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Dalla Siria alla Libia, l’all-in di Erdogan


Intervista di Verdiana Garau a Mauro Indelicato per Osservatorio Gobalizzazione.

Mauro, cosa sta accadendo in Siria? È di pochi giorni fa la notizia dell’uccisione di 33 miliziani turchi avvenuta ad Idlib per mano siriana. Erdogan è infuriato. Sta minacciando tutti, anche l’Europa. Parrebbe proprio una gioiosa macchina da guerra la sua, per fare una battuta. Lo scacchiere mediorientale sembra farsi sempre più complesso e la Turchia pare restare isolata in questo scenario. Chi sono i veri alleati di Erdogan? Ma soprattutto, Erdogan ha ancora alleati?
Già, una macchina da guerra che non lascia spazi…Come avrebbe detto all’epoca un soldato di Hitler nel bunker, scheisse. Su Idlib diciamo subito che Erdogan non si ritrova Putin come alleato. Putin appoggia Assad. Dal punto di vista commerciale ed energetico hanno certamente fino ad oggi dovuto collaborare. Ma sia in Siria che in Libia i due protagonisti sono antagonisti. In Libia vediamo la Russia appoggiare Haftar, e ad appoggiare Al Serraj vediamo invece Erdogan. Stessa cosa in Siria dove Erdogan cerca di destabilizzare Assad, appoggiato al contrario da Putin.
Ma dopo questa collaborazione tra Turchia e Russia, le convergenze sono proprio saltate su Idlib.
Finché il tentativo era quello di cercare e trovare una tregua la situazione pareva sotto controllo. Ma lo stato delle cose perde il suo equilibrio sull’area di Idlib.
Assad sta tentando infatti di riconquistare tutta la Siria e vorrebbe mettere le mani su Idlib. Mentre da Idlib Erdogan teme i flussi migratori e nel timore di perdere la sua influenza sta tentando di contenere l’avanzata di Assad.
Non c’è solo Idlib, ma anche Afrin. Potrebbero negoziare Assad e Erdogan e trovare un accordo?
Erdogan è ad Afrin dal 2018. Afrin è territorio sotto il controllo delle milizie turche. Questo cantone è sempre stato storicamente a maggioranza curda caduto poi in mano alle milizie filoturche. Assad potrebbe certamente mettere in conto di aver perso Afrin, ma certamente non Idlib.
La Russia si ripropone sempre sotto l’aspetto della forza riequilibratice. Quali saranno dunque i dossier sul tavolo da discutere tra Putin e Erdogan?
Né Erdogan né Putin vogliono entrare in collisione. Il Turkstream è il vero dossier sul tavolo, prima di Idlib. Il vertice tra i due si terrà a breve, il 5 marzo a Mosca. E si darà il via alle negoziazioni.
Anche Lukyanov, noto politologo russo, direttore della rivista Russia in global Affairs ad una intervista a Formiche.net ha sfatato la possibilità di una entrata in collisione tra Putin e Erdogan. Erdogan ha invocato la Nato all’indomani dell’uccisione dei suoi 33 soldati ad Idlib. La Nato ha formalmente risposto che c’è, anche se nel merito alla questione non potrà fare niente. Idlib tecnicamente è territorio siriano, quindi non c’è stato nessun attacco, ma semmai è stato un atto di difesa. Resta il fatto che pur apparendo Erdogan isolato, la Russia sembra restare l’unico alleato possibile.
Erdogan è isolato. Non è nella posizione per imporsi in qualsivoglia modo con la Nato o dettare regole. Ha più volte violato le regole degli alleati e assunto posizioni diverse rispetto a questi. Si trova in un vicolo cieco in sostanza, non può certo dare le spalle a Putin. Bombardando Idlib e minacciando di aprire ai migranti vuole dimostrare a tutti quali siano le sue carte e tentare il ricatto. Sono provocazioni.
Dati i più fronti aperti sui quali si ritrova Erdogan con le sue milizie, dalla Libia, alla Siria, al Kurdistan, non è forse la sua una strategia da logoramento dell’avversario?
