Follow by Email

ULTIMI ARTICOLI

Total Pageviews

BLOGROLL(ITA-INTERNAZIONALE)

ARCHIVIO BLOG

Followers su Blogger

Translate

La Scienza della Persuasione
Cosa ci rivela il cervello sul nostro potere di cambiare gli altri
€ 15

|Informazione Consapevole, L'Informazione Libera E Indipendente|
Visualizzazione post con etichetta Internazionale. Mostra tutti i post

SCONTRI TRA LE FORZE IRACHENE E L'ISIS PER L'UNIVERSITÀ DI MOSUL

Risultati immagini per map of mosul iraq
Le forze governative sono entrate nel campus dell’università di Mosul, rende noto l’emittente araba al-Mayadin, vicina all’Iran, venerdì 13 gennaio 2017.
Le truppe d'élite irachene hanno ottenuto il controllo di diversi edifici nell'area, ma i media locali riferiscono che ci sono violenti scontri tra i soldati e i jihadisti.
Nei giorni scorsi sembra che i miliziani dell’Isis - che usavano il complesso edilizio come base e, in particolare, i laboratori per produrre armi chimiche - abbiano saccheggiato e danneggiato alcuni dei locali dell’università.
Nel frattempo, i soldati iracheni hanno anche ottenuto il controllo di un secondo ponte sul Tigri.
Il fiume divide a metà la città separando la parte orientale, dove prosegue l'avanzata delle forze di Baghdad, dalla parte occidentale, ancora interamente sotto il controllo del sedicente Stato islamico, che nel 2014 ha stabilito nella città settentrionale irachena la sua capitale.
Le truppe d’élite del servizio antiterrorismo iracheno hanno raggiunto il cosiddetto Secondo Ponte, anche noto come Ponte della Libertà, nella parte sudorientale di Mosul. Si tratta di uno dei cinque ponti cittadini che collegano le due sponde del Tigri.
In precedenza, le truppe irachene avevano ottenuto il controllo del ponte più meridionale.
Tutte e cinque le infrastrutture sono state bombardate dagli aerei della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti per intralciare i movimenti dei miliziani dell'Isis.
Tuttavia non sono stati completamente distrutti così che, una volta completata la riconquista della città, possano essere ripristinati rapidamente.
Gran parte della parte est della città è ormai in mano alle forze irachene, ma solo una volta ottenuto il controllo della sponda orientale del fiume potrà essere lanciato l’attacco contro le forze jihadiste nei quartieri occidentali.
Anche la conquista dell’università è importante in quest’ottica, dato che si trova in un’area che si affaccia sul Tigri.
La campagna per espellere i miliziani dell'Isis da Mosul è cominciata il 17 ottobre 2016.

Rafsanjiani, il riformatore

Di Michele Paris
La morte improvvisa nel tardo pomeriggio di domenica dell’ex presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani potrebbe rappresentare un punto di svolta sia nelle dinamiche politiche interne alla Repubblica Islamica sia nell’evoluzione delle relazioni internazionali di quest’ultimo paese, a cominciare da quelle in piena trasformazione con le potenze occidentali.

A contribuire alla spiegazione del significato della dipartita a 82 anni di uno dei protagonisti della rivoluzione del 1979 è stata l’uscita in lacrime dall’ospedale di Teheran, dove Rafsanjani era stato ricoverato nella mattinata di domenica dopo un attacco cardiaco, dell’attuale presidente dell’Iran, Hassan Rouhani.

Il suo governo, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, ha perso infatti il proprio principale punto di riferimento, nonché il leader politico e religioso che aveva svolto un ruolo cruciale per il formarsi di una coalizione in grado di garantire il successo alle urne di un candidato “moderato”, dopo i due mandati di Mahmoud Ahmadinejad, e di frustrare le aspirazioni della corrente “principalista” conservatrice.

Rafsanjani fu presidente dell’Iran dal 1989 al 1997, dopo che negli anni Ottanta aveva ricoperto il ruolo di presidente del parlamento di Teheran (Majlis). Con un’inclinazione marcatamente “pragmatica”, nonostante le responsabilità personali nella sanguinosa repressione del dissenso interno, Rafsanjani ha navigato le acque spesso agitate dei vertici della Repubblica Islamica, grazie alla sua astuzia politica, che gli garantì il soprannome di “squalo”, e al legame di lunga data con il padre della rivoluzione, ayatollah Ruhollah Khomeini.

