intaccano mai gli accordi economici).
In tutto questo ci sono un paio di aspetti da non sottovalutare. I danni causati dal corona virus non hanno intaccato settori essenziali per la sopravvivenza delle persone (acqua, generi alimentari, energia elettrica, telecomunicazioni, fonti energetiche, tutto ha continuato a funzionare regolarmente).
Anche il numero di morti, sebbene altissimo, non è stato così “pesante”: nel mondo esistono malattie o epidemie o anche semplici “stili di vita” che provocano annualmente più morti del corona virus, ma di cui non si parla mai (il tabagismo causa circa 6 milioni di morti ogni anno, la diarrea infantile, spesso legata all’acqua o all’alimentazione, colpisce oltre un miliardo di bambini ogni anno e causa quasi mezzo milione di morti trabambini da 0 a 5 anni…e la lista potrebbe essere lunga).
2- L’Unione Europea risulta essere sempre più divisa e, di conseguenza, diplomaticamente e politicamente assai debole.
La sfiducia dei cittadini nei confronti della stessa UE risulta essere di anno in anno maggiore e, inoltre, le stesse autorità di Bruxelles non sembrano essere all’altezza nel rispondere alle istanze e alle richieste dei cittadini che rappresentano o dovrebbero rappresentare. Ritiene che la crisi del Covid possa portare a maggiori criticità per l’UE o, invece, potrebbe costituire una svolta positiva ?
La pandemia in atto è l’ennesima prova (se mai ce ne fosse bisogno) che l’Unione Europea non è altro che una unione economica. Una serie di accordi per favorire la circolazione di merci e prodotti senza dazi o limitazioni alle frontiere (lo dimostra il fatto che anche dopo la sospensione degli accordi di Schengen – ben prima della diffusione del COVID-19 -, il trasporto delle merci non ha mai subito rallentamenti).
Il tentativo di trasformarla in una unione politica e sociale è stato ottenuto con costrizioni secondo molti al limite della legalità. Pressioni che non hanno mai raggiunto l’effetto sperato: gli europei non si sentono e non si sono mai sentiti un unico popolo. Anzi. Non manca occasione per mettere in risalto diversità profonde.
Diversità che in questi giorni sono venute a galla: i governi continuano ad adottare strategie contrastanti per fronteggiare l’epidemia e operano senza seguire (ammesso che ce ne siano) linee guida comuni.
É significativo che, in un momento delicato come quello attuale, né il Parlamento Europeo né la Commissione siano riusciti ad adottare misure concrete in tempi rapidi. Anche le promesse di concedere aiuti ai singoli paesi sono svanite nel nulla: sul MES c’è ancora poca chiarezza e sugli aiuti promessi pochi giorni fa dalla presidente della Commissione europea, le cifre reali potrebbero essere molto minori (di diversi zeri) di quelle che sbandierate da alcuni media. https://www.lospessore.com/06/04/2020/covid-19-e-ue-il-fondo-sure-ovvero-un-prestito-a-lungo-termine-spacciato-come-misura-solidale
3- Diverse guerre moderne sono state, notoriamente, combattute anche per il controllo e
l’accaparramento delle risorse petrolifere.
Due conflitti particolarmente significativi sono stati, in tal campo, quello dell’Iraq iniziato nel 2001 e la guerra contro la Libia del 2011.
Tuttavia, c’è da dire che il petrolio e il gas naturale non sono le uniche risorse per cui sono combattute diverse guerre contemporanee. Difatti anche altre risorse naturali, tra cui la stessa acqua, risultano essere sempre più strategicamente rilevanti.
Lei, in qualità di esperto della tematica, ritene che la ‘guerra all’acqua’ sarà la ‘guerra del futuro’ o se vogliamo che l’oro blu sta o è ormai diventato più rilevante del “classico” oro nero?