Certamente Erdogan sta tentando di trascinare sempre più in avanti il conflitto con l’avversario fino allo sfinimento, per garantirsi infine però la sua fascia di sicurezza territoriale e qui appunto il conteso confine siriano. Faccio presente che Assad mentre perdeva Saraqeb, riconquistava l’altra parte della zona di Idlib. Proprio in queste ultime ore lo scontro si è spostato nuovamente a Saraqeb ritornando a diventare il nuovo epicentro dello scontro. Consideriamo che Saraqeb è all’interno della stessa provincia ed è una cittadina strategica posta nell’intersezione delle due autostrade più importanti siriane, la M5 e la M4. Quindi ovviamente non si può prendere Idlib se non si ha in mano Saraqeb.
Erdogan però ha soltanto nemici in Medio Oriente. Geometria che poi ritroviamo anche negli schieramenti del conflitto libico. Inoltre c’è Israele. Come si comporterà Erdogan con Netanyahu?
Erdogan non ama il progetto EastMed che entra in conflitto con il Turkstream di cui sopra, che lo esclude totalmente e vede la forte presenza dell’Egitto. Erdogan sta infatti tentando di avere la meglio su questo e nel merito sferra nuove provocazioni. Come ad esempio le fregate mandate a Cipro. Anche su questo punto gioca al rialzo e alza il livello dello scontro. Erdogan resta certamente inviso al Medio Oriente in generale, poiché i suoi progetti a loro volta escludono il Medio Oriente. Emerge dunque come vediamo a conti fatti, una Turchia decisamente isolata. La questione dei gasdotti è certamente la più importante.
Quindi la Russia domina. Ha ottenuto tutto ciò che voleva. Le sue basi in Medio Oriente, la base navale di Tartus e la base aerea di Khmeimim. Ha ottenuto il benestare dei sauditi per il suo ingresso in Opec Plus imponendo così i suoi cartelli. Perché restare ancora in Libia?
Il fronte libico è in stallo generale. Ogni colloquio intralibico al momento è stato sospeso e di conseguenza anche quelli internazionali. Dopo la commissione militare detta 5+5, indetta a febbraio a Ginevra, i colloqui si sono arrestati. Tobruk vuole riprenderli. Tripoli si rifiuta. Haftar e Al Serraj non si parlano. Haftar intanto mostra i muscoli e continua con i suoi bombardamenti, come l’attacco di pochi giorni fa al porto di Tripoli. Nulla si muove. Nemmeno il 5 marzo quando Putin e Erdogan si incontreranno a Mosca il dossier libico sarà sul tavolo. L’attenzione sarà concentrata tutta sulla Siria, l’affare più delicato.
Quando Erdogan  a dicembre ha inviato i suoi militari a Tripoli e stiamo parlando di 5000 unità, quindi molte, sembrava voler sguarnire Idlib. Invece questo non si è verificato. Forse è stata la Russia a non riuscire a contenere Haftar.
Putin pensa ad Assad. Erdogan pensa ad Idlib.
Questo gioco potrà portare Erdogan a strappare qualche risultato in Libia?
Il tempo gioca a suo favore. Dal memorandum d’intesa sono passati soltanto quattro mesi. Ora la questione si farà politica. Il ruolo della Turchia oggi si fa più importante. A Tripoli come detto sopra, ci sono 5000 miliziani pagati dalla Turchia. L’Unione Europea è assente e non tornerà o se torna lo farà a fatica, faccio menzione dell’operazione Sophia che è partita, ma con nessuna regola di ingaggio preciso.
E l’Iran? Per spostare di nuovo l’attenzione in Medio Oriente. In questo momento stanno anche fronteggiando l’emergenza coronavirus. Sembra attraversare dunque una fase di contenimento su tutti i fronti, considerando anche l’assassinio di Soleimani da poco avvenuto?