Tra il 2007 e il 2011 è stato inoltre presidente della potente Assemblea degli Esperti, composta da 86 membri religiosi e incaricata di scegliere la Guida Suprema e sorvegliarne l’operato, mentre per tre decenni è stato a capo del Consiglio per il Discernimento, organo previsto dalla revisione costituzionale del 1988 con un ruolo consultivo della stessa Guida Suprema.

La singolarità e il peso della figura di Rafsanjani risiedono forse nella sua capacità di promuovere politiche pragmatiche, spesso assimilabili alle posizioni dei “riformatori”, pur continuando a far parte in tutto e per tutto dell’apparato di potere della Repubblica Islamica, all’interno del quale ha potuto arricchire enormemente se stesso e la sua famiglia.

Sia pure indebolito politicamente dopo le vicende legate al cosiddetto “Movimento Verde”, da lui appoggiato nel 2009, il mantenimento di posizioni di spicco tra le élite iraniane è stata anche la conferma dell’esistenza ad altissimi livelli e per almeno tre decenni di una fazione interessata a costruire rapporti amichevoli con l’Occidente e, soprattutto, a integrare il paese nei meccanismi del capitalismo internazionale.

Come spiegano in questi giorni i necrologi dei giornali di tutto il mondo, Rafsanjani è stato precocemente protagonista del dialogo, o delle prove di esso, con le potenze che avevano sostenuto strenuamente il regime dello shah, abbattuto dalla rivoluzione del 1979. Dai negoziati segreti degli anni Ottanta con Washington nell’ambito delle vicende che avrebbero portato allo scoppio dello scandalo “Iran-Contra” fino alle trattative sull’accordo relativo al nucleare di Teheran, siglato a Vienna nel luglio del 2015, e, in precedenza, al contributo all’elezione di Rouhani, Rafsanjani è stato di fatto il referente degli sforzi volti a un’apertura non violenta della Repubblica Islamica all’Occidente.

Non a caso, i commenti dei media internazionali hanno disegnato un ritratto tutto sommato positivo dell’ex presidente, ricordato come figura appunto equilibrata e sempre disponibile al dialogo a differenza dei fautori della linea dura e dei rappresentanti dell’estremismo religioso sciita.

Proprio questa lettura del ruolo di Rafsanjani ha parallelamente prodotto negli Stati Uniti e in Europa commenti e analisi allarmate, dal momento che la sua morte potrebbe lasciare un vuoto difficilmente colmabile per la galassia “riformista” iraniana, soprattutto in vista delle presidenziali del mese di maggio.

In molti hanno lamentato l’assenza di una forza comparabile a quella di Rafsanjani in grado di equilibrare il potere dei “principalisti” fedeli dell’ayatollah Ali Khamenei, con i moderati difficilmente in grado di ottenere l’appoggio politico necessario all’interno dell’establishment conservatore e di evitare l’influenza della destra religiosa sulla stessa Guida Suprema.

Il vuoto che i media in Occidente hanno prospettato dopo la morte di Rafsanjani sarebbe dovuto anche alla marginalizzazione da parte del regime delle icone del “riformismo”, o presunte tali, dall’ex presidente Mohammad Khatami ai due leader del “Movimento Verde” e candidati alla presidenza nel 2009, Mir-Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, entrambi da tempo agli arresti domiciliari.

Se la repressione ha indubbiamente avuto qualche peso, fuori da ogni ricostruzione e analisi dell’eredità politica di Rafsanjani restano tuttavia le responsabilità di quest’ultimo e dello stesso movimento “riformista” a cui il defunto ex presidente si era avvicinato negli ultimi anni.

Il fallimento della presidenza Khatami, il quale aveva ricevuto il sostegno di Rafsanjani, e lo stato comatoso dell’opposizione “riformista”, almeno fino alle proteste di piazza seguite alle discusse elezioni del 2009, viene cioè attribuito principalmente alla reazione dei “falchi” nelle posizioni di potere non elettive, i quali avrebbero frustrato gli sforzi per allentare i vincoli religiosi e ampliare le libertà personali, nonché il tentativo di apertura all’Occidente.

In realtà, se pure l’elezione di Khatami, così come i consensi significativi, anche se non maggioritari, raccolti dai candidati “moderati” nel 2009, era stata la risposta di una parte degli elettori iraniani al clima opprimente creato dal regime, è stata precisamente quell’esperienza di governo e il curriculum dei politici “riformisti” a screditare il movimento di opposizione.

