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Smog, Torino maglia nera del decennio


Di Salvatore Santoru

Torino è la città maggiormente interessata dallo smog nel 2019. 
Più specificatamene, riporta il Fatto Quotidiano(1), lo è stata anche nel decennio appena trascorso.

L’emergenza smog della città piemontese, così come di altri importanti centri italiani, è stata confermata dai nuovi dati del report annuale di Legambiente Mal’aria.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/23/emergenza-smog-a-torino-laria-piu-inquinata-nel-decennio-nel-2020-frosinone-e-milano-maglia-nera-ogni-anno-oltre-60mila-morti/5682666/

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FOTO: https://www.fanpage.it

Dieselgate, Volkswagen condannata a pagare una multa di 135 milioni di euro al Canada



La Volkswagen è stata condannata a pagare una multa di 196,5 milioni di dollari canadesi, pari a circa 135 milioni di euro, per lo scandalo Dieselgate.
La sentenza è arrivata da un tribunale di Toronto, dopo che la casa tedesca aveva ammesso di aver violato 60 norme canadesi sull’ambiente. Lo scorso dicembre, la Volkswagen era stata accusata di aver importato 128 mila veicoli in Canada. Auto che non rispettavano i limiti sulle emissioni stabiliti dalle legge del Paese, così come già riscontrato nelle indagini che hanno travolto l’azienda negli Stati Uniti.

La canapa può ripulire i terreni inquinati da metalli pesanti: via alla sperimentazione in Puglia


Di Mario Catania

Non è solo una risorsa per ridurre le emissioni di CO2, la deforestazione e l’uso sfrenato di petrolio e derivati: la canapa può rivelarsi un’ottima alleata nel difficile compito di ripulire il pianeta da inquinanti e metalli pesanti. La canapa infatti è una delle piante più efficaci dal punto di vista della fitorimediazione, termine che indica appunto la capacità di alcuni vegetali di depurare terreni, aria e acqua da sostanze inquinanti, per stoccarle al proprio interno.

La parola è stata coniata negli anni ’90 dalla ricercatrice Ilya Riskin, impegnata nei dintorni di Chernobyl nel tentativo di ripulire i terreni contaminati proprio con la canapa. Nella pubblicazione scientifica creata insieme ai colleghi, la definirono come una delle migliori piante fitorimediatrici che avessero sperimentato.

E la ricerca internazionale è poi proseguita, dalla Germania all’India, con diversi scienziati che ne hanno testato le potenzialità per scoprire che la canapa funziona benissimo per togliere dal terreno metalli pesanti come piombo, cromo, nichel arsenico e altri. E che queste sostanze vengono stoccate principalmente nelle foglie e nelle radici, aprendo alla possibilità che le altre parti della pianta vengano riutilizzate.


Ma anche in Italia qualcosa si muove. Di recente infatti un gruppo guidato dai biologi dell’ABAP ha vinto un bando regionale da 20mila euro per poter lanciare un progetto di ricerca proprio su questo tema. “Sono stati stanziati dei fondi per la ricerca sulla canapa e il nostro progetto prevede una semina id varietà di canapa certificate a livello europeo. Saranno seminate in primavera in un ettaro di terra vicino all’aeroporto di Bari”, sottolinea il biologo Marcello Colao puntualizzando che: “Dopo i campionamenti preventivi, sarà preparato il terreno e si procederà con la semina per verificarne le capacità fitodepuranti: metà del terreno sarà seminata a filari e l’altra metà ‘a macchia' per fare poi un paragone sulla loro capacità di estrarre metalli pesanti dal terreno”. E' il progetto GREEN, acronimo che sta per generare risorse ed economie nuove.

Saranno seminate diverse varietà in modo da confrontare la diversa capacità di depurare i terreni e capire quali possano essere più performanti. E poi si passerà allo studio delle parti della pianta in cui vengono stoccati i metalli pesanti assorbiti dal terreno. Il punto interrogativo è se la canapa impiegata per questo tipo di bonifiche possa poi essere riutilizzata per lavorazioni industriali che ovviamente non prevedono l’uso alimentare. “Da letteratura scientifica la parte del fusto potrebbe essere impiegata in vari settori come nella bioedilizia o nella filiera bioenergetica come biomassa”.

Non solo, perché esiste una tecnica, chiamata fitoestrazione, che permette di recuperare i metalli estratti dal terreno che possono essere successivamente riutilizzati nell’industria. E’ una metodica già impiegata che permetterebbe di chiudere un cerchio importante: non solo si ripulisce la terra, ma si riescono anche a recuperare i metalli pesanti come cadmio, piombo o rame, che sarebbero addirittura più rispetto a quelli ottenuti con i vari processi di estrazione classica.


in foto: La canapa coltivata presso la masseria Fornaro
Ma l’ABAP, insieme a Canapuglia, era già stata protagonista di uno dei primi progetti italiani di fitorimediazione con la canapa, effettuato presso la masseria Fornaro che sorge vicino all’ex Ilva, in cui tutti gli ovini erano stati abbattuti a causa degli alti livelli di diossina riscontrati. “Era stata anche una provocazione – spiega Colao –  per dire che Taranto non è soltanto l’Ilva, ma può essere origine di una nuova buona pratica che può essere considerata un volano per una nuova economia verde per la città, soprattutto per gli allevatori e coltivatori e per favorire il ritorno dei giovani nelle nostre campagne”.