In una situazione di rischio, le “risorse” di ogni paese sono importantissime. L’acqua è una risorsa
fondamentale per la vita. Più dell’oro. Più del petrolio. Senza oro o senza petrolio si può vivere, senza acqua no (non è un caso se la prima cosa che si cerca, quando si scopre un nuovo territorio o un nuovo pianeta, è proprio l’acqua).
Anno dopo anno, la popolazione mondiale aumenta, mentre le risorse di acqua “potabile” diminuiscono (di tutta l’acqua presente sulla Terra solo una piccolissima parte è potabile. E
anche quella potabile, in buona parte non è facilmente utilizzabile perché troppo in profondità o
ghiacciata).
L’acqua, inoltre, non è equamente distribuita su tutto il pianeta: in alcune zone ce n’è più del necessario (e la si spreca), in altre non ce n’è abbastanza per sopravvivere (e si muore, letteralmente, di sete).
Ma non basta. Spesso la stessa fonte di acqua potabile è condivisa tra più paesi. Questo dà luogo a
veri e propri contrasti internazionali: il Nilo, ad esempio, fonte essenziale per la vita e l’economia
dell’Egitto, arriva in questo paese dopo aver attraversato altri stati, alcuni dei quali, hanno deciso di costruire delle dighe per la produzione di energia idroelettrica.
Una scelta che ha ridotto sensibilmente la portata del Nilo in Egitto e ha portato i governi ad un passo dalla guerra. Di esempi analoghi ce ne sono tantissimi (si pensi al razionamento dell’acqua nella Striscia di Gaza). Per questo il controllo delle risorse di acqua potabile è critico e potenzialmente causa di conflitti.
4- La ‘guerra all’acqua’ è legata, complessivamente, alle diverse problematiche ambientali che il mondo sta affrontando. Una di tali problematiche è quella dei cambiamenti climatici, che negli ultimi anni sono diventati un argomento molto discusso anche nei media e nell’ambito dell’opinione pubblica mondiale.
Lei come valuta le politiche che, sino ad ora, sono state adoperate in contrasto ai cambiamenti
climatici e come ritiene verrà affrontata la situazione nei prossimi anni ?
Nel 2016, alla COP di Parigi, i governi (e non solo) decisero di concentrare l’attenzione sulle emissioni di CO2 e sulle conseguenze ambientali e geopolitiche. Le diatribe sui reali effetti sull’uomo e sul pianeta dell’aumento delle emissioni di CO2 non sono più cessate (si pensi alle tesi, peraltro poco scientifiche, di Trump). Lo stesso anno, con la collaborazione di alcuni amici, scrissi un libro dal titolo Guerra all’Acqua (ed. Rosemberg e Sellier).
La nostra tesi era (ed è ancora oggi) che sarebbe meglio utilizzare l’acqua quale criterio per la valutazione dell’impatto dell’uomo sull’ambiente. Gli effetti delle emissioni di CO2 possono essere verificati solo nel medio/lungo periodo. Al contrario, per quanto riguarda l’acqua, esistono dati statistici certi e inoppugnabili di ciò che sta avvenendo. E dei rapporti di causa ed effetto.
La quantità di acqua potabile disponibile per persona nel mondo diminuisce anno dopo anno, a ritmi impressionanti. Fino a quando (soprattutto nei paesi più sviluppati) ce ne sarà a sufficienza non si vedranno grandi effetti.
Ma nel momento in cui questa risorsa essenziale dovesse cominciare a mancare, la situazione potrebbe degenerare. Non è un caso se in molti paesi sono in atto tentativi di privatizzare l’accesso all’acqua potabile (permettere a soggetti privati di utilizzare a fini di lucro una risorsa così importante potrebbe avere gravi conseguenze).

5- In questi mesi si è parlato costantemente, anche comprensibilmente, della mortalità mondiale dovuta al Coronavirus. Tuttavia, sembra che per i media mainstream altre importanti cause di mortalità mondiale (specialmente infantile)  siano diventate di “secondo piano”.
Com’è ben noto, una delle cause di mortalità più importanti globalmente è quella legata alla poca disponibilità e alla mancanza d’acqua. e di cibo. Descriva com’è la situazione e, inoltre, le problematiche legate ad essa.