Perfettamente in linea con le posizioni di Rafsanjani in ambito economico, Khatami aveva perseguito politiche di ristrutturazione dell’economia che hanno aumentato le disuguaglianze sociali in Iran, nonostante il sostanziale appoggio di governi, media e istituzioni internazionali a quelle che continuano a essere descritte come iniziative necessarie al rilancio di un’economia in stallo.

Rafsanjani e la fazione “riformista” o “moderata” all’interno della Repubblica Islamica hanno cioè sempre fatto leva sulle libertà personali e democratiche, anche se in maniera limitata, allo scopo di avanzare un’agenda liberista sul fronte economico. La ragione di ciò è da ricercare nelle aspirazioni della loro (limitata) base elettorale, vale a dire la borghesia urbana, spesso filo-occidentale, interessata ad avanzare il proprio status grazie alle occasioni messe a disposizione dall’ingresso del loro paese nei circuiti del capitalismo transnazionale.

L’ostilità nei confronti di questo progetto manifestata dalle fasce più povere della società iraniana ha rappresentato in definitiva il fallimento dei candidati dell’opposizioni nel 2009. Un fallimento che sarebbe costato a Rafsanjani l’esclusione dalle presidenziali del 2013, quando il Consiglio dei Guardiani bocciò la sua candidatura, con ogni probabilità per evitare il coagularsi attorno a essa di una nuova campagna, orchestrata in Occidente, per destabilizzare il regime.

Quell’esperienza finì con ogni probabilità per convincere l’ex presidente a cambiare parzialmente rotta e ad adoperarsi per il successo alle urne di un candidato con credenziali “moderate” ma accettabile agli occhi dell’establishment conservatore. L’elezione di Rouhani è stata così l’ultimo successo politico di Rafsanjani, il quale negli anni successivi ha visto andare in porto, almeno parzialmente, i progetti di riavvicinamento all’Occidente.

Ciò è stato però possibile anche grazie al momentaneo abbandono della linea dura nei confronti dell’Iran da parte dell’amministrazione Obama a Washington e alla convinzione della Guida Suprema e delle fazioni conservatrici meno estreme a tentare un cauto approccio nei confronti degli Stati Uniti.

Gli equilibri usciti dall’accordo sul nucleare di Vienna, a cui ha indubbiamente contribuito Rafsanjani o, quanto meno, la sua visione pragmatica delle relazioni internazionali, restano in ogni caso molto fragili. La morte dell’ex presidente iraniano potrebbe infatti avere conseguenze molto negative per i sostenitori del dialogo con l’Occidente nella Repubblica Islamica, i cui piani dovranno oltretutto fare i conti con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e con il rapido consolidarsi dell’asse economico-diplomatico-militare tra Teheran, Mosca e Pechino.

Russia cancella embargo contro la Turchia



http://www.askanews.it/esteri/russia-cremlino-cancella-embargo-contro-la-turchia_711848352.htm

Si potranno tornare a vendere in Russia i viaggi in Turchia, sino a novembre meta prediletta dalla federazione Russia, poi bandita in seguito all'abbattimento del jet russo in territorio siriano alla fine dello scorso anno. Il Cremlino ha reso noto che sono state apportate le modifiche al decreto russo sulle misure per "garantire la protezione della Russia e dei cittadini russi per la sicurezza nazionale da azioni illegali e criminali di altri" e "misure economiche speciali contro la Turchia". Lo si legge sul sito del Cremlino.
Oltre al bando per i tour operator, Mosca aveva inoltre adottato un embargo sulle importazioni di frutta e verdura turca e il divieto ai datori di lavoro russi di assunzione dei lavoratori turchi.
Il miglioramento dei rapporti tra i due paesi, dopo mesi di critiche e invettive violente, è venuto dopo che il Cremlino ha ricevuto una lettera inviata da Recep Tayyip Erdogan a Putin. Secondo quest'ultimo, il Presidente turco ha presentato le sue "scuse" per il caso del jet.

FOTO:http://www.linkiesta.it

Vertice delle Americhe, storico incontro e stretta di mano tra Obama e Castro



Di Salvatore Santoru

All'inaugurazione del vertice delle Americhe a Panama è avvenuto lo storico incontro tra il presidente statunitense Barack Hussein  Obama e quello cubano Raul Castro.
A simboleggiare il disgelo dei rapporti tra i due paesi, vi è stata alla fine una storica stretta di mano storica.