E anche in Sardegna nel 2017 è stato avviato un progetto sperimentale a cura dell’agenzia regionale Agris sempre per indagare queste proprietà della canapa.

“Ci auguriamo che le piante possano rispondere bene al progetto sarà accompagnato da eventi pubblici e sfocerà probabilmente in una pubblicazione scientifica per dare il nostro contributo. Voglio sottolineare che si tratta di un progetto finanziato dal pubblico, e sulla canapa ad oggi ce ne sono davvero pochi, con la Puglia che può indicare una via che spero possa essere seguita anche dalle altre regioni”.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/la-canapa-per-ripulire-il-pianeta-dai-metalli-pesanti-in-puglia-parte-la-sperimentazione/

Steve Cutts - The Turning Point


Di Salvatore Santoru

L'illustratore ed animatore britannico Steve Cutts ha recentemente pubblicato un nuovo video.
In tale video, postato il primo gennaio 2020, viene ribaltato il rapporto tra l'essere umano e la natura

In esso, riporta Ecopost(1), Cutts ha espresso una decisa critica rivolta alla società contemporanea e alla sua relazione con l'ambiente e il mondo animale.

NOTA:

(1) https://lecopost.it/cambiamento-climatico/the-turning-point-il-nuovo-capolavoro-di-steve-cutts/

Amianto: il killer silenzioso con il quale continuiamo a convivere


Di Marco Cedolin

A partire dall’inizio del secolo scorso l’amianto è stato utilizzato nei più svariati ambiti d’uso, in virtù delle proprie qualità ignifughe, delle proprietà isolanti e della duttilità con cui poteva essere lavorato. Nonostante già negli anni 40 fosse noto come l’esposizione alle fibre di asbesto potesse provocare il mesotelioma pleurico (un tumore maligno particolarmente aggressivo con tasso di mortalità del 100%), altre forme di carcinomi maligni e naturalmente l’asbestosi, fin quasi alla fine del secolo l’amianto venne estratto e utilizzato in maniera sempre più smodata.  Nella coibentazione degli edifici, così come delle navi e dei treni, come materiale da costruzione nell’edilizia (il tristemente noto Eternit) per fabbricare tegole, tubazioni, pavimenti, canne fumarie, ripiani dei forni per la panificazione, nella produzione delle auto, delle tute dei Vigili del fuoco, degli assi da stiro, nella fabbricazione della plastica, dei cartoni, della corda, perfino come coadiuvante nella filtrazione del vino....

Insomma fino al 1992, anno in cui la produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono state messe fuori legge in Italia, tutti noi abbiamo vissuto immersi in una sostanza killer che praticamente era presente dappertutto, nelle nostre case, nei mezzi con i quali ci spostavamo, così come nei luoghi dove lavoravamo. Per non parlare dei lavoratori che estraevano l’asbesto dalle cave, come a Balangero, o di coloro che lo lavoravano, come i migliaia di dipendenti della Eternit di Casale Monferrato. E di tutte le persone che vivevano in prossimità delle cave o delle industrie di produzione.

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano e può pertanto venire trasportata dai venti a grande distanza, mentre risulta estremamente difficile bloccarla con dei filtri. Inoltre se è vero che un’esposizione prolungata nel tempo ad elevate quantità di fibre d’amianto (come accadeva ai lavoratori e ai loro familiari che venivano a contatto con gli indumenti) aumenta significativamente la probabilità di contrarre il mesotelioma o l’asbestosi, lo è altrettanto il fatto che non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa. Una sola fibra d’amianto, qualora inalata, potrebbe insomma essere sufficiente per innescare le patologie di cui sopra.

Abbiamo scritto che dal 1992, in virtù della legge 257 la produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono state dichiarate fuori legge in Italia, ma questo purtroppo non significa che l’amianto sia sparito dalle nostre vite e con esso il rischio di ammalarci. Intorno a noi esistono ancora vecchie case e capannoni con i tetti in Eternit esposti alle intemperie, moltissimi edifici sono ancora coibentati con l’amianto senza essere stati bonificati, così come le vecchie carrozze ferroviarie e molto altro ancora.

Secondo le stime di Cnr-Inail e dell’Osservatorio nazionale amianto, in Italia esistono ancora circa 40 milioni di tonnellate di amianto da bonificare e sono ben 96mila i siti contaminati da amianto censiti dal ministero dell’Ambiente. Ad oggi sono state censite sul territorio nazionale 370.000 strutture che hanno circa  58.000.000 di m2 di coperture in cemento amianto, ma finora solamente 6 Regioni hanno effettuato il necessario censimento, per cui le cifre reali saranno per forza di cose molto più alte.
Tra tutti i rifiuti esistenti quelli contenenti amianto sono secondi solamente ai rifiuti solidi urbani e primi in assoluto nel novero di quelli nocivi, l’85% di essi è costituito da cemento-amianto.