L’Iran certamente ha moltissimi problemi interni da contenere. Ma non rinuncia alla sua presenza in Medio Oriente. Così come il ruolo dell’Iran è importante come sponda alla Siria. Anche in Yemen, gli Houti, che sono filoiraniani e sciiti, continuano ad infliggere sconfitte e perdite ai sauditi. Da poco si sono avvicinati alla roccaforte di Marib, hanno inoltre abbattuto droni sauditi. La forza iraniana in Medio Oriente sta aumentando il suo peso specifico. Tra Libano, Siria, Yemen, Iran e anche Iraq, dove si nota che l’Iran non ha assolutamente perso terreno, la sua presenza resta forte. La linea politica ne è uscita rafforzata, proprio in seguito all’uccisione di Soleimani. Il parlamento è dominato dai conservatori e l’Iran continuerà certamente sulla propria strada. Teheran non rinuncerà alla sua politica.
Quindi alla luce di tutto questo disegno, in Medio Oriente sta cambiando qualcosa.
Dobbiamo vedere come andranno le elezioni negli Stati Uniti. Trump non vuole continuare con questa politica. Vorrebbe riavvicinarsi all’Iran. Pompeo ha addirittura espresso il suo rammarico e offerto aiuto per la vicenda del coronavirus.
Abbiamo di fronte la classica strategia di Trump, quella del bastone e della carota.
Il suo intento è certamente quello di ricucire il tessuto in Medio Oriente, grazie certamente ad una Russia che ha filato le trame e che potrebbe anch’essa vedere i suoi progetti riusciti. Attendiamo comunque tutte le elezioni che l’anno 2020 porteranno.
E le elezioni in Israele? Come influiranno?
Netanyahu ne esce comunque avvantaggiato, grazie anche alla recente eliminazione di Soleimani. Netanyahu potrà pensare ai suoi progetti e finalmente occuparsi di quello che è stato definito da Trump “il piano del secolo” di ricostruzione.
Le elezioni israeliane certamente influiscono sulla strategia americana. Smuovono molto fuori, però poco dentro.
C’è una minaccia che ha preoccupato e sta preoccupando molto in questi giorni e che vorrei affrontare con te, il tema dei migranti. La Grecia sembra essersi opposta ferocemente ad Erdogan e anche alle posizioni Nato e ha subito provveduto ad alzare barriere. Nessuno sembra andare in suo soccorso però.
Cosa succederà? Ci sono già migliaia di migranti che hanno raggiunto le regioni in prossimità di Macedonia e Bulgaria, la situazione pare essere già tragica.
La Grecia sta agendo da sola. Mitsotakis, l’attuale primo ministro, ha agito prontamente e con programmaticità. Fa molto e lo fa da solo. Ha potenziato i controlli e schierato guardie sui confini. Senza però l’aiuto dell’Unione Europea non potrà arginare da solo il problema. I migranti in un modo o nell’altro riusciranno ad entrare nel resto d’Europa. Il primo ministro non potrà adottare misure per contenerli tutti. Ha il pugno di ferro, ma ha già fatto presente che “non sta accogliendo nessuno”. Come entrano illegalmente, illegalmente risaliranno. I centri di accoglienza greci sono saturi, al collasso. Poco fa è anche emerso un video di una guardia costiera che picchiava alcuni migranti. La situazione sta diventando difficile da sostenere. La UE resta alla mercé di Erdogan. Come volevasi dimostrare, quando si parla di politica estera europea, troviamo un vuoto.
Un’ultima domanda. Così a toccare tutte le sponde del Mediterraneo interessato. La Francia. Potenza anch’essa in seno alla Nato. Coinvolta in Libia contro Erdogan. Che gioco sta giocando Macron? È un giocsottile o assenza totale? Non è chiaro.
La Francia ha un piede in due scarpe come si suol dire. La Nato e la Turchia. Ma la Francia sta alla Nato, come la Nato sta alla Turchia. Recentemente Macron ha dato per morta l’alleanza atlantica e questa sua continua ostilità nei confronti degli Stati Uniti spiega molto delle sue posizioni. Ma è un gioco “vedo, non vedo”.
C’è anche la questione legata a Huawei, il cinese 5G. Hanno indetto un bando in Francia e dato spazio alla Cina di partecipare a fianco di Nokia e Ericcson. Forse una scusa per declinare l’offerta all’ultimo momento?
Macron sta studiando una politica militare strategica autonoma. Se si aggregasse in questo momento all’Unione Europea o alla Nato, perderebbe il suo spazio d’azione.