Secondo il rapporto di novembre scorso dell’OECD nei paesi membri una morte su tre è dovuta a malattie cardiache o al fumo (eppure nessun si sogna di vietare definitivamente il tabagismo); una su quattro è dovuta a varie forme tumorali (molte delle quali, si sa, strettamente legate all’ambiente).
Prevenzione e attenzione alla salute e all’ambiente permetterebbero di salvare quasi 3 milioni di morti premature ogni anno. In paesi come Cina e India l’inquinamento atmosferico causa oltre il triplo dei morti (da 40/100mila a 140/100mila) rispetto agli altri paesi dell’OECD. Per contro in Europa e soprattutto negli Stati Uniti d’America l’obesità sta diventando una piaga inguaribile: il 56% degli adulti è sovrappeso o obeso (e circa un terzo dei bambini da 5 a 9 anni è sovrappeso).
Obesità, malattie cardiache, morti, acqua e ambiente sono legati a filo doppio: molte malattie cardiache e l’obesità non sono solo genetiche (come si pensava una volta) ma “epigenetiche” ovvero dovute ad una serie di fattori. Uno dei più importanti è l’alimentazione: ma il modo e cosa mangiare non solo ha un impatto enorme sull’ambiente, ma prima di tutto sui consumi idrici.
Secondo alcuni studi, una dieta mediterranea (con un basso consumo di proteine animali, pochi cereali e molte verdure) consentirebbe un risparmio di 1400 litri di acqua al giorno a persona. Basta moltiplicare questo valore per gli abitanti dell’Italia e per il numero di giorni in un anno per capire l’impatto sull’impronta idrica che si potrebbe avere adottando una dieta “mediterranea”.
Se poi ci si sposta in paesi dove sono scarse sia le risorse idriche che quelle alimentari, comprendere questi fenomeni e in particolare l’impronta idrica di alcune scelte, permetterebbe ai governi non solo di rendere l’economia “sostenibile”, ma di non far morire di fame la gente.
Purtroppo, invece, come conferma la FAO, ha ricominciato ad aumentare il numero di persone che ogni anno muoiono di fame. E con l’epidemia di corona virus la situazione sta peggiorando: nello Zambia, in pochissimo tempo, siccità, corona virus e altri fattori geopolitici hanno fatto salire il numero delle persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta da 1,7 milioni a 2,3 milioni.
6- Una delle problematiche ambientali più note e importanti è, indubbiamente, quella
dell’inquinamento.
Da alcuni anni i governi e il mondo dell’industria si stanno impegnando, almeno ufficialmente, nell’adozione di politiche tese alla riduzione delle emissioni inquinanti ma tuttavia il problema è ovviamente sempre più grande e grave. Ritiene insufficienti, se non proprio ‘controproducenti’, le politiche intraprese sino ad ora?
Sia per quanto riguarda l’acqua che, ancora di più le emissioni di CO2, le promesse fatte dai governi di tutto il mondo raramente sono diventate realtà. Basti pensare all’inquinamento delle falde acquifere, allo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, ai problemi legati ai rischi connessi con l’acqua).
Per le emissioni di CO2 gli accordi di Parigi sono ormai praticamente un mero ricordo (specie dopo il cambio al vertice alla Casa Bianca e la decisione di Trump di uscire dall’accordo, seguito da molti governi che non vedevano l’ora di non essere costretti a ridurre le emissioni). Anche le promesse fatte dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo non convincono.
L’enfasi in occasione della presentazione al Parlamento europeo, della Climate Law, il primo atto del nuovo Green Deal (ospite d’onore e relatrice Greta Thumberg, tra le polemiche di molti europarlamentari, non solo per il livello scientifico e la sua preparazione – molti hanno pensato che sarebbe stato meglio lasciar parlare un luminare della materia invece che una ragazzina infervorata – ma anche per la decisione di riaprire per l’evento il Parlamento già chiuso per la pandemia di corona virus) non è riuscita a nascondere che in realtà si è trattato di spostare il termine per il rispetto degli accordi di Parigi di ben un ventennio! Il documento presentato, infatti, non parla più di ridurre le emissioni, promette addirittura di abbatterle del tutto, rimandando però la scadenza al 2050.