Proprio per questa ragione in Italia, oltre 25 anni dopo la sua messa al bando, l’amianto provoca ancora 6000 morti ogni anno, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che nel mondo sono 125 milioni le persone esposte al rischio amianto e si calcola che l’impatto economico dell’asbesto nei Paesi della UE sia pari a 410 miliardi l’anno, lo 0,7% del suo PIL.
Questo accade poiché la legge 257 del 1992 che ha messo al bando l’amianto non impone l’obbligo di dismissione di tale sostanza o dei materiali che la contengono, operazione per effettuare la quale sarebbero necessarie enormi risorse economiche.
L’amianto una volta rimosso dal luogo dove era allocato deve essere smaltito all’interno di discariche per rifiuti speciali (la tecnica in assoluto più utilizzata ma che non rappresenta una soluzione definitiva al problema) o reso inerte attraverso una complessa serie di procedure che comportano una totale trasformazione cristallochimica delle fibre, rendendo di fatto il materiale riciclabile, e in entrambi i casi si tratta di operazioni estremamente costose di cui nessuno intende assumersi l’onere.
Inoltre le discariche adatte a ospitare i rifiuti contenenti amianto in Italia sono solamente una ventina e una cospicua parte del materiale viene “esportata” in Germania con conseguente aggravio dei costi.

Senza dimenticare che il conferimento dell’amianto in discarica non elimina il rischio del rilascio di fibre nell’ambiente in quanto l’imballaggio può lacerarsi per decadimento strutturale e rilasciare un numero notevole di fibre nei percolati, così come le discariche possono subire fessurazioni per essiccamento o cedimenti differenziali, generando contaminazioni del suolo o delle acque.
Il risultato di questa situazione determina il fatto che quasi una trentina d’anni dopo la sua messa al bando l’amianto continui ad albergare fra noi, come un killer silenzioso  che purtroppo non ha smesso di mietere le proprie vittime. Occorre assolutamente un piano nazionale serio, sostenuto dai necessari cospicui investimenti, per mappare a livello nazionale tutte le criticità esistenti e smaltire al più presto l’enorme quantità di amianto ancora presente, possibilmente privilegiando le tecniche d’inertizzazione che sono in grado di risolvere definitivamente il problema, piuttosto che non il conferimento in discarica.
Occorre farlo e farlo presto, perché 6000 morti evitabili ogni anno sono un prezzo da pagare davvero troppo alto per un Paese che ha la velleità di definirsi civile.

Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/amianto-il-killer-silenzioso-con-il-quale-continuiamo-a-convivere/


http://ilcorrosivo.blogspot.com/2019/10/amianto-il-killer-silenzioso-con-il.html

Dopo la Siberia gli incendi devastano anche l’Amazzonia


Di Andrea Muratore

Luglio nero per l’ecosistema planetario. Dopo le foreste siberiane brucia l’altro grande “polmone verde” della Terra, la foresta amazzonica brasiliana. L’Inpe, l’ente brasiliano della ricerca spaziale, ha lanciato l’allarme sulla condizione della più grande foresta del Sudamerica: in Amazzonia si sono concentrati il 52,5 per cento degli incendi divampati tra gennaio e agosto 2019 in tutto il Brasile, cresciuti dell’82% rispetto a tutto l’arco del 2018 e passati da poco meno di 40.000 a quasi 73.000 in soli otto mesi.
Il colpo è duro per una serie di fattori. In primo luogo quello ambientale. L’Amazzonia è il più ricco polmone di biodiversità del pianeta, popolata da specie animali e vegetali in larga parte endemiche, e al tempo stesso un vero e proprio regolatore degli equilibri climatici planetari come pochi altri elementi (essenzialmente la Corrente del Golfo e El Nino). I 5,5 milioni di chilometri quadrati dell’Amazzonia, in larga parte interni al territorio brasiliano, trattengono circa il 10% dell’anidride carbonica emessa a livello globale, in una quantità stimata in circa 110 miliardi di tonnellate. Una riduzione dell’area coperta dall’Amazzonia,specie negli oltre 2,7 milioni di chilometri quadrati protetti come riserve di biodiversità o santuari indigeni, colpirebbe al cuore tale potenzialità.
Il secondo fattore è di ordine politico e sociale. L’Amazzonia è al centro di una vera e propria “guerra” di matrice economica che i roghi hanno tutta l’aria di incentivare gravemente. L’ascesa al potere di Jair Bolsonaro a inizio anno, infatti, ha scatenato appetiti e sfide sul futuro dell’Amazzonia. Da un lato, la biodiversità e i popoli indigeni, che vivono nelle aree loro assegnate dal governo centrale. Dall’altro, i fazendeiros del comparto agroalimentare brasiliano, sostenitori del Presidente e rappresentati nel governo dal ministro dell’Agricoltura Tereza Cristina, i cercatori d’oro, i finanzieri e gli industriali in cerca d’affari e un’amministrazione pubblica che si mantiene schierata sul loro medesimo versante.