L’influenza strategica di Mosca si espande in Medio Oriente


Di Andrea Walton

La Federazione Russa continua ad espandere la propria influenza strategica in diverse aree del globo e sembra aver messo gli occhi, negli ultimi anni, anche sul Medio Oriente, un’area dove, tradizionalmente, Mosca ha avuto meno voce in capitolo che altrove. Sono stati finalizzati, infatti, una serie di accordi che garantiranno forniture di armi russe a diversi Paesi, spesso considerati (almeno in passato) più vicini all’Occidente. L’intesa più sorprendente è quella che ha portato all’acquisto, da parte della Turchia, del sistema di difesa missilistico S-400: Ankara è giunta fino alla conclusione delle trattative malgrado gli avvertimenti dissuasivi lanciati da Washington che, di certo, non vede di buon occhio un possibile riavvicinamento tra le parti. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha affermato che la Turchia utilizzerà questa tecnologia militare e che i missili saranno dispiegati ed operativi entro aprile del 2020.

Accordi variegati

L’iperattivismo di Mosca non è limitato alla Turchia: l‘Egitto ha firmato un’intesa, dal valore di due miliardi di dollari, che porterà il Paese all’acquisto di una flotta di aerei militari Su-35 mentre anche l’Arabia Saudita si è dimostrata interessata all’acquisto dell’S-400. La recente crisi nei rapporti tra Stati Uniti ed Iraq, in seguito all’uccisione del Generale iraniano Qassem Soleimani, potrebbe portare ulteriori benefici agi interessi russi nell’area: Baghdad potrebbe essere interessata ad acquistare il sistema S-400 o similari e colloqui in materia avevano avuto inizio lo scorso mese di agosto, in seguito ad un raid israeliano condotto sul territorio iracheno. Qais al-Khazali, figura di vertice delle Forze di Mobilitazione Popolare (una milizia irachena sciita), ha inoltre recentemente suggerito come Cina e Russia potrebbero sostituire gli Stati Uniti nel fornire supporto militare a Baghdad. Non bisogna infine dimenticare quella che è, a tutti gli effetti, la roccaforte dell’influenza russa in Medio Oriente: la Siria di Bashar al-Assad che, dopo aver praticamente sconfitto gli avversari sul campo, contribuirà a consolidare la presa strategica di Mosca sulla regione.

Le prospettive

La Russia di Vladimir Putin ha dimostrato di riuscire a muoversi piuttosto bene in diverse aree del globo: in Africa, ad esempio, ha espanso progressivamente la propria penetrazione ed è riuscita ad intessere legami sempre più stretti con diversi Paesi del continente. La Federazione Russa aspira, senza dubbio, al ruolo di superpotenza globale e sta lentamente adoperandosi per tornare ad occupare quel posto che aveva perso in seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica. Le strategie russe si sono rivelate particolarmente efficaci anche grazie alla sostanziale stabilità politica di cui può godere Mosca: il presidente Vladimir Putin, infatti, è al potere da oltre un ventennio e ha potuto così perseguire un piano di espansione coerente in diverse aree del mondo. Il Cremlino potrebbe puntare, in seguito, ad allargare le sue mire strategiche anche all’Asia Centrale: in primis rafforzando i legami con l’Afghanistan dopo il probabile ritiro del contingente americano dalla nazione ed indipendentemente dagli equilibri che si verranno a formare dalle parti di Kabul. In questo caso, però, potrebbe scontrarsi con la Cina che, sebbene più focalizzata sull’aspetto economico, mira ad espandere la propria penetrazione verso l’esterno.

Siria, Iraq, Libano: il Medio Oriente inquieto dopo Soleimani


Intervista di Verdiana Garau a Mauro Indelicato per Osservatorio Globalizzazione.
                                                
