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Totò Riina: nei conti pochi spiccioli, dov’è finito il tesoro? La pista sudafricana

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Totò Riina: nei conti pochi spiccioli, dov’è finito il tesoro? La pista sudafricana. La tragica eredità lasciata da Totò Riina non comprende solo il fiume di sangue versato: ufficialmente, sarebbe morto in povertà, nei 38 conti correnti intestati a lui o alla famiglia sono rimasti pochi spiccioli, una vera beffa. Dov’è finito il tesoro a nove zeri del defunto capo dei capi?
Di sicuro – come attestano i recenti sequestri, l’ultimo da un milione di euro questa estate – la famiglia non è nullatenente come vuol far credere: da dove arrivano i soldi degli assegni sottoscritti dalla moglie a beneficio dei detenuti, chi finanzia le attività imprenditoriali dei figli?
L’ultimo sequestro. I Carabinieri del Ros e quelli del Comando Provinciale di Palermo e Trapani a luglio hanno sequestrato al boss Salvatore Riina e ai suoi familiari beni per un valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro. Il provvedimento riguardava società, una villa, 38 rapporti bancari e, soprattutto, numerosi terreni del padrino corleonese. L’inchiesta nasceva dai redditi dichiarati negli anni da Riina e dai suoi congiunti da cui è stato possibile ipotizzare l’utilizzo di mezzi e di risorse finanziarie illecite.
“I nuclei familiari dei figli di Riina risultano non avere la disponibilità di redditi sufficienti a far fronte anche alle sole spese necessarie per il sostentamento degli stessi; ne consegue che in tale situazione, qualsiasi, pur minimo, accumulo di risorse, risulta del tutto ingiustificato”, c’è scritto nella relazione del tribunale Misure di prevenzione.
La pista sudafricana. Sulle tracce del tesoro di Riina, sul Sole 24 Ore Roberto Galullo dà conto di una pista che porta al Sudafrica, legata alla figura di Vito Roberto Palazzolo, alias Robert von Palace Kolbatshenko. Estradato dalla Thailandia nel 2013 ha sempre negato di aver collegamenti con Cosa Nostra, le inchieste hanno accertato il suo ruolo chiave nelle operazioni di riciclaggio e ripulitura dei soldi di provenienza illecita.
Palazzolo – anche se il suo collegio di difesa ha sempre smentito questa ipotesi, bollandola come mera fantasia – viene considerato da investigatori e inquirenti come il cassiere internazionale non solo di Riina ma anche di altri capi mafia siciliani come Bernardo Provenzano. Gli investimenti della famiglia Riina sarebbero transitati anche nelle sue mani e fluidificati nelle sue importantissime amicizie in tutto il mondo, compresa l’immancabile Svizzera (dove non mancherebbero sostanziosi conti correnti). (Roberto Galullo, Il Sole 24 Ore)

Totò Riina, niente funerali in chiesa. Al massimo una preghiera al cimitero

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Totò Riina, niente funerali in chiesa. Al massimo una preghiera al cimitero. “Un funerale pubblico non è pensabile. Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze”. Lo dice all’ANSA il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis.
Non risulta per ora che a Parma sia stata chiesta una benedizione della salma di Totò Riina, morto nella notte all’ospedale Maggiore a 87 anni, compiuti ieri. Nessuna richiesta in tal senso è stata fatta, secondo quanto verificato dall’ANSA, né al cappellano del carcere, frate Giovanni Mascarucci, né ai padri cappuccini che si occupano dei pazienti dell’ospedale dalla chiesa di San Francesco e neanche alla diocesi di Parma. Nessun religioso inoltre sarebbe stato interpellato nelle ultime ore del boss di Corleone.
In ogni caso la posizione ufficiale della Chiesa in merito è chiara: monsignor Michele Pennisi, vescovo di Monreale, la diocesi di Corleone, ha negato da anni i funerali ai mafiosi, come battesimi, cresime ecc… Oggi ribadisce il concetto: “Trattandosi di un pubblico peccatore non si potranno fare funerali pubblici. Ove i familiari lo chiedessero si valuterà di fare una preghiera privata al cimitero”.

È morto Totò Riina



http://www.ilpost.it/2017/11/17/toto-riina-morto/

Totò Riina è morto alle 3:37 del mattino di oggi presso il reparto per detenuti della clinica universitaria di Parma, dove era ospitato da quasi due anni per il progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute. Nelle scorse settimane era stato operato due volte e dopo l’ultimo intervento era entrato in coma. Riina aveva compiuto ieri 87 anni ed era sottoposto a detenzione da 24, in seguito alle condanne a diversi ergastoli per omicidi e stragi mafiose, compresa quella in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della loro scorta nel 1992. Riina era stato arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza. Negli ultimi anni aveva iniziato a soffrire di gravi problemi cardiaci, renali e di parkinsonismo vascolare.