Una guerra contro l’Amazzonia

Ne abbiamo avuto un assaggio alcune settimane fa, e lo abbiamo raccontato su queste pagine: “Nel Nord del Brasile è iniziata un’offensiva pericolosa, condotta contro una tribù indigena costretta a difendere con le unghie e con i denti i suoi terreni. Parliamo dell’attacco dei cacciatori d’oro abusivi, i garimpeiros, contro la piccola e isolata popolazione dei Waiapi,costituita da soli 1.200 individui sparsi su una distesa di oltre 600.000 ettari di foresta vergine che copre territori ricchi di risorse e materie prime. L’oro è il volano di un attacco che i Waiapi hanno subito dopo trent’anni di convivenza pacifica con le comunità locali e i governi brasiliani, nella giornata di sabato 20 luglio”. Assalti e incendi sono il mezzo con cui si sostanzia l’attacco all’Amazzonia: e innegabile è l’impatto del fattore umano e dei roghi dolosi nell’aumento del 15% della deforestazione della foresta pluviale tra il 31 luglio del 2018 e il 31 luglio del 2019 nei nove Stati brasiliani in cui l’Amazzonia si estende (Acre, Amapà, Amazonas, Parà, Rondonia, Roraima e aree degli stati di Mato Grosso, Tocantins e Maranhão).
La somma di agricoltori desiderosi di espandere i loro terreni, cercatori d’oro abusivi e personaggi in cerca d’autore che agiscono per favorire l’antropizzazione della foresta ha più volto prodotto gravi danni all’Amazzonia, e non sarebbe strano ipotizzare un revival di queste azioni ora che a Brasilia si è insediato un governo aggressivo con la foresta e poco desideroso di mettere la conservazione dell’Amazzonia in cima alle sue priorità politiche.
Bolsonaro ha incentivato con durezza la linea pro-business del predecessore Michel Temer, che nell’agosto 2017 ha provato senza successo a ottenere l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati. E con le dichiarazioni e le sue azioni politiche ha mostrato di voler limitare gli spazi per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni: scandalosa, in tal senso, è stata la nomina alla guida della Funai, agenzia governativa per la tutela degli indigeni, di un  paladino dell’agrobusiness, il 41enne Marcelo Xavier da Silva.

Bolsonaro dà la colpa alle Ong

Per Bolsonaro, gli studi dell’Ispe sono tutt’altro che attendibili. Come scrive Agenzia Nova, “Bolsonaro, ha criticato duramente il presidente dell’Inpe, Ricardo Galvao, per aver divulgato i dati che mostrano una preoccupante accelerazione nel processo di deforestazione dell’Amazzonia, accusando Galvao di essere un “bugiardo al servizio di qualche Ong”, e affermando che la deforestazione deve essere combattuta non facendo “campagna contro il Brasile”, dal momento che la diffusione di dati allarmanti “danneggia” il paese”. Immediata la replica di Galvao, che accusa Bolsonaro di essere “pusillanime e codardo […] Ha fatto commenti impropri, infondati e ha fatto attacchi inaccettabili”.
L’attacco di Bolsonaro, che cozza con le migliaia di segnalazioni video e fotografiche degli eventi catastrofici, è un segno del nervo scoperto rappresentato dalla questione amazzonica. Il Presidente deve accontentare l’agrobusiness per favorire la ripresa dei suoi consensi in continuo calo, ma poterlo fare senza ricevere le critiche globali per aver scatenato una corsa all’Amazzonia è per lui difficoltoso. Non è detto, data l’ondata di sdegno suscitata, che possa però essere molto meno costoso politicamente attendere l’azione individuale dei singoli avventurieri. A perderci è il polmone verde del Sudamerica. Priva di tutele, colpita dagli incendi e da una corsa selvaggia all’accaparramento delle sue risorse, l’Amazzonia soffre. E ai tropici, come nel grande nord siberiano, il fuoco impone un durissimo prezzo alla salute dell’ambiente globale.

La deturpazione del paesaggio dei colli Berici


Di Gianni Sartori

Esteticamente parlando, come una bestemmia  in Chiesa. Oppure uno sfregio sulla Gioconda, l'originale beninteso. Se preferite: come portare il cane a  pisciare sull'Altare della Patria...
Questo è quanto verrebbe da pensare “contemplando” l'ennesimo colpo inferto  al paesaggio collinare berico. Una villa in costruzione che già troneggia (letteralmente) sopra Castegnero, umiliando la svettante pieve (a cui ora si sovrappone, incongrua, la pesante presenza della nuova costruzione) e spezzandone lo slancio spiritualmente ascensionale.
Per non parlare del crinale che - lievemente, elegantemente - discende da Sermondi verso la piccola incisione (il “passo” per Lumignano) per poi riprendere ritmo fino alla “vetta” del Castellaro.
Mi spiace per voi ma ormai l'armonia è spezzata, irreparabilmente.
Proprio lungo la linea dei Covoli che sovrastano Nanto e Castegnero con due evidenti lunghi affioramenti rocciosi, ad un osservatore superficiale potrebbe sembrarne emerso un terzo. Ma si starebbe ingannando. In realtà è un lungo muro in cemento (di contenimento, presumo, altrimenti con i brutali sbancamenti veniva giù tutto). E sopra il muro, la casa, due piani. Fin troppo visibile dalla pianura (o forse lo scopo era questo, ostentare l'agognato status symbol finalmente acquisito).
In passato qui c'era soltanto un minuscolo rudere, buono per qualche attrezzo o - al massimo  - riparo per un animale (proprio uno, di numero, due pecore non entravano). Sufficiente comunque per giustificare (in base a quali criteri?) la nuova smisurata  - rispetto al contesto - costruzione.
Amministrazioni distratte sui Beni comuni (ed il paesaggio dei Colli Berici è “bene comune”), popolazioni poco attrezzate culturalmente nell'opporsi a chi è ricco e benestante. 
Magari sarà anche tutto formalmente in regola...e poi comunque prima o poi interviene un condono o un piano-casa a sanare il tutto. Con tanti saluti all'ambiente, al paesaggio, all'estetica, alla biodiversità, al genius loci etc.
Un film già visto. A Cà Menarini (alla fine del secolo scorso) o al Crearo (più recentemente).
Insomma, ancora una volta è stato applicato il noto articolo quinto (“chi che ga fato i schei ga vinto”). 
Per ora il Mondo va ancora così...
Per ora.