Per approfondire:http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/obama_castro_stretta_mano_vertice/notizie/1289952.shtml

Cuba:primo incontro tra Obama e Raul Castro a breve



Di Salvatore Santoru

Le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba si stanno facendo sempre più amichevoli, e per il prossimo 10 o 11 aprile è stato annunciato un'incontro tra il premier statunitense Obama e quello cubano Raul Castro.
L'incontro si svolgerà a Panama nel corso del summit dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa).

Per approfondire:http://www.corriere.it/esteri/15_aprile_04/primo-incontro-obama-castro-cuba-usa-c56f36b6-da90-11e4-8d86-255e683820d9.shtml

Il rischio di un conflitto nucleare nel mondo è aumentato

 -

Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato da un articolo di "Internazionale", negli ultimi anni i rischi di un conflitto nucleare sono notevolmente aumentati, visto che il disarmo si è fermato e i paesi che hanno le armi atomiche sono sempre di più.

Per approfondire:http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/02/minaccia-nucleare

Nucleare iraniano:per la Mogherini siamo vicinissimi a un'accordo



Di Salvatore Santoru

Secondo la guida politica della politica estera dell'Unione Europea Federica Mogherini nella diplomazia internazionale, non si è “mai stati così vicini ad un accordo sul nucleare iraniano” come oggi.
Sembra proprio, che nonostante le pressioni di alcuni governi arabi ostili all'Iran e quelle del governo israeliano si sta finalmente giungendo a un'accordo utile per tutte le nazioni coinvolte.

Per approfondire:http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2015/03/28/iran-mogherini-mai-stati-cosi-vicini-accordo_89bI6q98oVM4cL7Y1jW00M.html

http://www.ilfarosulmondo.it/mogherini-mai-stati-cosi-vicini-ad-un-accordo-sul-nucleare-iraniano/

“Ue? No grazie”. L’Islanda saluta Bruxelles

Di Roberto Derta
Da Paese della Cuccagna, in cui tutti volevano entrare, a spauracchio da evitare come fosse un gatto nero che attraversa la strada. È davvero una triste parabola quella dell’Unione europea, da cui in molti vorrebbero uscire mentre chi ne sta fuori ringrazia il cielo. Ora arriva la notizia che l’Islanda ha deciso di ritirare la sua candidatura per l’adesione all’Unione.
Il ministro degli Esteri Gunnar Bragi Sveinsson lo ha scritto in una nota alla Lettonia, Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio Ue. L’Islanda aveva chiesto di entrare nell’Ue nel 2010 con il governo socialdemocratico. Nel frattempo, tuttavia, sono arrivati al governo gli euroscettici.
“Gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio fuori dall’Unione europea”, ha spiegato l’esecutivo. Fra le ragioni che hanno spinto l’Islanda ad abbandonare il progetto ci sono le quote sulla pesca, uno dei pilastri dell’economia del paese. Immediata la protesta degli islandesi pro-adesione. Decine di persone si sono radunate davanti al Parlamento per manifestare contro una decisione assunta senza un referendum.

Ucraina:Germania in aperto conflitto con la NATO


La Germania cerca di evitare una soluzione militare alla crisi ucraina e non vuole rovinare i rapporti con la Russia, mentre gli Stati Uniti mirano a bloccare l’espansione dell’influenza di Mosca e sono pronti ad adottare misure radicali per raggiungere questo obiettivo, scrive il portale n-tv.de.
Dopo le dichiarazioni del comandante delle forze armate della NATO in Europa Philip Breedlove, per la prima volta la Germania è entrata in aperto conflitto con l’Alleanza Atlantica, scrive Deutsche Wirtschafts Nachrichten.
Secondo il portale tedesco, questo conflitto è stata una sorpresa. “Nell’Unione Europea cresce la resistenza alla strategia americana orientata contro la Russia,” – conclude DWN, notando che i “falchi” americani, tra cui il “celeberrimo” Zbigniew Brzezinski, fomentano l’escalation verso la Russia.
A sua volta il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha affermato che le informazioni delle fonti europee “non coincidono pienamente con le dichiarazioni che sono state fatte dalla NATO e dagli Stati Uniti.”
A proposito del conflitto tra Germania e NATO a seguito delle dichiarazioni del comandante della NATO Breedlove ne hanno parlato diversi media tedeschi. In particolare il portale n-tv.de ha segnalato le pesanti accuse della Germania all’indirizzo della NATO, secondo cui l’Alleanza Atlantica impedisce la soluzione pacifica del conflitto ucraino.