Un ventennio in cui i paesi e le industrie potranno continuare ad inquinare. Ma non basta. In tutto questo, nessuno parla mai della “compensazione”.
Introdotto ai tempi dell’accordo di Kyoto (e, da allora, mai cessato), questo sistema permetterebbe ad alcune aziende o paesi di emettere maggiori quantità di CO2 rispetto a quelle previste dagli accordi, in cambio dell’impegno di altri paesi di restare ben al di sotto la soglia di emissioni consentita loro. Un meccanismo diabolico e dagli effetti nefasti: chi inquina troppo può continuare a farlo (entro certi limiti) con conseguenze spaventose sulla salute umana e
sull’ambiente locale.
7- Sempre a proposito dell’inquinamento, alcuni studi scientifici hanno appurato che esista
una correlazione tra gli alti livelli della concentrazione di PM10 e la mortalità per il Coronavirus.
Quanto reputa attendibili tali correlazioni e, a suo dire, quanto e come l’inquinamento atmosferico è uno dei fattori che spiegano l’alto livello di mortalità in determinate zone d’Italia e del mondo?
É ancora presto per avere dati applicabili su tutto il pianeta relativi al rapporto tra la presenza di
PM10 nell’aria e i casi di corona virus o i suoi danni. Un recente studio realizzato collegando i dati delle centraline di rilevamento dell’Arpa, le agenzie regionali per la protezione ambientale, e i dati del contagio da coronavirus riportati dalla Protezione Civile, pare abbia dimostrato la relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 e PM2,5 e il numero di casi di COVID-19. Ma è ancora presto per trarre conclusioni definitive.
Di sicuro il corona virus attacca i polmoni e pare che le patologie maggiormente legate ai casi più gravi di COVID-19 sarebbero le disfunzioni cardiache. Ma cuore e polmoni sono strettamente interconnessi: se (a causa del virus) si inspira ed espira velocemente, il battito aumenta.
E se il cuore è già debole o le arterie sono ostruite, far circolare sangue e ossigeno nel corpo richiede uno sforzo maggiore. Cosa che, a volte, potrebbe avere conseguenze letali.

La Giornata della Terra ha 50 anni



La Giornata della Terra è la più nota e importante ricorrenza internazionale sulla sostenibilità e la protezione dell’ambiente: quest’anno festeggia il 50esimo anniversario dalla fondazione e Google le ha dedicato il doodle di oggi. È una breve animazione sulle api, un giochino in cui le si fanno impollinare i fiori.
La Giornata della Terra, Earth Day in inglese, è un momento di informazione sullo stato dell’ambiente del pianeta e di condivisione di consigli su come inquinare meno e preservare gli ecosistemi. Fu scelta come data il 22 aprile perché cade un mese e un giorno dopo il “tradizionale” equinozio di primavera.
Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente. Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, ci fu uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil: l’incidente convinse Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.
Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università, altre istituzioni accademiche e associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (dell’EDN fanno ora parte migliaia di movimenti e associazioni da tutto il mondo).
Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In 50 anni la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone, sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.