FONTE: https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62258

https://www.nuovaresistenza.org/2019/07/il-mite-paesaggio-dei-colli-berici-nuovamente-deturpato-gianni-sartori/

Pesticidi, il lato oscuro dell’Europa: così le lobby minacciano la salute dei cittadini


Di Irene Dominioni

Se voi aveste un campo di pomodori che dovete proteggere da insetti o malattie in modo da renderli sani e commerciabili, ma non sapeste se il pesticida che dovete usare potrebbe essere dannoso per la salute, lo usereste comunque? Ecco, questo è a grandi linee il dilemma che la Commissione europea si è trovata davanti nella discussione intorno alle direttive sui pesticidi agricoli all’interno dell’Ue. E la risposta che il corpo europeo ha dato è problematica.
Stando ad oltre 600 documenti interni che il Pesticide Action Network (PAN) Europe, un’unione di 38 organizzazioni in Europa e 600 a livello mondiale, è riuscito ad ottenere dopo una battaglia legale durata per ben due anni contro la Commissione, infatti, il quadro che emerge è poco confortante. All’interno dei lavori sulla definizione dei criteri scientifici per l’identificazione e il divieto di alcuni pesticidi di tipo EDC (ovvero “interferenti endocrini”, e cioè che alterano la normale funzionalità ormonale dell'apparato endocrino, ndr) un numero non meglio determinato di funzionari della Commissione europea avrebbe “spinto” per la protezione degli interessi economici del settore agricolo e industriale, a discapito della protezione della salute dei cittadini. In particolare, nel confronto sulla normativa che dovrebbe mettere al bando 32 pesticidi EDC, diversi DG (directorate-general, ndr) avrebbero cercato di piegare i criteri del cosiddetto impact assessment, equiparando criteri come la redditività agricola alle considerazioni di sicurezza medica.
«Come possono dei funzionari della salute tentare di distorcere una legge pensata per proteggere le persone in qualcosa che fa l’opposto, per conto di industrie che causano gravi malattie?», si chiede il portavoce di PAN Europe Hans Muilerman.
In particolare, infatti, sarebbe stato lo stesso DG Sante (il directorate-general dedicato alla salute all’interno della Commissione), tra gli altri, a contestare il principio della “non exposure”, quello che prevede l’esposizione nulla a determinati tipi di sostanze, premendo per distorcere la regolamentazione. Di più: PAN Europe, documenti alla mano, accusa lo stesso Segretariato generale della Commissione di aver orchestrato il cambio verso un impact assessment irregolare.
A questo punto, va detto che nella discussione all’interno della Commissione prendono parte diversi Directorate-General, come DG Growth, DG Enteprise, DG Environment (tra i pochi ad aver contestato il cambio di rotta), DG Research e DG Employment, in cui ognuno preme per difendere i propri interessi. «La gerarchia di questi DG, fortemente voluta da Juncker, ha dato ad alcuni di questi più peso che ad altri, e chiaramente DG come Growth o Enterprise hanno tutto l’interesse a rimuovere qualsiasi blocco al commercio. Lo stesso Segretariato generale ha un ruolo di peso, e si è dimostrato molto favorevole alle istanze economiche rispetto a quelle sanitarie», spiega Muilerman. Secondo la ricostruzione di PAN Europe, addirittura la Segreteria sosterrebbe la tesi che «più pesticidi rimangono in circolazione, minore è l’impatto sulla salute e sull’ambiente», e che «meno pesticidi EDC vengono identificati, meglio sarebbe», riporta il PAN.
Sull’uso delle sostanze chimiche in agricoltura, l’Unione europea ha iniziato a prendere misure a partire dal 2009. Ad oggi, in particolare malathion, diazinon, glifosato, tetrachlorvinphos e parathion sono stati indicati come pesticidi potenzialmente cancerogeni. Ma se alcuni di questi, come il tetrachlorvinphos e parathion, sono già stati banditi all’interno dell’Unione europea, altri, invece, vengono ancora utilizzati.
«Dei 500 diversi tipi di pesticidi disponibili sul mercato, la Commissione si era già pronunciata definendone 32 come tossici, ma ce n’è ancora almeno un 10% che dovrebbero essere vietati e che dovremmo togliere dalla circolazione il prima possibile», dice ancora a LinkiestaMuilerman.
Per stabilire il livello di pericolosità di una sostanza, in termini legislativi, si utilizza quello che in inglese viene chiamato hazard approach, ovvero un processo che identifica il livello accettabile di esposizione umana a determinate sostanze. Unico nel mondo, spiega Muilerman, questo principio comporta che ogni pesticida che viene classificato come EDC, cancerogeno, mutageno, tossico, persistente o bioaccumulante, anche a dosi molto basse, debba essere vietato in Europa. «Per alcune categorie speciali è prevista un’esposizione pari a zero, stabilita proprio dall’Unione europea nel 2009 con l’obiettivo ultimo della protezione dei cittadini», spiega l’esperto a Linkiesta.