(Totò Riina alla sua prima udienza del processo sulla strage di Capaci nell’aula-bunker dell’Ucciardone a Palermo, 28 febbraio 1993 – ANSA)
Le condizioni di salute di Riina erano tornate di attualità lo scorso giugno, quando la Corte di Cassazione aveva emesso una sentenza con la quale aveva annullato con rinvio un’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna (dal 2013 Riina era detenuto a Parma) che aveva negato la richiesta dell’avvocato di Riina per la sospensione della pena, o almeno gli arresti domiciliari, considerate le precarie condizioni di salute del suo cliente. La nuova vicenda giudiziaria aveva portato a numerose polemiche, politiche e non solo, sull’opportunità di cambiare il regime carcerario per Riina e più in generale sulle condizioni dei detenuti sottoposti al 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”.
A partire da metà degli anni Novanta, Riina cambiò diverse volte carcere: prima fu detenuto all’Asinara, in Sardegna, poi ad Ascoli Piceno e infine a Parma. Come la maggior parte dei boss mafiosi, era sottoposto al 41 bis, che nei casi più gravi prevede che il condannato non interagisca con gli altri detenuti durante le cosiddette “ore d’aria”, e che abbia un numero molto limitato di telefonate e incontri con i familiari e gli avvocati, uno o due al mese. Il 41 bis per Riina fu in parte modificato nel 2011, quando era in carcere ad Ascoli Piceno, con permessi per vedere alcuni detenuti selezionati durante il giorno. Le cose cambiarono ulteriormente una volta trasferito a Parma, quando si rese necessario il suo ricovero in ospedale per i problemi di salute, dopo che a lungo varie sentenze avevano stabilito che dovesse rimanere in prigione.
(Totò Riina nell’aula bunker del tribunale di Caltanissetta durante il processo per la strage di Capaci, 14 novembre 1996 – ANSA)
Riina stava scontando una pena cumulativa di 26 ergastoli. Tra le varie condanne le più gravi furono quelle che avevano che fare con la strage di via d’Amelio e con quella di Capaci, entrambe avvenute nel 1992 e in cui morirono i magistrati Falcone e Borsellino e le loro rispettive scorte. Riina era imputato anche in un altro processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, sul sospetto cioè che dopo gli anni 1992 e 1993 lo Stato abbia cercato di raggiungere con Cosa Nostra un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis. Riina ha seguito le udienze del processo in videoconferenza, dovendo poi rinunciare per motivi di salute.
(Totò Riina nell’aula bunker di Palermo, 8 marzo 1993 – ANSA)
Salvatore Riina era nato a Corleone il 16 novembre del 1930 e fu il capo di Cosa nostra dal 1982 fino all’arresto. Il padre e il fratello minore morirono quando lui aveva tredici anni mentre stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa. Poco più tardi Riina conobbe il mafioso Luciano Liggio e attraverso il furto di grano e bestiame si affiliò alla cosca locale di cui faceva parte anche lo zio paterno. Riina fu condannato la prima volta quando aveva diciannove anni per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Venne scarcerato e con Liggio prese parte alla cosiddetta “prima guerra di mafia”, un conflitto interno nel quale venne eliminato l’allora boss Michele Navarra. Riina venne arrestato di nuovo nel dicembre del 1963 e dopo aver scontato alcuni anni di prigione al carcere dell’Ucciardone fu assolto per insufficienza di prove. Dopo l’assoluzione si trasferì con Liggio in provincia di Bari, ma il Tribunale di Palermo emise un’ordinanza di custodia precauzionale. Riina tornò a Corleone, venne arrestato, venne stabilita per lui la misura del soggiorno obbligato e a quel punto iniziò la sua lunga latitanza.
(I paracadutisti del battaglione Tuscania e i carabinieri del Ros nell’ultimo covo di Totò Riina, in un’immagine del 21 gennaio 1993 – ANSA/NINO SGROI)
Negli anni Settanta Riina partecipò come esecutore materiale all’omicidio del procuratore Pietro Scaglione e partecipò a diversi sequestri a scopo di estorsione. Nel 1981 Riina, insieme a Bernanrdo Provenzano, diede inizio alla cosiddetta «seconda guerra di mafia», un conflitto interno a Cosa Nostra con cui eliminarono i boss rivali e imposero una “dirigenza” composta soltanto da persone a loro fedeli. Nel 1992 dopo il cosiddetto Maxiprocesso che portò alla condanna all’ergastolo di molti capi mafiosi, la mafia aumentò il numero di violenze e attentati contro lo Stato. Gli inizi degli anni Novanta furono quelli dell’omicidio del parlamentare siciliano della DC Salvo Lima (12 marzo 1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17 settembre 1992), delle stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via D’Amelio (19 luglio 1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, delle bombe in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993) e in via Palestro (27 luglio 1993) a Milano, delle autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma, e del fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14 maggio 1993).
(Salvatore Riina con l’avvocato Alessandro Scalfari durante il processo per l’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, 10 dicembre 1994 – ANSA)
Riina venne arrestato nel 1993 a Palermo, vicino alla sua casa dove aveva trascorso alcuni anni della latitanza, insieme alla moglie e ai figli. L’arresto fu favorito dalle dichiarazioni dell’ex autista che decise di collaborare con la giustizia.