Ucraina, la più pericolosa delle crisi



Di Lucio Caracciolo

La guerra in Ucraina è la crisi più pericolosa vissuta in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Ci sono certo stati conflitti più sanguinosi, come quelli balcanici negli anni Novanta, ma nessuno ha mai pensato che potessero provocare uno scontro globale.

CI sono state tensioni molto gravi durante gli anni del confronto Est-Ovest, a partire dal blocco di Berlino nel 1948, ma l’equilibrio del terrore e la capacità dei leader statunitensi e sovietici di interpretare le mosse altrui hanno evitato lo scoppio di una “guerra calda” nel cuore del nostro continente. 

Oggi nell’Ucraina orientale, a ridosso del confine russo, si combatte un conflitto indiretto fra Washington e Mosca che divide noi europei mentre mette in questione la pace nel Vecchio Continente. E non solo.

Perché oggi, a differenza degli anni della guerra fredda, russi e americani non si capiscono. Né vogliono capirsi. I “telefoni rossi” non squillano più, o suonano a vuoto. Sarà per l’autismo di Vladimir Putin, che alcuni scienziati noleggiati dal Pentagono vorrebbero affetto da sindrome di Asperger in seguito a un danno neurologico sofferto nel grembo della madre. Sarà per l’indecisionismo di Obama, attribuito da inventivi analisti russi agli effetti della malaria di cui avrebbero sofferto i suoi ascendenti dal ramo paterno, ma che l’ultima dottrina di sicurezza nazionale Usa nobilita, battezzandola “pazienza strategica”.

Sarà infine per l’asimmetria delle percezioni reciproche - in Ucraina i russi sentono di giocarsi la vita o la morte della patria, mentre per gli americani è una partita periferica, ingaggiata con un’inaffidabile potenza regionale che s’illudeva di tornare globale. 

Fatto è che nelle cancellerie europee è scattato l’allarme rosso:bisogna fermare i combattimenti prima che sfuggano completamente di mano e producano la guerra fra Nato e Russia. Di cui l’Europa sarebbe il primario campo di battaglia.

Si spiega così la missione congiunta di Angela Merkel e François Hollande a Kiev e a Mosca. Un inedito: mai la scoppiatissima coppia franco-tedesca si era spesa al massimo livello per salvare la pace in Europa. Berlino e Parigi, come altre capitali europee, fra cui Roma, sono infatti giunte alla conclusione che Mosca e Washington non possono o non vogliono sedare il conflitto. Anzi, potrebbero inasprirlo, innescando un’escalation semiautomatica dalle conseguenze imprevedibili. 

I precedenti non sono incoraggianti. Ricordiamo la fallimentare missione a Kiev dei ministri degli Esteri di Polonia, Germania e Francia, nei giorni caldi di Majdan, che produsse un compromesso con Janukovich rovesciato poche ore dopo dalle milizie armate che avevano preso la guida del movimento popolare di protesta contro quel regime ipercorrotto. La speranza è che stavolta, con la cancelliera e il presidente che ci mettono la faccia, l’esito sia più concreto, meno provvisorio.

Merkel e Hollande sanno bene che la pace subito non è possibile. Il probabile compromesso strategico che la sorreggerebbe appare oggi indigeribile agli Stati Uniti e alla lega nordico-baltica (Svezia, Danimarca, Polonia, Estonia, Lettonia, Olanda, Norvegia e Lituania), che nella litigiosa famiglia euroatlantica esibisce il viso dell’arme contro Mosca. 

Esso infatti implicherebbe lo scambio fra l’integrità territoriale dell’Ucraina - salvo la Crimea che (quasi) nessuno si sogna più di riportare sotto Kiev anche se (quasi) nessuno intende ammetterlo formalmente - e la rinuncia dell’ex repubblica sovietica a entrare nella Nato. Al Donbas più o meno russofilo e ad altre regioni orientali sarebbe concessa una robusta autonomia. Inoltre, l’Ucraina potrebbe aprirsi contemporaneamente allo spazio economico comunitario e a quello eurasiatico, egemonizzato da Mosca.