Il problema fondamentale tra i pesticidi agricoli, infatti, è che diversi tipi di sostanze sono stati riconosciuti come potenziale causa di tumori, difetti alla nascita, alterate capacità riproduttive e altri disturbi dello sviluppo. Addirittura, non molto tempo fa casi di malformazioni degli arti di neonati venuti alla luce in tre diverse regioni rurali della Francia sarebbero stati attribuiti proprio ai pesticidi presenti nel cibo.
Malgrado si trovino dappertutto (i pesticidi vengono infatti usati soprattutto nelle coltivazioni di frutta e verdura, ma anche in carni e uova), però, l’effetto dei cosiddetti prodotti fitosanitari - pesticidi, insetticidi ed erbicidi - sulla salute umana è ancora poco compreso a livello scientifico, e quindi anche lì dove si sa che alcune sostanze possono causare il cancro, ad esempio, non si sa con precisione come ciò avvenga. La ragione di ciò è la mancanza di dati certi - numerosi sono i fattori esterni e le sostanze con cui si viene a contatto quotidianamente che possono incidere sullo stato di salute di una persona, il che rende difficile isolare il singolo componente.
Se possibile ancora più problematico, però, secondo quanto riportato dall’ultimo dossier di Legambiente “Stop pesticidi”, è il multiresiduo, ovvero la presenza contemporanea di più residui di prodotti fitosanitari su frutta e ortaggi. Sebbene sia più frequente rispetto al monoresiduo, osserva lo studio di Legambiente (che ha individuato la presenza di residui multipli nel 18% del totale dei campioni analizzati, contro il 15% di residui singoli), infatti, nella legislazione europea il multiresiduo «non viene considerato come non conforme se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano».
È soprattutto per queste ragioni che il PAN si è posto l’obiettivo di limitare il più possibile l’uso di pesticidi nelle filiere agricole, per sostituirli con metodi più ecosostenibili e meno impattanti, come ad esempio l’applicazione di corrette pratiche di gestione agronomica. Anche perché le conseguenze dell’uso di pesticidi non si riscontrano soltanto in termini dell’impatto sulla salute delle persone, ma anche sull’ambiente. Secondo quanto osserva il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti, infatti, «solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione». Le conseguenze sono facili da immaginare: «inquinamento delle falde acquifere e possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale».
In un tale contesto, dovremmo dare per scontata la malafede della Commissione nel tentativo di modificare la normativa attuale? Probabilmente no, ma il problema rimane: questo caso dimostra come sia stato molto facile per attori esterni inserirsi e indirizzare le regolamentazioni in una certa direzione, e come le lobby a Bruxelles giochino un ruolo di peso nell’elaborazione delle leggi. «C’è un rapporto molto sbilanciato tra l’industria e la Commissione, principalmente perché l’industria ha più risorse: così ha largo accesso al DG Growth - i loro portavoce si incontrano ogni settimana e si vantano di fronte alla Commissione di quanto sono sostenibili. D’altra parte, la Commissione non ha una conoscenza approfondita della questione, non hanno esperti interni, devono assumere dei professionisti per fare le valutazioni ma questi professionisti non possono verificare tutti gli aspetti. Allo stesso tempo la decisione non è solamente scientifica, ma anche politica, perché la votazione finale avviene all’interno della Standing committee che è composta dagli Stati membri e dai ministri dell’agricoltura, che spingono per un compromesso», puntualizza Muilerman.
Insomma, ad oggi rimane un serio rischio che pochi, se non nessuno, tra i pesticidi più dannosi ancora in circolazione venga vietato: «molti rimangono sul mercato, tra cui l’Epoxiconazolo, il Mancozeb, il Metconazolo, il Thiacloprid e il Tebuconazolo», specifica il PAN. Se ancora una volta è chiaro che l’unica direzione da prendere è quella della sostenibilità ambientale e della tutela della salute delle persone, è ancora più chiaro che, specialmente in casi come questo, la scelta da compiere è soprattutto politica: la Commissione non può permettersi di privilegiare interessi commerciali rispetto a quello per la salute delle persone. «È stato per merito di una chiara decisione politica che l’Europa ha adottato l’hazard approach, uno scudo dorato contro i pesticidi tossici che i funzionari devono applicare in pieno», conclude Muilerman. «Per questo speriamo che le prossime elezioni europee portino freschezza al comando di Bruxelles, per dare nuova vita a questa e a molte altre buone leggi Ue».