                                                 Di Verdiana Garau
Il mio lungo caffè con Mauro Indelicato discutendo sul recente raid statunitense a danno del generale Qasem Soleimani, comandante delle Forze Quds, il numero due iraniano, secondo soltanto all’Ayatollah Sayyid Ali Hosseini Khamenei supremo leader dell’Iran, e che ha trovato la morte la notte dello scorso 3 Gennaio 2020.
V.G.  Il 31 dicembre Trump aveva già fatto sentire odore di minaccia dopo l’ultimo attacco subìto dall’ambasciata americana a Baghdad e rivendiacto dalle forze sciite filo-iraniane. L’anno 2020 è iniziato con l’esecuzione di Soleimani, numero due dell’Ayatollah Khamenei e capo della forza di Quds, gli informatori sciiti per l’Iran presenti in Libano, Siria, Yemen e Iraq che si occupavano di trovare anche fondi e reclute per gli attacchi.
È una pedina in meno rimossa dallo scacchiere che infastidiva i sunniti?
L’opinione pubblica si è sollevata. Soleimani era anche colui che aveva contribuito a sconfiggere l’ISIS. Ma mi chiedo perché i sunniti (che costituiscono la maggioranza in Medio Oriente) dovrebbero reagire? Questo rischio non c’è. L’Arabia Saudita non ha mai gradito l’ingerenza dell’Iran in Medio Oriente ad esempio.
Cosa faranno gli sciiti soprattutto adesso?
M.I. La situazione attuale è figlia di una escalation che si protrae da Novembre scorso. Il NYT e la CNN più volte hanno riferito sui reportages dei missili lanciati dall’Iran. In Iraq la situazione è cominciata ad essere instabile e ha visto e vede le fazioni filoiraniane in contrapposizione a quelle filoamericane. La convivenza è stata forzata, fino ad un certo punto. Dal 2015 al 2017 si era cercato di trovare un accordo sul nucleare e sulle sanzioni. Con l’amministrazione Trump la situazione è cambiata. C’è stata la fine del califfato e con la crepa tra le alleanze Trump ne ha approfittato. Mentre l’Iran insiste dicendo che sono gli americani che provocano le incursioni delle basi delle milizie sciite dopo che il califfato è decaduto.
V.G. Il califfato è stato davvero sconfitto?
M.I. Sì, è caduto, ma le tensioni a nord della Siria e le divisioni in Iraq favoriranno il ritorno al terrorismo. Non tornerà l’ISIS ma le cellule adesso dormienti ne approfitteranno per riattivarsi.
V.G.  Nell’assassinio di Soleimani c’è l’ombra della complicità irachena?
M.I. In riferimento al quadro delle possibili tensioni che potrebbero riaffiorare dobbiamo tener conto del nazionalismo iracheno e delle recenti sollevazioni. Tra Ottobre e Dicembre i manifestanti sciiti hanno infatti assaltato il consolato iraniano. L’equazione sciiti:filoiraniani non è scontata.  Non tutti gli sciiti stanno con l’Iran. Ma stanno con il resto dei musulmani. Le soluzioni sono due:
O si riaccende la divisione tra sciiti e sunniti oppure, nel caso dovesse riemergere il nazionalismo iracheno quello sarà in funzione anti-iraniana.  Lo stesso accadde al tempo di Saddam, alla sua caduta, in cui le forze dell’esercito e la forza politica sciita portarono all’emancipazione dall’Iran.  In Iraq la componente etnica potrebbe essere meno forte di quella religiosa. O l’uccisione di Soleimani fa ricompattare gli sciiti oppure L’Iraq si smarcherà per intero dall’ingerenza iraniana.
In Iraq non sopportano più la pressione iraniana. Prendiamo poi a confronto la situazione siriana recente: all’inizio vi era una Siria divisa in cui Assad ne controllava soltanto un 30%. Oggi in Siria c’è soltanto Idlib come ultima roccaforte che resta da espugnare. L’Isis non c’è più così come non ci sono più le condizioni per accettare la presenza iraniana in Iraq. Torna appunto ad emergere il nazionalismo “husseiano”, che da sunnita riuscì a portare a sé il consenso di gran parte degli sciiti. L’Iraq non va a cuor leggero con l’Iran, nelle manifestazioni vediamo più bandiere nazionali che religiose. Certo che a differenza della Siria la situazione è differente. Gli sciiti non sono soltanto in Iraq.
V.G. Si ritiene che Soleimani facesse il doppio gioco. Ha aiutato a sconfiggere l’ISIS ma la sua forza Al Quds fungeva da corpo di informazione tra Yemen, Libano, Siria e Iraq a danno degli americani e dei sunniti. Anche i curdi sono sunniti.  Quanto era affidabile? Soleimani era inoltre un obiettivo americano, ma anche israeliano, non ben visto nemmeno dalla Russia che tenta di mediare tra Siria, Israele e in utto il resto del Medio Oriente. Anche i russi vorrebbero tenere fuori l’Iran dal Medio Oriente.
M.I. La presenza di Soleimani a Baghdad ha riacceso gli animi. La diligenza iraniana non ha tenuto conto di questo. Soleimani certamente garantiva un certo equilibrio e teneva a bada i pasdaran, ma con più astuzia politica. Potrebbero emergere fazioni estremiste tra i pasdaran e secondo me Soleimani era un personaggio da non toccare.
 V.G. Qui entra in gioco proprio la Russia. Abbiamo avuto modo di parlare nella nostra precedente intervista, caro Mauro, del ruolo riequilibrante di Putin in questo scenario geopolitico nuovo e in via di sviluppo. Nessuno voleva il rafforzamento del governo di Assad, né Arabia Saudita, né gli americani, né i russi e possiamo metterci dentro anche gli inglesi e i turchi. Immagino che sia lo stesso per l’Iran. La Russia saprà monitorare e mediare questa situazione adesso di tensione?
M.I. Certo. Come detto la Russia ha un ruolo da protagonista nello scacchiere, indispensabile a mantenere gli equilibri. L’attacco della notte del 3 Gennaio sembra proprio essere una strategia tutta trumpiana. Trump non ama fare la guerra, né propria né per corrispondenza. Avvia quelli si definiscono “raid chirurgici”. Pensiamo agli attacchi contro Assad, nell’Aprile del 2017 e nell’Aprile del 2018, sotto la forte spinta del Pentagono Trump adotta una linea morbida, mettendo a tacere il Pentagono e accontentandolo al tempo stesso evitando conflitti maggiori o loro escalation.