Tutti i misteri legati al boss Totò Riina

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La Stampa

Con Bernardo Provenzano, morto il 13 luglio 2016, formava la terribile e sciagurata coppia di Cosa nostra. Raffinati e brutali strateghi della ferocia. Totò Riina, oggi 87enne e in condizione fisiche sempre più precarie, è l’immagine più cruda e netta dell’anima nera e stragista della mafia, di cui è ritenuto ancora il capo indiscusso. Sta scontando 26 ergastoli e dal 1993 è recluso al 41 bis. 

LA SANGUINOSA ASCESA CORLEONESE  
Nato a Corleone, cuore antico e profondo della Sicilia, in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930, si legò presto al capomafia Luciano Liggio e a 19 anni fu condannato ad una pena a 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell’Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Da fedelissimo di Liggio prese parte alla sanguinosa faida contro gli uomini di Michele Navarra. Nel 1969 avviò la sua lunga latitanza che diede inizio alla sua ascesa, sancita ancora nel sangue, il 10 dicembre, con la «strage di Viale Lazio», che doveva punire il boss Michele Cavataio. Sempre più influente, sostituì spesso Liggio nel «triumvirato» di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Risale a quegli anni l’asse con il loro “compaesano” Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, con cui mise le mani nella politica e nell’amministrazione degli affari comunali. Nel 1971 fu esecutore materiale dell’omicidio del procuratore Pietro Scaglione e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio, attraverso il quale stabilì rapporti solidi con `Ndrangheta di Tripodo e i camorristi napoletani affiliati a Cosa nostra dei fratelli Nuvoletta. Dal ’74 reggente della cosca di Corleone, sempre più strategica negli assetti di Cosa nostra, scatenò la seconda guerra di mafia che vide dal maggio 1981 l’uccisione per mano dei boss a lui fedeli, di oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta lupara bianca. Un vero massacro fino a quando si insediò nel 1982 una nuova «Commissione» di stretta osservanza corleonese, composta da capimandamento fedeli a Riina e da lui guidata. 

LA STRATEGIA POLITICA  
Principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino, il quale nel 1976 instaurò un rapporto solido con Salvo Lima.  
Seguì una serie di omicidi politici: il 9 marzo 1979 Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana; il 6 gennaio 1980 fu ucciso il presidente della Regione delle carte in regola Piersanti Mattarella; il 30 aprile 1982 il leader del Pci siciliano Pio La Torre. 

SCHIAFFO AL PADRINO E LA `CATENA DEL TRITOLO´  
Un duro colpo il potere di Riina lo subì il 30 gennaio 1992 quando la Cassazione - nonostante i tentativi di cambiarne le sorti - confermò gli ergastoli del Maxiprocesso e sancì l’attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta: uno schiaffo al mito dell’impunibilita’ di Cosa nostra. Il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso: si era alla vigilia delle elezioni politiche e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo. A maggio l’attacco frontale allo Stato. La strage di Capaci nel quale fu ucciso Giovanni Falcone. Cinquantasette giorni dopo toccò a Paolo Borsellino, in via D’Amelio. Nel ’93 le stragi del Continente. Una «catena del tritolo» oggetto di indagini anche da parte della Procura di Firenze, su cui si è fatta maggiore chiarezza dopo depistaggi e silenzi. 