Aria pulita per tutti: così il Regno Unito sta vincendo la Champions League delle politiche ambientali


Di Francesco Cancellato

Altro che Brexit, verrebbe da dire. Se in questi mesi c’è un Paese che sta dando lezioni di ambientalismo all’Europa, non solo nel calcio, è proprio il Regno Unito. Prima, con la dichiarazione dello stato di emergenza climatica, fatta propria da sessanta comuni e dai parlamenti inglese e scozzese, che si sono impegnati a diventare “carbon free” entro il 2030. Ora, con il manifesto lanciato dal giornale-bibbia dei conservatori inglesi - a dimostrazione che l’ambientalismo non è affare per soli progressisti - che ha lanciato una campagna-manifesto ambientalista, chiedendo a gran voce un Clean Air Act, una legge per l’aria pulita.
Il manifesto del Times si fonda sui dati che raccontano che milioni di bambini britannici sono costretti a respirare un particolato fine ed extra fine - il cosiddetto Pm2,5 - ben al di sopra dei limiti consentiti dalla legge. E chiede cinque azioni immediate al Governo per porre rimedio a questo problema. Il primo, un nuovo Clean Air Act che dia valore legale al diritto per ogni cittadino britannico di respirare aria pulita e che fornisca a ciascun amministratore locale poteri straordinari per fare fronte alle giornate in cui si superano i limiti di inquinamento nell’aria. Il secondo, vietare la vendita di automobili diesel e benzina entro il 2030, così come hanno dichiarato di voler fare Cina, India e Irlanda (il Regno Unito si è data il 2040 come limite, e per il Times è troppo poco). Il terzo, vietare la circolazione delle macchine nei pressi delle scuole, nell’orario in cui i bambini entrano in classe, consentendo l’accesso alla strada solo ai mezzi pubblici. Il quarto, far pagare la circolazione nelle città alle auto diesel pre 2016 e alle auto a benzina pre 2006. Il quinto, monitorare la qualità dell’aria in ogni angolo del Regno Unito, attivando una rilevazione di massa delle polveri sottili in atmosfera.
Una riflessione è d’obbligo: da noi, che per inciso abbiamo l’aria peggiore di tutta Europa, in pianura padana, queste sarebbero considerate idee da talebani ambientalisti, anti-sviluppo e anti-progresso. Nel Regno Unito sono l’agenda politica di un giornale conservatore di proprietà di Rupert Murdoch, in un Paese in cui a dichiarare emergenza climatica sono giunte di tutti i colori, dai laburisti ai liberal democratici sino agli indipendentisti scozzesi. Questo per dire che prima di tutto dovremmo scrollarci di dosso una bella dose di provincialismo e di luoghi comuni: primo fra tutti l’idea che le politiche ambientali siano di esclusiva proprietà dei paladini della decrescita, verdi fuori e rossi dentro, che la regolazione a tutela della salute del cittadino vada contro il progresso, che non sia il momento di chiedere e attuare politiche di radicale cambiamenti degli stili di vita e di consumo, e che non ci sia la sensibilità sociale per far sì che tutto questo trovi consenso nella popolazione.

La Giornata della Terra è oggi, dal 1970



La Giornata della Terra si festeggia lunedì 22 aprile, ed è la più nota e importante ricorrenza internazionale sull’ecologia e la protezione dell’ambiente. Il doodle di Google di oggi è dedicato proprio a questa giornata: per questo racconta alcuni primati di altri esseri viventi, come quello dell’albatro urlatore (Diomedea exulans), l’uccello con la maggiore apertura alare del mondo, e quello dei celacanti (Latimeria), due specie di pesci considerati le specie animali più antiche.
La Giornata della Terra – che in inglese si chiama Earth Day – si celebra ogni anno il 22 aprile e fu indetta per la prima volta dalle Nazioni Unite nel 1970, seguendo gli intenti del movimento ecologista degli Stati Uniti. È un momento per festeggiare, ma anche un’occasione per informare sullo stato dell’ambiente e dare consigli su come inquinare meno e preservare gli ecosistemi. Fu scelta come data il 22 aprile perché cade un mese e un giorno dopo il “tradizionale” equinozio di primavera. Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente.
Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, ci fu uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil: l’incidente portò Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.
Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università e altre istituzioni accademiche, associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (dell’EDN fanno ora parte migliaia di movimenti e associazioni da tutto il mondo).
Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In oltre 45 anni, la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone, sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.

Alcuni consigli per la Giornata della Terra

L’adozione di nuove politiche e accordi internazionali sono la base per ridurre le cause del riscaldamento globale, ma nel 1970 come oggi, buona parte della responsabilità ricade su ciascuno di noi e su un uso più responsabile delle risorse che abbiamo a disposizione. I consigli sono quelli di sempre, ma può essere utile un breve ripasso dei comportamenti più semplici da adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente:
  • l’utilizzo di lampadine a basso consumo consente di ridurre di molto la quantità di energia necessaria per illuminare gli ambienti di casa; inoltre, le nuove lampadine LED sono molto più pratiche e durano più a lungo delle precedenti generazioni di lampadine fluorescenti a basso consumo;
  • seguire le indicazioni per la raccolta differenziata – a partire dalla separazione di vetro, plastica, carta e umido – rende più semplice ed economico il riciclo dei materiali, e al tempo stesso contribuisce a ridurre i costi della tassa per i rifiuti;
  • aria condizionata e riscaldamento dovrebbero essere tenuti entro un intervallo di 5 °C in meno o in più rispetto alla temperatura esterna, per ottenere la massima resa e al tempo stesso ridurre i consumi di energia elettrica o gas;
  • mezzi pubblici, biciclette o i piedi sono ottimi sostituti dell’automobile, e una alternativa più salutare (poi, certo, molto dipende dall’offerta di servizi per questo tipo di trasporti nella propria città, ma anche su questo si può migliorare esigendo più attenzione da parte delle amministrazioni cittadine);
  • l’acqua non è una risorsa infinita, oltre al classico consiglio di non lasciare il rubinetto aperto mentre ci si lavano i denti o di preferire la doccia al bagno, è bene utilizzare elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico, oltre all’acqua si risparmia qualcosa anche in bolletta;
  • se state pensando di cambiare un elettrodomestico, scegliete quelli di categoria A, che consumano molta meno energia rispetto alla loro resa e sono spesso costruiti con materiali più ecologici;
  • rifiuti speciali come batterie, computer, smartphone e tablet devono essere portati nei centri di raccolta del proprio comune e non lasciati nei normali cassonetti; se il dispositivo è lento, ma funziona comunque ancora, può essere donato a scuole o altre istituzioni.