Consente a Trump di mostrare i suoi muscoli senza spargimento di sangue inutile di poveri civili. Questo colpo sferrato a Soleimani servirà anche da forte assist per evitare le pressioni di Netanyahu. All’indomani dell’attacco a Soleimani Trump non ha scritto nulla sui suoi tweet. Ha soltanto mostrato una bandiera americana.
Un Ex agente della CIA riferisce al Washington Post la sua preoccupazione, ovvero che Trump agisce chirurgicamente, ma non è in grado di affrontare le conseguenze.
V.G. Trump non sarà in gradi di gestire eventuali rivolte regionali? In questo i russi non potrebbero aiutare?
M.I. In Siria era certamente più coordinato con i russi.  Quando finiscono i raid arriva Putin a fare il resto. Ma in questo caso credo che gli Stati Uniti dovranno aspettarsi una reazione di forza. Dal Libano, in Yemen, alla Siria e ovunque operino le Forze di Quds.
Ad esempio in Libano si è dimesso ad Ottobre il primo ministro e il governo è caduto. Si è andati per un nuovo accordo. Ma non era un accordo di unità nazionale che di solito prevede cristiani, sunniti e sciiti spartirsi le forze di governo per una totale rappresentanza del paese. Questa volta la maggioranza di governo ha estromesso molti partiti e vede le forze hezbollah e i maroniti prendere il comando. I sunniti sono fuori. Gli equilibri scricchiolano. Negli ultimi giorni la forza hezbollah si è molo rafforzata.
Baghdad invece non ha un governo, al momento in preda alle proteste, ma sarà sicuramente sciita. Con il Libano si chiuderebbe la luna sciita in Medio Oriente e perciò in seguito all’attacco all’ambasciata del 31 dicembre gli USA hanno deciso di usare la forza. Con la morte di Soleimani però in Libano le forze Hezbollah potrebbero rinvigorirsi e portarli all’azione, così come in Yemen con gli Houti.
V.G. Qualche giorno fa i russi hanno ritirato le truppe dall’Africa Occidentale. Non è un segnale di dialogo nei confronti della Cina la quale gioca come principale alleato dell’Iran? La Russia “forza riequilibrante” e mediatrice in Medio Oriente, dopo l’attacco chirurgico americano, non potrebbe contare su una Cina che rinunci al totale appoggio all’Iran? E non potrebbe essere l’ingresso ufficiale della Cina nei giochi geopolitici delle tre forze (USA Russia Cina) iperpotenti?
M.I. La Cina effettivamente non ha condannato l’attacco anche se ha espresso il suo rammarico, ma senza disappunto. E dobbiamo dire che è molto raro che la Cina si esponga su certe questioni internazionali. Non lo ha mai fatto.E non è mai intervenuta in Medio Oriente.
V.G. Il colpo potrebbe anche essere un monito per la Corea?
M.I. Sicuramente gli americani vogliono con questo intervento mostrare i muscoli a tutti. Come a dire che sarebbero in grado di colpire chiunque quando vogliono. Anche Kim Jong-un.
V.G. Quindi insisto. La Russia è fondamentale per evitare ogni sorta di escalation, no? Inoltre non molto tempo fa è stato proprio Putin a dichiarare pubblicamente la sua grande e storica amicizia con Israele. Gli Hezbollah sono un nemico anche per Putin.
M.I. La Russia resta sempre un attore principale. Fondamentale in Medio Oriente. Mantiene buoni rapporti con tutti e vanta un grande potere mediatore. Anche la Russia ha emarginato infatti l’Iran. Vuole anche dire agli israeliani di non toccare Assad e che agli hezbollah ci possono pensare loro. Soleimani era il braccio politico iraniano in Medio Oriente e il suo protagonismo non è mai andato a genio nemmeno ai russi, oltre ad infastidire Israele che poi come detto significa mettere in difficoltà i rapporti con Assad.
V.G. Quindi gli Stati Uniti hanno sferzato davvero un colpo molto preciso e con Trump conducono una politica volta a cercare gli equilibri con meno spargimento di sangue possibile, anche se i suoi raid necessitano poi di una forza più diplomatica. Trump vincerà di nuovo le elezioni?
M.I. Trump vuole meno protagonismo del suo paese nel mondo. Con il suo “Make America Great Again” ci dice che la sua maggiore preoccupazione è quella di pensare agli interessi interni. E di inviare meno marines a morire possibilmente. Lo dimostra la sua politica internazionale giocata sul ritiro dagli scenari internazionali, ma deve sempre rendere conto al Pentagono. Ha molte probabilità di rivincere le elezioni. La cosa importante per gli Stati Uniti è di aver sferrato sicuramente un colpo da K.O questa volta.Inoltre non fanno guerre, ma intervengono in modo più preciso. Soleimani ha combattuto l’ISIS ma costituiva un nemico comunque. Lo hanno ucciso senza fare vittime tra i civili. Gli stessi americani di Trump non vogliono la guerra in Siria e credono che quella fosse una questione a cui doveva pensare l’Europa. Trump in fondo accontenta i suoi elettori. Non ne esce rafforzato nell’opinione pubblica dopo questa faccenda, ma rimedierà benissimo.
V.G. Nel giro di venti anni, con questo cambio di strategia, gli Stati Uniti che si ritirano dal nord Africa e dal Medio Oriente, indipendenti energeticamente e infallibili militarmente, con la Via della Seta che sarà, ancora in fase di costruzione, non sarà il loro prossimo interesse quello di essere presenti sulla fascia che dall’Europa arriva fino in Cina e vede tutti gli altri paese asiatici coinvolti?
M.I. Sicuramete in questa fase della storia gli americani sono proiettati tutti ad Oriente e non più in Medio Oriente.