Questa opzione rimane sul tavolo, ma non per ora. L’obiettivo immediato di Merkel e Hollande è di congelare il conflitto prima che l’Ucraina collassi. Gli ultimi mesi hanno confermato infatti l’inconsistenza delle Forze armate ucraine, male armate, peggio addestrate, demoralizzate e soprattutto infiltrate dai russi. L’afflusso di contractors occidentali e di volontari di varia provenienza - tra cui diversi neonazisti - non le ha rese molto più efficienti. 

Mentre il duo franco-tedesco negoziava ieri sera al Cremlino con Putin, la morsa si stringeva attorno alle unità fedeli (si fa per dire) a Kiev accerchiate a Debaltseve dalle milizie delle repubblichette ribelli e da una legione straniera filorussa (che conta qualche neofascista nostrano), con il decisivo supporto di migliaia di militari (gli “uomini verdi” senza mostrine) e volontari russi, sotto la regia della Quarantanovesima armata di stanza a Stavropol’.

Il caos militare corrisponde al fragile equilibrio politico di Kiev,dove gli oligarchi continuano a spolpare l’osso di un paese in pieno fervore patriottico, devastato da una crisi economica incontrollabile anche dai ministri di importazione - l’americana Natalie Jaresko alle Finanze e il lituano Aivaras Abromavičius all’Economia.

Se il cessate-il-fuoco cui mirano Merkel e Hollande si svelasse utopia, si rafforzerebbero negli Stati Uniti i fautori dell’escalation. L’idea è di armare gli ucraini perché possano respingere i russi. Ipotesi molto ottimistica, stanti i rapporti di forza. Senza considerare che parte delle forniture finirebbe agli stessi russi, incistati nei comandi militari di Kiev. Mosca poi interpreterebbe questa mossa come una indiretta dichiarazione di guerra. Con possibili conseguenze dirette, se ad esempio qualche “addestratore” americano finisse nel mirino russo o viceversa.

Per questo Berlino e Parigi, ma anche Londra e Roma, si sono espresse nettamente contro il riarmo occidentale dell’Ucraina. Obama, prima di decidere, attende di parlarne con la cancelliera Merkel, ospite lunedì della Casa Bianca. 

«Ho molta considerazione per l’opinione di Angela», ha lasciato filtrare il presidente. Un modo per annunciare la rinuncia a fornire «armi difensive» all’Ucraina? Al contrario, un depistaggio? O solo il riflesso della sua proverbiale refrattarietà a schierarsi? Lo sapremo presto.