Greta Thunberg e lo sciopero degli studenti per il clima

Il 15 marzo decine di migliaia di studenti in diverse parti del mondo parteciperanno al “Venerdì per il futuro” (o “sciopero scolastico per il clima”), una manifestazione organizzata per chiedere ai governi politiche e azioni più incisive per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. Gli scioperi degli studenti per l’ambiente sono organizzati periodicamente (in alcuni casi ogni settimana), ma quello di domani dovrebbe essere uno dei più grandi, grazie al sostegno di diverse associazioni ambientaliste che hanno deciso di dare una mano per organizzare manifestazioni coordinate e in più paesi del mondo.
L’idea del “Venerdì per il futuro” è nata in seguito alla protesta iniziata da Greta Thunberg, una studentessa svedese di 16 anni, diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco. Il 20 agosto del 2018, Thunberg decise di non presentarsi più a scuola fino al 9 settembre seguente, giorno delle elezioni politiche, chiedendo al governo di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico, adottando politiche più incisive per ridurre le emissioni di anidride carbonica (tra i principali gas serra). La protesta era nata in seguito a un’estate particolarmente calda in Svezia, che aveva portato a numerosi ed estesi incendi nel paese.
Invece di andare a scuola, ogni giorno Thunberg si presentava davanti alla sede del Parlamento svedese a Stoccolma portando con sé il cartello “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”). Dopo le elezioni politiche, Thunberg tornò a scuola, assentandosi comunque di venerdì per proseguire la sua protesta davanti alla sede del Parlamento.
La storia di Thunberg è stata ripresa da alcuni media locali e gradualmente ha superato i confini della Svezia, finendo su giornali e televisioni di mezzo mondo. Mese dopo mese, la sua protesta è diventata la fonte d’ispirazione per altri studenti, che in diversi paesi hanno iniziato a organizzare marce e manifestazioni sul clima, sempre di venerdì. Si stima che negli ultimi mesi ne siano state organizzate circa 300 in varie città del mondo, con la partecipazione di alcune decine di migliaia di studenti.
Thunberg è diventata ulteriormente famosa nell’autunno del 2018 in seguito alla sua partecipazione al TEDxStockholm, la serie di conferenze organizzate in modo indipendente dai più famosi TED, ma mantenendone la struttura e le regole per gli interventi. Ha spiegato di essere diventata consapevole del problema del riscaldamento globale quando aveva 8 anni, chiedendosi perché non fosse al centro delle politiche per il futuro del mondo e del dibattito sui media. Thunberg ha poi detto che ormai le prove scientifiche sul cambiamento climatico, e sulle responsabilità delle attività umane, sono incontrovertibili e che è necessario mobilitarsi e non perdere più tempo.
Nel dicembre del 2018, Thunberg ha partecipato alla COP24, la conferenza internazionale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite in Polonia. Sempre alla fine del 2018, ha parlato davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite. A inizio anno ha invece partecipato agli incontri del World Economic Forum di Davos (Svizzera), dove ha accusato politici e grandi aziende di essere consapevoli da tempo dei rischi del cambiamento climatico, ma di non avere fatto quasi nulla per calcolo politico o per non ridurre i profitti.


La rivista TIME ha inserito Thunberg nella sua lista dei 25 adolescenti più influenti per il 2018. La scorsa settimana, in occasione della Giornata internazionale della donna, Thunberg è stata nominata la donna più importante e influente del 2019 in Svezia. Diverse altre organizzazioni e associazioni hanno assegnato premi a Thunberg per il suo impegno, e per avere contribuito a mantenere l’attenzione su uno dei temi più importanti per il futuro delle nostre società.
La manifestazione di domani coinvolgerà decine di migliaia di studenti, e non solo, in tutto il mondo. Sul sito dell’iniziativa si può consultare una mappa per trovare le città e i luoghi dove saranno organizzate manifestazioni. In Italia gli studenti manifesteranno in circa 180 città ed è probabile che il numero aumenti nelle prossime ore. L’iniziativa è stata ampiamente ripresa e promossa dal quotidiano Repubblica, con la sua prima pagina di oggi dedicata allo sciopero degli studenti e un invito sul suo sito a partecipare e a mobilitarsi, anche se non si è più studenti.
Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato a conferma di quanto dicono, e hanno dimostrato, ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando, anche a causa dell’enorme quantità di anidride carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera a causa delle attività umane. Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia, e 18 dei 19 più caldi si sono verificati a partire dal 2001.

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