Regno Unito e Arabia Saudita: il legame dei soldi


Di Fulvio Scaglione

Partiamo da lontano, questa volta, per parlare di Medio Oriente. E cioè, dal Regno Unito. A Londra, in seno al Partito conservatore, è in pieno svolgimento la battaglia tra Boris Johnson, ex ministro degli Esteri, e Jeremy Hunt, suo successore e attuale ministro degli Esteri, per arrivare al ruolo di premier. I due sono tipi politici assai diversi ma, chiunque vinca, una cosa non cambierà: l’appoggio del Regno Unito alla guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen.
Nel 2015 un altro ministro degli Esteri, Philip Hammond, predecessore di Boris Johnson, disse che il Regno Unito “avrebbe concretamente aiutato (l’Arabia Saudita, n.d.A.) in ogni modo possibile, tranne che partecipando ai combattimenti”. E così in effetti è stato. Con Hammond, con Johnson, con Hunt.
Nessuno dei tre ha mancato, in questi anni, di criticare altri Paesi, come la Russia o la Siria, per presunti o reali crimini di guerra o violazioni dei diritti umani. Nessuno dei tre, invece, ha speso una parola per distanziarsi dalle azioni saudite nello Yemen. I rapporti delle Nazioni Unite accusano i sauditi di bombardare i civili “in modo diffuso e sistematico”. Secondo Save the Children almeno 85 mila bambini yemeniti sono morti in questi anni a causa degli stenti provocati dal blocco navale, aereo e terrestre imposto dai sauditi. Nulla di tutto questo, però, ha impedito al Governo di Sua Maestà di appoggiare tali azioni. Un solo esempio: metà dell’aviazione militare saudita è di fabbricazione inglese, quegli aerei non potrebbero volare senza l’assistenza tecnica e i pezzi di ricambio forniti da Londra. E non potrebbero bombardare senza gli ordigni venduti dal Regno Unito.
Questa alleanza senza se e senza ma, a dispetto di qualunque atrocità, ha una ragione precisa: il denaro. Negli ultimi dieci anni il Regno Unito ha incassato 11 miliardi di sterline (quasi 12 miliardi e 200 milioni di euro) con la sola vendita di armi all’Arabia Saudita. Una boccata d’ossigeno per l’economia inglese, che nel 2018 ha registrato un deficit commerciale di 31 miliardi di euro. E le petromonarchie del Golfo Persico, nell’insieme, sono il mercato a Sud più redditizio per le esportazioni inglesi.
Fa impressione vedere i campioni inglesi del liberalismo e del liberismo andare a braccetto con i campioni arabi dell’assolutismo e del dirigismo statale, ma tant’è. E se qualcuno vuol vedere in tutto questo una metafora perfetta della nostra relazione perversa con il Medio Oriente, be’, è libero di farlo.


Fonte: http://www.fulvioscaglione.com/2019/07/18/regno-unito-e-arabia-saudita-il-legame-dei-soldi

VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62283

Quei sospetti di corruzione sull’assegnazione al Qatar dei mondiali


Di Mauro Indelicato

Il primo mondiale in Medio Oriente non è poi così lontano. Dalle kermesse sportiva giocata in Russia è già quasi passato un anno, a settembre nel continente sudamericano iniziano le prime partite di qualificazione, Qatar 2022 inizia ad essere quindi realtà. Ma qualcosa ancora non quadra. L’assegnazione del mondiale di calcio al paese arabo non manca ancora oggi di suscitare polemiche su due fronti: le condizioni dei lavoratori che stanno costruendo gli stadi e le presunte mazzette pagate alla Fifa per vincere la candidatura. 