Alcuni consigli per la Giornata della Terra
L’adozione di nuove politiche e accordi internazionali sono la base per ridurre le cause del riscaldamento globale ma, nel 1970 come oggi, buona parte della responsabilità ricade su ciascuno di noi e su un uso più responsabile delle risorse che abbiamo a disposizione. I consigli sono quelli di sempre, ma può essere utile un breve ripasso dei comportamenti più semplici da adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente:
– l’utilizzo di lampadine a basso consumo consente di ridurre di molto la quantità di energia necessaria per illuminare gli ambienti di casa; inoltre, le nuove lampadine LED sono molto più pratiche e durano più a lungo delle precedenti generazioni di lampadine fluorescenti a basso consumo;
– seguire le indicazioni per la raccolta differenziata – a partire dalla separazione di vetro, plastica, carta e umido – rende più semplice ed economico il riciclo dei materiali, e al tempo stesso contribuisce a ridurre i costi della tassa per i rifiuti;
– aria condizionata e riscaldamento dovrebbero essere tenuti entro un intervallo di 5 °C in meno o in più rispetto alla temperatura esterna, per ottenere la massima resa e al tempo stesso ridurre i consumi di energia elettrica o gas;
– mezzi pubblici, biciclette o i piedi sono ottimi sostituti dell’automobile, e una alternativa più salutare (poi, certo, molto dipende dall’offerta di servizi per questo tipo di trasporti nella propria città, ma anche su questo si può migliorare esigendo più attenzione da parte delle amministrazioni cittadine);
– mangiare meno carne, una grossa fonte di emissioni di gas serra;
– l’acqua non è una risorsa infinita, oltre al classico consiglio di non lasciare il rubinetto aperto mentre ci si lavano i denti o di preferire la doccia al bagno, è bene utilizzare elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico, oltre all’acqua si risparmia qualcosa anche in bolletta;
– se state pensando di cambiare un elettrodomestico, scegliete quelli di classe A+ o A++, che consumano molta meno energia rispetto alla loro resa e sono spesso costruiti con materiali più ecologici;
rifiuti speciali come batterie, computer, smartphone e tablet devono essere portati nei centri di raccolta del proprio comune e non lasciati nei normali cassonetti; se il dispositivo è lento, ma funziona comunque ancora, può essere donato a scuole o altre istituzioni.

Il forte nesso tra inquinamento e coronavirus


Intervista di Andrea Muratore a Mario Menichella per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Di Andrea Muratore

Oggi l’Osservatorio dialoga col dottr Mario Menichella sulla correlazione tra diffusione della pandemia da Covid-19 e tassi di inquinamento atmosferico. Un nesso che Menichella ha approfonditamente studiato, come dimostrato in una recente analisi su “Inquinamento Italia”, forte di un’esperienza pluridecennale nel campo. Fisico, data analyst e intellettuale, nipote dell’ex Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, il nostro ospite di oggi è un esperto di “problemi globali”, ovvero delle grandi tendenze a breve, medio e lungo termine e delle varie minacce attuali o via via emergenti alla nostra civiltà tecnologica.
  • Dottor Menichella, grazie per il tempo a noi dedicato. Lei ha studiato molto nel dettaglio la convergenza tra livello dell’inquinamento atmosferico e aumento del numero di casi coronavirus. Quali sono le principali motivazioni di questo fenomeno?
Il legame fra la diffusione di alcuni virus respiratori e l’inquinamento da particolato (in particolare, PM10 e PM2.5) è stato indagato da relativamente pochi anni, poiché la disciplina che lo studia è piuttosto giovane. Il mio lavoro in questo campo è stato, essenzialmente, divulgativo e di rassegna dei principali lavori scientifici sull’argomento: sia di quelli preesistenti nella letteratura peer-reviewedsia delle analisi più recenti, effettuate da numerosi ricercatori italiani, sul legame fra la diffusione del coronavirus che provoca il Covid-19 e l’inquinamento da particolato nel nostro Paese. Sia le vecchie analisi, come quella relativa alla diffusione della SARS in Cina nel 2003, sia quelle recentissime sui casi di Covid-19 in Italia, hanno evidenziato una forte correlazione fra le due variabili, che ha superato brillantemente i test statistici volti a stabilire che tale legame non sia casuale. Per avere un legame causa-effetto, però, occorre avere anche un meccanismo plausibile: esso è fornito da altri articoli presenti in letteratura ed è costituito dal fatto che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto ai vettori tradizionali: le ben più pesanti goccioline (o droplets, in inglese). Ciò, quindi, avrebbe provocato un boost dei casi, ad esempio, di Covid-19.        