TRATTATIVE E PAPELLI. LA CATTURA  
In questo periodo sarebbe iniziata la presunta trattativa, al centro di un processo il cui primo grado è alle fasi conclusive. Cruciale il ruolo di esponenti dello Stato e Vito Ciancimino. Riina rispose alla richiesta di un accordo con il famoso Papello, finalizzato a ottenere la revisione del maxiprocesso, ad ammorbidire le condizioni dei detenuti, cancellazione della legge sui pentiti. Fu arrestato il 15 gennaio del 1993 dalla squadra speciale dei Ros guidata dal Capitano Ultimo, davanti alla sua villa, in via Bernini. Mentre restava libero Bernardo Provenzano, il `ragioniere´ di Cosa nostra, preso solo l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. 

IL GRANDE DEPISTAGGIO  
Un periodo oscuro e torbido di contatti obliqui tra pezzi di Stato e della criminalità organizzata rintracciati a cavallo delle stragi. Ed è stato necessario un quarto di secolo per diradare parte delle nebbie sulla verità delle stragi, perché Cosa nostra ha agito per compartimenti stagni. Nessuno dei primi collaboratori di giustizia, faceva parte del mandamento di Brancaccio. Nel 2008 però ecco Gaspare Spatuzza, poi il pentimento di Fabio Tranchina e per ultimo quello di Cosimo D’Amato. Alle loro rivelazioni si sono aggiunti riscontri formidabili. 
Ad aprile scorso è arrivata la sentenza del quarto processo sulla strage Borsellino: un punto fermo dopo depistaggi, falsi pentiti, ombre di mandanti esterni. Un attentato micidiale eseguito dalla mafia, ma maturato in un clima di veleni anche fuori Cosa nostra; e segnato dalle inquietudini di Paolo Borsellino che si disse - sconvolto, incredulo e in lacrime - «tradito da un amico». Anche qui l’irruzione di Gaspare Spatuzza ha consentito di aprire una nuova stagione giudiziaria e sgretolato le certezze arrivate dai precedenti processi per l’attentato che avevano resistito a tre gradi di giudizio. Spatuzza si è autoaccusato del furto della Fiat 126, utilizzata come autobomba. A decidere la strage di via d’Amelio, così come quella di Capaci, è stato Totò Riina, in occasione degli auguri di Natale del 1991, nel corso di una riunione della Commissione provinciale. A portare a compimento la strage di via d’Amelio, il mandamento di Brancaccio, considerato il filo conduttore della stagione stragista conclusasi nel continente. Ad azionare il telecomando il boss Giuseppe Graviano. Anche la sentenza del maxiprocesso, devastante per Cosa nostra, sarebbe una delle cause scatenanti. Cosa nostra aveva attivato tutti i canali istituzionali disponibili per arrivare all’aggiustamento finale della sentenza. Ma si era sentita abbandonata dai suoi referenti istituzionali. Altro fattore sarebbe quello secondo il quale Borsellino sarebbe stato a conoscenza dei contatti tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra e si sarebbe opposto. 

RESTANO I MISTERI  
Dalle carceri di massima sicurezza ha continuato ad essere un simbolo suggestivo del potere di Cosa nostra, un riferimento concreto per l’organizzazione in difficoltà. Da lì ha continuato anche al lanciare editti di morte, come - nel novembre 2013 nei confronti del magistrato Nino Di Matteo. Nel frattempo le sue condizioni di salute si sono aggravate fino al coma farmacologico. Rimangono a lui legati tanti misteri, della mafia e non solo. La presenza, a esempio, di eventuali mandati esterni e il coinvolgimento dei servizi segreti rimane al momento solo un’ipotesi investigativa, non provata, ma su cui non si molla la presa. Il procuratore di Caltanissetta Bertone ha avvertito che «ci sono ancora buchi neri». Il riferimento è anche all’agenda rossa del giudice Borsellino, mai trovata, e alle indicazioni fornite in aula da un ufficiale dei carabinieri: «Elementi che pongono la necessità di riaffrontare questo tema, per una ulteriore attività che dovrà essere svolta».  

