La “rivoluzione siriana” e’ entrata nel settimo mese, oggi si celebra il 30.mo venerdi’ di protesta contro il regime del partito Baath e di Bashar Al Assad, e non si intravedono all’orizzonte prospettive di una soluzione politica.
DI MARIAM GIANNANTINA
Il 6 settembre è stato riconsegnato dalla polizia alla famiglia il cadavere di Ghiyath Matar , 25 anni, arrestato sei giorni prima. Gli attivisti denunciato che e’ stato ucciso sotto tortura. Ghiyath era uno degli organizzatori delle manifestazioni a Daraya, sobborgo di Damasco, strenuo fautore della scelta nonviolenta. Era soprannominato il “piccolo Ghandi” perche’ aveva distribuito fiori ai soldati che presidiavano l’area. Alla veglia funebre di Ghiyath hanno partecipato l’ambasciatore americano Ford ed altri ambasciatori occidentali, suscitando le ire delle autorita’ siriane.
La crisi siriana sembra aver raggiunto un pericoloso momento di stallo, in cui aumentano le minacce di discesa in una guerra civile tra oppositori e sostenitori di Bashar Al Assad, in gran parte su linee settarie (sunniti i primi, alawuiti i secondi). “Con la crescita della repressione il regime alza il prezzo della partecipazione alle proteste: alcuni smettono di protestare, dunque vince, altri decidono di ricorrere alle armi, dando ragione alla tesi ufficiale (che considera i manifestanti terroristi armati), e probabilmente vince lo stesso” scrive Peter Harling, analista dell’International Crisis Group. Alcuni attivisti lamentano stanchezza e frustazione. “Pensavo che Ramadan sarebbe stato un momento di svolta” dice Alexander page, pseudonimo di un’attivista della Coalizione di Damasceni liberi per il cambiamento pacifico, “ma non e’ stato cosi’.” Sono aumentate nel corso del tempo anche le chiamate alle armi. “Un uomo d’affari del Qatar ha offerto di pagarmi l’affitto se faccio entrare delle armi in Siria”, racconta Eyad, un ragazzo di Homs scappato ad Amman. L’agenzia ufficiale SANA riporta che 5 uomini della polizia sono stati uccisi in un’imboscata vicino Daraa. La TV siriana ha mandato in onda nelle scorse settimana la confessione di un ufficiale dei movimento dei “Liberi ufficiali”, gruppo di soldati ammuniti, e di Iyad Youssef Enam, un palestinese giordano che ha confessato di aver aiutato il Mossad ad assissanare Imad Mughniyeh, leader militare di Hezbollah, nel 2008 a Damasco (ma la famiglia di Iyad smentisce questa versione).
Sembra che, dopo varie false partenze, la variegata opposizione siriana sia riuscita a dotarsi di una leadership unitaria. Il 15 settembre ad Istambul e’ stata annunciata la formazione di un Consiglio Nazionale Siriano (CNS) composto da 140 membri, 85 espressione dell’opposizione all’interno ed 55 di quella all’estero.
Alcuni dei membri all’interno della Siria non sono pubblici per questioni di sicurezza. Il CNS ha dichiarato che il proprio obiettivo e’ la caduta del regime, assicurare un periodo transitorio entro un anno attraverso una rivoluzione pacifica e senza interventi esterni. Alcuni commentatori evidenziano una forte rappresentanza della corrente islamista all’interno del CNS. Ma l’esigenza di un organo unitario e’ avvertita dai network di attivisti, come i Comitati di coordinamento locali, che hanno invitato a collaborare con il CNS.
Un altro meeting di circa 200 esponenti dell’opposizione si e’ tenuto in una localita’ nei dintorni di Damasco.
Continuano le manovre sul versante diplomatico internazionale – in questo momento impegnato sulla richiesta di indipendenza palestinese all’ONU. All’assemblea generale dell’ONU Obama e Westerwelle (Ministro degli esteri Tedesco) rinnovano la richiesta di una risoluzione e di sanzioni da parte dell’ONU. L’UE si appresta ad approvare un nuovo round di sanzioni che colpiranno individui, ditte impegnate nell’esplorazione di petrolio ed anche la stampa di moneta siriana (le banconote siriane vengono prodotte in Austria). Erdogan, dopo un colloquio con Obama, ha paventato la possibilita’ che anche la Turchia adotti sanzioni economiche contro la Siria (ma non ha specificato di che tipo). Questa potrebbe essere una misura molto pesante per l’economia siriana, ferma da sei mesi di proteste (il FMI prevede una caduta del 3% del Pil) , e sarebbe avvertita in particolar modo da Aleppo, cuore industriale e commerciale siriano, fiorita negli ultimi anni grazie al libero commercio con la Turchia. Nena News
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