  • Wuhan, New York, Pianura Padana: tre centri di inquinamento atmosferico risultano tra le aree più colpite dal Covid-19. Come ha fatto la situazione dell’inquinamento in queste aree a diventare insostenibile?
Si tratta, in tutti e tre i casi, di aree che hanno da decenni sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti, che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari (infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali. In Lombardia, di cui mi sono più occupato, d’inverno il traffico veicolare influisce per appena un quarto all’inquinamento da particolato (PM10), mentre il riscaldamento invernale (legna, pellet, etc.) costituisce il contributo dominante. Nella Pianura Padana, però, Il perdurare dell’alta pressione e l’assenza di ventilazione garantiscono spesso, durante il periodo invernale, la presenza di una densa coltre di nebbia e di un conseguente forte inquinamento, non a caso associato sovente al blocco del traffico nelle grandi città per diverse giornate. Pertanto, le varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.) prodotte dalle varie sorgenti vengono trattenute al suolo, e tendono a ristagnare e ad accumularsi in modo progressivo raggiungendo concentrazioni del tutto anomale, a differenza di quanto accade in altre zone d’Italia. Inoltre, nella Pianura Padana gli impianti a biogas ed a biomassa sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi 15 anni, a causa di incentivi statali del tutto inopportuni.
  • Parlando del caso italiano, ritiene non ci sia stata abbastanza attenzione al tema ambientale nella programmazione degli investimenti in sanità negli anni scorsi?
Negli ultimi anni mi sono occupato di tutti i principali tipi di inquinamento (atmosferico, dell’acqua, del suolo, chimico, elettromagnetico, radioattivo, acustico, etc.), anche operando sul campo con misurazioni ed a fianco di comitati spontanei di cittadini lombardi e toscani in aree caratterizzate da elevatissima mortalità per cancro, e posso dire senza tema di smentita che vi è stato il disinteresse più totale per la salute pubblica. Tanto per dare qualche elemento concreto: in molti settori, si sono elevati – o si stanno per elevare – i limiti di legge per permettere l’installazione di nuovi impianti inquinanti non indispensabili, che altrimenti risulterebbe impossibile; le analisi epidemiologiche di routine effettuate dalle Aziende sanitarie locali sono, in generale, del tutto insufficienti per evidenziare le aree più critiche per la salute e associarle alle relative fonti inquinanti, e la task force epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità è stata del tutto smantellata qualche anno fa; le ARPA collocano sempre, volutamente, le centraline di rilevamento dell’inquinamento ben lontano dagli impianti inquinanti, contribuendo alla falsa sensazione che non vi siano picchi pericolosi, quasi sempre in coincidenza delle aree con maggiore incidenza dei tumori maligni e/o rari. 
  • Quali lezioni dovranno trarre i decisori dalla crescente dimostrazione della correlazione tra inquinamento e tasso di incidenza di un virus pandemico?
In realtà, il “boomerang” cui lei si riferisce è, numericamente parlando, quasi il minore dei mali e, d’altra parte, come si dice, “se uno si scava la fossa, prima o poi ci finisce dentro”. Con riferimento alla Lombardia, che è complessivamente la regione più inquinata d’Italia e in cui ho vissuto per alcuni anni prima di abbandonarla per i livelli intollerabili di inquinamento, posso dire che il sistema è “marcio”. Nella Provincia in cui abitavo ho visto di tutto: nelle Conferenze dei servizi venivano autorizzati impianti inquinanti di ogni sorta, addirittura a insaputa dei Sindaci dei Comuni più piccoli, ad esempio “incistando” un impianto a biogas in uno ben più grande – e all’apparenza più innocuo – di trattamento rifiuti; i rappresentanti delle ASL non si presentavano nelle Conferenze in questione, dove avrebbero potuto porre un veto, come avviene in altre regioni d’Italia; un’azienda ha perfino richiesto un incontro privato all’ARPA prima di una Conferenza dei servizi (un po’ come se invitassi a cena un giudice prima della sentenza su di me) e, nonostante tutto ciò sia stato verbalizzato, l’impianto è stato ugualmente autorizzato; infine, le strutture della Provincia che si occupano di dare le autorizzazioni spesso sono dirette e gestite da persone che non hanno lauree – o competenze specifiche – adeguate al delicatissimo compito che dovrebbero svolgere.    