La nuova guerra "fredda" mondiale tra USA e Russia

Di Alfonso Desiderio
C'è una guerra mondiale in pieno svolgimento, come accennavo nel precedente post. Da una parte Stati Uniti e Arabia Saudita, dall'altra la Russia. (vedi anche il volume di Limes La Russia in guerra) In mezzo l'Iran, coinvolta per volontà saudita (ma non americana). Una guerra strana. Non è dichiarata, ma questa non è una novità. È che si combatte su piani diversi, nell'era delle guerre asimmetriche, e i soggetti in campo cambiano a seconda del piano del conflitto che si analizza.
Procediamo con calma. Primo fronte, quello caldo dove si combatte con le armi, è l'Ucraina. Putin ha reagito alla defenestrazione degli ucraini filorussi dal governo e alla svolta 'a destra' di Kiev riprendendosi la Crimea (russa dal Settecento e 'regalata' a Kiev da Kruscev) e aiutando i ribelli filorussi in Ucraina orientale. Dopo anni in cui ha cercato di 'imporre' l'influenza russa (la Rus' di Kiev è la culla della Russia per i nazionalisti) attraverso i leader locali filorussi - sempre di volta in volta caduti - si è probabilmente stufato degli intermediari e ha voluto agire direttamente. In Crimea tutto facile, era già una repubblica autonoma, gli ucraini pochi e le truppe di Mosca già presenti (è sede della flotta russa del Mar Nero fin dai tempi sovietici). Più complicata la situazione in Ucraina orientale, dove le province a maggioranza russa si sono sollevate (con il sostegno di Mosca) ma Kiev ha reagito militarmente.
Da anni Putin lavorava al ritorno della Russia nell'ex spazio sovietico e il ruolo crescente della Russia come fornitore di energia (gas e petrolio) dei paesi europei (in particolare la Germania, ma non solo) gli dava una forte arma negoziale nei confronti  dell'Europa. Poi forse contava sull'incertezza mostrata da Obama in politica estera, ora con un Congresso pienamente controllato dai repubblicani. Probabilmente sperava che finisse come con la guerra in Georgia
Ha sbagliato i conti. Gli Stati Uniti non gliela stanno facendo passare liscia. Per la Casa Bianca ha superato il limite. Per Washington è anche l'occasione per cercare di rompere l'asse energetico e politico di Eurussia.
Limes1214_carta6_500
Il secondo fronte: le sanzioni. La Nato è mobilitata nell'impedire ulteriori trasgressioni russe e a tranquillizzare Polonia e Baltici che temono l'espansionismo russo. L'arma usata da Washington non è militare ma economica. In primo luogo le sanzioni economiche a cui si sono dovuti allineare anche i riottosi europei che sarebbero pronti a sacrificare l'Ucraina per l'energia russa ma non possono entrare così apertamente in conflitto con gli Stati Uniti e gli europei orientali. Cruciale è il ruolo della Merkel che in queste ore è in Russia con Hollande per cercare una mediazione con Putin.
Il terzo fronte: il petrolio. Ma la vera arma economica non sono le sanzioni. E' il prezzo del petrolio. Qui interviene l'Arabia Saudita, che tenendo alta la produzione di greggio ha provocato il crollo del prezzo da 100 a 50 dollari. Per Putin è un colpo mortale. La crescita politica ed economica della Russia sotto la sua leadership è stata possibile grazie all'alto prezzo del petrolio di questi anni. La vendita di gas e petrolio è l'asset principale dell'economia russa. Quanto reggerà la Russia in queste condizioni? Già molti degli oligarchi diventati ricchi grazie a Putin lo stanno abbandonando, anche se non apertamente: hanno spostato i capitali in Svizzera e altri paradisi fiscali contribuendo alla crisi del rublo.
Con questa mossa Ryad ha preso tre piccioni con una fava. Ha colpito la Russia Putin (che è un concorrente energetico ma anche nell'Asia centrale islamica) ha danneggiato l'arcinemico iraniano che si è permesso di "aizzare' le minoranze sciite nel golfo persico, e ha reso meno conveniente usare le nuove tecniche di estrazione del greggio degli Usa che stanno per rendere autosufficiente la potenza americana in campo petrolifero. Qui il campo si complica. Gli Stati Uniti stanno cercando il riavvicinamento con l'Iran e la mossa dell'alleato saudita non aiuta in questo campo. Allo stesso tempo danneggia la produzione di energia interna. Fino a quando Obama, presidente in uscita, resisterà alle pressioni? Fino a quando gli interessi antirussi americani prevarranno?
La guerra è davvero mondiale. Da non dimenticare infatti il ruolo della Cina, che ne sta approfittando per ottenere dalla Russia maggiori forniture energetiche. Della Turchia, che ha sostituito l'Europa come sbocco del gasdotto ex southstream. Infine c'è la novità della Grecia di Tsipras che messa alle strette dalla trojka europea minaccia di mettere in discussione la settantennale scelta atlantica e di aiutare la Russia rompendo il fronte delle sanzioni europee. Insomma  avremo modo di riparlarne...

Terza Guerra Mondiale alle porte ?



Di Salvatore Santoru

La contesa tra la NATO e la Russia in Ucraina rischia di trascinare seriamente il mondo in un nuovo conflitto armato, nella famigerata "Terza Guerra Mondiale" che per ora è stata combattuta solo in modo indiretto.

Oltre alla questione ucraina, tra i possibili "punti caldi" c'è da segnalare la Siria, dove a livello geopolitico si scontrano gli interessi degli States e dei regimi del Golfo, schierati con l'opposizione, e la Russia, schierata con Assad insieme all'Iran.



L'Europa si trova divisa a metà, in quanto buona parte della classe dirigente dell'UE è schierata con gli States, alcuni paesi come la Grecia e in parte la Germania e la Francia si stanno avvicinando alla Russia.



Da non sottovalutare ovviamente il fenomeno dell'ISIS, l'organizzazione terroristica emersa dalle frange più radicali e islamiste dell'opposizione siriana, diventato in seguito un vero e proprio stato, che sta cercando di conquistare il Medio Oriente e il Nord Africa, e sembra possa attaccare anche l'Europa.