L’inchiesta del Sunday Times

L’assegnazione del mondiale del 2022 avviene nel dicembre 2010. Da allora è un susseguirsi di sospetti ed inchieste circa la regolarità delle votazioni che portano la coppa del mondo sulle rive del golfo Persico. Il Qatar è un paese molto piccolo, in uno spazio grande quanto l’Abruzzo devono essere tirati su almeno dieci nuovi avveniristici impianti per permettere lo svolgimento della competizione.
A livello logistico c’è perplessità sulla bontà del progetto, ma il paese arabo è tanto piccolo quanto ricco: petrolio e soprattutto gas garantiscono introiti importanti, che permette a Doha di avere uno dei fondi sovrani più ricchi al mondo. Ecco uno dei motivi per i quali si pensa che, nel dietro le quinte delle votazioni, i petrodollari possano aver pesato sull’assegnazione. 
A tornare sull’argomento, già in realtà affrontato nel 2014 su diverse testate internazionali, è il Sunday Times. Un’inchiesta del giornale britannico mostra un presunto giro di mazzette da mezzo miliardo di Dollari che da Doha raggiungono direttamente i vertici della Fifa in Svizzera. Tutto questo a pochi giorni dai passi più importanti che portano il 2 dicembre 2010 all’assegnazione al Qatar del mondiale 2022.
Non solo il pagamento di 400 milioni di dollari effettuato dal fondo sovrano qatariota, ma anche l’interessamento dei vertici di Al Jazeera, la tv all news che ha sede proprio a Doha. L’emittente avrebbe offerto, secondo i documento svelati dal Sunday Timescento milioni di Dollari per i diritti di trasmissione se il mondiale fosse assegnato al Qatar. 
Un totale quindi di mezzo miliardo, capace di influenzare in maniera decisiva l’esito delle votazioni. A questi, occorre aggiungere altri 480 milioni di dollari promessi alla Fifa sempre per il discorso riguardante i diritti tv. Qualche anno fa l’organo di controllo della federazione calcistica effettua un’inchiesta su quell’assegnazione, poi però archiviata proprio poche settimane dopo la promessa dei 480 milioni di dollari.
Il Sunday Times riferisce di alcune risposte arrivate dalla Fifa dopo che lo stesso ente che gestisce il calcio internazionale viene contattato dai giornalisti inglesi. In queste risposte, la federazione afferma che le accuse documentate dal Sunday Times sono oggetto di commenti e valutazioni interne già dal 2017, le conclusioni dal giugno di quell’anno sono visionabili presso il sito della Fifa: “Il nostro ente – scrivono dalla sede del ‘governo del calcio’ – Collabora con tutte le autorità per fare luce sulla vicenda”. Ma, c’è da scommetterci, da qui al 2022 il mondiale in Qatar è destinato a fare ancora discutere. 

Possibile il nuovo format già nel 2022?

Intanto prende piede l’idea di assistere già fra tre anni all’esordio del mondiale a 48 squadre, a dispetto delle 32 attuali. Una formula già approvata, ma la cui entrata in vigore è prevista soltanto nel 2026, quando la coppa del mondo sarà giocata tra Usa, Messico e Canada. Adesso la Fifa però vorrebbe anticipare i tempi e portare all’allargamento della competizione nell’edizione di Qatar 2022. L’Associated Press rivela un rapporto di 81 pagine redatto da alcuni dirigenti Fifa, che dovrebbe essere discusso a giugno: in esso, per l’appunto, è spiegato il progetto del mondiale a 48 squadre fra tre anni.
Il torneo sarebbe organizzato con la consuetudinaria divisione tra fase a gironi e fase ad eliminazione diretta, ma ci sarebbero molte più partite da giocare. Infatti i gironi passerebbero dagli attuali otto, formati da quattro squadre, ai 16 con all’interno tre formazioni. Le prime due vanno ai sedicesimi di finale, con a quel punto il tabellone che scorrerebbe con un formato “tennistico” fino alla finale. 
Chiaro quindi che per realizzare un progetto del genere, occorrono più stadi che il Qatar non può permettersi. E questo sia perché è difficile stravolgere il progetto a tre anni dal fischio d’inizio del mondiale, sia perché fisicamente non c’è spazio per la costruzione di nuovo impianti. Ecco quindi che, secondo il rapporto reso noto dall’Ap, l’allargamento del mondiale a 48 squadre si potrebbe effettuare soltanto se al Qatar si affiancano altri Stati nell’organizzazione.
A livello di forza economica e sotto il profilo logistico, si potrebbe pensare agli Emirati Arabi Uniti ed all’Arabia Saudita come altri paesi ospitanti. Ma, a livello politico, il progetto non è fattibile. Si tratta di governi che dal giugno 2017 applicano al Qatar pesanti sanzioni internazionali. Si pensa dunque ad altri Stati della regione, seppur non confinanti. In pole position, per affiancare Doha ci sarebbero Kuwait e Oman. Ma, per l’appunto, tra scandali e politica, tutto è ancora da vedere. 

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