  • A livello aggregato, la crisi in corso ci pone problemi di analisi e studio della sostenibilità dei modelli economico-politici dominanti. Dal Sima di Bologna all’Università La Sapienza di Roma molti studiosi stanno portando avanti un’analisi del peso dello sviluppo “insostenibile” sulla diffusione dei contagi epidemici. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?
L’analisi del SIMA è coraggiosa e lodevole, ma è purtroppo soltanto una goccia nel mare, come si può intuire da quanto ho detto finora. In generale, ci si accorge della gravità della situazione in due casi: quando si cominciano a “contare” i morti, come nel caso del Covid-19, e/o quando a occuparsi della questione sono i giornalisti e non – come dovrebbero – gli scienziati, i politici, le Agenzie e Aziende sanitarie nazionali e locali, le ARPA o, in caso di loro mancato intervento, i magistrati. Le darò uno “scoop” relativo a qualcosa di cui quasi nessuno è oggi al corrente, a parte pochi esperti indipendenti di alto livello con cui sono in contatto. Mentre l’inquinamento dell’aria di cui si spesso si parla è in realtà rimasto relativamente costante negli ultimi decenni, al contrario il livello di inquinamento elettromagnetico – dovuto alle emittenti FM e TV e, oggi, specie alla telefonia mobile – è cresciuto di innumerevoli ordini di grandezza, ed è tuttora in crescita quasi esponenziale. Dato che i relativi effetti vanno dallo sviluppo dell’elettrosensibilità (condizione che sconvolge la vita, portando talvolta perfino al suicidio) all’aumento degli infarti in persone relativamente giovani e, soprattutto, al “boom” solo dopo alcuni anni (come per il tabacco) dei tumori al cervello e ad altri organi, le lascio immaginare che numeri di vittime potremo vedere nei prossimi anni per il 2G, il 3G e il 4G e quali potremmo avere con il 5G, che è oltre 1000 volte più impattante. 
  • Che opinione ha del ruolo del ritorno al “primato della politica” per la costruzione di sistemi economici a misura d’uomo e su di esso centrati? Come integrare fluidamente i progressi della scienza nel processo decisionale?
Come si è visto in questa emergenza, ogni decisione politica è stata subordinata a un’approfondita analisi scientifica della realtà, che per sua natura solo gli esperti possono fare: scienziati, ingegneri, economisti, geopolitici, etc. Dato però che la nostra società è altamente complessa, occorrerebbe anche una struttura – attualmente inesistente perfino negli Stati Uniti o a livello accademico – che si occupasse di problemi interdisciplinari, poiché quello che rende difficile le decisioni è, in primis, il non avere una visione chiara delle priorità, che sono un po’ l’equivalente dei valori per un singolo individuo. Le priorità per una società, ed i valori per un individuo, devono guidare le proprie azioni. E quali sono le vere priorità per la nostra società lo si può in gran parte capire leggendo il mio libro Mondi futuri (SciBooks, 2005), scaricabile gratuitamente dal mio sito web personale. A ciò si deve aggiungere il fatto che, mentre abbiamo una qualche conoscenza delle soglie critiche per i sistemi ecologici e per quelli economici, non l’abbiamo per i sistemi politici e sociali, ma tutti questi sistemi sono altamente interconnessi fra loro: ciò vuol dire che guidiamo una macchina senza conoscerne bene il funzionamento e senza avere delle “spie” che si accendano prima che accada l’irreparabile. I Cinesi venerano gli anziani per la loro saggezza, noi dobbiamo imparare a “venerare” gli esperti, da non confondersi con i “tuttologi”, da cui occorre invece stare alla larga.  

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