A livello più generale c'è da dire che sostanzialmente questo ipotetico nuovo conflitto, per ora fortunatamente solo indiretto, a livello geopolitico vederebbe contrapposti gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati a quelli della Russia, della Cina e dei loro alleati, mentre a livello culturale e religioso rifletterebbe, nell'area mediorientale, un conflitto all'interno dell'Islam ( paesi sunniti come l'Arabia Saudita e il Quatar contro sciiti come l'Iran e la Siria ), e in seguito molto probabilmente tra mondo islamico e ebraico, "latente" ma nemmeno tanto conflitto che vede in quello palestinese/israeliano la sua più diretta emanazione.

Stampa

Sperando che queste ipotesi non si concretizzino come scritto, staremo a vedere .

La "nuova Guerra Fredda" tra USA e Russia




Di Salvatore Santoru

Come la questione ucraina sta ampiamente dimostrando, il mondo è attraversato da una vera e propria "nuova guerra fredda", che contrappone da una parte la NATO,gli USA e i suoi alleati, dall'altra la Russia, i BRICS e i loro alleati.

Oltre al conflitto geopolitico e militare, tale scontro oppone due visioni diametralmente opposte del mondo e delle relazioni politiche internazionali.

Da una parte l'ideologia che guida gli States, che si potrebbe definire come "neo-eccezionalista", ed è basata tendenzialmente sulla difesa della supremazia statunitense e una certa convinzione della "superiorità" culturale e politica del modello occidentale contemporaneo, modello a cui, secondo tale ottica, tutto il mondo deve prima o poi adeguarsi.




Tale corrente di pensiero egemone si presenta in due versioni diverse nella forma, ma aventi sostanzialmente un'obiettivo comune .

Difatti, secondo la versione "neocons" dominante durante l'era Bush il dominio statunitense doveva essere consolidato grazie allo "scontro di civiltà" e alla guerra diretta contro tutti i potenziali nemici dell'America, mentre in quella liberal oggi egemone nell'era Obama, deve essere mantenuto tramite una guerra indiretta e latente, da legittimare come "esportazione della democrazia" e dei diritti umani, e secondo il mantra della "responsabilità di proteggere", quando diventa diretta.
Tra gli ideologi nonché ispiratori dell'attuale politica estera del paese si possono citare il politologo Zbigniew Brzezinski e in parte il magnate George Soros, mentre nella precedente era Bush si potevano annoverare Dick CheneyDonald Rumsfeld.



Invece, l'ideologia che guida la recente politica estera russa può essere ricondotta al "neoeurasiatismo", ideologia portata avanti da Aleksandr Dugin, politologo e filosofo nonché professore di sociologia all'Università di Mosca e diventato recentemente consigliere del Cremlino.



La teoria di Dugin, ribattezzata dallo stesso come "quarta via" politica, sostanzialmente si basa sulla messa in discussione della supremazia statunitense con il conseguente passaggio dall'attuale "mondo unipolare" al "mondo multipolare", fondato su una sorta di "globalizzazione alternativa" non più basata sul primato della mentalità e del dominio angloamericano, ma retta su un'equilibrio tra le diverse potenze, tra cui dovrebbe emergere anche l'Unione eurasiatica che lo stesso intellettuale promuove.



La particolarità di questa teoria consiste nel suo sincretismo ideologico .

Difatti, vengono integrati diversi aspetti di ideologie tradizionalmente opposte tra di loro come il liberalismo/libertarismo, il comunismo e il nazionalismo per farne una sintesi non duale,costruendo in tal modo la quarta "teoria politica" che costituisce l'unione e il superamento delle precedenti vie (liberalismo,socialismo,fascismo).



A livello culturale, il problema principale per l'eurasiatismo sarebbe l'egemonia materialista egemone dell'Occidente contemporaneo, di cui oggi la supremazia statunitense, così come l'adozione mondiale del sistema consumista e del capitalismo "selvaggio", costituirebbe l'effetto politico.

Come risposta a ciò, Dugin e gli eurasiatisti sostengono il rafforzamento della spiritualità ( dal cristianesimo al buddhismo, passando per paganesimo, ebraismo e Islam ) in Russia come nel resto del mondo, e una sorta di ritorno ad essa per l'Europa.


Come si è ben visto, tali visioni ideologiche del mondo presentano delle enormi differenze, e a quanto pare la "nuova guerra fredda" oltre che sul piano geopolitco ed eventualmente militare, sarà combattuta sopratutto sul piano intellettuale .