Riina in fin di vita, Orlando autorizza i figli a stargli vicino

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È in fin di vita il boss corleonese Totò Riina. Malato da tempo, è ricoverato nel Reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Con il parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell'Amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha firmato il permesso per i figli, la moglie e i parenti più stretti, che potranno stargli vicino.
Il capomafia, in coma da giorni dopo due interventi chirurgici, compie oggi 87 anni. Secondo quanto scrive Repubblica Palermo, nel secondo intervento a cui è stato sottoposto il boss dei boss sono sorte gravi complicazioni che hanno reso necessaria una sedazione profonda. Riina sarebbe dunque in coma farmacologico.
"Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo", ha scritto su Facebook il terzogenito del boss.
Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, è ancora considerato dagli inquirenti il capo indiscusso di Cosa nostra. Riina sta scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93, nel Continente.
Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. L'ultimo processo a suo carico, ancora in corso, è quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato.
Nelle ultime settimane Riina è stato operato due volte. I medici hanno da subito avvertito che difficilmente il boss,le cui condizioni sono da anni compromesse, avrebbe superato gli interventi.
Nato a Corleone nel 1930, è il maggior rappresentante dei falchi di Cosa nostra. È lui il regista delle stragi dell'estate del '92 a Palermo dove persero la vita Falcone, Borsellino e gli agenti delle loro scorte. È ritenuto mandante di tutti gli omicidi eccellenti eseguiti dai sicari della mafia.
Totò 'u curto, come venne ribattezzato per via della sua statura, inizia l'ascesa in Cosa nostra nei primi anni Settanta, consolidando il suo potere negli anni Ottanta quando la mafia corleonese sfida le storiche famiglie palermitane da boss del calibro di Stefano Bontade e Totuccio Inserillo. Sin da giovane, Riina lega il suo nome a quello del mafioso Luciano Liggio, con il quale intraprende il furto di covoni di grano e bestiame e lo affila nella locale cosca mafiosa, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo.
A 19 anni Riina viene condannato a 12 anni, pena scontata parzialmente nel carcere dell'Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, venendo però scarcerato nel 1956.
Viene però arrestato nel dicembre del 1963 a Torre di Gaffe: ha con sé una carta d'identità rubata e una pistola non regolarmente dichiarata. Tenta di scappare ma venne braccato e catturato dalle forze dell'ordine. Dopo aver scontato alcuni anni di prigione all'Ucciardone viene assolto per insufficienza di prove e dopo l'assoluzione, si trasferisce con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari. Il Tribunale di Palermo emette un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Riina torna da solo a Corleone, dove viene arrestato e gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato; scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, non raggiunge mai il soggiorno obbligato, dando inizio alla sua latitanza.
Nel 1969 è tra gli esecutori della strage di Viale Lazio, che doveva punire il boss Michele Cavataio. Nel 1971 Riina è l'esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione e, nello stesso anno, partecipa ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio a Palermo: Giovanni Porcorosso, figlio dell'industriale Giacomo, e anche il figlio del costruttore Francesco Vassallo mentre nel 1972 Riina stesso ordina il sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel quale vengono implicati uomini della cosca di Giuseppe Calò.
A quel tempo il principale referente politico di Riina è il democristiano Vito Ciancimino, suo compaesano diventato sindaco di Palermo. Durante la latitanza la Belva si sposa con Ninetta Bagarella. Un matrimonio celebrato negli anni Settanta da un prete in odor di mafia: don Agostino Coppola. Ha quattro figli due dei quali, Giovanni e Giuseppe.
Gli anni '80 sono segnati dalla seconda guerra di mafia: nella provincia di Palermo i boss dello schieramento che faceva capo a Riina uccidono oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti mentre molti altri rimangono vittime della cosiddetta lupara bianca. Tra gli omicidi attribuiti a Riina ci sono quello del segretario provinciale della Dc, Michele Reina, del fratello dell'attuale presidente della Repubblica, Piersanti Mattarella e del deputato del Pci Pio La Torre.
Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma gli ergastoli del Maxiprocesso sancendo l'attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta. Alcuni pentiti raccontano di rapporti tra Riina e alcuni rappresentati della politica, tra cui il democristiano Salvo Lima. Un pentito parla anche di un incontro con Andreotti, testimonianza ritenuta inattendibile nella sentenza del processo contro l'ex presidente del consiglio. Anche l'esistenza della trattativa tra stato e Cosa nostra sarà successivamente smentita, nonostante il processo sia ancora in corso.
Le deposizioni dei collaboratori di giustizia scatenano la ritorsione di Cosa nostra su precisa indicazione di Totò Riina, il quale autorizza i capofamiglia a eliminare i familiari dei pentiti "sino al 20esimo grado di parentela", compresi i bambini e le donne. Riina si scaglia anche contro lo Stato, dalle bombe di Roma e Firenze, alle stragi di Capaci e via d'Amelio in cui moriranno Falcone e Borsellino.
Riina viene arrestato il 15 gennaio del '93 dopo circa 23 anni di latitanza da una speciale squadra di carabinieri guidati dal capitano Ultimo. Dopo la cattura viene sottoposto al carcere duro, previsto per chi commette reati di mafia, il 41-bis, prima nel supercarcere dell'Asinara e poi in quello milanese di Opera.